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martedì 9 giugno 2026

"Tutti i nomi. Rapporto sulle sacre famiglie di Sicilia" di Accursio Sabella



Gli immortali della politica siciliana. Persone di cui tutti parlano, ma sottovoce. Sono i continuatori di quel feudalesimo baronale che costituiva la classe dominante dell'isola. Come i baroni esercitarono per secoli un enorme potere politico ed economico sui propri territori, anche questi signorotti della nostra politica regionale, da decenni, passando di qua e di la, decidono, inquinandole, le sorti di questa terra.

Vi invito a leggere quest'articolo di Accursio Sabella apparso su "Il Foglio" (ogni tanto anche su quel giornale compare qualcosina di interessante). 

Buona lettura.

"Santi e santini di Sicilia cambiano faccia, senza prendersi il disturbo di cambiare il cognome. Spesso, non è necessario. In tanti, nell’isola, imparano presto che il voto è una preferenza, certo, ma anche una processione per la grazia, una supplica. È successo anche all’ultima tornata di elezioni amministrative che si concluderanno tra sabato e domenica con i ballottaggi. In Sicilia, sono tre i Comuni al secondo turno. Tra questi, anche un capoluogo di provincia, Agrigento. A pochi chilometri dalla città di Luigi Pirandello, in un paese di dodicimila abitanti, quindi al di sotto della soglia necessaria per andare ai ballottaggi, non ci sarebbe stato comunque bisogno di tornare alle urne. I cittadini, da quelle parti, si sono espressi con un plebiscito. “Garantirò la continuità amministrativa”, ha promesso a poche ore dall’elezione, come se ce ne fosse bisogno, il nuovo sindaco di Raffadali che di cognome fa Cuffaro. No, non si parla del più famoso Totò. E nemmeno del meno famoso Silvio. Il nuovo sindaco è Ida Cuffaro. Nipote dell’uno e dell’altro zio di Sicilia. Anzi, lo zio Silvio le ha anche lasciato la poltrona di primo cittadino. La continuità amministrativa? È continuità familiare, innanzitutto. Benedetta dalla democrazia. Quasi l’ottanta per cento dei votanti hanno scritto, sulla scheda elettorale, quella parola d’ordine che gronda di politica, di inchieste, di cadute e di miracoli. Una cognome che in quel paese è la password giusta per il consenso. E l’intreccio politico-familiare ha pure finito per generare un rompicapo, un corto circuito: l’ex governatore Totò, infatti, è finito ancora una volta nei guai giudiziari e ha patteggiato una condanna a tre anni di servizi sociali, insieme a un “daspo” insolito: non potrà frequentare esponenti politici e burocratici. Ma la nipote, che adesso è una politica, è, appunto, una parente. Come la mettiamo? In questo caso, interverrà la logica deroga, la cui assenza avrebbe finito per complicare feste e ricorrenze. Sì, Cuffaro senior potrà incontrare la nipote. È pur sempre una nipote.

Il frutto è caduto vicino ai rami, nel sacro giardino siculo degli alberi genealogici dove il governo regionale vuole riportare cervelli fuggiti dalla mediocrità e dalle logiche tribali. L’appello è stato lanciato nel burocratese di una leggina approvata poche settimane fa. La norma prevede, in sostanza, incentivi e sconti sulle tasse per chi volesse prendere residenza tra le parrocchie di Sicilia. Del resto, ai vertici di Palazzo d’Orleans tengono molto al “merito” (o all’insopportabile “meritocrazia” che almeno confessa come l’argomento sia il potere), dovrà essere quello il codice per sbloccare l’avvenire, il pin dello sviluppo. Il governatore Renato Schifani lo ha anche ripetuto agli studenti accolti pochi giorni fa nei giardini della presidenza in occasione dell’ottantesimo anniversario dello Statuto siciliano: “Voi siete il futuro”, ha detto. “La nostra sfida – ha ribadito ai giovani pochi giorni dopo – è creare i presupposti perché il lavoro non manchi in Sicilia. Questa terra è meravigliosa, non abbandonatela”.

C’è un grande prato verde, tra le parrocchie e le cattedrali di Sicilia. E qualche mese fa, un cervello è già rientrato nel giardino. “Mia figlia? Ha grandi qualità”, ha commentato Totò Cardinale, già ministro nei governi di centrosinistra ed esperto tessitore di maggioranze variabili, con quel cognome che beffardamente rimanda alle liturgie degli accordi. Era dalla parte del governatore gelese del Pd Rosario Crocetta, qualche anno fa, con la sua “Sicilia Futura” (e che, la retorica del futuro nell’isola non poteva diventare partito?) e adesso tra i più fedeli sostenitori di Schifani, insieme a un drappello di deputati regionali di ultima (o penultima) generazione, da sempre titolari di un pacchetto di voti consistente. Uno di questi di chiama Edmondo Tamajo, detto Edy, quartier generale a Partanna Mondello e capace, alle ultime elezioni europee, di portare a casa più di 120mila voti, un bottino così prezioso da costringere il vicepremier Antonio Tajani a chiedergli il beau geste del passo indietro, per lasciare il banco di Strasburgo a Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici e simbolo dell’antimafia prima dentro la giunta di Raffaele Lombardo, poi da candidata alla presidenza della Regione siciliana col Pd, infine da eurodeputata di Forza Italia. E Tamajo ha accettato, limitando il suo comunque amplissimo raggio d’azione alla Sicilia delle Attività produttive. È proprio nell’ufficio di gabinetto di quell’assessorato che siede oggi Serena Cardinale, 37 anni, figlia dell’ex ministro e dipendente della Regione Lombardia: “Se sono felice che sia tornata? Certo che lo sono”. Di sicuro, non si può dire che lo stratega di Mussomeli abbia mai ostacolato la carriera delle figlie negli ambienti politici: Daniela Cardinale è stata eletta alla Camera dei deputati per la prima volta nel 2008, quando aveva solo ventisei anni, e in parlamento è rimasta fino al 2022, per gran parte dell’esperienza tra le file del Pd, abbandonato nel 2019. E già si parla di una nuova candidatura alle prossime politiche, stavolta con i berlusconiani. Si vedrà. Intanto, la sorella Serena è nello staff di Tamajo, un incontro tra sacre famiglie sicule del voto. I Tamajo, infatti, non danno mica le carte solo alla Regione. Il padre di Edy, Aristide, è assessore all’Istruzione della giunta del sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Un ponte, quello dei Tamajo’s che lega Mondello al resto della Sicilia. Un ponte poggiato sul solido terreno del trasformismo: un po’ col centrosinistra, un po’ col centrodestra, poco importa. L’unico simbolo che conta è il cognome.

