Visualizzazioni totali

domenica 8 marzo 2026

E' morto Santapaola, ma il suo sistema economico criminale è più vivo che mai



Benedetto Santapaola, detto Nitto, è morto a 87 anni, nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano. “U ziu Nitto”, come lo chiamavano in segno di rispetto i suoi affiliati, era detenuto al 41 bis e condannato a 18 ergastoli.  La sua ascesa criminale risale agli anni 70/80 in una Catania che in quel periodo veniva definita “la Milano del Sud”, dove un sindaco, il democristiano Angelo Munzone, subito dopo l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, poteva serenamente dichiarare: "Catania è una città che non ha la mafia. La mafia è a Palermo".  E si! Perché per anni nessuno - oltre Fava, i suoi carusi e pochissimi altri - si era accorto, o meglio faceva finta di non accorgersene, cha a Catania c'era cosa nostra. E' grazie a questa complice indifferenza che cresceva la forza criminale e imprenditoriale di Santapaola, il quale da un lato eliminava, con la stessa ferocia dei boss dei cartelli messicani, concorrenti, rivali e oppositori; dall'altro costruiva, con la capacità di un top manager, i rapporti con l'imprenditoria e le istituzioni catanesi. Tutto questo si materializzava nelle foto con prefetti, questori, politici e alti prelati. Storica è la foto che ritrae il boss,  un imprenditore e l’allora primo cittadino di Catania, Salvatore Coco, mentre brindano durante l’inaugurazione di un noto negozio (foto tratta dall'articolo "L'ultimo padrino di Catania" di Laura Distefano pubblicato LiveSicilia.it il 03.10.2021)


E' lui che avvia nei fatti il processo di modernizzazione della mafia, facendola diventare da volgare organizzazione criminale ad impresa capace di monopolizzare qualsiasi settore economico: dai trasporti, all'edilizia, dal commercio all'agroalimentare. Il terreno di sperimentazione non fu solo Catania ma l'intero Sud Est siciliano Un ruolo determinate all'interno di questo nuovo "modello di sviluppo" sarà svolto da quell'area grigia fatta di professionisti, banche e imprese.  La stessa  riciclerà, in numerose e svariate attività imprenditoriali, i soldi prodotti illegalmente dal clan Santapaola, ricavandone utili economici e potere.  Questo nuova struttura economica mafiosa, tanto efficiente quanto indecente, contaminerà anche le cosche del siracusano e del ragusano che vedranno in Santapaola il riferimento assoluto e per questo gli saranno grati ospitandolo e proteggendolo durante la sua lunga latitanza.  

Giuseppe Fava fu uno dei pochi a capire e raccontare l'evoluzione, gli intrecci, le complicità, gli interessi economici e le connivenze politiche di questo nuovo "modello di sviluppo"; prima sul "Giornale del Sud" e poi, più compiutamente, su "i Siciliani". Per questa sua coraggiosa sfrontatezza fu prima ammazzato e poi, da morto, denigrato. Il sistema imprenditoriale-criminale che "u Ziu Nittu" aveva costruito era riuscito a coinvolgere e corrompere un pezzo consistete di quella presunta società civile che invece di ribellarsi e rifiutarlo ci scese a patti, cogliendone le tante opportunità nel gestirlo, ricavandone così profitti, consenso e potere. Fava con  "I Siciliani" aveva individuato il male e ne descriveva la sua metastasi. Era diventato un fastidioso ostacolo da rimuovere, perché in Sicilia, da sempre, chi pone un problema diventa il problema. Ora Santapaola non è più, ma il suo sistema (anche quando lui era in regime di 41 bis) rimane ben saldo e strutturato e governa, senza nessuna vergogna e in modo "perfetto e osceno", le tante economie del Sud Est siciliano.

La foto che apre il post è stata tratta da Google Immagini


sabato 7 febbraio 2026

Niscemi, la sua frana e il NO al referendum


 

Il titolo di questo post potrà sembrare curioso ma se avete voglia di leggerlo capirete che tanto strano non è.

