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sabato 28 ottobre 2023

SERRICOLTURA SOSTENIBILE, LA FASCIA TRASFORMATA NON DEVE DIVENTARE "LA TERRA DEI FUOCHI".


Negli anni sono diventate diverse le emergenze ambientali lungo la fascia serricola del Sud Est siciliano. La pratica illegale delle fumarole sta appiccicando a questa zona l'appellativo di "Terra dei Fuochi". Queste problemi vanno definitivamente affrontati. Non si può più perdere tempo. La poca qualità ambientale rischia di mette seriamente a rischio il pregio dell'ortrofrutta che si produce e di conseguenza la tenuta economico sociale di questo territorio.

Sappiamo tutti che produrre beni o servizi da consumare è lo scopo di ogni attività economica, ma questa funzione implica, da sempre, sia lo sfruttamento di risorse naturali sia l'utilizzo di vari materiali che poi, in parte, diventeranno rifiuti dispersi nell'ambiente. Aumentare la produzione oltre a far cresce il depauperamento delle risorse implica anche un maggiore uso di materiali generando più rifiuti.  La serricoltura siciliana è all'interno di questo schema economico, è un modello di produzione agricola avanzato, capace di produrre ortofrutta di alta qualità. Nel tempo è diventata sempre più energivora (consuma sempre più acqua e sfrutta sempre di più il suolo),  per crescere ha sempre più bisogno di materiali (plastica, polistirolo, ferro,...)  che poi diventano rifiuti, quasi sempre smaltiti in modo poco legale. E' evidente come questo modello produttivo, sviluppatosi lungo la fascia Sud della Sicilia, se non modifica molti dei suoi aspetti attuali non sarà più sostenibile. Il rischio è che i livelli di sfruttamento e di inquinamento superino la capacità dell'ecosistema di "assorbirli" mettendo così definitivamente a rischio  la qualità dell'ambiente e di conseguenza quella delle produzioni. E' urgente, e non da ora, un cambio di mentalità che si basi su un concetto semplice ma diverso rispetto all'attuale: "fare di più utilizzando meglio e di meno". Sembra facile a dirsi e a scriverlo, ma nei fatti è molto complicato. 

Per molti serricoltori produrre in modo sostenibile non viene ancora percepito come un'esigenza, risulta un fatto molto poco concreto, diseconomico. Tra di loro prevale un irremovibile conservatorismo che viene assecondato e giustificato, in modo trasversale, da buona parte della classe politica. Però alcune tecnologie e servizi che possono migliorare in modo sostenibile un modello produttivo così importante già ci sono. I vivai invece di utilizzare i vassoi in polistirolo, dove si seminano e germogliano le piante poi coltivate nelle serre, potrebbero utilizzare dei vassoi in plastica che, a differenza dei precedenti, andrebbero riconsegnati al vivaio per essere riutilizzati dopo la sanificazione.  In questo modo verrebbe eliminato un rifiuto molto valido per attivare le fumarole.  

Discarica abusiva di vassoi in polistirolo

Vassoio in plastica

Sanificatore vassoi in plastica

Il filo e i gancetti in plastica che servono per legare e sostenere la pianta possono essere sostituiti da filo e gancetti in fibra vegetale.  Molti produttori  lamentano scarsa resistenza e un costo elevato sia dei gancetti e sia del filo in fibra vegetale. La resistenza ormai è un falso problema, le caratteristiche di questi materiali sono molto simili, se non uguali, a quelli in plastica.  Sul costo,  sono stati analizzati i costi di gestione complessivi di un'azienda di 10.000 mq. Per un ciclo lungo di produzione di pomodoro ciliegino (settembre giugno) in media si spendono circa 80 mila Euro. La spesa relativa al filo e ai gancetti in plastica incide circa l'1%. Per quelli in fibra vegetale la spesa può aumentare, massimo, di un altro 1%. 

Fratta pronta per alimentare una fumarola

Una spesa irrisoria renderebbe la fratta, cioè gli sterpi delle piante dei prodotti ortofrutticoli, un normale rifiuto vegetale. In questo modo invece di essere estirpata e ammassata fuori dalle serre  - con fili e ganci in plastica aggrovigliati - e poi essere utilizzata per alimentare le fumarole, potrebbe essere trinciata sul posto. Il prodotto della trinciatura, cioè erba sminuzzata, proteggerebbe il suolo, creerebbe ostacoli alla formazione di erbe infestanti, si trasformerebbe in concime migliorando la qualità della terra su cui si produce.

Due proposte fattibili tra le tante che metterebbero fuori uso due rifiuti (polistirolo e fratta) che sono di fatto il carburate principale delle fumarole. Per agevolare queste proposte potrebbe essere utile da un lato una norma che porti i vivai a non utilizzare i vassoi in polistirolo in favore di quelli in plastica;  dall'altro una misura agevolativa - un credito d'imposta (?) -  per i produttori che acquistano i lacci e i gancetti in fibra vegetale al posto di quelli in plastica.  

