Visualizzazioni totali

domenica 18 dicembre 2016

L'unicità del Liberty di VITTORIA è come l'unicità dell'ETNA



La Sicilia della tante unicità: quelle naturali, quelle storiche, quelle architettoniche, ... Sto seguendo con attenzione i percorsi dell'Associazione “Liberty Bene Unesco”, che vuole portare allo “scoperto” l'unicità del Liberty vittoriese. Il gruppo va  ringraziato per la grande sensibilità, la volontà e la professionalità che sta mettendo in campo. Anche se non ci sono molte analogie, trovo delle assonanze con il percorso che alcuni studiosi catanesi, tra cui l'amico Salvo Caffo (https://www.facebook.com/salvatore.caffo), hanno intrapreso e portato a termine nel 2013: il riconoscimento dell'Etna come bene Unesco. Un vulcano che presenta una sua unicità, così come il Liberty di questa terra. Penso, sommessamente, che bisogna guardare con attenzione a questa esperienza, facendo, com'è ovvio che sia, le dovute differenze. 

Alla città di Vittoria serve un riconoscimento per farla uscire fuori dal ghetto in cui è stata cacciata, per valorizzare e sensibilizzare i suoi tecnici e le sue maestranze, riportandoli a riscoprire un modo di lavorare.




mercoledì 14 dicembre 2016

Serve una nuova antimafia 2° parte (fine)


Riparto da dove avevo lasciato. Serve costruire un'antimafia sociale. Per arrivare alla sua costruzione - cosa molto difficile - bisogna fare un piccolo passo indietro. In questi ultimi anni in provincia di Ragusa la coscienza antimafia che si era in parte diffusa subito dopo le stragi del '92 (Falcone, Borsellino e le loro scorte), in parte grazie allo smantellamento dei clan che imperversavano nel territorio,  si è, piano piano, consumata. L'azione repressiva delle forze dell'ordine, soprattutto dopo le stragi,  fu una reazione alla violenza mafiosa di quegli anni, e si intrecciò con l'impegno della così detta “società civile” la quale reagì più per vanità culturale e/o ambizione politica che per impegno vero e proprio. La dimostrazione che questa partecipazione fu in buona parte farlocca è data dal fatto che in poco tempo, con l'affermarsi del berlusconismo (inteso più come fenomeno di costume), gran parte di quella “società civile” si riconoscerà via via in un nuovo modello, più simile a quello mafioso. Infatti, l'illegalità da disvalore si trasformerà in risorsa. L'impunità da denigrazione diventerà il segno della propria condizione sociale ed economica. Ad opporsi a questa nuova circostanza, ancora attiva e ben radicata, rimarranno pochi dirigenti politici (di Sinistra) e qualche associazione. Ognuno proverà a contrastare come può,  guardando all'azione della magistratura, alle inchieste giornalistiche e alla capacità di contrasto delle forze dell'ordine. Contestualmente (cosa che ripeto da tempo) la criminalità organizzata locale inizierà la sua evoluzione. Cambieranno le figure, lentamente verrà abbandonato l'atteggiamento violento e vessatorio di un tempo e si dedicherà quasi esclusivamente alla gestione della droga. L'evoluzione sarà graduale ma inevitabile. Grazie ad una massa di denaro significativa, l'atteggiamento da boss cafone e violento non sarà più tollerato, chi vuole continuare su questa scia verrà eliminato. Bisogna diventare "imprenditori" perché le attività, da quelle illegali a quelle legali, non possono decollare senza la collaborazione dei professionisti, dell'imprenditoria e delle istituzioni. E' da questo momento che la criminalità diventa economica è inizia a costruire un rapporto più intenso fatto di interessi e convenienze con buona parte di quella “società civile”, fatta  da professionisti e (im)prenditori che negli anni '90 provano, molto timidamente, a contrastare l'atteggiamento violento dei clan. Adesso, una buona parte di questa "società" è attratta dalle masse di denaro che produce la gestione della droga. Da questo cambio di condotta nascono alleanze e affari che determinano la nascita di quella che in letteratura viene definita "nuova borghesia mafiosa”. Questo rapporto trova un cemento nelle crisi che si succedono, dagli anni '90 in poi. Crisi che indeboliscono il tessuto  economico principale di questa zona fatto di piccole imprese agricole. Il colpo letale lo sferra la depressione finanziaria del 2008. Piccoli imprenditori agricoli, attività ad essi collegati e lavoratori dipendenti sono travolti da un susseguirsi di difficoltà economiche e vengono spinti verso la povertà e/o l'esclusione sociale. I dati dell'ultimo censimento ISTAT sull'agricoltura siciliana sono molto chiari. Nel decennio 2000/2010 le imprese agricole in provincia di Ragusa si sono dimezzate. Si è passati dalle  24 mila aziende censite nel 2000 a meno di 13 mila aziende nel 2010. La cosa interessante è come  la superficie agricola utilizzata (SAU), cioè la superficie destinata alla produzione agricola, è rimasta quasi intatta (si veda tabella estratta dal 6° Censimento Generale dell'Agricoltura in Sicilia). 


