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domenica 2 agosto 2026

Lettera dei Sacerdoti della Città di Vittoria alle Comunità cristiane e a tutti i cittadini di buona volontà.

Non siamo ai livelli di Padre Puglisi o don Giuseppe Diana, ma è, comunque, un primo passo in avanti. Buona lettura.


 Carissimi fratelli e sorelle,

come sacerdoti della Città di Vittoria sentiamo il dovere di condividere con voi una profonda preoccupazione che attraversa le nostre comunità.

I gravi episodi di violenza verificatisi negli ultimi tempi, e in particolare i recenti fatti di cronaca che hanno interessato alcuni luoghi di ritrovo e piazze della nostra città, hanno generato paura, smarrimento e un diffuso senso di insicurezza. Sono fatti che non possono essere considerati semplici episodi isolati: essi feriscono il tessuto della nostra convivenza civile e offendono la dignità della persona umana.

Ogni giorno incontriamo famiglie che hanno paura per i propri figli, anziani che rinunciano a uscire nelle ore serali, commercianti preoccupati, giovani che vorrebbero vivere serenamente gli spazi della città. Nessuno dovrebbe sentirsi minacciato o insicuro nei luoghi in cui vive.

Come Chiesa non possiamo tacere. Il Vangelo ci chiede di essere operatori di pace, ma la pace non è assenza di parole davanti all'ingiustizia o al degrado. La pace si costruisce difendendo la dignità di ogni persona, promuovendo la legalità e chiedendo che il bene comune sia realmente tutelato.

La cura e l'attenzione della Chiesa vanno a ogni persona, ma non vi può mai essere indulgenza o indifferenza verso la violenza, la prepotenza e l'illegalità. Ogni persona che vive nella nostra città ha il dovere morale e civile di rispettarne le leggi, i valori fondamentali e le regole della convivenza. Chi sceglie la violenza e il disprezzo delle regole, qualunque sia la sua origine, condizione o appartenenza, tradisce questi principi e deve risponderne secondo giustizia.

Per questo rivolgiamo un appello fermo e rispettoso alle istituzioni dello Stato, agli amministratori locali e alle forze dell'ordine: è necessario rafforzare ogni azione utile a garantire sicurezza, prevenzione e presidio del territorio. I cittadini hanno il diritto fondamentale di vivere senza paura, di passeggiare nelle piazze, di sostare nei luoghi pubblici e di educare i propri figli in un clima di serenità.

Chiediamo anche che si continui a investire nei percorsi di educazione alla cittadinanza, nella prevenzione del disagio giovanile, nel rispetto reciproco e nella responsabilità personale, perché una comunità è davvero forte e sicura quando coniuga diritti e doveri, solidarietà e rispetto rigoroso delle regole.

A chiunque abbia a cuore il presente e il futuro della nostra città chiediamo di non lasciarsi vincere dalla rassegnazione né dalla rabbia. La violenza non si combatte con altra violenza, ma neppure con il silenzio o con la tolleranza dell'inciviltà. Ciascuno è chiamato a fare la propria parte, collaborando con le istituzioni, educando le nuove generazioni al rispetto dell'altro e custodendo il bene prezioso della nostra comunità.

La nostra città merita di ritrovare fiducia, serenità e speranza. Merita di essere conosciuta per il lavoro onesto della sua gente, per la generosità delle sue famiglie e per la ricchezza della sua storia, non per episodi di sopraffazione che rischiano di comprometterne il volto.

Affidiamo al Signore la nostra preghiera per chiunque sia stato vittima di violenza, per quanti sono chiamati a garantire l'ordine e la sicurezza, e per coloro che hanno imboccato strade sbagliate, affinché ritrovino il senso del rispetto, della giustizia e della fraternità.


Alle nostre comunità cristiane rivolgiamo un invito accorato: come ci ha insegnato Papa Leone XIV, non cediamo alla rassegnazione davanti alla violenza che ferisce i nostri spazi. Il Papa ci esorta a «non rassegnarci alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia» e a «opporre a questa deriva la forza disarmante della mitezza». Le nostre parrocchie siano luoghi vivi, capaci di «spargere nelle strade il buon seme del Vangelo» per dimostrare concretamente che il male si vince con il bene.

Con la forza del Vangelo continueremo a essere vicini alla nostra città, certi che solo insieme, nella responsabilità condivisa e nel rispetto della legge, saràd possibile costruire un futuro di pace, sicurezza e autentica convivenza.


I Sacerdoti della città di Vittoria

sabato 1 agosto 2026

Ai tanti atti di violenza nel territorio corrisponde un'azione insufficiente delle istituzioni. Serve una svolta.