L'eliminazione di questi due rifiuti ridimensionerebbe il ruolo delle ecomafie di questa terra. Non nascondiamoci dietro un dito, ci sono state e ci sono troppe anomalie nella gestione dei rifiuti serricoli. Sono una risorsa, un business, troppo importate per l'imprenditoria criminale.  Gestirne la raccolta significa controllare il territorio e le aziende. L'inchiesta "Plastic free" dell'ottobre del 2019, ci ha confermato come da tempo le organizzazioni criminali di questo territorio si siano appropriate dei rifiuti delle attività serricole e ne abbiano fatto un uso, diciamo, "distorto". Alla luce di questi fatti sorgono due domande: ma tutte le fumarole possono essere addebitate all'insensibilità dei produttori? Non c'è il sospetto che alcune siano attivate per bruciare qualcos'altro e i vassoi in polistirolo e la fratta possono essere utilizzati per azionare e per coprire ciò che si brucia? Domande che meriterebbero un serio approfondimento da parte degli organi inquirenti.

La serricoltura ha avuto e ha un ruolo economico e sociale fondamentale per questa terra. Ha creato e crea lavoro e reddito, ha impedito che la nostra costa venisse deturpata dagli impianti petrolchimici, ma è anche diventata troppo invasiva. Questo modello di produzione agricola è valido e importate, ma va rivisto nel suo profondo, va obbligatoriamente condotto verso la sostenibilità. I territori agricoli che si sono via via convertiti verso questo concetto stanno diventando appetibili anche da un punto di vista turistico. C'è un binomio che sta diventando un unicum indissolubile: la qualità di un prodotto dipende dalla qualità ambientale del territorio in cui si produce quel prodotto.  

Le denunce fatte negli anni dalle associazioni ambientaliste (Fare Verde, Legambiente, Terre Pulite)  hanno avuto il merito di aver messo a nudo un problema. Ma dopo la denuncia servono le proposte. I prodotti di questa terra nei prossimi anni saranno fortemente ricercati nei mercati europei per un insieme di fattori che si sono inanellati a nostro favore. Le produzioni del Nord Africa sono fortemente diminuite per colpa della siccità (https://www.freshplaza.it/article/9533236/il-cambiamento-climatico-e-una-realta-per-l-agricoltura-marocchina/). Le produzioni del Nord Europa - fatte in serre riscaldate - causa l'aumento del gas (guerra in Ucraina) sono state significativamente ridimensionate (http://www.corriereortofrutticolo.it/2022/09/12/prezzi-del-gas-alle-stelle-olanda-le-produzioni-serra-crisi-profonda/).  E' evidente come la fascia trasformata siciliana e il suo modello produttivo sono, in questo momento, un punto di riferimento per il mercato dell'ortofrutta europea.  Non possiamo sprecare quest'occasione. C'è l'obbligo di invertire velocemente la tendenza attuale. Dobbiamo riappropriarci di un concetto che abbiamo rimosso troppo velocemente: agricoltura significa difendere l'ambiente lavorando la terra, mantenendo il suolo sano e permeabile ed evitando in ogni modo qualsiasi tipo di inquinamento. Questo concetto oltre ad avere un'incidenza economica è un obbligo civile e morale che la classe politica, le istituzioni, il sindacato, le associazioni e soprattutto il mondo produttivo devono mettere in cima alle loro agende. 

 Perseverare ignorando le evidenze,  continuare a giustificare certi comportamenti, assecondare il conservatorismo di molti produttori, accusare chi pone un problema (associazioni ambientaliste) di essere il problema, non avanzare proposte affinché tutto resti com'è,  non denunciare gli interessi delle ecomafie,...potrà determinare consenso, consolerà il dolce oblio che caratterizza questa terra, ma ci sta portando ad essere definiti, in modo indelebile, "Terra dei Fuochi" o "Chernobyl della Sicilia". Queste frasi ci vengono già incollate nelle varie narrazioni. Vogliamo che queste marchio di "Indicazione Geografica Protetta" attesti definitivamente i nostri luoghi e le nostre produzioni? Oppure è arrivato il tempo di avviare un serio cambiamento verso la sostenibilità ambientale della serricoltura!?


domenica 17 settembre 2023

Provincia di Ragusa, gioco d'azzardo online, numeri allarmanti.

C'è un libro, pubblicato recentissimamente da Federconsumatori e CGIL che la nostra classe politica e le istituzioni preposte dovrebbe leggere e rileggere: IL LIBRO NERO DELL'AZZARDO. Mette in luce l'enorme massa di denaro che ruota intorno al gioco d'azzardo, sia nelle sale gioco, sale slot fisiche e online. Secondo questa pubblicazione la Sicilia è la seconda Regione in Italia per euro spesi nel gioco d'azzardo online: 8,67 miliardi l'anno. Di seguito le cifre complessivamente spese ogni anno, in ogni provincia siciliana, per il gioco online compatibili con la popolazione residente:

Palermo - 2,5 miliardi
Catania - 1,9 miliardi
Messina - 1,2 miliardi
Siracusa - 786 milioni
Trapani - 620 milioni
Agrigento - 546 milioni
Ragusa - 441 milioni
Caltanissetta - 344 milioni
Enna - 238 milioni.