Il dato diventa ancora più interessante se accostato al diagramma che descrive l'evoluzione delle dimensioni aziendali in Sicilia (si veda tabella sotto estratta dalla pubblicazione ISTAT Atlante dell'agricoltura in Sicilia pag. 17). 
Nel decennio 2000/2010 si è ridotto notevolmente il numero delle aziende di piccole dimensioni, mentre sono cresciute quelle di medie grandi dimensioni. Se la SAU è rimasta quasi intatta significa che la  terra delle piccole aziende è finita nella mani delle aziende medio grandi. 


Dal Rapporto Agromafie 2016, redatto dalla Coldiretti in collaborazione con L'Eurispes si ottiene la quadratura del cerchio e cioè che l'Indice di Organizzazione Criminale (IOC) della filiera agricola ragusana è il più alto d'Italia. Per essere chiaro: la Mafia controlla l'intero settore. Se poi vogliamo definire alcune sfumature di questa quadratura si può aggiungere che oltre al rapporto Agromafie vi sono alcune inchieste giornalistiche che ci dicono come la zona ragusana, per le sue caratteristiche climatiche e pedologiche, si stia trasformando in una delle zone di produzione di marijuana - controllate dalla mafia - più importanti d'Italia. Stiamo diventando una sorta piccola Jamaica. Ritornando al rapporto Coldiretti si evince chiaramente che la criminalità economica nel ragusano oltre a controllare qualsiasi produzione, gestisce anche i servizi all'agricoltura, sia quelli diretti: lavorazione dei prodotti, imballaggi, trasporti, rifiuti di prodotti dalla filiera che sono tanti e diversi; sia quelli indiretti: edilizia, immobiliare e finanza. 

Sulla finanza e in particolare sulla mobilità del denaro si apre una nuova finestra. In questo nuovo capitolo ci viene in aiuto la Banca d'Italia con le sue pubblicazioni. Nell'ultimo quaderno dell'antiriciclaggio dall'Unita di Informazione Finanziaria per L'italia (UIF) pubblicato nel settembre di quest'anno vengono analizzate le operazioni sospette del primo semestre 2016. A pag 11 (vedi figura) viene pubblicato il cartogramma. 






 
Come si può notare la nostra provincia, a livello nazionale, occupa una posizione di tutto rispetto. 50/60 operazioni sospette per ogni 100 mila abitanti. Sono tante!  Le sorprese però non finisco qui. Anche il peso dell'operatività del contante nella nostra provincia è tra i più alti d'Italia. Infatti, nel cartogramma pubblicato a pag. 38 (vedi figura) la nostra provincia ricade nell'area medio alta.

