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domenica 3 maggio 2026
Fuoco
venerdì 1 maggio 2026
CIAO NINO
Nino Cavallo, storico dirigente della CNA, ha lasciato questa terra. Lo conobbi nell'autunno del 1996, io appena trentenne e da poco dentro l'organizzazione e lui già maturo dirigente regionale. Non ho mai condiviso molto la sua idea di organizzazione, ma parlare con lui, confrontarsi sui temi che riguardavano quel mondo fatto di piccole e micro imprese, che provavamo e proviamo a rappresentare, era sempre stimolante. Con un garbo quasi paterno e con una semplicità che appianava ogni ostilità riusciva a sciogliere "nodi intricati". Da tempo manifestava l'idea del ricambio generazionale nell'artigianato, lo riteneva una sfida cruciale non solo per garantire continuità al settore ma soprattutto per impedire che i giovani abbandonassero il nostro territorio. Questa sua idea era diventata un cruccio, ne parlava sempre. Pochi mesi fa la mise nero su bianco. Più che un testamento è un garbato e accorato incarico che voglio pubblicare, non solo e non tanto per ricordare la sua figura ma come un utile promemoria politico per chi avrà la voglia e il piacere di leggerlo. Ciao Nì.
"Diffondere la condivisone di conoscenze ed esperienze tra pensionati e giovani per rilanciare il capitale umano, sociale ed economico del nostro Paese, Questo è l'obbiettivo di questo documento. La tecnologia è lo strumento per promuovere il confronto tra generazioni. Gli anziani tornano a scuola per imparare dai nativi digitali a familiarizzare con le nuove tecnologie, in cambio possono mettere nelle mani dei ragazzi conoscenza e sapere dei mestieri artigiani per rivalorizzarli e farli vivere in chiave moderna. Questo progetto, se riusciamo a sostenerlo avrà una potenza innovativa e dirompente, soprattutto perché indica il sentiero dentro il quale incamminarsi per lo sviluppo del nostro Paese. Una collaborazione intergenerazionale proficua, solidale e intelligente, una collaborazione che superi quel falso conflitto generazionale distruttivo, che sembra sia stato progettato negli ultimi anni da politiche poco lungimiranti o comunque con comunicazioni negative per mettere in contrasto le esigenze degli anziani e dei ragazzi. Questo progetto mira, insieme alle nuove generazioni, a diffondere la cultura dell'artigianato e della legalità, elemento indispensabile per la sopravvivenza delle imprese e di conseguenza della società. Voi ragazzi siete un patrimonio preziosissimo che nell'era digitale rappresenta un asso nella manica da giocare per vincere la sfida nel mondo della globalizzazione, sempre pronti a cogliere le sfide del cambiamento, sempre aperti al ricambio generazionale. Noi anziani siamo chiamati ad assumerci la nostra responsabilità e quindi a metterci in gioco cooperando ed elaborando progetti ambiziosi che indichino nuove strade da percorrere insieme. Siamo davanti ad una situazione di transizione con chiari e scuri che ha messo in discussione assetti e modi di pensare consolidati. Attori in campo ritenuti infallibili hanno rivelato improvvisa e imprevista fragilità. Hanno mostrato la loro vulnerabilità anteponendo all'interesse generale l'interesse personale. Un esasperato individualismo che, troppo spesso, ci impedisce di giocare in una squadra dove ogni singolo giocatore, se pur straordinariamente bravo, da il meglio di sé solo se riesce a coordinarsi con l'interesse generale del gruppo. Qualcuno diceva: se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano vai insieme agli altri." BUON LAVORO!
venerdì 24 aprile 2026
La Città di Vittoria nella Resistenza.
