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domenica 17 maggio 2026

Fuoco 2



Un'altra azienda di imballaggi è stata vaporizzata dal fuoco doloso. Dopo la "Orto Imballaggi" di Santa Croce Camerina adesso è toccato a "La Fenice" di Pachino. Fa caldo nel Sud Est Sicilia e l'aumento della temperatura non determinato dall'arrivo della primavera, NO! Fa caldo perché le mafie di questa parte della Sicilia hanno deciso di entrate a pieno titolo nel controllo di un settore strategico per l'ortofrutta: la produzione degli imballaggi. Non c'è pomodoro, zucchina, peperone capace di viaggiare è arrivare nei supermercati o nei mercatini rionali senza essere messo prima in una cassetta e poi la stessa su un pallet.  Le mafie hanno stabilito che tutto deve essere prodotto dalle loro aziende, non vogliono più concorrenti. All'incertezza del libero mercato stanno imponendo la certezza concreta del loro monopolio.  Il messaggio è chiaro, è preciso: chi non si adegua verrà "infiammato". Fanno ridere le richieste di: "più controlli, più forze dell'ordine, ci vuole l'esercito, la video sorveglianza". Serve, e non da ora ma da anni, capire cosa sta succedendo nelle economie di questo lembo di Sicilia. Si è parlato e scritto tanto sulle dinamiche criminali, sulla composizione dei clan e come gli stessi si sono suddivisi il territorio. Sono state analizzate minuziosamente le loro principali attività illegali: spaccio, rapine, controllo delle bische clandestine, usura;  ma non si parla mai (o non si vuole parlare) di come le mafie sono entrate nell'economia legale; di come, grazie alle crisi, siano diventate padrone di interi settori economici; si ignorano (volutamente?) i loro innumerevoli complici. Servirebbero più ispettori dell'Agenzia delle Entrate, ma non per stressare soltanto i normali cittadini per gli errori sulle loro dichiarazioni IVA o dei redditi, ma per verificare cosa accade in certe attività, ma le Agenzie del Sud Est sono state via via depotenziate. Servirebbero più Ispettori della Banca d'Italia per controllare cosa accade all'interno degli istituti finanziari, ma le sedi di Ragusa e Siracusa sono state chiuse. Servirebbero organi inquirenti (intelligence) più attenti a certe dinamiche economiche ma gli organici dei commissariati e delle caserme (GdF e Carabinieri) sono stati ridotti a lumicino. Servirebbero più ispettori del lavoro ma non per logorare sempre e solo le solite piccole attività, ma per verificare anche cosa accade in certe attività. Tutto questo non avverrà mai. Anzi, non deve avvenire. Sarebbe una scelta politica deleteria che farebbe perdere consenso e come si sa le scadenze elettorali sono una appresso all'altra. E' molto più facile organizzare generici "percorsi di legalità", possibilmente sponsorizzati da qualche "azienda". Così mentre tutti sfiliamo, le mafie, indisturbate, conquistano in silenzio o col fuoco le economie di questa terra.

La foto è presa dal sito blogsicilia.it

sabato 9 maggio 2026

Peppino Impastato, "anatomia di una deviazione"


48 anni fa, il 9 maggio del 1978, il corpo di Peppino Impastato veniva prima massacrato a colpi di pietre e poi dilaniato dal tritolo. Magistrato e Carabinieri dissero che si era suicidato perché durante la perquisizione a casa sua avevano trovato un biglietto dove c'era scritto: "voglio abbandonale la politica e la vita". Quindi, secondo la loro ricostruzione Peppino andò vicino alla ferrovia e da solo prima si è fracassò a colpi di pietra e poi si è legò addosso il tritolo, infine accese la miccia e si fece saltare in aria vicino ai binari. Questa ricostruzione per certi versi venne subito digerita e rimase confermata per diverso tempo. Solo Democrazia Proletaria accusò subito la mafia di quell'omicidio. Va anche aggiunto che l'assasinio di Peppino si soprapponeva col ritrovamento del cadavere dell'on. Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse, e quindi giornali e media erano tutti concentrati su quel triste evento. E poi, a chi poteva interessare la morte di un giovane militante di sinistra che a Cinisi, un paesino sperduto tra la provincia di Palermo e Trapani, contrastava la mafia?  Allora la mafia non esisteva, era un'invenzione. 