I vari fatti accaduti in Provincia di Ragusa, durante un mese di luglio rovente, hanno messo in evidenza tutta la debolezza delle istituzioni di questo territorio. Una fragilità determinata non da chi opera nelle stesse, ma da certe scelte politiche sempre più distanti dalle esigenze e dai problemi veri di questa terra. Senza girarci tanto attorno. In questo caldo mese di luglio diverse zone del territorio ibleo sono state ostaggio della violenza criminale, è questo il verdetto e non c'è appello che tenga. E' una verità assodata e nei palazzi delle istituzioni si fa finta di non vederla. Quando nell'arco di pochi giorni a Vittoria un negozio di abbigliamento è distrutto da un incendio probabilmente doloso, quando una ragazza viene molestata ai giardini pubblici, quando a Marina di Ragusa e a Marina di Modica la malamovida imperversa indisturbata con le sue risse, lo spaccio e gli schiamazzi, quando a Modica la vegetazione di un'intera collina è divorata da un incendio doloso, quando a Pozzallo si registrano continui fenomeni di "microcriminalità" tanto da far preoccupare le associazioni di quella città, quando lo spaccio degli stupefacenti dilaga in ogni angolo della provincia, significa che il problema non è più percepito ma è diventato realtà, e la realtà non può essere nascosta sotto il tappeto della propaganda. Se poi qualcuno mascariare questa verità dicendo che ci sono luoghi dove la violenza è più radicata rispetto ad altri più sicuri, non solo si qualifica come un immenso e totale cretino, ma dimostra quanto sia infinita la sua incapacità politica. I cittadini di Comiso, Acate, Vittoria, Ragusa, Modica, Pozzallo, ecc... vedono, da tempo, cosa accade giornalmente nel loro territorio e ne hanno tratto, da tempo, una e una sola conclusione: lo Stato si è ritirato.  Non è convocando il comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza o con le ordinanze o con le dichiarazioni rassicuranti che si possono tranquillizzare i cittadini. Non è facendo chiudere un ora prima un locale che si può contenere la malamovida. Non è con la videosorveglianza che si possono risolvere questi problemi, la tecnologia non può sostituire in toto il governo e il controllo del territorio. Molti genitori vivono notti cariche d'ansia quando i loro figli passano le serate in un qualsiasi centro ibleo, sperano  e pregano che non succeda nulla.  Tanti titolari di ristoranti, pub e bar dei centri iblei,  vivono ogni sera con paura il loro lavoro e sono costretti a convivere con il disordine. Chiedono da tempo attenzione. Vorrebbero controlli, verifiche, contrasto all'abusivismo, repressione dello spaccio e invece ricevono poco o nulla, tuttalpiù qualche pacca sulla spalla. 
Queste sono le prove inequivocabili dell'arretramento delle istituzioni. Ma vi è una verità ancora più acre, più amara, che si è consolidata nel tempo: il territorio ragusano vive ormai sospeso in un limbo: troppo incerto per sentirsi sicuro, troppo sottomesso per organizzare una svolta. 
Questa condizione è preoccupante perché il problema non sono i vari fatti criminosi che si sono succeduti. NO! Il problema ormai è il non governo del territorio. Quindi la domanda che va posta è un'altra: cosa aspettano le istituzioni a riprenderselo in mano?  
Un territorio per uscire dal limbo, dalla paura, in cui è stato cacciato deve ritornare ad essere protetto. Ma se questa protezione non arriva, se l'angoscia entra nella quotidianità, non è soltanto l'ordine pubblico ad entrare in crisi, ciò che crolla (o forse è già crollato) è la credibilità  delle istituzioni. 

Tanto per ricordarlo: un territorio che non si fida più di chi lo governa è un territorio che qualcun altro, nell'oscurità, ha già cominciato a gestire.


Nelle foto allegate, tratte da Google Immagini, l'incendio doloso di Monserrato a Modica, una rissa a Marina di Ragusa, l'incendio del negozio di Vittoria






 

sabato 4 luglio 2026

Fumarole: le soluzioni ci sono, ma...


Come sempre ogni anno in questo periodo, fino a settembre inoltrato, torna in auge la questione "fumarole" con tutto un dibattito che spesso diventa scontro tra istituzioni e associazioni ambientaliste. Intanto bisogna partire da un concetto tanto semplice quanto basilare: quando in questo territorio - dove si produce cibo di qualità - capiremo che essere ambientalisti non è solo impegno civile o passione democratica, ma deve essere un obbligo civico che riguarda tutti - perché tutelare il nostro ambiente significa migliorare la qualità della nostra vita e di ciò che produciamo - sarà sempre troppo tardi. Invece,  l'aggettivo "ambientalista" è stato trasformato da un lato in una parola tossica, dall’altro in un’ideologia elitaria. Il "militante ambientalista" è percepito come un personaggio capace solo di organizzare azioni politiche appariscenti e velleitarie. Ma è anche vero che questo concetto nell'opinione pubblica è passato con una certa facilità, perché le così dette "battaglie ecologiste" oltre ad essere percepite come un tantino esclusive e vanagloriose, si scontrano con forme di intolleranza che quasi sempre trovano un forte sostegno politico e quindi un largo consenso. 

