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venerdì 24 aprile 2026

La Città di Vittoria nella Resistenza.


Due anni, fa facendo alcune ricerche, ero riuscito a trovare più di 2.000 nomi di partigiani siciliani.  Tra questi mi saltò all'occhio quello di una donna, Giuseppina Di Guardo, una ragazza nata a Vittoria il 10/12/1920 (alcune fonti parlano del 1929).  Giuseppina era una giovane impiegata, è diventò operativa a partire dal novembre del 1944 nella brigata SAP "Borotti", in Emilia Romagna, una formazione molto attiva nell'Appennino piacentino, tra Liguria e la Pianura Padana. Quest’area era di fondamentale importanza per il controllo delle vie di comunicazione. Infatti, la zona fu teatro di costanti rastrellamenti tedeschi e scontri con l'esercito della RSI. La "Brigata Borotti" operava quindi in un territorio fortemente strategico e si distinse per azioni di sabotaggio e protezione del territorio, spesso operando in condizioni estreme contro le forze nazifasciste. La presenza femminile in questa formazione fu determinante non solo sul piano operativo, ma anche rappresentativo, perché contribuì a rompere preconcetti e steccati sociali profondamente radicati nell'Italia di quegli anni. Giuseppina fu una di quelle donne, una ragazza del profondo Sud, che oggi l'ANPI ricorda insieme ad altre 55 donne (ragazze) siciliane che diedero il loro importante contributo per la Liberazione dal nazifascismo e per un mondo diverso. 

Ma non c'è solo Giuseppina. Una ricerca guidata dal prof. Claudio Dellavalle (già ordinario di storia contemporanea presso l'università di Torino) e dagli Istituti storici della Resistenza del Piemonte, in collaborazione con il Ministero della Difesa, ha prodotto una banca dati con 108.421 nomi di partigiani, combattenti, patrioti e benemeriti che hanno svolto attività durante la lotta di Liberazione in Piemonte (regione dove la Resistenza fu tenace e combattiva). Di questi, 34 sono di origine vittoriese. Pubblico di seguito cognomi, nomi e relativi nomi di battaglia. Per chi volesse leggere le schede di ogni singolo patriota partigiano della nostra città, allego di seguito il link:  http://intranet.istoreto.it/partigianato/risultato_ricerca.asp

ALESSISALVATORESALVATOREscheda dettaglio
AMATOROSARIOTITOscheda dettaglio
BARONEGIOACHINOLUCAscheda dettaglio
BARRANOMICHELENAVIGAscheda dettaglio
BATTAGLIAFRANCESCOFRANCOscheda dettaglio
BATTAGLIAGIUSEPPECARLOscheda dettaglio
BATTAGLIASALVATORESALVATOREscheda dettaglio
BLANCOGIUSEPPEscheda dettaglio
CAPPELLOGIOVANNIscheda dettaglio
CARDILLOFRANCESCOFRANCOscheda dettaglio
CASANOSALVATOREFRA DIAVOLOscheda dettaglio
DE MARTINOGIUSEPPEPEPPINOscheda dettaglio
DE MARTINOMATTEOscheda dettaglio
DENAROFRANCESCOCECscheda dettaglio
DI CORRADOGIUSEPPEPORTHOSscheda dettaglio
DI STEFANOBIAGIOscheda dettaglio
GIOMBARESICARMELOscheda dettaglio
GURRIERIFERDINANDOscheda dettaglio
MALLIAGAETANONISOscheda dettaglio
MALLIAVINCENZOscheda dettaglio
MAZZONEGIOVANNIGIOVANNI BANDE NEREscheda dettaglio
MAZZONEGREGORIOFRA DIAVOLOscheda dettaglio
NICOSIAANTONIONINOscheda dettaglio
PORTELLIGIUSEPPEscheda dettaglio
PUMAVINCENZOscheda dettaglio
RAGUSAFILIPPOscheda dettaglio
SALERNOGIOVANNI BATTISTAGIANNIscheda dettaglio
SCHIFANOLUIGIILARIOscheda dettaglio
SCLALONEFRANCESCOscheda dettaglio
SELVAGGIOGIUSEPPEVITTORIOscheda dettaglio
SENIASEBASTIANOscheda dettaglio
SONIASEBASTIANOMARIOscheda dettaglio
SPATAROSALVATORESALVATOREscheda dettaglio
TROVATOGIOVANNIGIOVANNIscheda dettaglio