Discorso che vale anche a pochi chilometri dal mare di Mondello. Nel quartiere di Borgo Nuovo cresce e si moltiplica la famiglia Figuccia, esperta nel cercare (e trovare) i voti anche tra precari e interinali, tra Pip, Asu, Lsu, filastrocca dell’inestirpabile parassitismo siculo, fonte di tante ricchezze elettorali. Il capostipite è Angelo Figuccia che qualche anno fa si autoproclamava “consigliere comunale emerito”, anche, forse, sulla scorta di alcune prese di posizione pubbliche. Come quando festeggiava la Giornata della famiglia naturale, affermando che “forse (bontà sua, ndr) essere gay o tutelarne i diritti, sarà anche un modo per “essere trendy”, ma la vita non può seguire la moda”. Non una sorpresa, quell’uscita, per l’emerito che aveva affermato, pochi anni prima: “Dio ci castigherà per il registro delle unioni civili”. Senza dimenticare le crociate che puntavano a preservare la purezza del palermitano del centro storico dal fenomeno della prostituzione: “Non è più possibile che la sera debba stare barricato in casa per evitare di vedere questo triste spettacolo o, peggio ancora, rischiare di rimanerne coinvolto”. Che si sa, ti volti un attimo… Concetti che oggi sarebbero in sintonia col mondo al contrario di Roberto Vannacci. E a dire il vero, anno dopo anno, la famiglia Figuccia si è spostata sempre più verso destra. Basta seguire il filo dei movimenti del deputato regionale Vincenzo, figlio di Angelo, entrato all’Ars per la prima volta nel 2013, senza più uscirne. Primo approdo col vessillo del Movimento per l’autonomia di Lombardo, lo sbarco in Forza Italia, poi l’Udc con cui sarà eletto per la seconda volta, infine l’arrivo alla Lega di Matteo Salvini. Ma anche in questo caso, il partito non è indicativo. Come per i Tamajo, il cognome è già un simbolo. La famiglia è già un partito. Con i suoi avamposti. Oggi Sabrina, sorella di Vincenzo, è una combattiva consigliera comunale. L’altro fratello, Marco, il più giovane, è stato eletto consigliere della circoscrizione che comprende Borgo Nuovo, appunto. Lì dove sorge la chiesa della sacra famiglia Figuccia.

Ma non si pensi che il concetto di famiglia debba essere interpretato necessariamente nella sua accezione più pura del legame di sangue. A volte, basta un matrimonio. Serafina Marchetta, detta Rossellina, nel 2022 è volata dai banchi del consiglio comunale di Grotte, comune confinante con la sciasciana Racalmuto, a quelli preziosi di Palazzo dei Normanni. Un successo elettorale? Non esattamente. Perché l’onorevole Marchetta raccoglierà un bottino di voti paragonabile a quello di un’elezione a capoclasse: ben venticinque nella lista della Democrazia cristiana. Cosa ci fa, allora, all’Ars, con un dorato stipendio da quasi diecimila euro lordi mensili? Il marito Decio Terrana è il segretario regionale dell’Udc, partito che ha deciso di sostenere Schifani alle elezioni. E nel listino del presidente, composto da candidati che entrano direttamente all’Ars in caso di elezione dell’aspirante governatore, serviva una donna per fare quadrare il computo delle quote rosa. Una parrocchietta, in fondo, quella dei coniugi Terrana, come le tante che sorgono attorno alle grandi cattedrali del consenso. È anche il caso di due giovani dai cognomi noti, cooptati negli staff del governo regionale: Andrea Mineo, oggi, è un componente della segreteria particolare del presidente Schifani. Figlio di Franco, già deputato regionale di Grande Sud e anche lui con qualche vecchio grattacapo nei tribunali, Andrea, estraneo a quelle inchieste, nonostante non sia ancora quarantenne, ha già una carriera politica alle spalle: è stato assessore e consigliere al Comune di Palermo, ed è passato da Fratelli d’Italia alla Dc, fino a Forza Italia. A presiedere quel consiglio comunale, oggi, è Giulio Tantillo, storico riferimento azzurro nel capoluogo: anche lui ha un figlio trentenne e rampante, Fabrizio, attuale segretario dei giovani di Forza Italia in Sicilia ed entrato negli uffici dorati di Palazzo d’Orleans, nella segreteria di Schifani.

Basta smorzare le ambizioni, poi, e per le sacre famiglie di Sicilia si apre un mondo sotterraneo di assessorati, aziende, società pubbliche o partecipate, dove ritagliarsi un orticello di potere. Pochi mesi fa, tra un tentativo e un altro, tra un tira e un molla, è finito per esplodere lo scandalo dei cosiddetti “comandati”: persone assunte per lavorare negli esangui reparti degli ospedali siciliani e trasferite con un colpo di penna nei più comodi uffici degli assessorati. Tra questi, Giorgia Iacolino, figlia di Salvatore, ex europarlamentare di Forza Italia e potentissimo direttore generale della sanità, prima di finire dentro una spinosa inchiesta sui rapporti tra burocrazia, politica e mafia. La stessa Giorgia era già stata introdotta in politica: consigliera comunale ad Agrigento e candidata alle Europee per Forza Italia. Ma non solo. Nel lungo elenco dei comandati, spunta anche Maria Paola Ferro, moglie del sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Negli ultimi anni, invece, il Cefpas, un ente regionale che ha il compito di formare i professionisti della sanità sicula, è stato infarcito di parenti e amici di deputati e dipendenti. Ne è scaturita l’inchiesta denominata “La corte dei miracoli” che ha coinvolto, tra gli altri, il deputato regionale di Forza Italia Riccardo Gallo Afflitto per presunti incarichi e favori alla moglie.

E così, inchieste giudiziarie e saghe familiari rischiano di incrociarsi ancora una volta. Nel 2012, l’indagine per mafia a carico di Raffaele Lombardo portò alle elezioni anticipate in Sicilia: da quell’inchiesta l’ex governatore di Grammichele finirà assolto e politicamente riabilitato, al punto da essere tornato a dare le carte nella politica siciliana, con due assessori nella giunta di Schifani che rispondono a lui. In quella vecchia storia giudiziaria finì anche il fratello Angelo, che nel frattempo aveva raggiunto i banchi del parlamento nazionale: le accuse di mafia sono cadute anche in questo caso, resta una condanna per corruzione elettorale. Ma la famiglia Lombardo è grande. Nel 2012, all’Ars arriva il ventiquattrenne Toti, figlio dell’ex presidente. Dieci anni dopo, sarà la volta di Giuseppe, nipote di Raffaele, attualmente in carica.