Quindi a Ragusa gira un bel po' di denaro contante? Questi soldi per non passare da certe operazioni bancarie saranno forse  poco puliti? 
Ma la sorpresa delle sorprese è quella che ci viene illustrata nel terzo cartogramma pubblicato a pag 45 (vedi fig. sotto), quello che da indicazioni sui bonifici verso i paesi a fiscalità privilegiata e non cooperativiAnche qui occupiamo una posizione di tutto rispetto. Dai nostri sportelli bancari escono somme verso paradisi fiscali specializzati nel riciclaggio?



 

Se è così sarebbe interessante sapere: quali professionisti promuovono queste operazioni? Perché queste operazioni sono promosse da professionisti! Quali banche si mettono a disposizione per fare questi movimenti? Perché questi movimenti sono fatti dalle banche!

Contro questi dati che ci parlano di flussi di denaro manovrati con una certa dinamicità, si contrappongono i dati della Caritas diocesana che ci raccontano come la povertà nella nostra terra aumenta e si struttura insieme al tasso di disoccupazione, soprattutto quella giovanile che supera ormai il 40%.  Nella relazione annuale della Caritas si legge: "ci troviamo di fronte alla necessità di gestire, oggi più di prima, richieste di tipo materiale ed esigenze di tipo economico". Un altro studio effettuato pochi mesi fa dalla TWING, una start up che si occupa di raccolta ed elaborazione dati, ci da informazioni ancora più significative. Da questa pubblicazione viene fuori che il territorio ragusano è il più povero della Sicilia (si veda fig. allegata). 



Abbiamo il reddito pro capite più basso della Regione e una movimentazione complessiva di capitali tra le più significative del Paese. La provincia babba, l'isola nell'isola è terra di stranissime stranezze. 

La criminalità economica di questa provincia, nell'attuale fase definita "globalizzazione", forse non è un'intrusa ma una protagonista. Ha utilizzato le occasioni (le crisi sono occasioni eccezionali) per marginalizzare le persone dai processi economici e arricchirsi alle loro spalle?

In questa lunga analisi,  spero interessante, ho provato ad accendere i riflettori sulle forze che hanno generato la metamorfosi della criminalità organizzata di questa zona a criminalità economica. Serve progettare e  costruire un contrasto serio perché serio è il problema. Sicuramente non serve l'antimafia delle chiacchiere che si nutre di autocompiacimento. Per progettare e praticare un'antimafia "sociale" bisogna legarla per forza  alle dinamiche economiche di questa terra e alle sue crisi che sono state e sono strumenti letali di emarginazione. Bisogna partire dalla costruzione di un blocco sociale fatto di giovani, di disoccupati, di piccoli imprenditori travolti dalla crisi, che vanno sottratti e contrapposti alle reti clientelari della criminalità economica e alla base di consenso della "nuova borghesia mafiosa". Vanno sottratti a chi li ha prima impoveriti e ora ne vuole sfruttare i loro bisogni. Tanto possono fare le associazioni presenti nel territorio in termini di analisi e di impegno, ma sono poco radicate e ancora meno organizzate. L'antiracket ha preso piede da qualche anno ma ha difficoltà ad estendersi e ad attecchire, non perché le imprese hanno paura dell'intimidazione, ma perché la criminalità economica è diventata un soggetto che ha potere, soprattutto economico, con cui è conveniente fare affari. Serve  capacita di aggregare e creare opinione. La Chiesa insieme alle forze sociali potrebbero assumere questo ruolo. Il vescovo di questa diocesi, mons. Carmelo Cuttitta, è stato un allievo del Beato Padre Pino Puglisi, ne ha conosciuto "l'immediatezza, la capacità di coinvolgimento, la pedagogia della partecipazione e del rendersi non solo partecipi ma anche responsabili degli altri".  Conosce bene la pastorale del Beato Puglisi che fu considerata una fastidiosa interferenza. Qui serve cacciare i mercanti dal tempio e per farlo servono anche strumenti ecclesiali e pastorali idonei a formare coscienze che rifiutino con forza certe logiche che stanno dilagando. Bisogna porre un argine. Questa diocesi ha una guida che possiede capacità e mezzi per avviare la costruzione di quest'argine. Naturalmente, non  tutto può e deve cadere sulle spalle della diocesi. In provincia di Ragusa ci sono forze sociali storiche (Sindacato) che hanno ancora un ruolo nel mondo del lavoro e dell'impresa. Forze che conoscono il territorio e da qualche tempo hanno compreso che serve riorganizzare le classi sociali per emarginare l'economia illegale. La nuova mafia, in modo subdolo, sta guidando i nuovi processi di sviluppo. Bisogna fermarla non solo con la magistratura e le forze dell'ordine ma anche promuovendo e sostenendo l'economia legale. Cioè il connubio tra sviluppo e solidarietà, sviluppo e progresso, sviluppo e rispetto dell'ambiente, sviluppo e rispetto del lavoro. Fino ad oggi, senza contrastato alcuno, c'è solo sviluppo per pochi e degrado per tanti.    
Queste mie considerazioni non possono e non devono essere interpretate come provocazioni. No. Sono solo desiderio di riscatto, o meglio: voglia di non rassegnarsi al decadimento. Se la nuova antimafia non diventa un tutt'uno con la lotta per la democrazia e con un modello di sviluppo che soddisfi i bisogni di tutti e non aggravi squilibri territoriali e divari sociali, la sconfitta è certa, fatta salva l'anima di chi è  e sarà comunque controcorrente.  