Significativo il dato della nostra provincia, dove la raccolta pro capite on line (l'età dei giocatori è compresa 18 - 74 anni) varia tra i 1.900 e i 2.300 euro. Facendo una breve ricerca su Google Maps, nel territorio provinciale vi sono circa 115 sale giochi. Alcune di queste sono aperte anche h 24 . Diverse hanno le sedi operative nei pressi degli istituti scolastici.
Numeri che oltre a preoccupare evidenziano, come ha dichiarato Alfio La Rosa, presidente di Federconsumatori Sicilia, che "il gioco d'azzardo online è un'eccellente lavanderia per il denaro sporco e molti siti di scommesse apparentemente legali, in realtà, hanno alle spalle società in rapporti con la mafia. Come è stato tra l'altro accertato in più casi, ad esempio a marzo 2021 quando la Guardia di Finanza ha scoperto che il clan Santapaola-Ercolano usava una piattaforma di gambling maltese, non autorizzata ad operare in Italia, per ripulire il denaro".

Dati e fenomeno che non possono essere più né ignorati né sottovalutati perché oltre ha creare problemi di dipendenza e a finanziare le economia mafiose crea il sovraindebitamento di tanti giocatori che possono finire tra le braccia di estorsori di ogni tipo. Penso che questo sia uno degli elementi che sta determinando l'impoverimento di questo territorio.

I comuni, per contrastare questo "fenomeno", posso intervenire con due tipi di atti: le ordinanze sindacali e i regolamenti comunali. Con le prime, il Sindaco generalmente interviene sulla disciplina degli orari di apertura delle sale gioco e di funzionamento degli apparecchi del gioco (anche collocati in altre tipologie di esercizi; es. bar, tabaccherie): ciò è possibile farlo sulla base dell’art. 50, comma 7 del TUEL che assegna al Sindaco un potere di intervento sugli orari degli esercizi commerciali e dei locali pubblici. I regolamenti comunali, invece, intervengono generalmente su vari profili, tra cui spicca quello del distanziometro dai luoghi sensibili (es. scuole).

Su questo tema proverò a dare dati e analisi più precisi, intanto allego la tabella sulla raccolta pro-capite online anno 2022 (età 18-74 anni) per provincia di residenza (fonte: Federconsumatori - Elaborazioni su dati ADM e Istat) che da un'idea più chiara sulle dimensione del problema.




domenica 10 settembre 2023

Fumarole e riciclaggio

Foto tratta da Google Immagini

C'è una foto, scattata qualche settimana fa dal sig. Daniele Campagnolo e poi pubblicata nella sua pagina Facebook, che da sola è capace di raccontare contemporaneamente la bellezza di questa terra e il modo con cui la stessa viene sfregiata continuamente e brutalmente.

                                      

Alla base di questo atteggiamento barbaro, che sta deturpando un territorio vocato alla produzione di prodotti agroalimentari di prima qualità, c'è la cultura (si, cultura) del me ne frego (che nel nostro dialetto diventa "minnifuttu"). Un atteggiamento in grado di annullare qualsiasi forma di rispetto, capace solo di esaltare varie forme di arroganza, in grado di generare danni al territorio e alla salute di chi ci vive. E’ giusto sapere che quando questi rifiuti bruciano producono diossine e idrocarburi policiclici e aromatici. Pare che le particelle di diossine svolgano un ruolo sia nell’aria che respiriamo e sia nel suolo che calpestiamo e coltiviamo. Non lo dico io, lo dice l'ARPA (Agenzia Regionale Protezione Ambiente). Per la cronaca, le diossine non hanno la stessa indulgenza che abbiamo noi nei confronti di certi agricoltori, o chi per loro, i quali o all'alba o all'imbrunire bruciano cataste di rifiuti accumulati all'interno delle loro aziende. E NO! Le diossine si accumulano in modo irreversibile sui tessuti degli organi viventi, siano essi vegetali o animali. A lungo andare questo "accatastamento" pare che crei qualche problema anche al nostro sistema immunitario. E’ forse per questo che a Lucia, impiegata e giovane madre, in meno di un anno gli sono stati diagnosticati due tumori (uno al rene e l'altro alla tiroide)? E’ forse per questo che a Salvatore e a suo fratello Vittorio - entrambi braccianti - vengono accertati ad uno un tumore ai polmoni, all’altro un tumore alla prostata? Sarà sempre per questo motivo che a Peppe - elettricista - viene diagnosticato un tumore ai polmoni, mentre a Giovanna, casalinga, viene scoperto un cancro alla mammella? La lista è lunga e comunque, basta  guardare il Tasso Standardizzato Diretto sia per le donne che per gli uomini del nostro territorio (è la misura utilizzata per confrontare i dati dell’area in esame con altre aree geografiche per valutare possibili differenze di rischio oncologico), pubblicato nel Rapporto 2020 "Atlante sanitario della Sicilia",  per rendersi conto di cosa sia questa terra.  