Non ce l’ha fatta, invece, in quella stessa tornata e dalle stesse liste dell’Mpa, Luigi Genovese, figlio di Francatonio. Quest’ultimo, già sindaco di Messina, segretario regionale del Pd, poi parlamentare per dieci anni con i Dem e con Forza Italia, prima di schiantarsi anche lui contro un’inchiesta giudiziaria, aveva nutrito il proprio consenso in Sicilia con i frutti della formazione professionale, un settore che fino a una decina di anni fa muoveva centinaia di milioni l’anno e dava da mangiare a oltre diecimila famiglie. Per la verità, anche quella di Francantonio è una tappa intermedia di una lunga storia di famiglie e politica. Oltre a essere nipote del più volte ministro Nino Gullotti, Francantonio Genovese è figlio di Luigi, senatore della Democrazia cristiana per la bellezza di ventidue anni, tra il 1972 e il 1994. Ventidue anni. Uno in più di quelli compiuti dall’altro Luigi, il nipote, quando entrerà all’Ars nel 2017. Non ci riuscirà al giro successivo, come detto. Poco male. Le sacre famiglie di Sicilia non finiscono mai. E Luigi Genovese, figlio di Genovese e nipote di Genovese, erede di una sacra dinastia, è stato “ripescato” per guidare a soli trent’anni una delle aziende pubbliche regionali più importanti, cioè l’Ast, che si occupa di trasporto pubblico e dà lavoro a oltre cinquecento dipendenti, stagionali e interinali esclusi. Nel giardino siciliano degli alberi genealogici, i frutti non cadono mai lontano dai loro rami."


 

domenica 7 giugno 2026

Acate è solo la punta dell'iceberg

 


Cosa sta succedendo ad Acate? E’ da oltre un lustro che ciclicamente si succedono incendi di probabile natura dolosa. Dietro questi roghi potrebbero esserci circostanze tanto inquietanti quanto preoccupanti? Potrebbe essere. Acate da tempo vive una condizione un po’ particolare, ma è come se non fosse considerata, anzi pare proprio un luogo dimenticato. Eppure sono successe cose che avrebbero dovuto accendere i riflettori su questo piccolo centro del Sud Est. Nel novembre del 2019 l’auto di Riccardo Zingaro, un ambientalista che da anni denuncia i reati ambientali che vengono perpetrati lungo la costa iblea, viene incendiata. Nel luglio del 2022, Douda Diane, una persona, un lavoratore che in un video denunciava condizioni di lavoro disumane, scompare nel nulla e da allora non si trova, come se fosse stato ingoiato dalla terra. Nel 2024 un incendio di probabile natura dolosa distrugge i mezzi di un’impresa di movimento terra. L’estate scora una serie di incendi, anche questi forse dolosi, distruggono auto, mezzi di imprese, uno chalet, portoni di abitazioni, una successione di fuochi che crea una forte preoccupazione, ma passata l’attenzione tutto si ri-normalizza. Poche ore fa le due auto di un professionista sono state distrutte dal un incendio possibilmente doloso. In tutta queste serie di fatti, tanto gravi quanto angoscianti, c’è un unico denominatore: nessuno ha visto nulla! Viviamo nell'era del controllo totale, siamo circondati da telecamere, viviamo immersi nel wi-fi come i funghi sott'olio, sui social a qualsiasi ora del giorno e della notte si postano video di ogni genere, qualsiasi nostro movimento è scandagliato fino alle mosse più impercettibili, ma ad Acate di tutti questi fatti nessuno ha percepito qualcosa, anzi nessuno sa nulla.  Non sono mai successi?

In questo territorio, non solo ad Acate, è in atto un cambio del paradigma mafioso: imprese appalti, riciclaggio, gestione dei rifiuti, controllo dello spaccio; una miscela di affari che andrebbe analizzata e contrastata con metodi nuovi e diversi. Invece siamo fermi ad un'antimafia pirotolla e melodrammatica, avallata dagli organi inquirenti e capace di coinvolgere la presunta “società civile” in analisi datate. I suoi effluvi si manifestano, con tronfia prepotenza, in certe manifestazioni. Questo tipo di “contrasto” non impensierisce nessuno, anzi ha un retrogusto che spesso sa di ridicola autocelebrazione.  Servono nuovi approcci, nuove attenzioni per capire cosa sta succedendo in questa terra, sia economicamente che socialmente. Se questo non viene fatto aumenterà la sfiducia verso le istituzioni e la paura, ma proprio la paura è una potente macchina per creare consenso. Quando le persone si sentono minacciate, cercano ogni forma di protezione. Le mafie lo hanno già compreso, il loro passo successivo sarà il controllo diretto delle amministrazioni.

La foto è stata tratta da Google Immagini

martedì 26 maggio 2026

Fuoco 3, ipotesi e domande.








Le ipotesi sugli incedi dolosi che nelle ultime settimane hanno mandato in fumo due aziende di produzione imballaggi ortofrutta, una a Santa Croce Camerina e l’altra a Pachino, non sono poi così sottaciute come si possa pensare. Di tanto in tanto affiorano nelle discussioni che si fanno nei bar o nei luoghi di ritrovo. Ma le parole, quando si affrontano certe discussioni, restano sempre compresse, come il vapore della pentola a pressione. Ogni tanto c’è qualcuno che preme la valvola e fa sfiatare un po’ di gas carico di aromi che fanno intuire cosa potrebbe cuocere all’interno. Tutto questo però dura poco, il contenuto della pentola oltre a rimanere segreto deve tornare ad essere silenziosamente lessato…a fuoco lento.

Al centro di questo breve racconto vi è il cartone ondulato che è la materia prima per fare gli imballaggi per l’ortofrutta. Le cassette fatte con questo materiale sono prodotte con fibra vergine, un prodotto estratto dalla lavorazione di legni provenienti da alberi di foreste certificate. La fibra vergine è la più alta garanzia di igiene per i prodotti alimentari. Le cassette realizzate con questo materiale hanno, o dovrebbero avere, un unico impiego. Infatti, dopo un solo utilizzo andrebbero recuperate, pressate e ciò che resta riciclato e impiegato per altre produzioni. Ed ecco il primo inghippo: tutto questo avviene? Avrò modo, in altra occasione, di provare ad approfondire la cosa, per ora continuo il racconto.