Da decenni, lungo la fascia trasformata, migliaia di tonnellate di fratta, di plastica dismessa dalle serre e di rifiuti di ogni tipo vengono bruciati senza che le istituzioni preposte abbiano fatto o facciano qualcosa di serio per impedire questo scempio. I fumi tossici della combustione, da anni, ammorbano l’aria iblea e hanno creato e stanno creando danni al nostro ambiente, ma soprattutto alla nostra salute.  Le "fumarole" si manifestano nel periodo tra maggio e settembre, poi via via diminuiscono per riapparire l’anno successivo. E’ così, di anno in anno, si susseguono denunce pubbliche, con video sui social, che generano la giusta irritazione da parte di tanti cittadini. Le istituzioni convocano subito tavoli. A seguire, qualche parlamentare presenta un’interrogazione che viene subito rilanciata nei media, ma nel frattempo il tempo passa, si arriva a settembre/ottobre, il fenomeno inizia a scemare e tutto finisce per poi ripartire il prossimo maggio con le stesse caratteristiche, senza mai individuare colpevoli, responsabili e complici.  Sembra una specie di gioco dell’oca, si fa sempre il solito percorso per poi ripartire dall’inizio.

Per capire come poter contrastare il fenomeno si deve partire da alcuni elementi. La fratta, cioè lo sterpo delle piante di ortaggi coltivati in serra - sottoprodotto agricolo, come la paglia o gli sfalci di potatura - non è un rifiuto. Secondo le teorie dell'economia circolare, potrebbe essere riutilizzata direttamente per produrre energia o fertilizzante, riducendo in questo modo gli eventuali costi di smaltimento. Invece, nel nostro territorio, è diventata il carburante delle fumarole. In mezzo alle cataste della stessa viene nascosto di tutto: plastica dismessa dalle serre, manichette consumate, imballaggi di fitofarmaci e chissà cos’altro. Sto parlando di rifiuti speciali e pericolosi che hanno un codice identificativo (CER) e secondo la nuova normativa il loro smaltimento dovrebbe essere tracciabile digitalmente (RENTRI). Inoltre, ogni anno le imprese che producono rifiuti speciali e pericolosi, comprese quelle agricole, hanno l’obbligo di presentare il Modello Unico di Dichiarazione Ambientale (MUD).  La domanda che emerge in modo istintivo è: ma quante sono le imprese della nostra provincia (comprese quelle agricole) che presentano questa dichiarazione? Basta informarsi presso la Camera di Commercio o nel sito https://muda.infocamere.it/Muda/ 


Nella tabella elaborata anche grazie ai dati di movimprese.it  si può vedere come negli ultimi cinque anni su una media di 37.000 attività poco più del 5% delle stesse ha presentato il MUD. Ovviamente non tutte le imprese sono sottoposte a questo adempimento, ma è certo che molte imprese agricole, in particolare quelle serricole, sono obbligate a farlo.  Basterebbe incrociare i dati tra le imprese che hanno presentato il Modello di Dichiarazione Unica e le tantissime che invece hanno evaso l'adempimento per capire come sono stati fatti evaporare i rifiuti speciali e pericolosi prodotti in queste attività. E' molto semplice, ma non è mai stato fatto! Mentre di anno in anno in anno ci si trastulla in dibatti e riunioni, il territorio continua ad essere appestato. I dati dell'ultimo "Rendiconto sociale provinciale" dell'INPS sono chiari. Nella tabella di pag. 65 del Rendiconto, di seguito allegata, sono indicate le domanda di invalidità civile presentate nel biennio 2023/2024. Più di 16.000 domande - oltre 6.000 solo nel comprensorio Acate, Vittoria, Comiso - quasi la metà di queste riguardano richieste di invalidità per patologie tumorali. 

L'insorgere dei tumori non avviene per puro caso, ma è innescato da fattori ben precisi e tra questi vi è pure la qualità dell'aria che respiriamo, le caratteristiche dell'acqua che utilizziamo e la qualità del cibo che mangiamo. 
Se tutto ciò  di anno in anno peggiora, maggiore sarà la possibilità di ammalarsi di cancro. 

Il fatto che le istituzioni preposte (Regione, Prefettura, Libero consorzio, Arpa, Asp,...) non riescano a contrastare da tempo questa emergenza ambientale e sanitaria, ha creato quell'humus su cui si nutre l'atteggiamento criminale di certi "produttori" e gli interessi delle ecomafie. Da tempo ormai questo territorio viene definito "Terra dei Fuochi" o "Chernobyl della Sicilia". Queste frasi vengono già scritte nelle varie narrazioni. Vogliamo che queste marchio di "Indicazione Geografica Tipica" attesti definitivamente i nostri luoghi e le nostre produzioni? Oppure è arrivato il tempo di avviare un deciso cambiamento verso un contrasto serio a questi fenomeni e quindi in favore della sostenibilità ambientale della serricoltura?

martedì 9 giugno 2026

"Tutti i nomi. Rapporto sulle sacre famiglie di Sicilia" di Accursio Sabella



Gli immortali della politica siciliana. Persone di cui tutti parlano, ma sottovoce. Sono i continuatori di quel feudalesimo baronale che costituiva la classe dominante dell'isola. Come i baroni esercitarono per secoli un enorme potere politico ed economico sui propri territori, anche questi signorotti della nostra politica regionale, da decenni, passando di qua e di la, decidono, inquinandole, le sorti di questa terra.