P.s :Penso che queste mie parole provocheranno delle reazioni,  anche perché da qualche tempo si sta affermando, soprattutto in alcune istituzioni, un nuovo concetto: parlare di mafia, o della criminalità economica, non è cosa buona,  si fa cattiva pubblicità al territorio e alla sua economia.  E' come quando uno ha un tumore, tutti lo sanno ma non si deve dire. I mali non si sono mai dissolti negandone l'esistenza. 
Spero solo che porre il problema non mi faccia diventare il problema.

giovedì 8 dicembre 2016

Serve una nuova antimafia. 1° parte


Per ogni chilogrammo di marijuana sequestrata dalle forze dell'ordine ce ne sono nove che non vengono intercettate. La freddezza statistica del dato non dice nulla se non viene applicato a quello che succede nella realtà. Solo nel mese di novembre in provincia di Ragusa Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza hanno sequestrato circa 150 kg tra marijuana e hashish. Tutta roba pronta per essere consumata. Se applichiamo il rapporto 1/9 viene fuori che 1350 chilogrammi di erba e di fumo, chilo più chilo meno, si sono salvati dalla confisca e sono stati sicuramente commercializzati. La droga leggera, nelle nostre piazze di spaccio, viene venduta a 10/15 euro al grammo. Se si fa una semplice moltiplicazione viene fuori che a novembre, nel territorio ragusano, la criminalità economica ha incassato circa 15 milioni di euro. Non sto considerando gli incassi fatti con la cocaina e tutto il resto. La cannabis è diventata in poco tempo una fonte di guadagno significativamente importante per la mafia. L'acquisizione di capitale della criminalità economica, grazie ai proventi della droga leggera, è cresciuta a dismisura e insieme ad essa è cresciuto il suo consenso sociale. Mentre da un lato la criminalità economica si ingrassa dall'altro, larghi settori dell'antimafia di mestiere tendono ancora a presentare il fenomeno mafioso essenzialmente come devianza, criminalità, prodotto di situazioni particolari, subcultura, eversione. Pensano ancora che alla mafia si contrapponga una società sostanzialmente sana: la così detta “società civile”. Parlano di racket come se fosse ancora l'attività di finanziamento primario della criminalità organizzata, senza capire che il pizzo, in molte zone, è ormai preistoria. Non hanno ancora capito, o peggio fanno finta di non capire, che la mafia è diventata impresa grazie ai capitali fatti in buonissima parte con la droga. Mentre si discute come contrastare il racket, l'impresa mafiosa si è integrata a pieno titolo nell'habitat sociale, è riconosciuta, stimata, valorizzata. Basta frequentare i bar o tanti locali pubblici durante le varie ore del giorno, imprenditori mafiosi incontrano professionisti o imprenditori normali. Di cosa possono parlare? Di affari!? Mentre tutti pensano ancora all'esattore del pizzo, il mafioso intanto, con i capitali della droga, si è evoluto ed è diventato un uomo d'affari di successo, è capace di creare opportunità di lavoro, interagisce con altri imprenditori creando servizi a costi vantaggiosi, investe nel territorio avviando nuove attività, costruisce rapporti con il sistema bancario, non da fastidio, è diventato un modello da imitare. Tutto questo gli ha permesso di acquisire e gestire posizioni di potere all'interno del sistema sociale in cui opera. La presunta società “civile” è passata, senza battere ciglio, dall'eventuale contrapposizione alla contiguità, instaurando un rapporto di