Sarebbe interessante, oltreché doveroso, se in una eventuale revisione della toponomastica cittadina, oppure con una lapide commemorativa, venissero ricordati i veri patrioti di questa terra. C'è un obbligo: togliere questi nomi dal lungo oblio in cui sono precipitati, dando loro la dignità che meritano.  Giuseppina e questi nostri 34 concittadini difesero un'idea di Patria che si basava e si basa, grazie alla Costituzione,  su valori come Libertà e Giustizia e non su sottomissione e iniquità.

domenica 19 aprile 2026

Unire i puntini per capire le mafie del Sud Est



Per capire cosa sta succedendo in certe economie del Sud Est siciliano bisogna unire dei puntini, come quei giochi che occupano alcune pagine dei cruciverba. In questo modo da quell’insieme surreale di numeri e punti - se vengono ben collegati - può venire fuori un’immagine chiara e precisa capace, forse, di descrivere una realtà.

1) Da tempo, la continua successione di crisi economiche sta mettendo in difficoltà diverse imprese, in particolare le piccole e le micro attività di questo territorio. Tutto questo è diventato una buona opportunità per quell’imprenditoria mafiosa che mira a diventare padrona delle crisi. 
2) Sembra che le mafie di questa zona della Sicilia si fossero costituite in un’unica cooperativa. La stidda (ciò che ne resta), elementi locali della mafia, mafia albanese ed esponenti legati alla ‘ndrangheta si sono messi insieme, intanto per non pestarsi i piedi tra loro e poi per mettere in connessione, e quindi rafforzare, le loro attività: prima fra tutte il narcotraffico (controllo e spaccio della cocaina) e poi l’estorsione. Quest’ultimo “business” non è  più quello che noi storicamente conosciamo, cioè il pizzo da chiedere alle imprese per sostenere la famiglia dei galeotti o per “sponsorizzare” un certo evento sportivo. No! Quello oramai è roba da mendicanti del crimine. L’estorsione di oggi si basa su far confluire il denaro prodotto illegalmente nell’economia del territorio. Un’attività è in crisi? Arriva “l’amico” che può dare aiuto rilevandola...estorcendola.
3) Per il sistema bancario un’impresa che presenta un piccolo segnale di difficoltà - ad esempio: non riesce, per i motivi legati alla crisi a rientrare dalla scopertura concessa - diventa subito “sofferente”.  I programmi del sistema la segnalano subito, facendola diventare immediatamente come un'attività con “esposizione inesigibile”. Alle banche non interessa se l’impresa è entrata in crisi perché lo Stato non ha ancora riconosciuto contributi o agevolazioni, oppure perché i suoi clienti non hanno pagato quanto dovevano. La logica della banca è tanto semplice quanto indecente: non riesci a rientrare? Ti blocco! 
4) Chi arriva in aiuto? La cooperativa! Con i soldi fatti grazie al narcotraffico. 
5) E come aiuta l’impresa in crisi? In molti casi comprandola. 
6) Come? Pare che i soldi del narcotraffico vengano messi in depositi bancari esteri, ad esempio a Malta. Sebbene l’isola dei cavalieri non sia formalmente nella "black list" dei paradisi fiscali, molte indagini internazionali hanno però evidenziato vulnerabilità strutturali. Infatti, pare che aprire un conto corrente a Malta è possibile anche senza residenza, basta fornire un documento d'identità (passaporto) e referenze bancarie. Generalmente per aprire un conto viene utilizzata come entità giuridica la società offshore, questa permette di ridurre il carico fiscale e soprattutto garantisce la riservatezza.
7) E' così, senza tanti clamori, si riciclano masse di denaro prodotte illegalmente e si diventa padroni delle economie di un territorio (?).
8) Uno stretto braccio di mare separa Malta dalla nostra Pozzallo da dove ogni giorno partono traghetti da e per l’isola dei cavalieri. Una rotta, che secondo diverse inchieste giudiziarie, spesso è stata ed è frequentata da personaggi vicini a certe “famiglie”.  