La madre, Felicia Bartolotta, il fratello Giovanni e gli amici più intimi: Salvo Vitale, Faro Di Maggio, Pino Manzella; e poi Umberto Santino, fondatore e direttore del "Centro siciliano di documentazione Peppino Impastato", in tutti questi anni hanno trasformato il loro dolore in lotta, facendo emergere la verità. 22 anni dopo la morte di Peppino, il 6 dicembre del 2000, la Commissione parlamentare antimafia nella "Relazione sul caso Impastato" descriverà in modo minuzioso "l'anatomia di una deviazione", facendo uscire l'omicidio di Peppino dal cono d'ombra messo in atto da una parte delle istituzioni di questo Paese, dando così merito alla sua battaglia contro il contrasto alle mafie.  

Per chi fosse interessato a leggere l'atto, allego di seguito il link dove è pubblicato: 

https://legislature.camera.it/_dati/leg13/lavori/doc/xxiii/050/INTERO.pdf



domenica 3 maggio 2026

Fuoco


Il fuoco è l'effetto di una combustione. Si manifesta con una luminosità splendente chiamata fiamma e contemporaneamente ad essa con il rilascio di una grande quantità di calore e di gas. Il suo processo è irreversibile, consuma in buona parte ciò che brucia vaporizzandolo. Quello che rimane dopo una combustione è un residuo solido inorganico chiamato cenere. Quando il fuoco si propaga in maniera incontrollata provoca danni a cose o persone, in questo caso si parla di "incendio". Per queste sue caratteristiche "fisico-chimiche" viene utilizzato dalle mafie per risolvere le questioni...complicate. Quando certe controversie si protraggono per troppo tempo e non si chiudono per come si devono chiudere, arriva il fuoco risolutore. Fuoco che brucia locali lungo la riviera iblea, Fuoco che brucia cantieri edili. Fuoco che brucia le auto di attivisti ambientali. Fuoco che brucia barche ancorate nel molo di un porto. Fuoco che brucia rifiuti gestiti illegalmente. Fuoco che brucia attività che operano nel settore degli imballaggi o nel trasporto di ortofrutta. Forse il fuoco delle mafie ha pure vaporizzato le auto di servizio della Guardia di Finanza di Modica (ma questa è una mia valutazione che ad oggi non trova ancora conferma). Ma l'utilizzo dell'incendio doloso è sempre quell'atto intimidatorio utilizzato per obbligare un'attività a pagare il pizzo, oppure è diventato il mezzo per imporre un favore o un servizio? Questa domanda traccia nei fatti uno spartiacque tra ciò che erano le mafie di questa terra e ciò che sono diventate. Ho scritto più volte in questo mio piccolo spazio che le mafie iblee si sono trasformate in im-prese e queste, quando operano nel mercato legale, non cercano una sana competizione ma tendono ad eliminare ogni concorrenza, attraverso metodi che alterano le regole del libero mercato. Per esempio: se un'im-presa mafiosa opera nel settore degli imballaggi, dei trasporti, del commercio, o di qualsiasi altra attività, per conquistare il monopolio del mercato, si può permettere la possibilità di offrire il proprio prodotto o servizio ad un prezzo più basso,  magari agevolando i pagamenti. Perché può fare ciò? Ce lo spiega l'Ufficio Informazioni Finanziarie della Banca d'Italia attraverso una sua recente pubblicazione dal titolo significativo: 
"Il profilo finanziario delle imprese infiltrate dalla criminalità organizzata in Italia(https://uif.bancaditalia.it/pubblicazioni/quaderni/2022/quaderno-17-2022/QAR_17_marzo_2022.pdf). Questo studio ha analizzato come il flusso costante di denaro, che proviene da attività illecite come il narcotraffico o la gestione dei rifiuti, viene immesso nelle im-prese controllate dalle mafie. Nella pubblicazione vengono pure individuata le province dove questa pratica è più attiva,  la provincia, babba, di Ragusa  è  tra queste (si veda pag 6). Ovviamente la legalizzazione di questo denaro permette a queste attività di avere molta liquidità e quindi più capacità finanziaria, pertanto possono praticare prezzi e modalità di pagamento molto, ma molto, convenienti per i clienti.  Se qualche attività concorrente riesce a tenere testa a questa voglia di monopolio si può intervenire con il fuoco, ma non subito, E no! Il danno se si deve fare va fatto nel momento in cui il competitore è nel pieno dell'attività; ad esempio, nel settore degli imballaggi il periodo perfetto è durante la raccolta dell'ortofrutta, è in questa circostanza che c'è maggiore bisogno delle cassette dove produttori e commercianti sistemano gli ortaggi. Il fuoco, nel distruggere ogni  capacità produttiva, butta a gambe in arie il concorrente rendendolo incapace a soddisfare le richieste dei clienti i quali, per bisogno, saranno costretti a rivolgersi ad...altri. Le fiamme non bruciano solo l'operatività dell'impresa concorrente, ma riducono in cenere anche ogni tipo di rapporto lavorativo: operai, personale amministrativo e indotto perderanno, in buona parte, il loro lavoro e quindi al danno economico si aggiunge quello sociale. Ecco, questo è un esempio tipico di come le economie mafiose puntino a monopolizzare un settore creando sottosviluppo.