tolleranza-convenienza-alleanza con l'impresa mafiosa. Questo atteggiamento ha sviluppato un modello di controllo-comando che non è più caratterizzato dalla paura per la violenza della mafia ma  dall'utilità della stessa. Si è affermato in modo definito un principio: la criminalità economica è utile e non è un ostacolo per lo "sviluppo". E' avvenuta una contaminazione determinata e dettata dalla massa di denaro che genera la droga che ha interrotto e intorpidito ogni tipo di contrasto sociale. Senza i soldi della droga, oggi, la mafia, anche nel nostro territorio, sarebbe rintanata in una riserva. Urge creare una nuova antimafia ... sociale.

continua 


sabato 26 novembre 2016

LEGALIZZIAMOLA




Pochi giorni fa in questo mio umile spazio segnalai come da tempo l'agricoltura della fascia trasformata stia subendo una strana mutazione, una metamorfosi di tipo sudamericano. Nelle serre della nostra zona sempre più spesso si coltiva marijuana. Utilizzando un termine un po' forte l'ho ribattezzata la nostra zona “la fascia narcotrasformata”. Stiamo assistendo ad una nuova riconversione agricola. Le cronache degli ultimi tempi confermano la mia tesi. Infatti, in Sicilia e in particolare proprio nella nostra zona si produce la migliore erba italiana. Suolo con buone capacità nutritive, temperature medie annue tra i 19 e i 25 gradi, umidità alta, regalano fino a sei raccolti l'anno e un prodotto che ha un'ottima resa e pregio in termini di principio attivo. Per essere chiari: con la nostra erba lo sballo è garantito e certificato. Il tutto, naturalmente, è strettamente controllato dalla criminalità economica, la “GDO del settore”, che gestisce produzione, traffico e vendita sia all'ingrosso che al dettaglio. L'organizzazione di questa nuova produzione è perfetta. C'è chi individua i campi e le serre adatti e ben nascosti, chi si occupa di coltivare, chi di sorvegliare la produzione e chi trasportare il prodotto finito. Terra e manovalanza non né mancano. La crisi della serricoltura è stata ed è una fortuna per la mafia. Produttori travolti dai debiti, disoccupati e immigrati c'è ne sono tanti, basta vere la forza di assumersi qualche rischio, il reddito è certo. Un nuovo affare da milioni e milioni di euro, perché la marijuana non è come i pomodorini, le melanzane o i peperoni: raccogli, lavori, porti al mercato e poi si vede. No. L'erba è concreta, ripaga i sacrifici, è un prodotto che bisogna pagare tutto e subito e la criminalità economica non rinuncia mai alla concretezza. La mafia grazie a questa nuova pratica di coltivazione sta migliorando e rafforzando il controllo del territorio. Mentre le forze dell'ordine, nel nome del ridimensionamento della spesa, subiscono tagli e smorzature, la mafia grazie a questa nuova pratica di coltivazione si afferma con più forza, diventa sempre più punto di riferimento, accresce il suo potere economico e il rispetto. Così, mentre il contrasto e la legge soccombono, le regole della criminalità economica si impongono. Le regole non sono come le leggi che ti dicono che devi essere giusto e corretto, le regole dicono come si comanda un territorio, le regole conducono al rispetto e il rispetto lo merita chi possiede e può dare qualcosa.
La coltivazione di marijuana e il nuovo grande affare questa terra, la Sicilia, è al centro di questo affare. C'è solo un modo per tagliare definitivamente le gambe al nuovo business: legalizzare produzione e consumo. Non vedo altre strade. 