Se le fumarole, come ha scritto giorni fa Giovanni Lucifora in un suo post su Facebook, sono nate con la pratica della serricoltura, significa che da oltre sessant'anni in questa terra si è imposta un'idea distorta del concetto di sviluppo, fondata sullo sfruttamento di ogni elemento ambientale, economico e sociale. Questa mescolanza di abusi è diventata il carburante cha ha alimentando alcune economie illegali di questa terra. I sindaci della fascia trasformata, chi più chi meno, in tutti questi anni hanno provato a sollecitare, a fare qualcosa, ma sono stati lasciati soli a contrastare un fenomeno via via crescente. Serviva (e serve ancora oggi) un coordinamento tra assessorato regionale all'agricoltura, alla sanità e all'ambiente i quali tramite le camere di commercio avrebbero dovuto (e dovrebbero)  istituire un catasto delle produzioni e quindi delle aziende in modo da avere una stima precisa della produzione dei rifiuti agricoli (plastiche, polistirolo, contenitori di agro farmaci, ...). Potevano (potrebbero) istituire tramite le prefetture un coordinamento delle forze dell'ordine (carabinieri, polizia di stato, polizia provinciale, e polizie municipali) e degli ispettorati del lavoro e sanitario, utile al controllo del corretto smaltimento di questi rifiuti. Tutto questo non è stato mai minimamente pensato.  E così, nel tempo, attorno alla difficoltà legate allo smaltimento legale di questi rifiuti e ai costi che lo stesso comporta, si è sviluppata una filiera illegale che è figlia del disinteresse delle istituzioni. E' così che il fenomeno delle fumarole - o meglio dei rifiuti di ogni tipo inceneriti illegalmente e capaci di ammorbare l'aria dell'intera fascia trasformata (da Pachino a Licata) -  è diventato uno dei tanti aspetti di questo pezzo di Sicilia. Questa cultura del "minnifuttu" non è stata mai contrastata con la cultura della responsabilità ma con quella dell'impassibilità mascherata da retorica della legalità. Non si può pretendere da un serricoltore lo smaltimento legale dei rifiuti prodotti nella sua azienda senza che le istituzioni lo guidino creando un minimo di servizi e di controllo. La cultura della responsabilità è osservazione, accompagnamento, guida verso le agevolazioni e verso comportamenti sensati e coscienti,  in modo da ottenere ordine, prospettiva, benessere e dignità.  Quando la cultura della responsabilità  viene impedita o peggio presentata come se fosse un ostacolo oppure un problema, o peggio un costo, allora prende piede la cultura del "minnifuttu",  determinata (e non è una giustificazione) dalla facile soluzione con costi esigui. E' grazie a questa cultura che le mafie hanno avuto campo aperto e piano piano si sono sostituite alle istituzioni mettendo in campo i loro servizi. 

Il controllo delle campagne è iniziato con il "servizio" raccolta delle plastiche dismesse e con esso il pizzo che "proteggeva" dai furti. Col tempo l'imposizione di questi "servizi" ha subito delle modificazioni. Via via ha preso piede "l'opportunità" di utilizzare le serre per produrre cannabis. E così pare che una parte della fascia vocata alla produzione d'ortofrutta abbia subito quello che da un punto di vista tecnico in agraria si chiama "avvicendamento colturale". Nelle serre si forma quel microclima fatto dal giusto mix tra calore e umidità, capace di accelerare e migliorare lo sviluppo delle piante, quindi anche per la cannabis. I dati sulla distribuzione regionale delle piante di cannabis sequestrate, pubblicati a pag 309 della Relazione annuale 2023 del servizio antidroga del Ministero dell'Interno,  ci dicono come le provincie che ricadono nella fascia trasformata,  Caltanisetta. Ragusa e Siracusa,  sono tra quelle più attive nella coltivazione della stessa. 

Produrre cannabis significa anche commercializzarla o scambiarla con altre droghe, vedi cocaina. La gestione di questo "comparto" genera masse di denaro (come si spiega la presenza all'interno di un'auto di circa centomila euro in banconote di vario taglio ben impacchettate?) che vanno reinvestite, riciclate nell'economia legale. 

Fumarole e riciclaggio è il nuovo binomio che ormai caratterizza questa terra. Un'accoppiata diabolica che le forze sane, al di la delle differenze politiche, devono trovare la forza di contrastare, prima che sia troppo tardi, prima che tutto: ambiente, economia, società, venga ammorbato cronicamente da questa combinazione nata del "minnifuttu" e adottata dalle economie criminali.

martedì 8 agosto 2023

AEROPORTO DI CATANIA, DOPO IL FUOCO UN SAC ... DI GUAI.

 

Foto presa da Google Immagini

Il ballo del "io non c'entro ... non è colpa mia"  attorno alle anomalie che incartavano l'aeroporto di Catania, inizia la notte tra il 16 e il 17 luglio. Il Terminal C dell'aerostazione in poche ore va in fumo. Un cortocircuito farà partire un incendio che scoperchierà una serie infinita di inadeguatezze infrastrutturali che una classe politica evanescente non ha mai voluto affrontare. 