La frana di Niscemi è l’emblema dell’Italia che vive sul baratro e rimane lì a guardare l’abisso sperando di non crollare. Attendere che il peggio non arrivi mai è la peggiore delle condizioni. Questo aspettare crea speranza e la speranza non è altro che una trappola, un’insidia.  Speranza è una parola che porta con se il retrogusto dell’inganno. Viene utilizzata dalla classe dirigente per dire alle persone: state buoni, state in silenzio, vediamo cosa si può fare, una soluzione si trova sempre, intanto si rimane sospesi. A Niscemi, per anni, la speranza è stata alimentata lasciando fare. In questo modo si è potuto costruire, riqualificare o modificare edifici su un'area instabile. Poco importava se il Cav. Saverio Landolina Nava, nel 1794, aveva descritto dettagliatamente il "casma" (la voragine) che si era aperto proprio in quella zona nel marzo del 1790. Il "ceto dirigente" (sic) sicuramente avrà pensato: sono storie vecchie. La modernità, lo sviluppo, non possono essere fermati da queste narrazioni capaci di affascinate pseudo intellettuali attempati e rincitrulliti. Il Servizio Geologico Italiano segnalava da anni l’instabilità di quel versante, lo aveva pure mappato in una carta geologica del 1951, ma se ne sono fregati. Chi governava si sarà chiesto: ma l’evoluzione urbana può essere fermata da una carta colorata con dei segni insignificanti? E poi è arrivata la frana del 1997, il primo vero grosso segnale di pericolo a cui fece seguito un piano per l’assetto idrogeologico, redatto nel 2006, dove diverse aree del comune di Niscemi venivano già classificate a rischio molto elevato. Di seguito, nel 2022, arrivò l’aggiornamento del piano per l’assetto idrogeologico che descriveva una situazione ancora più critica.  Relazioni, studi, parole scritte che mettevano limiti e vincoli al bisogno di urbanizzare quel pezzo di città e che avevano, secondo la classe dirigente, una colpa: sopprimere la speranza. E NO! La speranza, non può essere rimossa dalla parola scritta, la speranza va coltivata con parsimonia e ogni impedimento che prova ad eliminarla va trattato con un diserbante straordinario: l'indifferenza. In tutti questi anni, le classi dirigenti che si sono succedute, hanno fatto finta che queste parole scritte non ci fossero, invece hanno seminato e concimato i vizi di chi voleva speculare e i sogni di chi, con tanti sacrifici, si era potuto fare una casa. Questa speranza ha creato consenso concreto per pochi, ma nei fatti, per tanti cittadini di Niscemi, è stata una fasulla realtà. Queste persone, di colpo (si fa per dire), una domenica di fine gennaio, nell’anno del Signore 2026, hanno visto i loro sacrifici lesionarsi, finire sull'orlo del baratro o peggio sventrarsi e precipitare. Ma questa tragedia annunciata ha messo in moto nuovi appetiti, ha riacceso una nuova speranza: si parla già di new town. Si sentono già le risate di sottofondo, come fu per il terremoto del l’Aquila, si ode già il rombo delle ruspe che consumano nuovo suolo e l’eco frastornante dei nuovi cantieri. Tutto questo mentre il procuratore di Gela, il dott. Salvatore Vella, avendo letto le parole scritte nelle relazioni degli ultimi anni ha subito dichiarato: “partiremo dai fatti del 1997 e non faremo sconti a nessuno”. Frase che ha messo un bel po' di dubbi sulla new town, ma soprattutto ha terrorizzato quella classe dirigente che ha pompato e pompa sulla speranza. C'è profumo di manette? Di processi? Di condanne? Sicuramente! Però, l'italietta dei furbetti che si atteggiano ad élite ha sempre una via di fuga. La stessa classe dirigente che ha alimentato e alimenta speranze è già attiva da tempo nel sostenere il si al referendum confermativo sulla riforma della magistratura. La vittoria del si sarebbe il loro salvacondotto, perché, come dicono i sostenitori di questa "riforma", “la vittoria del si farà recuperare alla politica il suo primato costituzionale…l’invasione di campo dei magistrati verrà ricondotta… il si è la risposta più adeguata a una intollerabile interferenza nelle scelte politiche di chi amministra o governa”.  

Tutto questo va impedito. Bisogna andare a votare e segnare il NO. Va fatto non solo per difendere la Costituzione e preservare l'autonomia della magistratura, va fatto pure per Niscemi, per quei cittadini (non tutti) che sono stati illusi dalle speranze alimentate da anni da lor signori.  

La foto del post è tratta da Google Immagini

sabato 31 gennaio 2026

Il credo delle mafie? Spacciare, investire, riciclare.