Vi invito a leggere quest'articolo di Accursio Sabella apparso su "Il Foglio" (ogni tanto anche su quel giornale compare qualcosina di interessante). 

Buona lettura.

"Santi e santini di Sicilia cambiano faccia, senza prendersi il disturbo di cambiare il cognome. Spesso, non è necessario. In tanti, nell’isola, imparano presto che il voto è una preferenza, certo, ma anche una processione per la grazia, una supplica. È successo anche all’ultima tornata di elezioni amministrative che si concluderanno tra sabato e domenica con i ballottaggi. In Sicilia, sono tre i Comuni al secondo turno. Tra questi, anche un capoluogo di provincia, Agrigento. A pochi chilometri dalla città di Luigi Pirandello, in un paese di dodicimila abitanti, quindi al di sotto della soglia necessaria per andare ai ballottaggi, non ci sarebbe stato comunque bisogno di tornare alle urne. I cittadini, da quelle parti, si sono espressi con un plebiscito. “Garantirò la continuità amministrativa”, ha promesso a poche ore dall’elezione, come se ce ne fosse bisogno, il nuovo sindaco di Raffadali che di cognome fa Cuffaro. No, non si parla del più famoso Totò. E nemmeno del meno famoso Silvio. Il nuovo sindaco è Ida Cuffaro. Nipote dell’uno e dell’altro zio di Sicilia. Anzi, lo zio Silvio le ha anche lasciato la poltrona di primo cittadino. La continuità amministrativa? È continuità familiare, innanzitutto. Benedetta dalla democrazia. Quasi l’ottanta per cento dei votanti hanno scritto, sulla scheda elettorale, quella parola d’ordine che gronda di politica, di inchieste, di cadute e di miracoli. Una cognome che in quel paese è la password giusta per il consenso. E l’intreccio politico-familiare ha pure finito per generare un rompicapo, un corto circuito: l’ex governatore Totò, infatti, è finito ancora una volta nei guai giudiziari e ha patteggiato una condanna a tre anni di servizi sociali, insieme a un “daspo” insolito: non potrà frequentare esponenti politici e burocratici. Ma la nipote, che adesso è una politica, è, appunto, una parente. Come la mettiamo? In questo caso, interverrà la logica deroga, la cui assenza avrebbe finito per complicare feste e ricorrenze. Sì, Cuffaro senior potrà incontrare la nipote. È pur sempre una nipote.

Il frutto è caduto vicino ai rami, nel sacro giardino siculo degli alberi genealogici dove il governo regionale vuole riportare cervelli fuggiti dalla mediocrità e dalle logiche tribali. L’appello è stato lanciato nel burocratese di una leggina approvata poche settimane fa. La norma prevede, in sostanza, incentivi e sconti sulle tasse per chi volesse prendere residenza tra le parrocchie di Sicilia. Del resto, ai vertici di Palazzo d’Orleans tengono molto al “merito” (o all’insopportabile “meritocrazia” che almeno confessa come l’argomento sia il potere), dovrà essere quello il codice per sbloccare l’avvenire, il pin dello sviluppo. Il governatore Renato Schifani lo ha anche ripetuto agli studenti accolti pochi giorni fa nei giardini della presidenza in occasione dell’ottantesimo anniversario dello Statuto siciliano: “Voi siete il futuro”, ha detto. “La nostra sfida – ha ribadito ai giovani pochi giorni dopo – è creare i presupposti perché il lavoro non manchi in Sicilia. Questa terra è meravigliosa, non abbandonatela”.