Il cartone ondulato viene prodotto da industrie specializzate: le cartiere. Queste imprese, ovviamente, oltre a produrre la materia prima hanno anche dei canali per la commercializzazione della stessa, ad esempio: rappresentati o grossisti. Può essere che qualche rappresentate o grossista sia anche produttore di imballaggi? Potrebbe pure essere. Sempre per esempio: se in una società vi è un socio amministratore e l’altro è soltanto socio di capitale, cioè non opera direttamente all’interno dell’impresa, quest’ultimo potrebbe esercitare l’attività di rappresentante o grossista e pertanto potrebbe fornire al suo socio il cartone ondulato ad un prezzo di favore, mentre alle altre imprese dello stesso settore imporrebbe un “legittimo ricarico”. Se tutto questo trovasse un’eventuale conferma, si verrebbe a creare un mercato dove c’è un’impresa in grado di acquistare la materia prima ad un costo più basso e quindi capace di offrire un prodotto finito ad un prezzo più competitivo rispetto a quello dei suoi concorrenti. In questo caso si possono determinare le condizioni per una sorta di monopolio economico del settore. Ma, provando a scendere all’interno di certi particolari che potrebbero sembrare fantasiosi (e forse lo sono), ipotizziamo che la società interessata ad avere l’esclusiva commerciale sia legata, direttamente o indirettamente, alla criminalità organizzata; ipotizziamo altresì che alcune imprese concorrenti di questa, per quanto più volte gentilmente sollecitate, non vogliano acquistare il cartone ondulato dal grossista socio dell’impresa “monopolizzatrice”; cosa succede? Gli incendi dolosi nascono da questo rifiuto?  Ecco, questo è il busillis!!

Le economie mafiose crescono e si sviluppano grazie a spazi opachi dove politica, istituzioni e (presunta) società civile hanno rinunciato da tempo a non renderli trasparenti. Si è scelto, convintamente, di non vedere? Su certi temi è meglio essere ciechi, muti e sordi?


domenica 17 maggio 2026

Fuoco 2



Un'altra azienda di imballaggi è stata vaporizzata dal fuoco doloso. Dopo la "Orto Imballaggi" di Santa Croce Camerina adesso è toccato a "La Fenice" di Pachino. Fa caldo nel Sud Est Sicilia e l'aumento della temperatura non è determinato dall'arrivo della primavera, NO! Fa caldo perché le mafie di questa parte della Sicilia hanno deciso di entrate a pieno titolo nel controllo di un settore strategico per l'ortofrutta: la produzione degli imballaggi. Non c'è pomodoro, zucchina, peperone capace di viaggiare è arrivare nei supermercati o nei mercatini rionali senza essere messo prima in una cassetta e poi la stessa su un pallet.  Le mafie hanno stabilito che tutto deve essere prodotto dalle loro aziende, non vogliono più concorrenti. All'incertezza del libero mercato stanno imponendo la certezza concreta del loro monopolio.  Il messaggio è chiaro, è preciso: chi non si adegua verrà "infiammato". Fanno ridere le richieste di: "più controlli, più forze dell'ordine, ci vuole l'esercito, la video sorveglianza". Serve, e non da ora ma da anni, capire cosa sta succedendo nelle economie di questo lembo di Sicilia. Si è parlato e scritto tanto sulle dinamiche criminali, sulla composizione dei clan e come gli stessi si sono suddivisi il territorio. Sono state analizzate minuziosamente le loro principali attività illegali: spaccio, rapine, controllo delle bische clandestine, usura;  ma non si parla mai (o non si vuole parlare) di come le mafie sono entrate nell'economia legale; di come, grazie alle crisi, siano diventate padrone di interi settori economici; si ignorano (volutamente?) i loro innumerevoli complici. Servirebbero più ispettori dell'Agenzia delle Entrate, ma non per stressare soltanto i normali cittadini per gli errori nelle loro dichiarazioni IVA o dei redditi, ma per verificare cosa accade in certe attività, ma le Agenzie del Sud Est sono state via via depotenziate. Servirebbero più Ispettori della Banca d'Italia per controllare cosa accade all'interno degli istituti finanziari, ma le sedi di Ragusa e Siracusa sono state chiuse. Servirebbero organi inquirenti (intelligence) più attenti a certe dinamiche economiche ma gli organici dei commissariati e delle caserme (GdF e Carabinieri) sono stati ridotti a lumicino. Servirebbero più ispettori del lavoro ma non per logorare sempre e solo le solite piccole attività, ma per verificare anche cosa accade in certe attività. Tutto questo non avverrà mai. Anzi, non deve avvenire. Sarebbe una scelta politica deleteria che farebbe perdere consenso e come si sa le scadenze elettorali sono una appresso all'altra. E' molto più facile organizzare generici "percorsi di legalità", possibilmente sponsorizzati da qualche "azienda". Così mentre tutti sfiliamo, le mafie, indisturbate, conquistano in silenzio o col fuoco le economie di questa terra.

La foto è presa dal sito blogsicilia.it

sabato 9 maggio 2026

Peppino Impastato, "anatomia di una deviazione"


48 anni fa, il 9 maggio del 1978, il corpo di Peppino Impastato veniva prima massacrato a colpi di pietre e poi dilaniato dal tritolo. Magistrato e Carabinieri dissero che si era suicidato perché durante la perquisizione a casa sua avevano trovato un biglietto dove c'era scritto: "voglio abbandonale la politica e la vita". Quindi, secondo la loro ricostruzione Peppino andò vicino alla ferrovia e da solo prima si è fracassò a colpi di pietra e poi si è legò addosso il tritolo, infine accese la miccia e si fece saltare in aria vicino ai binari. Questa ricostruzione per certi versi venne subito digerita e rimase confermata per diverso tempo. Solo Democrazia Proletaria accusò subito la mafia di quell'omicidio. Va anche aggiunto che l'assasinio di Peppino si soprapponeva col ritrovamento del cadavere dell'on. Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse, e quindi giornali e media erano tutti concentrati su quel triste evento. E poi, a chi poteva interessare la morte di un giovane militante di sinistra che a Cinisi, un paesino sperduto tra la provincia di Palermo e Trapani, contrastava la mafia?  Allora la mafia non esisteva, era un'invenzione. 