Ho digitato la parola cocaina nella "lente" posta nella barra degli argomenti di un noto giornale online locale (ragusaoggi.it), sono venute fuori 76 pagine. Nelle prime quattro ho contato circa 40 articoli relativi a sequestri di coca e relativi arresti avvenuti in provincia di Ragusa nell'ultimo anno. Pare che il periodo a cavallo tra il 2024 e il 2025, rispetto agli anni precedenti, sia quello in cui vi sono stati i maggiori sequestri mai registrati in provincia. Modica, Ragusa, Vittoria, Comiso Acate, Pozzallo,... non vi è comune di questo territorio che non sia stato - e non lo sia tutt'ora - interessato dall'arrivo straripante di cocaina.  Poi ho guardato l'ultimo report sulla droga redatto dalle Nazioni Unite (si veda l'immagine allegata). Il 2024 è stato l'anno della maggiore produzione di cocaina nella storia dell'umanità. 3.708 tonnellateIl commercio di questa polverina ha generato qualcosa come oltre 400 miliardi di dollari. Più del PIL di molti stati europei. 

Foto estratta da pag 13 del Rapporto ONU "Word Drug Report"

Due  osservazioni, una micro e l'altra macro che forniscono due prospettive basate su scale di analisi diverse, ma producono, con le dovute differenze, lo stesso risultato. La cocaina spacciata nel nostro territorio produce una massa di denaro che non resta su qualche scaffale, così come i 400 miliardi non sono stati ammassati in una stanza. Questi soldi, sia nel primo che nel secondo caso, devono essere trasformati in qualcosa. 

Il Sud Est siciliano è diventato in pochi anni un'importante area turistica: alberghi, villaggi, ma soprattutto locali notturni e quindi "movida". Attività eleganti che aprono velocemente e chiudono altrettanto velocemente, cambi di gestione, rinnovi effettuati con costose ristrutturazioni. Tutto questo nasce e viene fatto contraendo prestiti oppure viene pagato in contante? Se tutto è realizzato senza credito bancario, da dove arriva il denaro per effettuarlo? Si può parlare di riciclaggio? Sono domande non accuseNon è vedere mafia in ogni cosa che accade, ma capire certi comportamenti economici di questa terra è diventato oramai necessario. Le mafie da sempre hanno investito in ristoranti, locali notturni o hotel, la letterature è ricca di inchieste di questo tipo, sarebbe opportuno capire se anche nel Sud Est siciliano, nelle nostre zone, sta avvenendo qualcosa di simile. Certo, queste attività portano lavoro, soldi, anche una certa popolarità nel territorio in cui operano, ma ciò può frenare l'esigenza della verifica o del controllo? Forse scatta una certa indulgenza, che non è corruzione, ma tacita tolleranza? E evidente un fatto: in economia, da tempo, non conta più da dove arrivano i soldi, ciò che importa è produrre soldi. Questo significa che chi investe somme da riciclare parte già avvantaggiato, non ha concorrenti che lo possano contrastare, può resistere a qualsiasi crisi. Invece, l'imprenditore  onesto, tra difficoltà di accesso al credito, problemi economici e ambientali non è in grado di competere, rischia di non farcela e per questo può fallire. Penso ai tanti locali distrutti dal ciclone Harry: chi sarà in grado di ricostruirli? E l'eventuale new town di Niscemi? Chi la costruirà?  Il denaro illegale quando entra  nel sistema produttivo la domina. Tutto questo non può diventare normale, è un'anomalia che blocca ogni forma  di sviluppo. Quando Il denaro corre più veloce dei dubbi bisogna fermarsi e chiedersi: perché? Quando un'attività - qualsiasi essa sia - nasce e cresce troppo velocemente e non si comprende da dove arrivano i soldi di quell'investimento: come mai nessuno prova ad accende i riflettori? E venuto il tempo di prendere atto, in modo definitivo, che il riciclaggio non può più essere visto come un fatto secondario ma è l'infrastruttura da cui parte tutto. Non contrastarlo significa condannare definitivamente le economie sane di questa terra.

La foto del post è tratta da Google Immagini


mercoledì 28 gennaio 2026

Niscemi, una tragedia annunciata 236 anni fa.