La figura che viene fuori unendo questi punti? Può essere quella che queste società offshore abbiano acquistato in questi anni imprese in difficoltà? Ecco questa è una domanda, o un immagine, che va girata direttamente agli organi inquirenti, sperando che prima o poi arrivi o una risposta oppure venga osservata con una certa attenzione.

L'immagine a corredo del post è tratta da Google Immagini

domenica 8 marzo 2026

E' morto Santapaola, ma il suo sistema economico criminale è più vivo che mai



Benedetto Santapaola, detto Nitto, è morto a 87 anni, nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano. “U ziu Nitto”, come lo chiamavano in segno di rispetto i suoi affiliati, era detenuto al 41 bis e condannato a 18 ergastoli.  La sua ascesa criminale risale agli anni 70/80 in una Catania che in quel periodo veniva definita “la Milano del Sud”, dove un sindaco, il democristiano Angelo Munzone, subito dopo l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, poteva serenamente dichiarare: "Catania è una città che non ha la mafia. La mafia è a Palermo".  E si! Perché per anni nessuno - oltre Fava, i suoi carusi e pochissimi altri - si era accorto, o meglio faceva finta di non accorgersene, cha a Catania c'era cosa nostra. E' grazie a questa complice indifferenza che cresceva la forza criminale e imprenditoriale di Santapaola, il quale da un lato eliminava, con la stessa ferocia dei boss dei cartelli messicani, concorrenti, rivali e oppositori; dall'altro costruiva, con la capacità di un top manager, i rapporti con l'imprenditoria e le istituzioni catanesi. Tutto questo si materializzava nelle foto con prefetti, questori, politici e alti prelati. Storica è la foto che ritrae il boss,  un imprenditore e l’allora primo cittadino di Catania, Salvatore Coco, mentre brindano durante l’inaugurazione di un noto negozio (foto tratta dall'articolo "L'ultimo padrino di Catania" di Laura Distefano pubblicato LiveSicilia.it il 03.10.2021)


E' lui che avvia nei fatti il processo di modernizzazione della mafia, facendola diventare da volgare organizzazione criminale ad impresa capace di monopolizzare qualsiasi settore economico: dai trasporti, all'edilizia, dal commercio all'agroalimentare. Il terreno di sperimentazione non fu solo Catania ma l'intero Sud Est siciliano Un ruolo determinate all'interno di questo nuovo "modello di sviluppo" sarà svolto da quell'area grigia fatta di professionisti, banche e imprese.  La stessa  riciclerà, in numerose e svariate attività imprenditoriali, i soldi prodotti illegalmente dal clan Santapaola, ricavandone utili economici e potere.  Questo nuova struttura economica mafiosa, tanto efficiente quanto indecente, contaminerà anche le cosche del siracusano e del ragusano che vedranno in Santapaola il riferimento assoluto e per questo gli saranno grati ospitandolo e proteggendolo durante la sua lunga latitanza.  

Giuseppe Fava fu uno dei pochi a capire e raccontare l'evoluzione, gli intrecci, le complicità, gli interessi economici e le connivenze politiche di questo nuovo "modello di sviluppo"; prima sul "Giornale del Sud" e poi, più compiutamente, su "i Siciliani". Per questa sua coraggiosa sfrontatezza fu prima ammazzato e poi, da morto, denigrato. Il sistema imprenditoriale-criminale che "u Ziu Nittu" aveva costruito era riuscito a coinvolgere e corrompere un pezzo consistete di quella presunta società civile che invece di ribellarsi e rifiutarlo ci scese a patti, cogliendone le tante opportunità nel gestirlo, ricavandone così profitti, consenso e potere. Fava con  "I Siciliani" aveva individuato il male e ne descriveva la sua metastasi. Era diventato un fastidioso ostacolo da rimuovere, perché in Sicilia, da sempre, chi pone un problema diventa il problema. Ora Santapaola non è più, ma il suo sistema (anche quando lui era in regime di 41 bis) rimane ben saldo e strutturato e governa, senza nessuna vergogna e in modo "perfetto e osceno", le tante economie del Sud Est siciliano.