C’è un grande prato verde, tra le parrocchie e le cattedrali di Sicilia. E qualche mese fa, un cervello è già rientrato nel giardino. “Mia figlia? Ha grandi qualità”, ha commentato Totò Cardinale, già ministro nei governi di centrosinistra ed esperto tessitore di maggioranze variabili, con quel cognome che beffardamente rimanda alle liturgie degli accordi. Era dalla parte del governatore gelese del Pd Rosario Crocetta, qualche anno fa, con la sua “Sicilia Futura” (e che, la retorica del futuro nell’isola non poteva diventare partito?) e adesso tra i più fedeli sostenitori di Schifani, insieme a un drappello di deputati regionali di ultima (o penultima) generazione, da sempre titolari di un pacchetto di voti consistente. Uno di questi di chiama Edmondo Tamajo, detto Edy, quartier generale a Partanna Mondello e capace, alle ultime elezioni europee, di portare a casa più di 120mila voti, un bottino così prezioso da costringere il vicepremier Antonio Tajani a chiedergli il beau geste del passo indietro, per lasciare il banco di Strasburgo a Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici e simbolo dell’antimafia prima dentro la giunta di Raffaele Lombardo, poi da candidata alla presidenza della Regione siciliana col Pd, infine da eurodeputata di Forza Italia. E Tamajo ha accettato, limitando il suo comunque amplissimo raggio d’azione alla Sicilia delle Attività produttive. È proprio nell’ufficio di gabinetto di quell’assessorato che siede oggi Serena Cardinale, 37 anni, figlia dell’ex ministro e dipendente della Regione Lombardia: “Se sono felice che sia tornata? Certo che lo sono”. Di sicuro, non si può dire che lo stratega di Mussomeli abbia mai ostacolato la carriera delle figlie negli ambienti politici: Daniela Cardinale è stata eletta alla Camera dei deputati per la prima volta nel 2008, quando aveva solo ventisei anni, e in parlamento è rimasta fino al 2022, per gran parte dell’esperienza tra le file del Pd, abbandonato nel 2019. E già si parla di una nuova candidatura alle prossime politiche, stavolta con i berlusconiani. Si vedrà. Intanto, la sorella Serena è nello staff di Tamajo, un incontro tra sacre famiglie sicule del voto. I Tamajo, infatti, non danno mica le carte solo alla Regione. Il padre di Edy, Aristide, è assessore all’Istruzione della giunta del sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Un ponte, quello dei Tamajo’s che lega Mondello al resto della Sicilia. Un ponte poggiato sul solido terreno del trasformismo: un po’ col centrosinistra, un po’ col centrodestra, poco importa. L’unico simbolo che conta è il cognome.

Discorso che vale anche a pochi chilometri dal mare di Mondello. Nel quartiere di Borgo Nuovo cresce e si moltiplica la famiglia Figuccia, esperta nel cercare (e trovare) i voti anche tra precari e interinali, tra Pip, Asu, Lsu, filastrocca dell’inestirpabile parassitismo siculo, fonte di tante ricchezze elettorali. Il capostipite è Angelo Figuccia che qualche anno fa si autoproclamava “consigliere comunale emerito”, anche, forse, sulla scorta di alcune prese di posizione pubbliche. Come quando festeggiava la Giornata della famiglia naturale, affermando che “forse (bontà sua, ndr) essere gay o tutelarne i diritti, sarà anche un modo per “essere trendy”, ma la vita non può seguire la moda”. Non una sorpresa, quell’uscita, per l’emerito che aveva affermato, pochi anni prima: “Dio ci castigherà per il registro delle unioni civili”. Senza dimenticare le crociate che puntavano a preservare la purezza del palermitano del centro storico dal fenomeno della prostituzione: “Non è più possibile che la sera debba stare barricato in casa per evitare di vedere questo triste spettacolo o, peggio ancora, rischiare di rimanerne coinvolto”. Che si sa, ti volti un attimo… Concetti che oggi sarebbero in sintonia col mondo al contrario di Roberto Vannacci. E a dire il vero, anno dopo anno, la famiglia Figuccia si è spostata sempre più verso destra. Basta seguire il filo dei movimenti del deputato regionale Vincenzo, figlio di Angelo, entrato all’Ars per la prima volta nel 2013, senza più uscirne. Primo approdo col vessillo del Movimento per l’autonomia di Lombardo, lo sbarco in Forza Italia, poi l’Udc con cui sarà eletto per la seconda volta, infine l’arrivo alla Lega di Matteo Salvini. Ma anche in questo caso, il partito non è indicativo. Come per i Tamajo, il cognome è già un simbolo. La famiglia è già un partito. Con i suoi avamposti. Oggi Sabrina, sorella di Vincenzo, è una combattiva consigliera comunale. L’altro fratello, Marco, il più giovane, è stato eletto consigliere della circoscrizione che comprende Borgo Nuovo, appunto. Lì dove sorge la chiesa della sacra famiglia Figuccia.