La madre, Felicia Bartolotta, il fratello Giovanni e gli amici più intimi: Salvo Vitale, Faro Di Maggio, Pino Manzella; e poi Umberto Santino, fondatore e direttore del "Centro siciliano di documentazione Peppino Impastato", in tutti questi anni hanno trasformato il loro dolore in lotta, facendo emergere la verità. 22 anni dopo la morte di Peppino, il 6 dicembre del 2000, la Commissione parlamentare antimafia nella "Relazione sul caso Impastato" descriverà in modo minuzioso "l'anatomia di una deviazione", facendo uscire l'omicidio di Peppino dal cono d'ombra messo in atto da una parte delle istituzioni di questo Paese, dando così merito alla sua battaglia contro il contrasto alle mafie.  

Per chi fosse interessato a leggere l'atto, allego di seguito il link dove è pubblicato: 

https://legislature.camera.it/_dati/leg13/lavori/doc/xxiii/050/INTERO.pdf



domenica 3 maggio 2026

Fuoco


Il fuoco è l'effetto di una combustione. Si manifesta con una luminosità splendente chiamata fiamma e contemporaneamente ad essa con il rilascio di una grande quantità di calore e di gas. Il suo processo è irreversibile, consuma in buona parte ciò che brucia vaporizzandolo. Quello che rimane dopo una combustione è un residuo solido inorganico chiamato cenere. Quando il fuoco si propaga in maniera incontrollata provoca danni a cose o persone, in questo caso si parla di "incendio". Per queste sue caratteristiche "fisico-chimiche" viene utilizzato dalle mafie per risolvere le questioni...complicate. Quando certe controversie si protraggono per troppo tempo e non si chiudono per come si devono chiudere, arriva il fuoco risolutore. Fuoco che brucia locali lungo la riviera iblea, Fuoco che brucia cantieri edili. Fuoco che brucia le auto di attivisti ambientali. Fuoco che brucia barche ancorate nel molo di un porto. Fuoco che brucia rifiuti gestiti illegalmente. Fuoco che brucia attività che operano nel settore degli imballaggi o nel trasporto di ortofrutta. Forse il fuoco delle mafie ha pure vaporizzato le auto di servizio della Guardia di Finanza di Modica (ma questa è una mia valutazione che ad oggi non trova ancora conferma). Ma l'utilizzo dell'incendio doloso è sempre quell'atto intimidatorio utilizzato per obbligare un'attività a pagare il pizzo, oppure è diventato il mezzo per imporre un favore o un servizio? Questa domanda traccia nei fatti uno spartiacque tra ciò che erano le mafie di questa terra e ciò che sono diventate. Ho scritto più volte in questo mio piccolo spazio che le mafie iblee si sono trasformate in im-prese e queste, quando operano nel mercato legale, non cercano una sana competizione ma tendono ad eliminare ogni concorrenza, attraverso metodi che alterano le regole del libero mercato. Per esempio: se un'im-presa mafiosa opera nel settore degli imballaggi, dei trasporti, del commercio, o di qualsiasi altra attività, per conquistare il monopolio del mercato, si può permettere la possibilità di offrire il proprio prodotto o servizio ad un prezzo più basso,  magari agevolando i pagamenti. Perché può fare ciò? Ce lo spiega l'Ufficio Informazioni Finanziarie della Banca d'Italia attraverso una sua recente pubblicazione dal titolo significativo: 
"Il profilo finanziario delle imprese infiltrate dalla criminalità organizzata in Italia(https://uif.bancaditalia.it/pubblicazioni/quaderni/2022/quaderno-17-2022/QAR_17_marzo_2022.pdf). Questo studio ha analizzato come il flusso costante di denaro, che proviene da attività illecite come il narcotraffico o la gestione dei rifiuti, viene immesso nelle im-prese controllate dalle mafie. Nella pubblicazione vengono pure individuata le province dove questa pratica è più attiva,  la provincia, babba, di Ragusa  è  tra queste (si veda pag 6). Ovviamente la legalizzazione di questo denaro permette a queste attività di avere molta liquidità e quindi più capacità finanziaria, pertanto possono praticare prezzi e modalità di pagamento molto, ma molto, convenienti per i clienti.  Se qualche attività concorrente riesce a tenere testa a questa voglia di monopolio si può intervenire con il fuoco, ma non subito, E no! Il danno se si deve fare va fatto nel momento in cui il competitore è nel pieno dell'attività; ad esempio, nel settore degli imballaggi il periodo perfetto è durante la raccolta dell'ortofrutta, è in questa circostanza che c'è maggiore bisogno delle cassette dove produttori e commercianti sistemano gli ortaggi. Il fuoco, nel distruggere ogni  capacità produttiva, butta a gambe in arie il concorrente rendendolo incapace a soddisfare le richieste dei clienti i quali, per bisogno, saranno costretti a rivolgersi ad...altri. Le fiamme non bruciano solo l'operatività dell'impresa concorrente, ma riducono in cenere anche ogni tipo di rapporto lavorativo: operai, personale amministrativo e indotto perderanno, in buona parte, il loro lavoro e quindi al danno economico si aggiunge quello sociale. Ecco, questo è un esempio tipico di come le economie mafiose puntino a monopolizzare un settore creando sottosviluppo.

Oltre quarant'anni fa Pio La Torre affermava: "la mafia ha come fine l'illecito arricchimento. E' li che dobbiamo mettere i riflettori". Dopo tutto questo tempo è li che i riflettori devono essere ancora puntati...Strano! Eppure gli strumenti ci sono. Chissà perché non viene fatto?!

Foto tratta da Google Immagini



venerdì 1 maggio 2026

CIAO NINO



Nino Cavallo, storico dirigente della CNA, ha lasciato questa terra. Lo conobbi nell'autunno del 1996, io appena trentenne e da poco dentro l'organizzazione e lui già maturo dirigente regionale. Non ho mai condiviso molto la sua idea di organizzazione, ma parlare con lui, confrontarsi sui temi che riguardavano quel mondo fatto di piccole e micro imprese,  che provavamo e proviamo a rappresentare, era sempre stimolante. Con un garbo quasi paterno e con una semplicità che appianava ogni ostilità riusciva a sciogliere "nodi intricati". Da tempo manifestava l'idea del ricambio generazionale nell'artigianato, lo riteneva una sfida cruciale non solo per garantire continuità al settore ma soprattutto per impedire che i giovani abbandonassero il nostro territorio. Questa sua idea era diventata un cruccio, ne parlava sempre. Pochi mesi fa la mise nero su bianco. Più che un testamento è un garbato e accorato incarico che voglio pubblicare, non solo e non tanto per ricordare la sua figura ma come un utile promemoria politico per chi avrà la voglia e il piacere di leggerlo. Ciao Nì.