La citta di Niscemi è al centro delle cronache perché in pericolo. Un pezzo dell'abitato ricade in una frana complessa attiva riportata negli elaborati del PAI (Piano Assetto Idrogeologico) della Regione Sicilia. Per comprendere la dinamica della frana di Niscemi bisogna guardare il suolo su cui sorge la città. Il centro abitato poggia su un bancone di sabbia che presenta un certo spessore, questo a sua volta insiste su un basamento di argille. Tale assetto geologico è già instabile di suo, diventa ancora più precario quando le precipitazioni sono abbondanti come in questo periodo. Infatti, la sabbia, su cui poggia l'abitato perde parte della sua consistenza è diventa un po' fluida, quindi meno capace a sostenere il peso delle case sovrastanti. Ma il danno non finisce qui.  L’acqua piovana, filtrando attraverso lo strato di sabbia, su cui è costruito il paese, viene bloccata dallo strato argilloso sottostante. L'argilla quando è asciutta è molto consistente, ma quando viene bagnata dalle acque di infiltrazione diventa scivolosa, come il sapone, e agisce come un vero e proprio piano di scivolamento lubrificato, ed è qui che iniziano i problemi seri. 

Tutto questo non è che si conosce da ora. NO! E' noto sin dalla notte dei tempi.  Su Facebook vi è una pagina "Niscemi tra cronaca e storia" gestita da uno storico locale,  Giuseppe D'Alessandro, il quale ha pubblicato un post sugli eventi franosi di quei luoghi e allo stesso ha allegato un documento del 1794, una relazione, redatta dal Cav. Saverio Landolina Nava che descrive dettagliatamente l'evento franoso di Santa Maria di Niscemi avvenuto nel marzo del 1790. I luoghi di quel  dissesto sono identici a quelli di oggi.
https://www.google.it/books/edition/Relazione_del_casma_accaduto_in_Marzo_17/khE28aItzDsC?hl=it&gbpv=1&dq=niscemi+casma&pg=PA17&printsec=frontcover&fbclid=IwY2xjawPmuAhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBWcDNQZUFodGZ0aUppMW16c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHv-BWE8GQW9YDyqzXrL8Nj4LKuiEuNC2SuRMG8jpvXAi8h3njG4JX_dxMO6j_aem_gm965t7exOy1RJIDIaLS9g

E' da 236 anni che quel territorio è interessato da frane, smottamenti, calanchi e da ogni tipo di dissesto idrogeologico. Eventi che si sono ripetuti nel tempo. L'ultimo fu nel 1997. Anche qui  l’eccezionalità delle precipitazioni rese fluide le sabbie su cui poggia l'abitato e rese plastiche le argille sottostanti.  Gli studi tecnici dimostrarono inoltre come la forte urbanizzazione e  la mancanza di un adeguato sistema di regimazione delle acque bianche avesse contribuito in modo determinante a saturare il sottosuolo e quindi ad accelerare il dissesto, ma anche quella frana come tutte le precedenti non ha insegnato nulla. 

236 anni persi, buttati al macero. In nome di uno sviluppo distorto, che ha creato ricchezza e consenso per pochi, si è continuato a costruire a fare affari. Ora, di fronte al dramma, si è scatenato lo show, le passerelle, grosse auto con lampeggianti, elicotteri, visite lampo, promesse a mai finire. Ma quando si spegneranno i riflettori Niscemi, o quello che ne resta, forse (non glielo auguro) sarà una città fantasma.  