Oltre quarant'anni fa Pio La Torre affermava: "la mafia ha come fine l'illecito arricchimento. E' li che dobbiamo mettere i riflettori". Dopo tutto questo tempo è li che i riflettori devono essere ancora puntati...Strano! Eppure gli strumenti ci sono. Chissà perché non viene fatto?!

Foto tratta da Google Immagini



venerdì 1 maggio 2026

CIAO NINO



Nino Cavallo, storico dirigente della CNA, ha lasciato questa terra. Lo conobbi nell'autunno del 1996, io appena trentenne e da poco dentro l'organizzazione e lui già maturo dirigente regionale. Non ho mai condiviso molto la sua idea di organizzazione, ma parlare con lui, confrontarsi sui temi che riguardavano quel mondo fatto di piccole e micro imprese,  che provavamo e proviamo a rappresentare, era sempre stimolante. Con un garbo quasi paterno e con una semplicità che appianava ogni ostilità riusciva a sciogliere "nodi intricati". Da tempo manifestava l'idea del ricambio generazionale nell'artigianato, lo riteneva una sfida cruciale non solo per garantire continuità al settore ma soprattutto per impedire che i giovani abbandonassero il nostro territorio. Questa sua idea era diventata un cruccio, ne parlava sempre. Pochi mesi fa la mise nero su bianco. Più che un testamento è un garbato e accorato incarico che voglio pubblicare, non solo e non tanto per ricordare la sua figura ma come un utile promemoria politico per chi avrà la voglia e il piacere di leggerlo. Ciao Nì.

"Diffondere la condivisone di conoscenze ed esperienze tra pensionati e giovani per rilanciare il capitale umano, sociale ed economico del nostro Paese, Questo è l'obbiettivo di questo documento. La tecnologia è lo strumento per promuovere il confronto tra generazioni. Gli anziani tornano a scuola per imparare dai nativi digitali a familiarizzare con le nuove tecnologie, in cambio possono mettere nelle mani dei ragazzi conoscenza e sapere dei mestieri artigiani per rivalorizzarli e farli vivere in chiave moderna. Questo progetto, se riusciamo a sostenerlo avrà una potenza innovativa e dirompente, soprattutto perché indica il sentiero dentro il quale incamminarsi per lo sviluppo del nostro Paese. Una collaborazione intergenerazionale proficua, solidale e intelligente, una collaborazione che superi quel falso conflitto generazionale distruttivo, che sembra sia stato progettato negli ultimi anni da politiche poco lungimiranti o comunque con comunicazioni negative per mettere in contrasto le esigenze degli anziani e dei ragazzi. Questo progetto mira, insieme alle nuove generazioni, a diffondere la cultura dell'artigianato e della legalità, elemento indispensabile per la sopravvivenza delle imprese e di conseguenza della società. Voi ragazzi siete un patrimonio preziosissimo che nell'era digitale rappresenta un asso nella manica da giocare per vincere la sfida nel mondo della globalizzazione, sempre pronti a cogliere le sfide del cambiamento, sempre aperti al ricambio generazionale. Noi anziani siamo chiamati ad assumerci la nostra responsabilità e quindi a metterci in gioco cooperando ed elaborando progetti ambiziosi che indichino nuove strade da percorrere insieme. Siamo davanti ad una situazione di transizione con chiari e scuri che ha messo in discussione assetti e modi di pensare consolidati. Attori in campo ritenuti infallibili hanno rivelato improvvisa e imprevista fragilità. Hanno mostrato la loro vulnerabilità anteponendo all'interesse generale l'interesse personale. Un esasperato individualismo che, troppo spesso, ci impedisce di giocare in una squadra dove ogni singolo giocatore, se pur straordinariamente bravo, da il  meglio di sé solo se riesce a coordinarsi con l'interesse generale del gruppo. Qualcuno diceva: se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano vai insieme agli altri.BUON LAVORO!


venerdì 24 aprile 2026

La Città di Vittoria nella Resistenza.