Due anni, fa facendo alcune
ricerche, ero riuscito a trovare più di 2.000 nomi di partigiani siciliani. Tra questi mi saltò all'occhio quello di una
donna, Giuseppina Di Guardo, una ragazza nata a Vittoria il 10/12/1920 (alcune fonti
parlano del 1929). Giuseppina era una giovane
impiegata, è diventò operativa a partire dal novembre del 1944 nella brigata
SAP "Borotti", in Emilia Romagna, una formazione molto attiva nell'Appennino piacentino, tra Liguria e la Pianura Padana. Quest’area era di
fondamentale importanza per il controllo delle vie di comunicazione. Infatti, la
zona fu teatro di costanti rastrellamenti tedeschi e scontri con l'esercito
della RSI. La "Brigata Borotti" operava quindi in un territorio fortemente
strategico e si distinse per azioni di sabotaggio e protezione del territorio,
spesso operando in condizioni estreme contro le forze nazifasciste. La presenza
femminile in questa formazione fu determinante non solo sul piano operativo, ma
anche rappresentativo, perché contribuì a rompere preconcetti e steccati
sociali profondamente radicati nell'Italia di quegli anni. Giuseppina fu una di
quelle donne, una ragazza del profondo Sud, che oggi l'ANPI ricorda insieme ad altre 55 donne (ragazze) siciliane che diedero il loro importante contributo per la Liberazione dal nazifascismo e per un mondo diverso.
Ma non c'è solo Giuseppina. Una ricerca guidata dal prof. Claudio Dellavalle (già ordinario di storia contemporanea presso l'università di Torino) e dagli Istituti storici della Resistenza del Piemonte, in collaborazione con il Ministero della Difesa, ha prodotto una banca dati con 108.421 nomi di partigiani, combattenti, patrioti e benemeriti che hanno svolto attività durante la lotta di Liberazione in Piemonte (regione dove la Resistenza fu tenace e combattiva). Di questi, 34 sono di origine vittoriese. Pubblico di seguito cognomi, nomi e relativi nomi di battaglia. Per chi volesse leggere le schede di ogni singolo patriota partigiano della nostra città, allego di seguito il link: http://intranet.istoreto.it/partigianato/risultato_ricerca.asp
Sarebbe interessante, oltreché doveroso, se in una eventuale revisione della toponomastica cittadina, oppure con una lapide commemorativa, venissero ricordati i veri patrioti di questa terra. C'è un obbligo: togliere questi nomi dal lungo oblio in cui sono precipitati, dando loro la dignità che meritano. Giuseppina e questi nostri 34 concittadini difesero un'idea di Patria che si basava e si basa, grazie alla Costituzione, su valori come Libertà e Giustizia e non su sottomissione e iniquità.
domenica 19 aprile 2026
Unire i puntini per capire le mafie del Sud Est
2) Sembra che le mafie di questa zona della Sicilia si fossero costituite in un’unica cooperativa. La stidda (ciò che ne resta), elementi locali della mafia, mafia albanese ed esponenti legati alla ‘ndrangheta si sono messi insieme, intanto per non pestarsi i piedi tra loro e poi per mettere in connessione, e quindi rafforzare, le loro attività: prima fra tutte il narcotraffico (controllo e spaccio della cocaina) e poi l’estorsione. Quest’ultimo “business” non è più quello che noi storicamente conosciamo, cioè il pizzo da chiedere alle imprese per sostenere la famiglia dei galeotti o per “sponsorizzare” un certo evento sportivo. No! Quello oramai è roba da mendicanti del crimine. L’estorsione di oggi si basa su far confluire il denaro prodotto illegalmente nell’economia del territorio. Un’attività è in crisi? Arriva “l’amico” che può dare aiuto rilevandola...estorcendola.
3) Per il sistema bancario un’impresa che presenta un piccolo segnale di difficoltà - ad esempio: non riesce, per i motivi legati alla crisi a rientrare dalla scopertura concessa - diventa subito “sofferente”. I programmi del sistema la segnalano subito, facendola diventare immediatamente come un'attività con “esposizione inesigibile”. Alle banche non interessa se l’impresa è entrata in crisi perché lo Stato non ha ancora riconosciuto contributi o agevolazioni, oppure perché i suoi clienti non hanno pagato quanto dovevano. La logica della banca è tanto semplice quanto indecente: non riesci a rientrare? Ti blocco!
4) Chi arriva in aiuto? La cooperativa! Con i soldi fatti grazie al narcotraffico.
La figura che viene fuori unendo questi punti? Può essere quella che queste società offshore abbiano
acquistato in questi anni imprese in difficoltà? Ecco questa è una domanda, o un immagine, che
va girata direttamente agli organi inquirenti, sperando che prima o poi arrivi o una risposta oppure venga osservata con una certa attenzione.