Ma non si pensi che il concetto di famiglia debba essere interpretato necessariamente nella sua accezione più pura del legame di sangue. A volte, basta un matrimonio. Serafina Marchetta, detta Rossellina, nel 2022 è volata dai banchi del consiglio comunale di Grotte, comune confinante con la sciasciana Racalmuto, a quelli preziosi di Palazzo dei Normanni. Un successo elettorale? Non esattamente. Perché l’onorevole Marchetta raccoglierà un bottino di voti paragonabile a quello di un’elezione a capoclasse: ben venticinque nella lista della Democrazia cristiana. Cosa ci fa, allora, all’Ars, con un dorato stipendio da quasi diecimila euro lordi mensili? Il marito Decio Terrana è il segretario regionale dell’Udc, partito che ha deciso di sostenere Schifani alle elezioni. E nel listino del presidente, composto da candidati che entrano direttamente all’Ars in caso di elezione dell’aspirante governatore, serviva una donna per fare quadrare il computo delle quote rosa. Una parrocchietta, in fondo, quella dei coniugi Terrana, come le tante che sorgono attorno alle grandi cattedrali del consenso. È anche il caso di due giovani dai cognomi noti, cooptati negli staff del governo regionale: Andrea Mineo, oggi, è un componente della segreteria particolare del presidente Schifani. Figlio di Franco, già deputato regionale di Grande Sud e anche lui con qualche vecchio grattacapo nei tribunali, Andrea, estraneo a quelle inchieste, nonostante non sia ancora quarantenne, ha già una carriera politica alle spalle: è stato assessore e consigliere al Comune di Palermo, ed è passato da Fratelli d’Italia alla Dc, fino a Forza Italia. A presiedere quel consiglio comunale, oggi, è Giulio Tantillo, storico riferimento azzurro nel capoluogo: anche lui ha un figlio trentenne e rampante, Fabrizio, attuale segretario dei giovani di Forza Italia in Sicilia ed entrato negli uffici dorati di Palazzo d’Orleans, nella segreteria di Schifani.

Basta smorzare le ambizioni, poi, e per le sacre famiglie di Sicilia si apre un mondo sotterraneo di assessorati, aziende, società pubbliche o partecipate, dove ritagliarsi un orticello di potere. Pochi mesi fa, tra un tentativo e un altro, tra un tira e un molla, è finito per esplodere lo scandalo dei cosiddetti “comandati”: persone assunte per lavorare negli esangui reparti degli ospedali siciliani e trasferite con un colpo di penna nei più comodi uffici degli assessorati. Tra questi, Giorgia Iacolino, figlia di Salvatore, ex europarlamentare di Forza Italia e potentissimo direttore generale della sanità, prima di finire dentro una spinosa inchiesta sui rapporti tra burocrazia, politica e mafia. La stessa Giorgia era già stata introdotta in politica: consigliera comunale ad Agrigento e candidata alle Europee per Forza Italia. Ma non solo. Nel lungo elenco dei comandati, spunta anche Maria Paola Ferro, moglie del sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Negli ultimi anni, invece, il Cefpas, un ente regionale che ha il compito di formare i professionisti della sanità sicula, è stato infarcito di parenti e amici di deputati e dipendenti. Ne è scaturita l’inchiesta denominata “La corte dei miracoli” che ha coinvolto, tra gli altri, il deputato regionale di Forza Italia Riccardo Gallo Afflitto per presunti incarichi e favori alla moglie.

E così, inchieste giudiziarie e saghe familiari rischiano di incrociarsi ancora una volta. Nel 2012, l’indagine per mafia a carico di Raffaele Lombardo portò alle elezioni anticipate in Sicilia: da quell’inchiesta l’ex governatore di Grammichele finirà assolto e politicamente riabilitato, al punto da essere tornato a dare le carte nella politica siciliana, con due assessori nella giunta di Schifani che rispondono a lui. In quella vecchia storia giudiziaria finì anche il fratello Angelo, che nel frattempo aveva raggiunto i banchi del parlamento nazionale: le accuse di mafia sono cadute anche in questo caso, resta una condanna per corruzione elettorale. Ma la famiglia Lombardo è grande. Nel 2012, all’Ars arriva il ventiquattrenne Toti, figlio dell’ex presidente. Dieci anni dopo, sarà la volta di Giuseppe, nipote di Raffaele, attualmente in carica.

Non ce l’ha fatta, invece, in quella stessa tornata e dalle stesse liste dell’Mpa, Luigi Genovese, figlio di Francatonio. Quest’ultimo, già sindaco di Messina, segretario regionale del Pd, poi parlamentare per dieci anni con i Dem e con Forza Italia, prima di schiantarsi anche lui contro un’inchiesta giudiziaria, aveva nutrito il proprio consenso in Sicilia con i frutti della formazione professionale, un settore che fino a una decina di anni fa muoveva centinaia di milioni l’anno e dava da mangiare a oltre diecimila famiglie. Per la verità, anche quella di Francantonio è una tappa intermedia di una lunga storia di famiglie e politica. Oltre a essere nipote del più volte ministro Nino Gullotti, Francantonio Genovese è figlio di Luigi, senatore della Democrazia cristiana per la bellezza di ventidue anni, tra il 1972 e il 1994. Ventidue anni. Uno in più di quelli compiuti dall’altro Luigi, il nipote, quando entrerà all’Ars nel 2017. Non ci riuscirà al giro successivo, come detto. Poco male. Le sacre famiglie di Sicilia non finiscono mai. E Luigi Genovese, figlio di Genovese e nipote di Genovese, erede di una sacra dinastia, è stato “ripescato” per guidare a soli trent’anni una delle aziende pubbliche regionali più importanti, cioè l’Ast, che si occupa di trasporto pubblico e dà lavoro a oltre cinquecento dipendenti, stagionali e interinali esclusi. Nel giardino siciliano degli alberi genealogici, i frutti non cadono mai lontano dai loro rami."