Due anni, fa facendo alcune ricerche, ero riuscito a trovare più di 2.000 nomi di partigiani siciliani.  Tra questi mi saltò all'occhio quello di una donna, Giuseppina Di Guardo, una ragazza nata a Vittoria il 10/12/1920 (alcune fonti parlano del 1929).  Giuseppina era una giovane impiegata, è diventò operativa a partire dal novembre del 1944 nella brigata SAP "Borotti", in Emilia Romagna, una formazione molto attiva nell'Appennino piacentino, tra Liguria e la Pianura Padana. Quest’area era di fondamentale importanza per il controllo delle vie di comunicazione. Infatti, la zona fu teatro di costanti rastrellamenti tedeschi e scontri con l'esercito della RSI. La "Brigata Borotti" operava quindi in un territorio fortemente strategico e si distinse per azioni di sabotaggio e protezione del territorio, spesso operando in condizioni estreme contro le forze nazifasciste. La presenza femminile in questa formazione fu determinante non solo sul piano operativo, ma anche rappresentativo, perché contribuì a rompere preconcetti e steccati sociali profondamente radicati nell'Italia di quegli anni. Giuseppina fu una di quelle donne, una ragazza del profondo Sud, che oggi l'ANPI ricorda insieme ad altre 55 donne (ragazze) siciliane che diedero il loro importante contributo per la Liberazione dal nazifascismo e per un mondo diverso. 

Ma non c'è solo Giuseppina. Una ricerca guidata dal prof. Claudio Dellavalle (già ordinario di storia contemporanea presso l'università di Torino) e dagli Istituti storici della Resistenza del Piemonte, in collaborazione con il Ministero della Difesa, ha prodotto una banca dati con 108.421 nomi di partigiani, combattenti, patrioti e benemeriti che hanno svolto attività durante la lotta di Liberazione in Piemonte (regione dove la Resistenza fu tenace e combattiva). Di questi, 34 sono di origine vittoriese. Pubblico di seguito cognomi, nomi e relativi nomi di battaglia. Per chi volesse leggere le schede di ogni singolo patriota partigiano della nostra città, allego di seguito il link:  http://intranet.istoreto.it/partigianato/risultato_ricerca.asp

ALESSISALVATORESALVATOREscheda dettaglio
AMATOROSARIOTITOscheda dettaglio
BARONEGIOACHINOLUCAscheda dettaglio
BARRANOMICHELENAVIGAscheda dettaglio
BATTAGLIAFRANCESCOFRANCOscheda dettaglio
BATTAGLIAGIUSEPPECARLOscheda dettaglio
BATTAGLIASALVATORESALVATOREscheda dettaglio
BLANCOGIUSEPPEscheda dettaglio
CAPPELLOGIOVANNIscheda dettaglio
CARDILLOFRANCESCOFRANCOscheda dettaglio
CASANOSALVATOREFRA DIAVOLOscheda dettaglio
DE MARTINOGIUSEPPEPEPPINOscheda dettaglio
DE MARTINOMATTEOscheda dettaglio
DENAROFRANCESCOCECscheda dettaglio
DI CORRADOGIUSEPPEPORTHOSscheda dettaglio
DI STEFANOBIAGIOscheda dettaglio
GIOMBARESICARMELOscheda dettaglio
GURRIERIFERDINANDOscheda dettaglio
MALLIAGAETANONISOscheda dettaglio
MALLIAVINCENZOscheda dettaglio
MAZZONEGIOVANNIGIOVANNI BANDE NEREscheda dettaglio
MAZZONEGREGORIOFRA DIAVOLOscheda dettaglio
NICOSIAANTONIONINOscheda dettaglio
PORTELLIGIUSEPPEscheda dettaglio
PUMAVINCENZOscheda dettaglio
RAGUSAFILIPPOscheda dettaglio
SALERNOGIOVANNI BATTISTAGIANNIscheda dettaglio
SCHIFANOLUIGIILARIOscheda dettaglio
SCLALONEFRANCESCOscheda dettaglio
SELVAGGIOGIUSEPPEVITTORIOscheda dettaglio
SENIASEBASTIANOscheda dettaglio
SONIASEBASTIANOMARIOscheda dettaglio
SPATAROSALVATORESALVATOREscheda dettaglio
TROVATOGIOVANNIGIOVANNIscheda dettaglio