La foto allegata è tratta da corriere.it

sabato 3 gennaio 2026

La banalità del male in una città assediata



Gli ultimi fatti di cronaca di Vittoria sono per molti versi allarmanti. Gli insulti e le minacce al sindaco da un lato,  l'incendio doloso di un immobile
abusivo acquisito al patrimonio del comune dall'altro, ci dicono  come la città, tra alti e bassi, viva sempre sotto assedio. Io non so se tra i due fatti ci possa essere un collegamento o una spiegazione logica, ma una cosa è pur certa: sono due eventi che mettono, ancora una volta in luce la difficoltà che vive il nostro territorio. Queste azioni violente ci danno il senso della "banalità del male" che da sempre prova ad opprime questa città. A Vittoria (e non solo) un gruppo di individui, una minoranza, compiono del male senza pensare minimamente al valore morale dei propri atti, facendo uso della violenza (fisica e verbale) in modo indiscriminato. Questi atteggiamenti tanto superficiali quanto pericolosi, puntano a schiacciare la nostra società e soprattutto le giovani generazioni di questa terra a cui va data una prospettiva diversa (non solo locali dove si mangia e si accede all'alcool con molta facilità).  La parte sana della città anche questa volta reagirà agli attacchi di una criminalità che negli anni è diventata forte, soprattutto economicamente, e non accetta che i propri beni gli vengano sottratti.  
A Vittoria vi sono 45 beni immobili confiscati, è venuto il momento che questi beni vengano utilizzati (https://openregio.anbsc.it/statistiche/visualizza/beni_destinati/immobili). Voglio ricordare a me stesso come questo pezzo di  patrimonio sia stato realizzato dalle mafie impoverendo, degradando e quindi rubando il futuro alla nostra città. Ora questi beni devono servire per ridare futuro. Serve mettere in moto quello che alcuni chiamano "imprenditorialità collettiva". Un soggetto economico che non è fatto solo dai protagonisti locali (cooperative, imprese, associazioni di categoria, sindacato, associazioni del volontariato...) ma anche da altri soggetti: comune, prefettura fino alle forze dell'ordine, dove ogni uno deve contribuire al successo e alla tutela delle attività economiche che si possono e si devono realizzare con questi beni. Su ciò Vittoria si deve differenziare rispetto al resto del territorio ibleo. E' questo che preoccupa le mafie, il fatto che i loro beni oltre ad essere confiscati finiscano per essere utilizzati e possano quindi creare progresso e sviluppo collettivo. Per questo li bruciano, per impedirne in tutti modi i loro utilizzo. Su questo tema Vittoria deve fare scuola. Dobbiamo costruire un movimento che da un lato sia in grado di scuotere, su questo tema, l'immobilismo di buona parte della classe politica regionale, nazionale e di molte istituzioni dello Stato (un inerzia che pare avere il sapore della complicità); dall'altro sia in grado di attivarsi per cominciare a gestire con profitto questi beni. . E' il primo passo per ribaltare un concetto fin troppo consolidato, tanto "banale quanto maligno", e cioè che "con la mafia bisogna convivere". Concetto ribadito pochi giorni fa dal ministro Tajani, il quale con candore lo ha affermato in un podcast e pochissimi hanno sentito il bisogno di indignarsi e condannare una simile dichiarazione.


venerdì 26 dicembre 2025

Lettera aperta all'on Minardo. Ci si prepara alla guerra?


 

Egregio onorevole, nonché Presidente della Commissione Difesa della Camera,

come Lei sicuramente saprà, l’Italia “ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Così c’è scritto, ma non si sa fino a quando, nell’art.11 della nostra Costituzione. Tenuto conto che negli anni, di fatto, sono stati già mortificati i precedenti dieci articoli, cioè quelli sul lavoro e diritti, sulle differenze di razza e di religione, sull’unità del Paese, e sullo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica; per continuare a completare l’opera di umiliazione della nostra Carta Costituzionale ora si deve degradare anche l’art.11? Non è che per caso, in silenzio e piano piano, si sta procedendo a svilire anche questo? 

Le domande che le pongo non sono il frutto di un ragionamento ideologico. No! I quesiti nascono osservando l’attività “istituzionale” svolta dalla commissione che Lei presiede e da certe sue dichiarazioni. Infatti, visionando le indagini conoscitive svolte dalla commissione nelle ultime settimane viene fuori che la stessa il 10 dicembre scorso ha incontrato il dott. Alessandro Ercolani, CEO di Rheinmetall Italia (industria di armi tedesca). Il manager, rispondendo ad un quesito posto da un deputato del pd (on. Stefano Graziano) sulla semplificazione dei processi di approvvigionamento militare  , ha dichiarato senza girarci molto attorno che: “i processi con cui acquistiamo equipaggiamenti per le nostre Forze Armate sono ancora pensati per un “tempo di pace” e oggi richiedono 3-4 anni per arrivare a un contratto. Tempi troppo lunghi rispetto alle esigenze attuali”. A quanto risulta nessuno dei deputati componenti  della commissione (a cominciare dal lei) pare abbia sentito il dovere di replicare a questa dichiarazione (si veda video webtv.camera 29.896 allegato). Anzi, il deputato del pd sembra condividere la risposta del manager e Lei, sul suo profilo Facebook, ha voluto precisare, scrivendo: “quanto sia urgente modernizzare il nostro sistema di procurement (appalti ndr) per garantire alle Forze Armate strumenti adeguati, in tempi adeguati"
Ma vi è tutta questa urgenza di fornire il nostro esercito di equipaggiamenti militari in tempi “adeguati”? Ma adeguati a cosa? Alla guerra? Ma non siamo in “tempi di pace”?