 

domenica 7 giugno 2026

Acate è solo la punta dell'iceberg

 


Cosa sta succedendo ad Acate? E’ da oltre un lustro che ciclicamente si succedono incendi di probabile natura dolosa. Dietro questi roghi potrebbero esserci circostanze tanto inquietanti quanto preoccupanti? Potrebbe essere. Acate da tempo vive una condizione un po’ particolare, ma è come se non fosse considerata, anzi pare proprio un luogo dimenticato. Eppure sono successe cose che avrebbero dovuto accendere i riflettori su questo piccolo centro del Sud Est. Nel novembre del 2019 l’auto di Riccardo Zingaro, un ambientalista che da anni denuncia i reati ambientali che vengono perpetrati lungo la costa iblea, viene incendiata. Nel luglio del 2022, Douda Diane, una persona, un lavoratore che in un video denunciava condizioni di lavoro disumane, scompare nel nulla e da allora non si trova, come se fosse stato ingoiato dalla terra. Nel 2024 un incendio di probabile natura dolosa distrugge i mezzi di un’impresa di movimento terra. L’estate scora una serie di incendi, anche questi forse dolosi, distruggono auto, mezzi di imprese, uno chalet, portoni di abitazioni, una successione di fuochi che crea una forte preoccupazione, ma passata l’attenzione tutto si ri-normalizza. Poche ore fa le due auto di un professionista sono state distrutte dal un incendio possibilmente doloso. In tutta queste serie di fatti, tanto gravi quanto angoscianti, c’è un unico denominatore: nessuno ha visto nulla! Viviamo nell'era del controllo totale, siamo circondati da telecamere, viviamo immersi nel wi-fi come i funghi sott'olio, sui social a qualsiasi ora del giorno e della notte si postano video di ogni genere, qualsiasi nostro movimento è scandagliato fino alle mosse più impercettibili, ma ad Acate di tutti questi fatti nessuno ha percepito qualcosa, anzi nessuno sa nulla.  Non sono mai successi?

In questo territorio, non solo ad Acate, è in atto un cambio del paradigma mafioso: imprese appalti, riciclaggio, gestione dei rifiuti, controllo dello spaccio; una miscela di affari che andrebbe analizzata e contrastata con metodi nuovi e diversi. Invece siamo fermi ad un'antimafia pirotolla e melodrammatica, avallata dagli organi inquirenti e capace di coinvolgere la presunta “società civile” in analisi datate. I suoi effluvi si manifestano, con tronfia prepotenza, in certe manifestazioni. Questo tipo di “contrasto” non impensierisce nessuno, anzi ha un retrogusto che spesso sa di ridicola autocelebrazione.  Servono nuovi approcci, nuove attenzioni per capire cosa sta succedendo in questa terra, sia economicamente che socialmente. Se questo non viene fatto aumenterà la sfiducia verso le istituzioni e la paura, ma proprio la paura è una potente macchina per creare consenso. Quando le persone si sentono minacciate, cercano ogni forma di protezione. Le mafie lo hanno già compreso, il loro passo successivo sarà il controllo diretto delle amministrazioni.

La foto è stata tratta da Google Immagini

martedì 26 maggio 2026

Fuoco 3, ipotesi e domande.








Le ipotesi sugli incedi dolosi che nelle ultime settimane hanno mandato in fumo due aziende di produzione imballaggi ortofrutta, una a Santa Croce Camerina e l’altra a Pachino, non sono poi così sottaciute come si possa pensare. Di tanto in tanto affiorano nelle discussioni che si fanno nei bar o nei luoghi di ritrovo. Ma le parole, quando si affrontano certe discussioni, restano sempre compresse, come il vapore della pentola a pressione. Ogni tanto c’è qualcuno che preme la valvola e fa sfiatare un po’ di gas carico di aromi che fanno intuire cosa potrebbe cuocere all’interno. Tutto questo però dura poco, il contenuto della pentola oltre a rimanere segreto deve tornare ad essere silenziosamente lessato…a fuoco lento.

Al centro di questo breve racconto vi è il cartone ondulato che è la materia prima per fare gli imballaggi per l’ortofrutta. Le cassette fatte con questo materiale sono prodotte con fibra vergine, un prodotto estratto dalla lavorazione di legni provenienti da alberi di foreste certificate. La fibra vergine è la più alta garanzia di igiene per i prodotti alimentari. Le cassette realizzate con questo materiale hanno, o dovrebbero avere, un unico impiego. Infatti, dopo un solo utilizzo andrebbero recuperate, pressate e ciò che resta riciclato e impiegato per altre produzioni. Ed ecco il primo inghippo: tutto questo avviene? Avrò modo, in altra occasione, di provare ad approfondire la cosa, per ora continuo il racconto.