Sarebbe interessante, oltreché doveroso, se in una eventuale revisione della toponomastica cittadina, oppure con una lapide commemorativa, venissero ricordati i veri patrioti di questa terra. C'è un obbligo: togliere questi nomi dal lungo oblio in cui sono precipitati, dando loro la dignità che meritano.  Giuseppina e questi nostri 34 concittadini difesero un'idea di Patria che si basava e si basa, grazie alla Costituzione,  su valori come Libertà e Giustizia e non su sottomissione e iniquità.

domenica 19 aprile 2026

Unire i puntini per capire le mafie del Sud Est



Per capire cosa sta succedendo in certe economie del Sud Est siciliano bisogna unire dei puntini, come quei giochi che occupano alcune pagine dei cruciverba. In questo modo da quell’insieme surreale di numeri e punti - se vengono ben collegati - può venire fuori un’immagine chiara e precisa capace, forse, di descrivere una realtà.

1) Da tempo, la continua successione di crisi economiche sta mettendo in difficoltà diverse imprese, in particolare le piccole e le micro attività di questo territorio. Tutto questo è diventato una buona opportunità per quell’imprenditoria mafiosa che mira a diventare padrona delle crisi. 
2) Sembra che le mafie di questa zona della Sicilia si fossero costituite in un’unica cooperativa. La stidda (ciò che ne resta), elementi locali della mafia, mafia albanese ed esponenti legati alla ‘ndrangheta si sono messi insieme, intanto per non pestarsi i piedi tra loro e poi per mettere in connessione, e quindi rafforzare, le loro attività: prima fra tutte il narcotraffico (controllo e spaccio della cocaina) e poi l’estorsione. Quest’ultimo “business” non è  più quello che noi storicamente conosciamo, cioè il pizzo da chiedere alle imprese per sostenere la famiglia dei galeotti o per “sponsorizzare” un certo evento sportivo. No! Quello oramai è roba da mendicanti del crimine. L’estorsione di oggi si basa su far confluire il denaro prodotto illegalmente nell’economia del territorio. Un’attività è in crisi? Arriva “l’amico” che può dare aiuto rilevandola...estorcendola.
3) Per il sistema bancario un’impresa che presenta un piccolo segnale di difficoltà - ad esempio: non riesce, per i motivi legati alla crisi a rientrare dalla scopertura concessa - diventa subito “sofferente”.  I programmi del sistema la segnalano subito, facendola diventare immediatamente come un'attività con “esposizione inesigibile”. Alle banche non interessa se l’impresa è entrata in crisi perché lo Stato non ha ancora riconosciuto contributi o agevolazioni, oppure perché i suoi clienti non hanno pagato quanto dovevano. La logica della banca è tanto semplice quanto indecente: non riesci a rientrare? Ti blocco! 
4) Chi arriva in aiuto? La cooperativa! Con i soldi fatti grazie al narcotraffico. 
5) E come aiuta l’impresa in crisi? In molti casi comprandola. 
6) Come? Pare che i soldi del narcotraffico vengano messi in depositi bancari esteri, ad esempio a Malta. Sebbene l’isola dei cavalieri non sia formalmente nella "black list" dei paradisi fiscali, molte indagini internazionali hanno però evidenziato vulnerabilità strutturali. Infatti, pare che aprire un conto corrente a Malta è possibile anche senza residenza, basta fornire un documento d'identità (passaporto) e referenze bancarie. Generalmente per aprire un conto viene utilizzata come entità giuridica la società offshore, questa permette di ridurre il carico fiscale e soprattutto garantisce la riservatezza.
7) E' così, senza tanti clamori, si riciclano masse di denaro prodotte illegalmente e si diventa padroni delle economie di un territorio (?).
8) Uno stretto braccio di mare separa Malta dalla nostra Pozzallo da dove ogni giorno partono traghetti da e per l’isola dei cavalieri. Una rotta, che secondo diverse inchieste giudiziarie, spesso è stata ed è frequentata da personaggi vicini a certe “famiglie”.  