Per approfondire:




sabato 19 novembre 2016

La società dei borghesi piccoli piccoli


La Ragusa delle Istituzioni, delle solidarietà d'affari e di massoneria,
 dei rapporti  inconfessabili tra professionisti e “sperti e malandrini” 
si adopera per circoscrivere i danni. 

Dal Libro di Alfio Caruso “ I siciliani”



Pochi giorni fa nella pagina satirica di Facebrutt qualcuno degli amministratori ha scritto un post: A proposito di massoneria, a Vittoria ci sarebbero ben 800 fratelli muratori! E poi Giorgio Stracquadanio va dicendo in giro che l’edilizia è in crisi… ”. Un post ironico e burlesco, ma capace di mettere in luce un fatto che in questa città (in questa ex provincia) non ha mai suscitato una particolare attenzione. Al di la del numero - “800 fratelli muratori” - che mi sembra un tantino esagerato, la cosa mi ha incuriosito. Cercando su internet ho scoperto che in provincia c'è una presenza massiccia e radicata della massoneria. In particolare operano tre logge massoniche. Due aderenti al Grande Oriente d'Italia (G.O.I.) e una alla Gran Loggia Regolare d'Italia (G.L.R.I.). Ma cosa cercano i massoni iblei? Io, essendo orgogliosamente profano, non sarei mai arrivato ad una risposta, quindi ho girato la domanda ad una persona che non ha mai fatto mistero di essere massone. La sua replica è stata quanto mai singolare (vado a memoria): “L’ordine del mondo è basato su un segreto, ci sono uomini che sentono l'esigenza di capire questo segreto e si mettono insieme per arrivare alla Luce”. Appena lui ha finito di articolare la frase, stavo per pronunciare una di quelle volgari esclamazioni che caratterizzano il nostro dialetto. Fortunatamente la ragione è prevalsa sull'istinto e la lingua è stata immediatamente messa a freno. Comunque, questo gentile signore ha avuto anche la cortesia di evidenziare come le loro riunioni siano frequenti e partecipate, molti “adepti” sono di Vittoria e le iscrizioni sono in aumento. Ma come mai c'è tutta questa voglia di esoterismo, di segretezza, di “insegnamenti riservati a pochi”? Non so fino a che punto lo studio di queste “scienze” possa servire all'arricchimento dell'animo umano, ma penso, da profano convinto, che la massoneria attragga più per interessi materiali, come agevolare carriere oppure ottenere incarichi o favori, che per lo studio esoterico. Sempre da profano convinto, so (ma anche voi lo sapete) che esiste un'ampia letteratura che ritiene la massoneria il lato oscuro di ogni tipo di potere. Moltissimi massoni locali saranno sicuramente bravissime persone, ma hanno accettato di entrare in una associazione segreta in cui si fa un giuramento* di fedeltà estrema. Questa eccessiva devozione serve, forse, ad occultare delle scomode verità? I bene informati accennano anche che in provincia forse operino della logge coperte, frequentate da personaggi che non vogliono rivelare la loro appartenenza alla massoneria, sarà vero? Una cosa comunque pare certa: la massoneria in provincia di Ragusa affascina da tempo e occupa un posto di rilievo. Questo forse spiega perché in questa terra il non detto del passato, con i suoi segreti, fa sempre da trama al futuro e le vecchie ferite resteranno cicatrici nascoste, focolai di nuove infezioni.