Il 3 dicembre scorso la commissione ha ascoltato il Direttore generale della TIG Events – the Innovation Group, impresa che si occupa di “costruire conferenze, contenuti e ricerche” un compito imprenditoriale tanto innocuo quanto valido. L’intervento di questo manager (si veda webtv.camera 29.816 allegato) si è concentrato sul ruolo strategico delle tecnologie quantistiche sia nella comunicazione ma anche per la “difesa”. Effettuando una breve ricerca su questa nuova tecnologia emerge come con la stessa si possono implementare sistemi di navigazione non basati sul Sistema Globale di Navigazione Satellitare ma su sensori inerziali quantistici o sulla mappatura delle anomalie magnetiche del “globo terracqueo”. Ciò consentirebbe a sottomarini, droni o veicoli autonomi di ovviare alle operazioni di disturbo e falsificazione dei segnali portate avanti dagli avversari, ma anche di sfuggire al loro rilevamento. Lei, alla fine dell’audizione ha scritto sul suo profilo Facebook di aver ritenuto l'intervento un “contributo prezioso per orientare le future scelte del Parlamento e consolidare la competitività e la sicurezza del nostro Paese”. Tutto molto interessante, ma rimane da capire una cosa: perché i nostri mezzi militari dovrebbero adottare questa tecnologia per sfuggire ad un rilevamento?  Devono attaccare qualcuno? 

Il 26 novembre scorso la Commissione da Lei presieduta ha ascoltato l’ing. Alessandro Lazzarini, responsabile di Terna della Pianificazione per la Resilienza e la Sicurezza della Rete elettrica, accompagnato dalla dott.ssa Anna Rita Cillo, responsabile degli Affari Istituzionali Italia (si veda webtv.camera 29.732).  Per il manager “la resilienza della rete elettrica è un tema cruciale per la sicurezza nazionale: dalla stabilità delle nostre infrastrutture energetiche dipende la capacità del Paese di reagire a minacce fisiche, digitali e ibride”. Alla fine dell’audizione Lei ha scritto, sempre nel suo profilo Facebook, come l'intervento sia stato “Un approfondimento particolarmente utile, che ci offre strumenti e conoscenze per proseguire il lavoro di rafforzamento della sicurezza nazionale con una visione sempre più integrata e aggiornata”. 
Ma la domanda che emerge è: perché la nostra rete elettrica deve essere minacciata? Come mai dobbiamo "reagire a minacce fisiche, digitali e ibride"? Abbiamo l'intenzione di attaccare qualcuno?

Sarà un mia impressione, ma sembra che negli ultimi tempi il lavoro della sua commissione sia incentrato su uno strano modello di difesa. Si fanno indagini conoscitive che lasciano uno certo retrogusto.  E' come se ci stessimo preparando ad uno stato di pre-guerra. Sarà forse per questo motivo che Lei non è tanto concorde con il servizio di leva volontario ma ritiene più utile il modello di riserva volontaria? 

Immagine presa dalla pagina Facebook dell'on. Minardo

Faccio notare come questo modello sia, per certi versi,  simile a quello dell’esercito israeliano che è in guerra da sempre, cioè dal 1948. Cosa propone, un futuro militarizzato e di eventuale guerra preventiva? 

Infine, mi permetto garbatamente di ricordarLe, tanto a Lei quanto ai deputati della commissione che Lei presiede, di aver  giurato "fedeltà alla Repubblica e di osservarne fedelmente la Costituzione" e quindi anche l'art.11 della stessa. Rispettare questo giuramento (art. 54 della Costituzione) non è un atto doveroso?

In attesa di sue eventuali risposte...Le auguro serene festività.

Questi i links che ho consultato per scrivere questa lettera.

https://webtv.camera.it/evento/29896

https://webtv.camera.it/evento/29816

https://magazine.cisp.unipi.it/usi-militari-tecnologie-quantistiche-introduzione-critica/

https://webtv.camera.it/evento/29732

https://www.camera.it/leg19/99?shadow_organo_parlamentare=3504

https://www.facebook.com/ninominardo?locale=it_IT

L'immagine in alto è tratta da Google Immagini

martedì 16 dicembre 2025

I beni confiscati sono Cosa Nostra!