"Diffondere la condivisone di conoscenze ed esperienze tra pensionati e giovani per rilanciare il capitale umano, sociale ed economico del nostro Paese, Questo è l'obbiettivo di questo documento. La tecnologia è lo strumento per promuovere il confronto tra generazioni. Gli anziani tornano a scuola per imparare dai nativi digitali a familiarizzare con le nuove tecnologie, in cambio possono mettere nelle mani dei ragazzi conoscenza e sapere dei mestieri artigiani per rivalorizzarli e farli vivere in chiave moderna. Questo progetto, se riusciamo a sostenerlo avrà una potenza innovativa e dirompente, soprattutto perché indica il sentiero dentro il quale incamminarsi per lo sviluppo del nostro Paese. Una collaborazione intergenerazionale proficua, solidale e intelligente, una collaborazione che superi quel falso conflitto generazionale distruttivo, che sembra sia stato progettato negli ultimi anni da politiche poco lungimiranti o comunque con comunicazioni negative per mettere in contrasto le esigenze degli anziani e dei ragazzi. Questo progetto mira, insieme alle nuove generazioni, a diffondere la cultura dell'artigianato e della legalità, elemento indispensabile per la sopravvivenza delle imprese e di conseguenza della società. Voi ragazzi siete un patrimonio preziosissimo che nell'era digitale rappresenta un asso nella manica da giocare per vincere la sfida nel mondo della globalizzazione, sempre pronti a cogliere le sfide del cambiamento, sempre aperti al ricambio generazionale. Noi anziani siamo chiamati ad assumerci la nostra responsabilità e quindi a metterci in gioco cooperando ed elaborando progetti ambiziosi che indichino nuove strade da percorrere insieme. Siamo davanti ad una situazione di transizione con chiari e scuri che ha messo in discussione assetti e modi di pensare consolidati. Attori in campo ritenuti infallibili hanno rivelato improvvisa e imprevista fragilità. Hanno mostrato la loro vulnerabilità anteponendo all'interesse generale l'interesse personale. Un esasperato individualismo che, troppo spesso, ci impedisce di giocare in una squadra dove ogni singolo giocatore, se pur straordinariamente bravo, da il  meglio di sé solo se riesce a coordinarsi con l'interesse generale del gruppo. Qualcuno diceva: se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano vai insieme agli altri.BUON LAVORO!


venerdì 24 aprile 2026

La Città di Vittoria nella Resistenza.


Due anni, fa facendo alcune ricerche, ero riuscito a trovare più di 2.000 nomi di partigiani siciliani.  Tra questi mi saltò all'occhio quello di una donna, Giuseppina Di Guardo, una ragazza nata a Vittoria il 10/12/1920 (alcune fonti parlano del 1929).  Giuseppina era una giovane impiegata, è diventò operativa a partire dal novembre del 1944 nella brigata SAP "Borotti", in Emilia Romagna, una formazione molto attiva nell'Appennino piacentino, tra Liguria e la Pianura Padana. Quest’area era di fondamentale importanza per il controllo delle vie di comunicazione. Infatti, la zona fu teatro di costanti rastrellamenti tedeschi e scontri con l'esercito della RSI. La "Brigata Borotti" operava quindi in un territorio fortemente strategico e si distinse per azioni di sabotaggio e protezione del territorio, spesso operando in condizioni estreme contro le forze nazifasciste. La presenza femminile in questa formazione fu determinante non solo sul piano operativo, ma anche rappresentativo, perché contribuì a rompere preconcetti e steccati sociali profondamente radicati nell'Italia di quegli anni. Giuseppina fu una di quelle donne, una ragazza del profondo Sud, che oggi l'ANPI ricorda insieme ad altre 55 donne (ragazze) siciliane che diedero il loro importante contributo per la Liberazione dal nazifascismo e per un mondo diverso. 

Ma non c'è solo Giuseppina. Una ricerca guidata dal prof. Claudio Dellavalle (già ordinario di storia contemporanea presso l'università di Torino) e dagli Istituti storici della Resistenza del Piemonte, in collaborazione con il Ministero della Difesa, ha prodotto una banca dati con 108.421 nomi di partigiani, combattenti, patrioti e benemeriti che hanno svolto attività durante la lotta di Liberazione in Piemonte (regione dove la Resistenza fu tenace e combattiva). Di questi, 34 sono di origine vittoriese. Pubblico di seguito cognomi, nomi e relativi nomi di battaglia. Per chi volesse leggere le schede di ogni singolo patriota partigiano della nostra città, allego di seguito il link:  http://intranet.istoreto.it/partigianato/risultato_ricerca.asp

ALESSISALVATORESALVATOREscheda dettaglio
AMATOROSARIOTITOscheda dettaglio
BARONEGIOACHINOLUCAscheda dettaglio
BARRANOMICHELENAVIGAscheda dettaglio
BATTAGLIAFRANCESCOFRANCOscheda dettaglio
BATTAGLIAGIUSEPPECARLOscheda dettaglio
BATTAGLIASALVATORESALVATOREscheda dettaglio
BLANCOGIUSEPPEscheda dettaglio
CAPPELLOGIOVANNIscheda dettaglio
CARDILLOFRANCESCOFRANCOscheda dettaglio
CASANOSALVATOREFRA DIAVOLOscheda dettaglio
DE MARTINOGIUSEPPEPEPPINOscheda dettaglio
DE MARTINOMATTEOscheda dettaglio
DENAROFRANCESCOCECscheda dettaglio
DI CORRADOGIUSEPPEPORTHOSscheda dettaglio
DI STEFANOBIAGIOscheda dettaglio
GIOMBARESICARMELOscheda dettaglio
GURRIERIFERDINANDOscheda dettaglio
MALLIAGAETANONISOscheda dettaglio
MALLIAVINCENZOscheda dettaglio
MAZZONEGIOVANNIGIOVANNI BANDE NEREscheda dettaglio
MAZZONEGREGORIOFRA DIAVOLOscheda dettaglio
NICOSIAANTONIONINOscheda dettaglio
PORTELLIGIUSEPPEscheda dettaglio
PUMAVINCENZOscheda dettaglio
RAGUSAFILIPPOscheda dettaglio
SALERNOGIOVANNI BATTISTAGIANNIscheda dettaglio
SCHIFANOLUIGIILARIOscheda dettaglio
SCLALONEFRANCESCOscheda dettaglio
SELVAGGIOGIUSEPPEVITTORIOscheda dettaglio
SENIASEBASTIANOscheda dettaglio
SONIASEBASTIANOMARIOscheda dettaglio
SPATAROSALVATORESALVATOREscheda dettaglio
TROVATOGIOVANNIGIOVANNIscheda dettaglio