La foto che apre il post è stata tratta da Google Immagini


sabato 7 febbraio 2026

Niscemi, la sua frana e il NO al referendum


 

Il titolo di questo post potrà sembrare curioso ma se avete voglia di leggerlo capirete che tanto strano non è.

La frana di Niscemi è l’emblema dell’Italia che vive sul baratro e rimane lì a guardare l’abisso sperando di non crollare. Attendere che il peggio non arrivi mai è la peggiore delle condizioni. Questo aspettare crea speranza e la speranza non è altro che una trappola, un’insidia.  Speranza è una parola che porta con se il retrogusto dell’inganno. Viene utilizzata dalla classe dirigente per dire alle persone: state buoni, state in silenzio, vediamo cosa si può fare, una soluzione si trova sempre, intanto si rimane sospesi. A Niscemi, per anni, la speranza è stata alimentata lasciando fare. In questo modo si è potuto costruire, riqualificare o modificare edifici su un'area instabile. Poco importava se il Cav. Saverio Landolina Nava, nel 1794, aveva descritto dettagliatamente il "casma" (la voragine) che si era aperto proprio in quella zona nel marzo del 1790. Il "ceto dirigente" (sic) sicuramente avrà pensato: sono storie vecchie. La modernità, lo sviluppo, non possono essere fermati da queste narrazioni capaci di affascinate pseudo intellettuali attempati e rincitrulliti. Il Servizio Geologico Italiano segnalava da anni l’instabilità di quel versante, lo aveva pure mappato in una carta geologica del 1951, ma se ne sono fregati. Chi governava si sarà chiesto: ma l’evoluzione urbana può essere fermata da una carta colorata con dei segni insignificanti? E poi è arrivata la frana del 1997, il primo vero grosso segnale di pericolo a cui fece seguito un piano per l’assetto idrogeologico, redatto nel 2006, dove diverse aree del comune di Niscemi venivano già classificate a rischio molto elevato. Di seguito, nel 2022, arrivò l’aggiornamento del piano per l’assetto idrogeologico che descriveva una situazione ancora più critica.  Relazioni, studi, parole scritte che mettevano limiti e vincoli al bisogno di urbanizzare quel pezzo di città e che avevano, secondo la classe dirigente, una colpa: sopprimere la speranza. E NO! La speranza, non può essere rimossa dalla parola scritta, la speranza va coltivata con parsimonia e ogni impedimento che prova ad eliminarla va trattato con un diserbante straordinario: l'indifferenza. In tutti questi anni, le classi dirigenti che si sono succedute, hanno fatto finta che queste parole scritte non ci fossero, invece hanno seminato e concimato i vizi di chi voleva speculare e i sogni di chi, con tanti sacrifici, si era potuto fare una casa. Questa speranza ha creato consenso concreto per pochi, ma nei fatti, per tanti cittadini di Niscemi, è stata una fasulla realtà. Queste persone, di colpo (si fa per dire), una domenica di fine gennaio, nell’anno del Signore 2026, hanno visto i loro sacrifici lesionarsi, finire sull'orlo del baratro o peggio sventrarsi e precipitare. Ma questa tragedia annunciata ha messo in moto nuovi appetiti, ha riacceso una nuova speranza: si parla già di new town. Si sentono già le risate di sottofondo, come fu per il terremoto del l’Aquila, si ode già il rombo delle ruspe che consumano nuovo suolo e l’eco frastornante dei nuovi cantieri. Tutto questo mentre il procuratore di Gela, il dott. Salvatore Vella, avendo letto le parole scritte nelle relazioni degli ultimi anni ha subito dichiarato: “partiremo dai fatti del 1997 e non faremo sconti a nessuno”. Frase che ha messo un bel po' di dubbi sulla new town, ma soprattutto ha terrorizzato quella classe dirigente che ha pompato e pompa sulla speranza. C'è profumo di manette? Di processi? Di condanne? Sicuramente! Però, l'italietta dei furbetti che si atteggiano ad élite ha sempre una via di fuga. La stessa classe dirigente che ha alimentato e alimenta speranze è già attiva da tempo nel sostenere il si al referendum confermativo sulla riforma della magistratura. La vittoria del si sarebbe il loro salvacondotto, perché, come dicono i sostenitori di questa "riforma", “la vittoria del si farà recuperare alla politica il suo primato costituzionale…l’invasione di campo dei magistrati verrà ricondotta… il si è la risposta più adeguata a una intollerabile interferenza nelle scelte politiche di chi amministra o governa”.  