Per capire la dimensione del danno bisogna prima sapere cos'è l'aeroporto di Catania. Il “Vincenzo Bellini” è il quarto aeroporto italiano con una media annua di oltre 100 voli al giorno (250 solo nel periodo estivo). Secondo la Relazione 2022 dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti, l'aeroporto di Catania, nel 2021, con i suoi 4.632.830 passeggeri è il primo per traffico nazionale. Ha superato Fiumicino, Malpensa e Palermo. La tratta Catania-Roma è la prima in Italia, nonché la quarta in Europa. Una struttura che presenta questi numeri dovrebbe avere un sistema di sicurezza all'altezza dei suoi primati, a cominciare dal sistema antincendio. Sicuramente, “sulla carta”, il sistema era a norma. Ma dopo il 16 luglio quella “carta” è andata in fumo insieme al Terminal C. E' stata “incenerita” da un condizionatore d'aria montato nello stand di auto a noleggio che, in un'afosa sera d'estate, o per il lungo utilizzo legato al caldo eccessivo o  per scarsa manutenzione, non ce l'ha fatta. Ha preso fuoco. Le fiamme oltre a distruggere una parte del terminal C, hanno messo in evidenza la fragilità dell'aeroporto e dei sistemi infrastrutturali ad esso collegati. Ma ciò che più è venuto alla luce è uno scontro politico che molti facevano finta di non vedere. Schifani, Lombardo, Prestigiacomo, Forzese, D'Urso, Trantino, Pogliese, Barbagallo, pezzi del centrodestra, frazioni del centrosinistra, organizzazioni di categorie e sindacali, “amici”, "compari", “alleati”, ... tutti appassionatamente armati l'uno contro l'altro. Dietro le accuse e i rimpalli di responsabilità si nasconde il motivo vero dello scontro. La madre di tutte le questioni: il rinnovo degli organi della Camera di Commercio del Sud Est. Questo ente con il 61.11%, è l'azionista di maggioranza della SAC, la società che amministra e gestisce l'aeroporto di Catania e di Comiso. L'ente camerale da qualche mese è commissariato. A questa condizione si è arrivati a colpi di sentenze del TAR e del CGA. Uno scontro apparentemente “amministrativo”, ma nei fatti fra fazioni “politiche”. Le punte avanzate di questo scontro sembrerebbero: da un lato l'ex presidente della Camera di commercio, Pietro Agen, dall'altra l'amministratore delegato della Sac, Nicola Torrisi (entrambi dirigenti di Confcommercio). Governare la CCIAA del Sud Est significa nominare gli amministratori della Sac, questi a loro volta gestiranno le infrastrutture aeroportuali (Catania e Comiso) e coordineranno e controlleranno le attività dei vari operatori privati presenti nel sistema aeroportuale. Ma non finisce qui. La Sac a sua volta controlla il 100% di Sac service, l'azienda di servizi dell'Aeroporto di Catania - altra società con amministratori che vanno nominati - che ha come oggetto sociale la gestione di strutture di supporto del traffico aeroportuale e dei trasporti in genere. Tra le parti politiche in lotta, di fronte a tanta abbondanza di nomine e di incarichi impera da tempo un tormentone: “ppi mia chi c'è!? … a mia cchi mi tocca!?” (per me cosa c'è!? … a me cosa mi spetta!?). Queste richieste, forse, piano piano, hanno fatto perdere alla CCIAA, il ruolo di ente promotore degli interessi generali delle imprese e delle economie locali. Di conseguenza anche l'aeroporto, passo dopo passo, ha smarrito il ruolo al servizio al territorio. Tutto questo non era politicamente vantaggioso? Sono diventati dei centri di potere capaci, alla bisogna, di assecondare i vizi antichi della politica? Forse si. Gli esempi non mancano. Come definire i bandi per la ricerca di personale, pubblicati nel sito della Sac service, in piena campagna elettorale per le amministrative di Catania e Acireale?

https://www.sacservice.it/wp-content/uploads/2023/03/PRM-Bando-selezione-Assistente-alle-persone-con-ridotta mobilita.pdf  

https://www.sacservice.it/wp-content/uploads/2023/04/Avviso-di-convocazione-prova-selettiva-Guardia-Particolare-Giurata.pdf 

Come spiegare l'utilizzo eccessivo degli appalti con affidamenti diretti o negoziati? Per essere più chiaro: dal 2018 al 2022 su 5.300  delibere per oltre 145 milioni di euro,  4.000 erano con affidamenti diretti per 113 milioni di euro.  L'Agenzia Nazionale Anti Corruzione, nell'agosto del 2022, con una nota sentì l'esigenza di evidenziare questo comportamento della Sac.  Sul totale degli appalti affidati negli ultimi 5 anni dalla società Sac, soltanto il 2% è stato assegnato con gara aperta. Il 98% degli affidamenti è stato conferito in modo diretto o negoziato. Ciò denota una gestione delle infrastrutture e delle attività presso l'aeroporto di Catania carente dal punto di vista della programmazione e non corretta applicazione del Codice degli appalti”. 

La risposta della Sac a questa sollecitazione fu, per alcuni versi,  un vero capolavoro di acrobazia linguistica (complimenti sinceri). 