Sarebbe interessante, oltreché doveroso, se in una eventuale revisione della toponomastica cittadina, oppure con una lapide commemorativa, venissero ricordati i veri patrioti di questa terra. C'è un obbligo: togliere questi nomi dal lungo oblio in cui sono precipitati, dando loro la dignità che meritano.  Giuseppina e questi nostri 34 concittadini difesero un'idea di Patria che si basava e si basa, grazie alla Costituzione,  su valori come Libertà e Giustizia e non su sottomissione e iniquità.

domenica 19 aprile 2026

Unire i puntini per capire le mafie del Sud Est



Per capire cosa sta succedendo in certe economie del Sud Est siciliano bisogna unire dei puntini, come quei giochi che occupano alcune pagine dei cruciverba. In questo modo da quell’insieme surreale di numeri e punti - se vengono ben collegati - può venire fuori un’immagine chiara e precisa capace, forse, di descrivere una realtà.

1) Da tempo, la continua successione di crisi economiche sta mettendo in difficoltà diverse imprese, in particolare le piccole e le micro attività di questo territorio. Tutto questo è diventato una buona opportunità per quell’imprenditoria mafiosa che mira a diventare padrona delle crisi. 
2) Sembra che le mafie di questa zona della Sicilia si fossero costituite in un’unica cooperativa. La stidda (ciò che ne resta), elementi locali della mafia, mafia albanese ed esponenti legati alla ‘ndrangheta si sono messi insieme, intanto per non pestarsi i piedi tra loro e poi per mettere in connessione, e quindi rafforzare, le loro attività: prima fra tutte il narcotraffico (controllo e spaccio della cocaina) e poi l’estorsione. Quest’ultimo “business” non è  più quello che noi storicamente conosciamo, cioè il pizzo da chiedere alle imprese per sostenere la famiglia dei galeotti o per “sponsorizzare” un certo evento sportivo. No! Quello oramai è roba da mendicanti del crimine. L’estorsione di oggi si basa su far confluire il denaro prodotto illegalmente nell’economia del territorio. Un’attività è in crisi? Arriva “l’amico” che può dare aiuto rilevandola...estorcendola.
3) Per il sistema bancario un’impresa che presenta un piccolo segnale di difficoltà - ad esempio: non riesce, per i motivi legati alla crisi a rientrare dalla scopertura concessa - diventa subito “sofferente”.  I programmi del sistema la segnalano subito, facendola diventare immediatamente come un'attività con “esposizione inesigibile”. Alle banche non interessa se l’impresa è entrata in crisi perché lo Stato non ha ancora riconosciuto contributi o agevolazioni, oppure perché i suoi clienti non hanno pagato quanto dovevano. La logica della banca è tanto semplice quanto indecente: non riesci a rientrare? Ti blocco! 
4) Chi arriva in aiuto? La cooperativa! Con i soldi fatti grazie al narcotraffico. 
5) E come aiuta l’impresa in crisi? In molti casi comprandola. 
6) Come? Pare che i soldi del narcotraffico vengano messi in depositi bancari esteri, ad esempio a Malta. Sebbene l’isola dei cavalieri non sia formalmente nella "black list" dei paradisi fiscali, molte indagini internazionali hanno però evidenziato vulnerabilità strutturali. Infatti, pare che aprire un conto corrente a Malta è possibile anche senza residenza, basta fornire un documento d'identità (passaporto) e referenze bancarie. Generalmente per aprire un conto viene utilizzata come entità giuridica la società offshore, questa permette di ridurre il carico fiscale e soprattutto garantisce la riservatezza.
7) E' così, senza tanti clamori, si riciclano masse di denaro prodotte illegalmente e si diventa padroni delle economie di un territorio (?).
8) Uno stretto braccio di mare separa Malta dalla nostra Pozzallo da dove ogni giorno partono traghetti da e per l’isola dei cavalieri. Una rotta, che secondo diverse inchieste giudiziarie, spesso è stata ed è frequentata da personaggi vicini a certe “famiglie”.  

La figura che viene fuori unendo questi punti? Può essere quella che queste società offshore abbiano acquistato in questi anni imprese in difficoltà? Ecco questa è una domanda, o un immagine, che va girata direttamente agli organi inquirenti, sperando che prima o poi arrivi o una risposta oppure venga osservata con una certa attenzione.

L'immagine a corredo del post è tratta da Google Immagini

domenica 8 marzo 2026

E' morto Santapaola, ma il suo sistema economico criminale è più vivo che mai



Benedetto Santapaola, detto Nitto, è morto a 87 anni, nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano. “U ziu Nitto”, come lo chiamavano in segno di rispetto i suoi affiliati, era detenuto al 41 bis e condannato a 18 ergastoli.  La sua ascesa criminale risale agli anni 70/80 in una Catania che in quel periodo veniva definita “la Milano del Sud”, dove un sindaco, il democristiano Angelo Munzone, subito dopo l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, poteva serenamente dichiarare: "Catania è una città che non ha la mafia. La mafia è a Palermo".  E si! Perché per anni nessuno - oltre Fava, i suoi carusi e pochissimi altri - si era accorto, o meglio faceva finta di non accorgersene, cha a Catania c'era cosa nostra. E' grazie a questa complice indifferenza che cresceva la forza criminale e imprenditoriale di Santapaola, il quale da un lato eliminava, con la stessa ferocia dei boss dei cartelli messicani, concorrenti, rivali e oppositori; dall'altro costruiva, con la capacità di un top manager, i rapporti con l'imprenditoria e le istituzioni catanesi. Tutto questo si materializzava nelle foto con prefetti, questori, politici e alti prelati. Storica è la foto che ritrae il boss,  un imprenditore e l’allora primo cittadino di Catania, Salvatore Coco, mentre brindano durante l’inaugurazione di un noto negozio (foto tratta dall'articolo "L'ultimo padrino di Catania" di Laura Distefano pubblicato LiveSicilia.it il 03.10.2021)


E' lui che avvia nei fatti il processo di modernizzazione della mafia, facendola diventare da volgare organizzazione criminale ad impresa capace di monopolizzare qualsiasi settore economico: dai trasporti, all'edilizia, dal commercio all'agroalimentare. Il terreno di sperimentazione non fu solo Catania ma l'intero Sud Est siciliano Un ruolo determinate all'interno di questo nuovo "modello di sviluppo" sarà svolto da quell'area grigia fatta di professionisti, banche e imprese.  La stessa  riciclerà, in numerose e svariate attività imprenditoriali, i soldi prodotti illegalmente dal clan Santapaola, ricavandone utili economici e potere.  Questo nuova struttura economica mafiosa, tanto efficiente quanto indecente, contaminerà anche le cosche del siracusano e del ragusano che vedranno in Santapaola il riferimento assoluto e per questo gli saranno grati ospitandolo e proteggendolo durante la sua lunga latitanza.  