Il giuramento* di affiliazione massonico, che va prestato sul Volume della Sacra Legge(?), è il seguente: Liberamente, spontaneamente, con pieno e profondo convincimento dell’animo, con assoluta e irremovibile volontà, alla presenza del Grande Architetto dell’Universo, prometto e giuro di non palesare giammai i segreti della Massoneria, di non far conoscere ad alcuno ciò che mi verrà svelato, sotto pena di aver tagliata la gola, strappato il cuore e la lingua, le viscere lacere, fatto il mio corpo cadavere e in pezzi, indi bruciato e ridotto in polvere, questa sparsa al vento per esecrata memoria di infamia eterna. Prometto e giuro di prestare aiuto e assistenza a tutti i fratelli liberi muratori su tutta la superficie della terra, prometto e giuro di consacrare tutta la mia esistenza al bene e al progresso della mia patria, al bene e al progresso di tutta l’umanità, prometto e giuro di adempiere ed eseguire tutte le leggi, i regolamenti e le disposizioni tutte nell’Ordine e di portare ossequio e obbedienza alla suprema autorità e a tutti quanti sono i miei superiori. Prometto e giuro di conservarmi sempre onesto, solerte e benemerito cittadino ossequiente alle leggi dello stato, amico membro della mia famiglia e massone per abbattere sempre il vizio e propugnare la virtù. Prometto e giuro di non attentare all’onore delle famiglie dei miei fratelli. Finalmente giuro di non appartenere ad alcuna società che sia in opposizione con la libera massoneria, sottoponendomi rispetto alle pene personali piú gravi e terribili”.

sabato 12 novembre 2016

Cancro, malattia sociale


Un altro amico si è ammalato di cancro. Con gli occhi gonfi di rabbia e voce rassegnata mi ha annunciato: “Giò, ho il tumore”. Così mi a detto. Come se il cancro fosse qualcosa che uno possiede. Come se Dio, i Santi, la Madonna, Gesù Cristo una mattina si alzano, si riuniscono e decidono di farti diventare proprietario di questa malattia. No, non sono loro che decidono, è ciò che respiriamo, mangiamo, spesso è anche il tipo di lavoro che facciamo che determina il tumore. Il cancro non si possiede, è il frutto dell'alterazione ambientale (nel senso più ampio possibile del termine) di un territorio. Il fatto stesso che si pronunci la frase: “ho il cancro”. significa che si ha scarsissima considerazione dei fattori ambientali. E' come se il cancro cresce, si sviluppa e fiorisce al tuo interno solo perché già ne possiedi i semi. Non solo, quando viene diagnosticato scatta il silenzio ipocrita. Non si deve sapere in giro che quella persona è malata. Come se il silenzio divorasse la malattia. E poi quando purtroppo si muore, non si muore per il cancro, no, si muore di “malattia incurabile”. Fino alla fine si fa finta di ignoralo. Tutti atteggiamenti che si sono consolidati nel tempo e ci hanno portato a sottostimare cosa mangiamo o a sottovalutare le condizioni dell'ambiente in cui viviamo, lavoriamo e passiamo il nostro tempo libero. Ignoriamo con naturalezza l'evidenza delle cause e degli effetti di questo degrado. All'omertà classica abbiamo affiancato l'omertà ambientale-oncologica. Bisogna cominciare a fracassare questo atteggiamento, questa quiete dolorosa e tragica, magari aprendo una interlocuzione sociale. Raccontare il malessere significa evidenziare i danni del nostro territorio e quindi sensibilizzare le istituzioni preposte ad avviare politiche di riqualificazione e risanamento. Siamo capaci di farlo? Oppure vogliamo essere i prossimi "ha possedere un cancro"?

sabato 5 novembre 2016

Aiuto!!