L'ANAC è un'autorità di vigilanza con cui si ha un costante rapporto di collaborazione. La nota 2141/2022 non ha erogato alcuna sanzione ma ha invitato la società aeroportuale, così come indicato nella nota stessa, a prestare maggiore attenzione ad alcuni profili di carattere tecnico giuridico per una migliore applicazione della complessa e articolata normativa sugli appalti pubblici. In ogni caso, gli utili suggerimenti saranno accolti con riferimento ai contratti strettamente strumentali all'attività aeroportuale. La stessa ANAC ha difatti riconosciuto la Sac come impresa pubblica che opera in un settore speciale. La società opera nel rispetto del codice degli appalti e della trasparenza e comunicherà le determinazione assunte così come richiesto”.

https://www.anticorruzione.it/-/sac-troppe-ombre-sugli-appalti.

Quando si è impegnati a soddisfare questo tipo di esigenze, può anche succedere che, involontariamente, si presti poca attenzione alle gestioni correnti, come ad esempio verificare con ciclica cadenza il funzionamento dell'impianto antincendio. In questi casi  può succedere, come è successo, che, nel periodo dell'anno più importante per il turismo siciliano, un banale cortocircuito causato da un condizionatore blocchi, come ha bloccato, l'operatività del quarto aeroporto italiano, mostrando, al mondo intero, la totale inadeguatezza del sistema infrastrutturale dell'isola oltre all'immensa incapacità della sua classe politica, capace solo di litigare e rimpallarsi le responsabilità. 

“Se c'erano i privati tutto questo non sarebbe successo!”, ha esclamato qualcuno per sviare l'attenzione e riaprire una vecchia questione. A questo qualcuno sarà sfuggito come sono state gestite per anni le autostrade e il ponte Morandi in particolare. Una cosa però è certa, il cortocircuito oltre a bloccare l'aerostazione catanese ne ha soprattutto deprezzato il suo valore economico. Adesso, parlare di privatizzazione (che non è sinonimo di efficienza) significa svendere. Ora si che per qualcuno, privatizzare è un affare! C'è chi ha  esclamato: Per colpa di un condizionatore ci siamo ammuccati qualche miliardo. Di fronte a tutto questo disastro (o fortuna?) chissà adesso chi festeggerà.


giovedì 27 luglio 2023

"Pare che a causare l'incendio dell'aeroporto di Catania sia stata una stampante" Di Matteo Iannitti

Matteo Iannitti - con la sua scrittura lucida e sapida -  mette in evidenza, se ancora ce ne fosse bisogno, la "grande capacità" della classe dirigente siciliana. Buona lettura.





Era lì, sul mobiluccio bianco di un ufficetto di una compagnia di autonoleggio, sola, maltrattata, con le cartucce non originali, sempre presa a botte quando ritardava una stampa. Bersaglio di insulti quando non si connetteva al wifi dell'ufficio. Sempre senza carta. Un fastidio costante a quel cavo di alimentazione riciclato da una vecchia collega. Esasperata. La sera del 16 luglio ha deciso di dire basta. Voleva attirare l’attenzione. “Così mi daranno tregua, mi capiranno, mi tratteranno bene, cambieranno quel filo elettrico”. Si è sforzata, ha fatto un rumore strano ed è riuscita a fare una scintilla. Ci stava riuscendo, l’avrebbero vista finalmente, avrebbero capito. Un’altra scintilla. Fino a che il cavo non prende fuoco: “sono qui, venite ad aiutarmi, eccomi, vedete dovete cambiare il cavo, dovete trattarmi bene”. Ma niente. Nell’ufficio non c’è nessuno. Nessuno se ne accorge.
Demoralizzata la stampante smette di fare scintille e aspetta l’attivazione dell’impianto antincendio. Ma l’impianto è in manutenzione. E quindi è spento. “Verranno con un estintore”. Ma i lavoratori i corsi antincendio li hanno fatti solo online, senza nessuna prova pratica, nessuno sa dove sono gli estintori né come si usano. La stampante è avvolta dal fumo, sa di aver esagerato ma è ancora speranzosa. “Arriveranno i vigili del fuoco, sono qui dietro, quelli sono qui per risolvere subito ogni tipo di emergenza”. Ma niente, ancora non si vedono. Le fiamme aumentano, il fumo è sempre più denso. “Arriverà il capo assoluto, l’amministratore delegato della società che gestisce l’aeroporto, saputo del fumo e delle fiamme si precipiterà, ci penserà lui a togliermi le fiamme di dosso. Quale onore!” Ma niente, per ore e ore non si fa vedere.
Finalmente la prende in mano un vigile del fuoco. Vede una macchia nerissima sul cavo di alimentazione. E inizia a gridare: “colpa sua! Tutta colpa della stampante! Milioni di euro di danni! Migliaia di passeggeri con i voli annullati! Vacanze rovinate per migliaia! Gente ferita, gente depressa, gente esasperata! La reputazione di Catania rovinata per sempre! Tutto per colpa di una stampante!”
Amministratori delegati che guadagnano centinaia di migliaia di euro per saper gestire le emergenze, ministri, sottosegretari, ufficiali della marina militare, sindaci, presidenti di regione, sindaci, presidenti delle camere di commercio, consulenti da migliaia di euro, tutti lì a puntare il dito sulla stampante. “Vergogna! Ma che razza di stampante sei stata!”. “Ma ti rendi conto di cosa hai combinato!”.
La macchinetta del caffè all’angolo, anche lei tutta annerita dal fumo, è l’unica che prova a consolarla. “Fanno sempre così. Scaricano le responsabilità su chi è più piccola e indifesa. Se non eri tu, sarebbe stata una lavoratrice precaria, di turno la notte, per 600 euro al mese, che si trovava a passare”. “Loro sono così incapaci e miserabili da non sapere neanche chiedere scusa”.
“Tu non c’entri, cara stampante – gli fa eco il condizionatore – e non c’entro neanche io. Sono loro che pensano di valere un miliardo di euro, ma non valgono nulla. Pensa che ora si sono abbassati a tal punto da dare la colpa del loro disastro, a te, a una stampante”.