Tutto questo va impedito. Bisogna andare a votare e segnare il NO. Va fatto non solo per difendere la Costituzione e preservare l'autonomia della magistratura, va fatto pure per Niscemi, per quei cittadini (non tutti) che sono stati illusi dalle speranze alimentate da anni da lor signori.  

La foto del post è tratta da Google Immagini

sabato 31 gennaio 2026

Il credo delle mafie? Spacciare, investire, riciclare.




Ho digitato la parola cocaina nella "lente" posta nella barra degli argomenti di un noto giornale online locale (ragusaoggi.it), sono venute fuori 76 pagine. Nelle prime quattro ho contato circa 40 articoli relativi a sequestri di coca e relativi arresti avvenuti in provincia di Ragusa nell'ultimo anno. Pare che il periodo a cavallo tra il 2024 e il 2025, rispetto agli anni precedenti, sia quello in cui vi sono stati i maggiori sequestri mai registrati in provincia. Modica, Ragusa, Vittoria, Comiso Acate, Pozzallo,... non vi è comune di questo territorio che non sia stato - e non lo sia tutt'ora - interessato dall'arrivo straripante di cocaina.  Poi ho guardato l'ultimo report sulla droga redatto dalle Nazioni Unite (si veda l'immagine allegata). Il 2024 è stato l'anno della maggiore produzione di cocaina nella storia dell'umanità. 3.708 tonnellateIl commercio di questa polverina ha generato qualcosa come oltre 400 miliardi di dollari. Più del PIL di molti stati europei. 

Foto estratta da pag 13 del Rapporto ONU "Word Drug Report"

Due  osservazioni, una micro e l'altra macro che forniscono due prospettive basate su scale di analisi diverse, ma producono, con le dovute differenze, lo stesso risultato. La cocaina spacciata nel nostro territorio produce una massa di denaro che non resta su qualche scaffale, così come i 400 miliardi non sono stati ammassati in una stanza. Questi soldi, sia nel primo che nel secondo caso, devono essere trasformati in qualcosa. 

Il Sud Est siciliano è diventato in pochi anni un'importante area turistica: alberghi, villaggi, ma soprattutto locali notturni e quindi "movida". Attività eleganti che aprono velocemente e chiudono altrettanto velocemente, cambi di gestione, rinnovi effettuati con costose ristrutturazioni. Tutto questo nasce e viene fatto contraendo prestiti oppure viene pagato in contante? Se tutto è realizzato senza credito bancario, da dove arriva il denaro per effettuarlo? Si può parlare di riciclaggio? Sono domande non accuseNon è vedere mafia in ogni cosa che accade, ma capire certi comportamenti economici di questa terra è diventato oramai necessario. Le mafie da sempre hanno investito in ristoranti, locali notturni o hotel, la letterature è ricca di inchieste di questo tipo, sarebbe opportuno capire se anche nel Sud Est siciliano, nelle nostre zone, sta avvenendo qualcosa di simile. Certo, queste attività portano lavoro, soldi, anche una certa popolarità nel territorio in cui operano, ma ciò può frenare l'esigenza della verifica o del controllo? Forse scatta una certa indulgenza, che non è corruzione, ma tacita tolleranza? E evidente un fatto: in economia, da tempo, non conta più da dove arrivano i soldi, ciò che importa è produrre soldi. Questo significa che chi investe somme da riciclare parte già avvantaggiato, non ha concorrenti che lo possano contrastare, può resistere a qualsiasi crisi. Invece, l'imprenditore  onesto, tra difficoltà di accesso al credito, problemi economici e ambientali non è in grado di competere, rischia di non farcela e per questo può fallire. Penso ai tanti locali distrutti dal ciclone Harry: chi sarà in grado di ricostruirli? E l'eventuale new town di Niscemi? Chi la costruirà?  Il denaro illegale quando entra  nel sistema produttivo la domina. Tutto questo non può diventare normale, è un'anomalia che blocca ogni forma  di sviluppo. Quando Il denaro corre più veloce dei dubbi bisogna fermarsi e chiedersi: perché? Quando un'attività - qualsiasi essa sia - nasce e cresce troppo velocemente e non si comprende da dove arrivano i soldi di quell'investimento: come mai nessuno prova ad accende i riflettori? E venuto il tempo di prendere atto, in modo definitivo, che il riciclaggio non può più essere visto come un fatto secondario ma è l'infrastruttura da cui parte tutto. Non contrastarlo significa condannare definitivamente le economie sane di questa terra.