In provincia di Ragusa ci sono 106 beni delle mafie "destinati". Sono gli immobili confiscati alle organizzazioni criminali di questo territorio che dovrebbero essere riutilizzati per scopi sociali, istituzionali o economici, gestiti dall'Agenzia Nazionale per i Beni Confiscati (ANBSC) e assegnati agli enti locali. C'è di tutto, terreni agricoli, terreni edificabili, appartamenti, ville, locali commerciali. box. Il dato è aggiornato al14/12/2025 e non c'è comune di questa provincia che non sia nell'elenco redatto dall'Agenzia nazionale.  Sto parlando di un patrimonio consistente che varrà diversi milioni di euro e lo stesso potrebbe (dovrebbe) essere riutilizzato, facendolo così diventare protagonista di un processo di restituzione alla collettività di quanto, in modo violento e illegale, le è stato tolto dall'imprenditoria mafiosa. In questo modo la comunità potrebbe finalmente partecipare ad una storia di rivincita dello Stato e di riscatto di un territorio, ma non è così. Questi 106 immobili stanno marcendo nell'incuria più totale.

La questione del patrimonio di beni immobili confiscati alle organizzazioni mafiose di questa provincia ci presenta due punti interessanti. Il primo è quello della effettiva dimensione e distribuzione territoriale di questo patrimonio, e quindi della significativa penetrazione economica delle organizzazioni mafiose nell'intero territorio ibleo. Questo ci racconta, in parte, quanto siano state forti le compiacenze di un certo mondo professionale. Che ruolo hanno avuto notai, consulenti, avvocati e tecnici nell'acquisto e nella gestione economica di questi beni per conto dell'imprenditoria mafiosa?  Il secondo è quello dei criteri con cui questo patrimonio - dopo sequestro, confisca e assegnazione - viene gestito e della sua effettiva utilità all’innalzamento delle opportunità economiche e sociali nei territori che lo ospitano. Da questo secondo punto emerge un'amara considerazione: questi criteri sono assenti, o meglio, risultano evanescenti. Forse gli assegnatari di un bene confiscato (tribunale o pubbliche amministrazioni) non sanno di avere questo bene? Oppure: l'amministrazione assegnante non fornisce all'assegnatario la necessaria comunicazione iniziale e non si sa se per indolenza, o magari per il timore di spaventare l’assegnatario? Resta il fatto che questi immobili non vengono né utilizzati né riqualificati, e quindi si deteriorano nell'incuria. E' la rappresentazione plastica della sconfitta dello Stato, costretto a relegare tutto ciò in un silenzio imbarazzante. Da questa ignominia si coglie un dato: la non considerazione dell'imprenditoria mafiosa e della sua capacità di saper accumulare beni impoverendo il territorio. Mentre la mafia criminale, quella che spara, taglieggia e spaccia, viene contrastata con determinazione dagli organi inquirenti e dalla (presunta) società civile; la mafia economica, che controlla e gestisce beni e servizi, non trova contrasto neanche quando gli si sequestrano e confiscano i beni frutto delle sue attività illecite. 

Bisogna uscire da questa condizione iniziando a parlare pubblicamente di questo fatto tanto assurdo quanto imbarazzante. In particolare a Vittoria  si avvicina la commemorazione della strage del 2 gennaio del 1999 e con essa le giuste manifestazioni in ricordo delle due vittime innocenti, Rosario Salerno e Salvatore Ottone. Onorare questi due ragazzi significa non fermarsi esclusivamente alla memoria del dolore ma aprire, finalmente, un dibattito (una vertenza) su questi temi, che sproni e porti le istituzioni del territorio ragusano all'utilizzo economico e sociale di questi beni.  Servono locali per le start up, servono terreni per sperimentare forme di agricoltura ecosostenibile, servono depositi per il nostro sistema agroalimentare, servono locali per un presidio sanitario,... C'è questo patrimonio nelle mani dello Stato,  che è frutto di attività illecite che hanno compromesso il futuro delle giovani generazioni e umiliato la capacità di molte microimprese e di tanti lavoratori, UTILIZZIAMOLO! Evitiamo che, nel silenzio più totale, CONTINUI A MARCIRE!

La foto allegata a questo post è tratta da Google Immagini.