Non so voi, ma io comincio ad avvertire una ripugnanza impressionante per le troppe parole di questa campagna referendaria monopolizzata dal si. Fiumi di parole inutili che servono solo a nascondere, come polvere sotto il tappeto, il disastro economico e sociale che stiamo vivendo. I numeri, a differenza delle parole, ci raccontano qualcos'altro.
PIL. l'ultima nota dell'ISTAT ci dice che “Prosegue la fase di incertezza per l'economia italiana, con segnali di rallentamento dei consumi ... L'indicatore anticipatore non segnala prospettive di accelerazione dell'attività economica negli ultimi mesi dell'anno”. Siamo fermi. La cosa più sconvolgente è che il 13% del nostro PIL è originato dall'economia sommersa (inserita nel conteggio del PIL alla fine del 2014) Sto parlando di 211 miliardi generati da “imprese” invisibili al fisco che hanno lavoratori in nero e da “attività” legate all'economia criminale. L'illegalità ha assunto un ruolo di primo piano nella nostra economia per questo non viene contrastata come si deve. La nostra lieve crescita, + 0,7% PIL nel 2015, è legata a questo “nuovo modello di sviluppo”.
La Povertà è aumentata e cono essa sono ricomparse alcune condizioni che pensavamo estinte. L'ultimo rapporto della Caritas/ISTAT ci racconta di 1 milione e 582 mila famiglie  italiane che  vivono in uno stato di povertà. Un totale di quasi 4,6 milioni di individui, l'8% della popolazione italiana. Da questo dato si deduce quanto scritto dalla Fondazione Migrantes, la quale certifica che siamo tornati ad essere un paese di emigranti. 107.529 gli italiani espatriati nel 2015, in gran parte lombardi (20.088) e veneti (10.374). (Ma non sono i cittadini delle regioni più ricche governate da quella Lega che non vuole gli immigrati?). Di contro, nel Sud, in Sicilia, ci sono comuni molto vicini al nostro che si stanno svuotando. Più del 40% dei cittadini di Favara e Licata sono ormai residenti all'estero. Questo dato ci “narra” come sia fallito miseramente il jobs act. Intanto la disoccupazione giovanile, secondo l'ISTAT, (dati 31 Agosto scorso) è cresciuta passando dal 37,1% al 39,2%. A settembre è salito il tasso di disoccupazione complessiva passando dall' 11,4% all'11,7%. Grazie ai voucher cresce invece in modo esponenziale il lavoro precario: +35,9% rispetto al 2015 e + 71,3% rispetto al 2014.
Scuola. Non do nessun dato, utilizzo le parole del capo del governo: “la Buona Scuola non funziona ma la modifico solo dopo il referendum”
Banche. Su Monte Paschi di Siena gravano una caterva di crediti per lo più inesigibili. Unicredit vuole tagliare oltre 6000 posti di lavoro. Su Banca Etruria, Veneto Banca, Banca Marche, Carichieti e Cassa di risparmio di Ferrara, c'è da mettersi le mani nei capelli. A tutto questo si aggiunge che anche qualche banca locale non vive più momenti magici.

Lo so, qualche passionario del genio di Firenze dirà, o scriverà, che sono un gufo, ma questi dati io li sto solo registrando. Questi numeri sono frutto delle riforme fatte dal “magnifico”. Quindi prima di affibbiare figure zoomorfe a chi non la pensa come voi, vi ricordo che siete tifosi di un innominato che si atteggia a grande statista. Lo dico per il vostro bene, state attenti, rischiate di fare una brutta fine.   #votoNO