L'immagine a corredo del post è tratta da Google Immagini
domenica 8 marzo 2026
E' morto Santapaola, ma il suo sistema economico criminale è più vivo che mai
Benedetto Santapaola, detto Nitto, è morto a 87 anni, nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano. “U ziu Nitto”, come lo chiamavano in segno di rispetto i suoi affiliati, era detenuto al 41 bis e condannato a 18 ergastoli. La sua ascesa criminale risale agli anni 70/80 in una Catania che in quel periodo veniva definita “la Milano del Sud”, dove un sindaco, il democristiano Angelo Munzone, subito dopo l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, poteva serenamente dichiarare: "Catania è una città che non ha la mafia. La mafia è a Palermo". E si! Perché per anni nessuno - oltre Fava, i suoi carusi e pochissimi altri - si era accorto, o meglio faceva finta di non accorgersene, cha a Catania c'era cosa nostra. E' grazie a questa complice indifferenza che cresceva la forza criminale e imprenditoriale di Santapaola, il quale da un lato eliminava, con la stessa ferocia dei boss dei cartelli messicani, concorrenti, rivali e oppositori; dall'altro costruiva, con la capacità di un top manager, i rapporti con l'imprenditoria e le istituzioni catanesi. Tutto questo si materializzava nelle foto con prefetti, questori, politici e alti prelati. Storica è la foto che ritrae il boss, un imprenditore e l’allora primo cittadino di Catania, Salvatore Coco, mentre brindano durante l’inaugurazione di un noto negozio (foto tratta dall'articolo "L'ultimo padrino di Catania" di Laura Distefano pubblicato LiveSicilia.it il 03.10.2021)
E' lui che avvia nei fatti il processo di modernizzazione della mafia, facendola diventare da volgare organizzazione criminale ad impresa capace di monopolizzare qualsiasi settore economico: dai trasporti, all'edilizia, dal commercio all'agroalimentare. Il terreno di sperimentazione non fu solo Catania ma l'intero Sud Est siciliano Un ruolo determinate all'interno di questo nuovo "modello di sviluppo" sarà svolto da quell'area grigia fatta di professionisti, banche e imprese. La stessa riciclerà, in numerose e svariate attività imprenditoriali, i soldi prodotti illegalmente dal clan Santapaola, ricavandone utili economici e potere. Questo nuova struttura economica mafiosa, tanto efficiente quanto indecente, contaminerà anche le cosche del siracusano e del ragusano che vedranno in Santapaola il riferimento assoluto e per questo gli saranno grati ospitandolo e proteggendolo durante la sua lunga latitanza.
Giuseppe Fava fu uno dei pochi a capire e raccontare l'evoluzione, gli intrecci, le complicità, gli interessi economici e le connivenze politiche di questo nuovo "modello di sviluppo"; prima sul "Giornale del Sud" e poi, più compiutamente, su "i Siciliani". Per questa sua coraggiosa sfrontatezza fu prima ammazzato e poi, da morto, denigrato. Il sistema imprenditoriale-criminale che "u Ziu Nittu" aveva costruito era riuscito a coinvolgere e corrompere un pezzo consistete di quella presunta società civile che invece di ribellarsi e rifiutarlo ci scese a patti, cogliendone le tante opportunità nel gestirlo, ricavandone così profitti, consenso e potere. Fava con "I Siciliani" aveva individuato il male e ne descriveva la sua metastasi. Era diventato un fastidioso ostacolo da rimuovere, perché in Sicilia, da sempre, chi pone un problema diventa il problema. Ora Santapaola non è più, ma il suo sistema (anche quando lui era in regime di 41 bis) rimane ben saldo e strutturato e governa, senza nessuna vergogna e in modo "perfetto e osceno", le tante economie del Sud Est siciliano.
La foto che apre il post è stata tratta da Google Immagini
sabato 7 febbraio 2026
Niscemi, la sua frana e il NO al referendum
Il titolo di questo post potrà sembrare curioso ma se avete voglia di leggerlo capirete che tanto strano non è.