domenica 23 luglio 2023

Smettiamola di piritollare. La gestione delle droghe è la prima economia di questa terra.

Foto tratta da Google Immagini

Cresce il consumo di droghe nel nostro territorio. Una pandemia che contagia sempre più gente.  Secondo i dati dell'ASP n.7 di Ragusa, nella nostra provincia, su  317.136 abitanti oltre 40.000 fanno uso di droghe. Sto parlando del 13% della popolazione del nostro territorio.  Se poi si considera che le persone che fanno uso di stupefacenti ricadono in massima parte nella fascia d'età che va dai 15 ai 59 anni (in termini numerici sto parlando di circa 150.000 persone) la percentuale arriva al 27%, cioè quasi un terzo. Ma ciò che fa più impressione non è tanto la consistenza del dato numerico con la  relativa percentuale, ma è la quantità di denaro che le mafie di questa terra introitano soltanto con la "vendita" delle droghe.  Si è ipotizzato che ogni uno dei 40 mila spende, in media,  per sballarsi, circa 200 euro a settimana. Significa che le mafie, in questa provincia, in un anno, solo con le droghe (non valuto  le altre attività illecite: usura, gestione rifiuti, ...), riscuotono 416 milioni di euro (40.000*200*52).  Se si considera che Il fatturato, cioè il totale complessivo delle operazioni registrate nell'anno solare, dell'impresa più importante del ragusano è pari a 516 milioni di euro, si comprende subito che la prima economia di questa provincia è la gestione degli stupefacenti. Solo in questa settimana ci sono state in provincia 4 arresti per droga con relativi sequestri per diversi chili di roba, e poi, a pochi chilometri, dal nostro territorio, è stato sequestrato un peschereccio calabrese che trasportava soltanto cinque tonnellate di cocaina. Questo dimostra che l'offerta è enorme perché la domanda è enorme. Molte zone della nostra città sono diventati dei veri e propri supermarket dello sballo. Si parla addirittura di rider che trasportano la roba da un punto all'altro del territorio per fornire e soddisfare "clienti" sempre più vogliosi ed esigenti.

E' inutile oramai nasconderlo: le attività economiche delle mafie sono l'impresa più organizzate e  importate di questa provincia. La domanda che da tempo pongo con forza è: ma questa massa enorme di denaro che fine fa? Rimane immobile o viene reinvestita? Chi e come la reinveste? Fino a quando non capiremo che la mafia non è un fenomeno caratterizzato esclusivamente da personaggi rozzi e violenti, ma è fondamentalmente "l'incontro, ricercato e voluto" tra alcuni poteri economici e politici con le economie criminali per gestire, governare e controllare il territorio, parleremo di fuffa.  

Più in generale in Sicilia, ma anche nella nostra provincia, c'è ancora oggi un'antimafia melodrammatica e piritolla che trova ancora un certo sostegno negli organi inquirenti e riesce ancora a coinvolgere la (presunta) società civile con  analisi datate e con i suoi effluvi, piriti (da cui piritollo prende l'assonanza) che si manifestano, con tronfia prepotenza, nelle manifestazioni commemorative (a Palermo ne abbiamo avuto un esempio in questi giorni). Questo tipo di contrasto sociale, da tempo, non impensierisce più nessuno, anzi è solo una ridicola autocelebrazione.  Serve recuperare credibilità, servono nuovi approcci, nuove attenzioni per capire cosa sta succedendo in questa terra sia economicamente che socialmente. La "misteriosa" scomparsa di Douda Diane, l'operaio originario della Costa d'Avorio,  è una delle tante punte d'iceberg dove al disotto della stessa c'è una vastità di economie criminali capaci di mettere a reddito dallo sfruttamento del lavoro a ogni forma di dipendenza, come la droga. Queste economia vanno individuate e indagate.  E' tempo di cambiare atteggiamento, è tempo di capire cosa succede negli istituti finanziari, negli studi di molti professionisti e in alcuni settori dell'economia ragusana.  Viceversa, la cosa più semplice è continuare a piritollare, così tutto rimane com'è, senza (volutamente?) concludere nulla.





domenica 25 giugno 2023

Filippo Pennavaria, il fascismo "atipico" degli iblei e Giuseppe Cerruto, vittima dimenticata.