La foto del post è tratta da Google Immagini


mercoledì 28 gennaio 2026

Niscemi, una tragedia annunciata 236 anni fa.



La citta di Niscemi è al centro delle cronache perché in pericolo. Un pezzo dell'abitato ricade in una frana complessa attiva riportata negli elaborati del PAI (Piano Assetto Idrogeologico) della Regione Sicilia. Per comprendere la dinamica della frana di Niscemi bisogna guardare il suolo su cui sorge la città. Il centro abitato poggia su un bancone di sabbia che presenta un certo spessore, questo a sua volta insiste su un basamento di argille. Tale assetto geologico è già instabile di suo, diventa ancora più precario quando le precipitazioni sono abbondanti come in questo periodo. Infatti, la sabbia, su cui poggia l'abitato perde parte della sua consistenza è diventa un po' fluida, quindi meno capace a sostenere il peso delle case sovrastanti. Ma il danno non finisce qui.  L’acqua piovana, filtrando attraverso lo strato di sabbia, su cui è costruito il paese, viene bloccata dallo strato argilloso sottostante. L'argilla quando è asciutta è molto consistente, ma quando viene bagnata dalle acque di infiltrazione diventa scivolosa, come il sapone, e agisce come un vero e proprio piano di scivolamento lubrificato, ed è qui che iniziano i problemi seri. 

Tutto questo non è che si conosce da ora. NO! E' noto sin dalla notte dei tempi.  Su Facebook vi è una pagina "Niscemi tra cronaca e storia" gestita da uno storico locale,  Giuseppe D'Alessandro, il quale ha pubblicato un post sugli eventi franosi di quei luoghi e allo stesso ha allegato un documento del 1794, una relazione, redatta dal Cav. Saverio Landolina Nava che descrive dettagliatamente l'evento franoso di Santa Maria di Niscemi avvenuto nel marzo del 1790. I luoghi di quel  dissesto sono identici a quelli di oggi.
https://www.google.it/books/edition/Relazione_del_casma_accaduto_in_Marzo_17/khE28aItzDsC?hl=it&gbpv=1&dq=niscemi+casma&pg=PA17&printsec=frontcover&fbclid=IwY2xjawPmuAhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBWcDNQZUFodGZ0aUppMW16c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHv-BWE8GQW9YDyqzXrL8Nj4LKuiEuNC2SuRMG8jpvXAi8h3njG4JX_dxMO6j_aem_gm965t7exOy1RJIDIaLS9g

E' da 236 anni che quel territorio è interessato da frane, smottamenti, calanchi e da ogni tipo di dissesto idrogeologico. Eventi che si sono ripetuti nel tempo. L'ultimo fu nel 1997. Anche qui  l’eccezionalità delle precipitazioni rese fluide le sabbie su cui poggia l'abitato e rese plastiche le argille sottostanti.  Gli studi tecnici dimostrarono inoltre come la forte urbanizzazione e  la mancanza di un adeguato sistema di regimazione delle acque bianche avesse contribuito in modo determinante a saturare il sottosuolo e quindi ad accelerare il dissesto, ma anche quella frana come tutte le precedenti non ha insegnato nulla. 