Il cartone ondulato viene prodotto da industrie specializzate: le cartiere. Queste imprese, ovviamente, oltre a produrre la materia prima hanno anche dei canali per la commercializzazione della stessa, ad esempio: rappresentati o grossisti. Può essere che qualche rappresentate o grossista sia anche produttore di imballaggi? Potrebbe pure essere. Sempre per esempio: se in una società vi è un socio amministratore e l’altro è soltanto socio di capitale, cioè non opera direttamente all’interno dell’impresa, quest’ultimo potrebbe esercitare l’attività di rappresentante o grossista e pertanto potrebbe fornire al suo socio il cartone ondulato ad un prezzo di favore, mentre alle altre imprese dello stesso settore imporrebbe un “legittimo ricarico”. Se tutto questo trovasse un’eventuale conferma, si verrebbe a creare un mercato dove c’è un’impresa in grado di acquistare la materia prima ad un costo più basso e quindi capace di offrire un prodotto finito ad un prezzo più competitivo rispetto a quello dei suoi concorrenti. In questo caso si possono determinare le condizioni per una sorta di monopolio economico del settore. Ma, provando a scendere all’interno di certi particolari che potrebbero sembrare fantasiosi (e forse lo sono), ipotizziamo che la società interessata ad avere l’esclusiva commerciale sia legata, direttamente o indirettamente, alla criminalità organizzata; ipotizziamo altresì che alcune imprese concorrenti di questa, per quanto più volte gentilmente sollecitate, non vogliano acquistare il cartone ondulato dal grossista socio dell’impresa “monopolizzatrice”; cosa succede? Gli incendi dolosi nascono da questo rifiuto?  Ecco, questo è il busillis!!

Le economie mafiose crescono e si sviluppano grazie a spazi opachi dove politica, istituzioni e (presunta) società civile hanno rinunciato da tempo a non renderli trasparenti. Si è scelto, convintamente, di non vedere? Su certi temi è meglio essere ciechi, muti e sordi?


domenica 17 maggio 2026

Fuoco 2



Un'altra azienda di imballaggi è stata vaporizzata dal fuoco doloso. Dopo la "Orto Imballaggi" di Santa Croce Camerina adesso è toccato a "La Fenice" di Pachino. Fa caldo nel Sud Est Sicilia e l'aumento della temperatura non è determinato dall'arrivo della primavera, NO! Fa caldo perché le mafie di questa parte della Sicilia hanno deciso di entrate a pieno titolo nel controllo di un settore strategico per l'ortofrutta: la produzione degli imballaggi. Non c'è pomodoro, zucchina, peperone capace di viaggiare è arrivare nei supermercati o nei mercatini rionali senza essere messo prima in una cassetta e poi la stessa su un pallet.  Le mafie hanno stabilito che tutto deve essere prodotto dalle loro aziende, non vogliono più concorrenti. All'incertezza del libero mercato stanno imponendo la certezza concreta del loro monopolio.  Il messaggio è chiaro, è preciso: chi non si adegua verrà "infiammato". Fanno ridere le richieste di: "più controlli, più forze dell'ordine, ci vuole l'esercito, la video sorveglianza". Serve, e non da ora ma da anni, capire cosa sta succedendo nelle economie di questo lembo di Sicilia. Si è parlato e scritto tanto sulle dinamiche criminali, sulla composizione dei clan e come gli stessi si sono suddivisi il territorio. Sono state analizzate minuziosamente le loro principali attività illegali: spaccio, rapine, controllo delle bische clandestine, usura;  ma non si parla mai (o non si vuole parlare) di come le mafie sono entrate nell'economia legale; di come, grazie alle crisi, siano diventate padrone di interi settori economici; si ignorano (volutamente?) i loro innumerevoli complici. Servirebbero più ispettori dell'Agenzia delle Entrate, ma non per stressare soltanto i normali cittadini per gli errori nelle loro dichiarazioni IVA o dei redditi, ma per verificare cosa accade in certe attività, ma le Agenzie del Sud Est sono state via via depotenziate. Servirebbero più Ispettori della Banca d'Italia per controllare cosa accade all'interno degli istituti finanziari, ma le sedi di Ragusa e Siracusa sono state chiuse. Servirebbero organi inquirenti (intelligence) più attenti a certe dinamiche economiche ma gli organici dei commissariati e delle caserme (GdF e Carabinieri) sono stati ridotti a lumicino. Servirebbero più ispettori del lavoro ma non per logorare sempre e solo le solite piccole attività, ma per verificare anche cosa accade in certe attività. Tutto questo non avverrà mai. Anzi, non deve avvenire. Sarebbe una scelta politica deleteria che farebbe perdere consenso e come si sa le scadenze elettorali sono una appresso all'altra. E' molto più facile organizzare generici "percorsi di legalità", possibilmente sponsorizzati da qualche "azienda". Così mentre tutti sfiliamo, le mafie, indisturbate, conquistano in silenzio o col fuoco le economie di questa terra.

La foto è presa dal sito blogsicilia.it