Articolo tratto da La Sicilia del 4 Settembre 2019

Di tanto in tanto riappare il bubbone della riabilitazione del sig. Filippo Pennavaria definito "l'apostolo violento del credo fascista" in terra iblea. La ciclica ricomparsa di questo ascesso è legato a due circostanze: il personaggio in oggetto riuscì a dirottare la scelta a capoluogo di provincia da Modica a Ragusa, così come avviò - considerate le sue entrature in Vaticano - la nascita della futura diocesi di Ragusa. Ma questi "meriti" provano, da sempre, ad offuscare la lunga scia di sangue legata all'affermazione politica di Pennavaria e del fascismo in terra iblea. Secondo molte fonti storiche, il duce di Ragusa, fu ispiratore di diverse azioni violente che miravano a "imporre le idee fasciste nei cervelli refrattari toccando i crani a suon di manganellate", ma più spesso a suon di revolverate. Gli omicidi, le stragi e gli assalti ai municipi o alle sezioni dei partiti di sinistra sono fatti che ancora oggi vengono ricordati.  Raggiunto il potere, Pennavaia proverà a nascondere il lato violento della sua ascesa politica con una accurata politica di opere pubbliche che cambieranno il volto di Ragusa. Va pure detto che l'organizzazione del fascismo ibleo, molto simile per le sue "caratteristiche" a quello padano, avrà dalla Banca popolare agricola cooperativa - di cui Pennavaria era il più alto dirigente - i mezzi per potersi radicare e sviluppare. 

Quanta differenza tra questo banchiere gerarca, che qualcuno ha definito "fascista atipico" (l'aggettivo atipico sta per buono?) e il giovane modicano Giuseppe Cerruto.  Quella di Cerruto è la storia, tanto tragica quanto triste e assurda, di un soldato che partecipò alla I Guerra Mondiale.  Questo ragazzo, nato a Modica il 31 ottobre del 1887 da un umile famiglia, venne chiamato alle armi, inserito nel 141° regimento fanteria della Brigata Catanzaro (formata da calabresi e siciliani) e poi portato a combattere sull'Altipiano di Asiago. Nel maggio del 1916, durante uno scontro con l'esercito austro-ungarico, la Brigata Catanzaro difese valorosamente la sua posizione tanto da meritare elogi e una medaglia al valor militare. Ma se da una parte il 141° fu premiato, dall'altro, per ordine del comando supremo dell'Esercito Italiano, 12 fanti della stessa Brigata furono giustiziati per esecuzione sommaria e per decimazione perché in faccia al nemico "sbandarono". Solo l'assurdità della guerra può mettere insieme, contemporaneamente,  eroismo e diserzione. Cerruto fu fucilato per decimazione, cioè fu scelto per caso. Il suo corpo insieme a quello dei 12 compagni fu scaraventato in una foiba e il suo nome fu escluso, per disonore, dall'Albo d'oro dei caduti della Grande Guerra. Oggi nel luogo dove Cerruto e i suoi compagni sono stati infoibati c'è una targa che li ricorda  e  li riabilita come innocenti.

Due storie che hanno un comune denominatore: l'eccesso. Da un lato un ricco banchiere cresciuto in "un ambiente formato quasi integralmente da elementi padronali tra i più reazionari di quanti annoveri lo schiavismo agrario della nostra provincia"  che, come evidenziato da molti storici, si  è servito di azioni violente per conquistare il potere e affermare il fascismo, a cui, per eccesso, sono state dedicate vie centrali, corpose omelie in cattedrale (1980 vescovo Angelo Rizzo) e una statua costata 250 milioni di lire (per fortuna) mai installata. Dall'altro un ragazzo del popolo, chiamato a serviva il suo Paese, che viene ammazzato ingiustamente da mano "amiche" e su cui, per eccesso, è stato fatto calare un oblio vergognoso (vorrei essere smentito, ma in tutta la provincia non mi pare che ci sia un luogo, una targa, che ricordi questa giovane persona e il suo ingiusto sacrificio).  

                                  

Foto tratta dalla pagina Facebook di Piero Murè

La riprovevole indifferenza che per oltre un secolo ha coperto il sacrificio di Giuseppe Cerruto  merita  di essere cancellata con un'opera che ridia dignità a questa persona. L'inutile e costosa statua in bronzo di Pennavaria, conservata in qualche polveroso magazzino, venga fusa e con lo stesso metallo si realizzi una statua  che ricordi l'illogico sacrificio di questo giovane modicano e, soprattutto,  l'assurdità delle guerre.



P.s per scrivere questo post ho consultato: 

- Atti del convegno storico, L'area degli Iblei tra le due guerre, Centro studi feliciano Rossitto 1986.

-  Il Fascismo Ibleo: politica e sindacato, Fabrizio Licata, tesi dottorato di ricerca UNICT 2010/2011

-  Pagina Facebook Piero Murè

- Il sito http://www.giornidistoria.net/grande-guerra-la-storia-di-giuseppe-cerruto-fucilato-per-decimazione/