236 anni persi, buttati al macero. In nome di uno sviluppo distorto, che ha creato ricchezza e consenso per pochi, si è continuato a costruire a fare affari. Ora, di fronte al dramma, si è scatenato lo show, le passerelle, grosse auto con lampeggianti, elicotteri, visite lampo, promesse a mai finire. Ma quando si spegneranno i riflettori Niscemi, o quello che ne resta, forse (non glielo auguro) sarà una città fantasma.  

La foto allegata è tratta da corriere.it

sabato 3 gennaio 2026

La banalità del male in una città assediata



Gli ultimi fatti di cronaca di Vittoria sono per molti versi allarmanti. Gli insulti e le minacce al sindaco da un lato,  l'incendio doloso di un immobile
abusivo acquisito al patrimonio del comune dall'altro, ci dicono  come la città, tra alti e bassi, viva sempre sotto assedio. Io non so se tra i due fatti ci possa essere un collegamento o una spiegazione logica, ma una cosa è pur certa: sono due eventi che mettono, ancora una volta in luce la difficoltà che vive il nostro territorio. Queste azioni violente ci danno il senso della "banalità del male" che da sempre prova ad opprime questa città. A Vittoria (e non solo) un gruppo di individui, una minoranza, compiono del male senza pensare minimamente al valore morale dei propri atti, facendo uso della violenza (fisica e verbale) in modo indiscriminato. Questi atteggiamenti tanto superficiali quanto pericolosi, puntano a schiacciare la nostra società e soprattutto le giovani generazioni di questa terra a cui va data una prospettiva diversa (non solo locali dove si mangia e si accede all'alcool con molta facilità).  La parte sana della città anche questa volta reagirà agli attacchi di una criminalità che negli anni è diventata forte, soprattutto economicamente, e non accetta che i propri beni gli vengano sottratti.  
A Vittoria vi sono 45 beni immobili confiscati, è venuto il momento che questi beni vengano utilizzati (https://openregio.anbsc.it/statistiche/visualizza/beni_destinati/immobili). Voglio ricordare a me stesso come questo pezzo di  patrimonio sia stato realizzato dalle mafie impoverendo, degradando e quindi rubando il futuro alla nostra città. Ora questi beni devono servire per ridare futuro. Serve mettere in moto quello che alcuni chiamano "imprenditorialità collettiva". Un soggetto economico che non è fatto solo dai protagonisti locali (cooperative, imprese, associazioni di categoria, sindacato, associazioni del volontariato...) ma anche da altri soggetti: comune, prefettura fino alle forze dell'ordine, dove ogni uno deve contribuire al successo e alla tutela delle attività economiche che si possono e si devono realizzare con questi beni. Su ciò Vittoria si deve differenziare rispetto al resto del territorio ibleo. E' questo che preoccupa le mafie, il fatto che i loro beni oltre ad essere confiscati finiscano per essere utilizzati e possano quindi creare progresso e sviluppo collettivo. Per questo li bruciano, per impedirne in tutti modi i loro utilizzo. Su questo tema Vittoria deve fare scuola. Dobbiamo costruire un movimento che da un lato sia in grado di scuotere, su questo tema, l'immobilismo di buona parte della classe politica regionale, nazionale e di molte istituzioni dello Stato (un inerzia che pare avere il sapore della complicità); dall'altro sia in grado di attivarsi per cominciare a gestire con profitto questi beni. . E' il primo passo per ribaltare un concetto fin troppo consolidato, tanto "banale quanto maligno", e cioè che "con la mafia bisogna convivere". Concetto ribadito pochi giorni fa dal ministro Tajani, il quale con candore lo ha affermato in un podcast e pochissimi hanno sentito il bisogno di indignarsi e condannare una simile dichiarazione.