La figura che viene fuori unendo questi punti? Può essere quella che queste società offshore abbiano acquistato in questi anni imprese in difficoltà? Ecco questa è una domanda, o un immagine, che va girata direttamente agli organi inquirenti, sperando che prima o poi arrivi o una risposta oppure venga osservata con una certa attenzione.

L'immagine a corredo del post è tratta da Google Immagini

domenica 8 marzo 2026

E' morto Santapaola, ma il suo sistema economico criminale è più vivo che mai



Benedetto Santapaola, detto Nitto, è morto a 87 anni, nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano. “U ziu Nitto”, come lo chiamavano in segno di rispetto i suoi affiliati, era detenuto al 41 bis e condannato a 18 ergastoli.  La sua ascesa criminale risale agli anni 70/80 in una Catania che in quel periodo veniva definita “la Milano del Sud”, dove un sindaco, il democristiano Angelo Munzone, subito dopo l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, poteva serenamente dichiarare: "Catania è una città che non ha la mafia. La mafia è a Palermo".  E si! Perché per anni nessuno - oltre Fava, i suoi carusi e pochissimi altri - si era accorto, o meglio faceva finta di non accorgersene, cha a Catania c'era cosa nostra. E' grazie a questa complice indifferenza che cresceva la forza criminale e imprenditoriale di Santapaola, il quale da un lato eliminava, con la stessa ferocia dei boss dei cartelli messicani, concorrenti, rivali e oppositori; dall'altro costruiva, con la capacità di un top manager, i rapporti con l'imprenditoria e le istituzioni catanesi. Tutto questo si materializzava nelle foto con prefetti, questori, politici e alti prelati. Storica è la foto che ritrae il boss,  un imprenditore e l’allora primo cittadino di Catania, Salvatore Coco, mentre brindano durante l’inaugurazione di un noto negozio (foto tratta dall'articolo "L'ultimo padrino di Catania" di Laura Distefano pubblicato LiveSicilia.it il 03.10.2021)


E' lui che avvia nei fatti il processo di modernizzazione della mafia, facendola diventare da volgare organizzazione criminale ad impresa capace di monopolizzare qualsiasi settore economico: dai trasporti, all'edilizia, dal commercio all'agroalimentare. Il terreno di sperimentazione non fu solo Catania ma l'intero Sud Est siciliano Un ruolo determinate all'interno di questo nuovo "modello di sviluppo" sarà svolto da quell'area grigia fatta di professionisti, banche e imprese.  La stessa  riciclerà, in numerose e svariate attività imprenditoriali, i soldi prodotti illegalmente dal clan Santapaola, ricavandone utili economici e potere.  Questo nuova struttura economica mafiosa, tanto efficiente quanto indecente, contaminerà anche le cosche del siracusano e del ragusano che vedranno in Santapaola il riferimento assoluto e per questo gli saranno grati ospitandolo e proteggendolo durante la sua lunga latitanza.  

Giuseppe Fava fu uno dei pochi a capire e raccontare l'evoluzione, gli intrecci, le complicità, gli interessi economici e le connivenze politiche di questo nuovo "modello di sviluppo"; prima sul "Giornale del Sud" e poi, più compiutamente, su "i Siciliani". Per questa sua coraggiosa sfrontatezza fu prima ammazzato e poi, da morto, denigrato. Il sistema imprenditoriale-criminale che "u Ziu Nittu" aveva costruito era riuscito a coinvolgere e corrompere un pezzo consistete di quella presunta società civile che invece di ribellarsi e rifiutarlo ci scese a patti, cogliendone le tante opportunità nel gestirlo, ricavandone così profitti, consenso e potere. Fava con  "I Siciliani" aveva individuato il male e ne descriveva la sua metastasi. Era diventato un fastidioso ostacolo da rimuovere, perché in Sicilia, da sempre, chi pone un problema diventa il problema. Ora Santapaola non è più, ma il suo sistema (anche quando lui era in regime di 41 bis) rimane ben saldo e strutturato e governa, senza nessuna vergogna e in modo "perfetto e osceno", le tante economie del Sud Est siciliano.

La foto che apre il post è stata tratta da Google Immagini