Giuseppe Fava fu uno dei pochi a capire e raccontare l'evoluzione, gli intrecci, le complicità, gli interessi economici e le connivenze politiche di questo nuovo "modello di sviluppo"; prima sul "Giornale del Sud" e poi, più compiutamente, su "i Siciliani". Per questa sua coraggiosa sfrontatezza fu prima ammazzato e poi, da morto, denigrato. Il sistema imprenditoriale-criminale che "u Ziu Nittu" aveva costruito era riuscito a coinvolgere e corrompere un pezzo consistete di quella presunta società civile che invece di ribellarsi e rifiutarlo ci scese a patti, cogliendone le tante opportunità nel gestirlo, ricavandone così profitti, consenso e potere. Fava con  "I Siciliani" aveva individuato il male e ne descriveva la sua metastasi. Era diventato un fastidioso ostacolo da rimuovere, perché in Sicilia, da sempre, chi pone un problema diventa il problema. Ora Santapaola non è più, ma il suo sistema (anche quando lui era in regime di 41 bis) rimane ben saldo e strutturato e governa, senza nessuna vergogna e in modo "perfetto e osceno", le tante economie del Sud Est siciliano.

La foto che apre il post è stata tratta da Google Immagini


sabato 7 febbraio 2026

Niscemi, la sua frana e il NO al referendum


 

Il titolo di questo post potrà sembrare curioso ma se avete voglia di leggerlo capirete che tanto strano non è.

La frana di Niscemi è l’emblema dell’Italia che vive sul baratro e rimane lì a guardare l’abisso sperando di non crollare. Attendere che il peggio non arrivi mai è la peggiore delle condizioni. Questo aspettare crea speranza e la speranza non è altro che una trappola, un’insidia.  Speranza è una parola che porta con se il retrogusto dell’inganno. Viene utilizzata dalla classe dirigente per dire alle persone: state buoni, state in silenzio, vediamo cosa si può fare, una soluzione si trova sempre, intanto si rimane sospesi. A Niscemi, per anni, la speranza è stata alimentata lasciando fare. In questo modo si è potuto costruire, riqualificare o modificare edifici su un'area instabile. Poco importava se il Cav. Saverio Landolina Nava, nel 1794, aveva descritto dettagliatamente il "casma" (la voragine) che si era aperto proprio in quella zona nel marzo del 1790. Il "ceto dirigente" (sic) sicuramente avrà pensato: sono storie vecchie. La modernità, lo sviluppo, non possono essere fermati da queste narrazioni capaci di affascinate pseudo intellettuali attempati e rincitrulliti. Il Servizio Geologico Italiano segnalava da anni l’instabilità di quel versante, lo aveva pure mappato in una carta geologica del 1951, ma se ne sono fregati. Chi governava si sarà chiesto: ma l’evoluzione urbana può essere fermata da una carta colorata con dei segni insignificanti? E poi è arrivata la frana del 1997, il primo vero grosso segnale di pericolo a cui fece seguito un piano per l’assetto idrogeologico, redatto nel 2006, dove diverse aree del comune di Niscemi venivano già classificate a rischio molto elevato. Di seguito, nel 2022, arrivò l’aggiornamento del piano per l’assetto idrogeologico che descriveva una situazione ancora più critica.  Relazioni, studi, parole scritte che mettevano limiti e vincoli al bisogno di urbanizzare quel pezzo di città e che avevano, secondo la classe dirigente, una colpa: sopprimere la speranza. E NO! La speranza, non può essere rimossa dalla parola scritta, la speranza va coltivata con parsimonia e ogni impedimento che prova ad eliminarla va trattato con un diserbante straordinario: l'indifferenza. In tutti questi anni, le classi dirigenti che si sono succedute, hanno fatto finta che queste parole scritte non ci fossero, invece hanno seminato e concimato i vizi di chi voleva speculare e i sogni di chi, con tanti sacrifici, si era potuto fare una casa. Questa speranza ha creato consenso concreto per pochi, ma nei fatti, per tanti cittadini di Niscemi, è stata una fasulla realtà. Queste persone, di colpo (si fa per dire), una domenica di fine gennaio, nell’anno del Signore 2026, hanno visto i loro sacrifici lesionarsi, finire sull'orlo del baratro o peggio sventrarsi e precipitare. Ma questa tragedia annunciata ha messo in moto nuovi appetiti, ha riacceso una nuova speranza: si parla già di new town. Si sentono già le risate di sottofondo, come fu per il terremoto del l’Aquila, si ode già il rombo delle ruspe che consumano nuovo suolo e l’eco frastornante dei nuovi cantieri. Tutto questo mentre il procuratore di Gela, il dott. Salvatore Vella, avendo letto le parole scritte nelle relazioni degli ultimi anni ha subito dichiarato: “partiremo dai fatti del 1997 e non faremo sconti a nessuno”. Frase che ha messo un bel po' di dubbi sulla new town, ma soprattutto ha terrorizzato quella classe dirigente che ha pompato e pompa sulla speranza. C'è profumo di manette? Di processi? Di condanne? Sicuramente! Però, l'italietta dei furbetti che si atteggiano ad élite ha sempre una via di fuga. La stessa classe dirigente che ha alimentato e alimenta speranze è già attiva da tempo nel sostenere il si al referendum confermativo sulla riforma della magistratura. La vittoria del si sarebbe il loro salvacondotto, perché, come dicono i sostenitori di questa "riforma", “la vittoria del si farà recuperare alla politica il suo primato costituzionale…l’invasione di campo dei magistrati verrà ricondotta… il si è la risposta più adeguata a una intollerabile interferenza nelle scelte politiche di chi amministra o governa”.  

Tutto questo va impedito. Bisogna andare a votare e segnare il NO. Va fatto non solo per difendere la Costituzione e preservare l'autonomia della magistratura, va fatto pure per Niscemi, per quei cittadini (non tutti) che sono stati illusi dalle speranze alimentate da anni da lor signori.  

La foto del post è tratta da Google Immagini