La frana di Niscemi è l’emblema dell’Italia che vive sul baratro e rimane lì a guardare l’abisso sperando di non crollare. Attendere che il peggio non arrivi mai è la peggiore delle condizioni. Questo aspettare crea speranza e la speranza non è altro che una trappola, un’insidia. Speranza è una parola che porta con se il retrogusto dell’inganno. Viene utilizzata dalla classe dirigente per dire alle persone: state buoni, state in silenzio, vediamo cosa si può fare, una soluzione si trova sempre, intanto si rimane sospesi. A Niscemi, per anni, la speranza è stata alimentata lasciando fare. In questo modo si è potuto costruire, riqualificare o modificare edifici su un'area instabile. Poco importava se il Cav. Saverio Landolina Nava, nel 1794, aveva descritto dettagliatamente il "casma" (la voragine) che si era aperto proprio in quella zona nel marzo del 1790. Il "ceto dirigente" (sic) sicuramente avrà pensato: sono storie vecchie. La modernità, lo sviluppo, non possono essere fermati da queste narrazioni capaci di affascinate pseudo intellettuali attempati e rincitrulliti. Il Servizio Geologico Italiano segnalava da anni l’instabilità di quel versante, lo aveva pure mappato in una carta geologica del 1951, ma se ne sono fregati. Chi governava si sarà chiesto: ma l’evoluzione urbana può essere fermata da una carta colorata con dei segni insignificanti? E poi è arrivata la frana del 1997, il primo vero grosso segnale di pericolo a cui fece seguito un piano per l’assetto idrogeologico, redatto nel 2006, dove diverse aree del comune di Niscemi venivano già classificate a rischio molto elevato. Di seguito, nel 2022, arrivò l’aggiornamento del piano per l’assetto idrogeologico che descriveva una situazione ancora più critica. Relazioni, studi, parole scritte che mettevano limiti e vincoli al bisogno di urbanizzare quel pezzo di città e che avevano, secondo la classe dirigente, una colpa: sopprimere la speranza. E NO! La speranza, non può essere rimossa dalla parola scritta, la speranza va coltivata con parsimonia e ogni impedimento che prova ad eliminarla va trattato con un diserbante straordinario: l'indifferenza. In tutti questi anni, le classi dirigenti che si sono succedute, hanno fatto finta che queste parole scritte non ci fossero, invece hanno seminato e concimato i vizi di chi voleva speculare e i sogni di chi, con tanti sacrifici, si era potuto fare una casa. Questa speranza ha creato consenso concreto per pochi, ma nei fatti, per tanti cittadini di Niscemi, è stata una fasulla realtà. Queste persone, di colpo (si fa per dire), una domenica di fine gennaio, nell’anno del Signore 2026, hanno visto i loro sacrifici lesionarsi, finire sull'orlo del baratro o peggio sventrarsi e precipitare. Ma questa tragedia annunciata ha messo in moto nuovi appetiti, ha riacceso una nuova speranza: si parla già di new town. Si sentono già le risate di sottofondo, come fu per il terremoto del l’Aquila, si ode già il rombo delle ruspe che consumano nuovo suolo e l’eco frastornante dei nuovi cantieri. Tutto questo mentre il procuratore di Gela, il dott. Salvatore Vella, avendo letto le parole scritte nelle relazioni degli ultimi anni ha subito dichiarato: “partiremo dai fatti del 1997 e non faremo sconti a nessuno”. Frase che ha messo un bel po' di dubbi sulla new town, ma soprattutto ha terrorizzato quella classe dirigente che ha pompato e pompa sulla speranza. C'è profumo di manette? Di processi? Di condanne? Sicuramente! Però, l'italietta dei furbetti che si atteggiano ad élite ha sempre una via di fuga. La stessa classe dirigente che ha alimentato e alimenta speranze è già attiva da tempo nel sostenere il si al referendum confermativo sulla riforma della magistratura. La vittoria del si sarebbe il loro salvacondotto, perché, come dicono i sostenitori di questa "riforma", “la vittoria del si farà recuperare alla politica il suo primato costituzionale…l’invasione di campo dei magistrati verrà ricondotta… il si è la risposta più adeguata a una intollerabile interferenza nelle scelte politiche di chi amministra o governa”.
Tutto questo va impedito. Bisogna andare a votare e segnare il NO. Va fatto non solo per difendere la Costituzione e preservare l'autonomia della magistratura, va fatto pure per Niscemi, per quei cittadini (non tutti) che sono stati illusi dalle speranze alimentate da anni da lor signori.
La foto del post è tratta da Google Immagini
sabato 31 gennaio 2026
Il credo delle mafie? Spacciare, investire, riciclare.
Ho digitato la parola cocaina nella "lente" posta nella barra degli argomenti di un noto giornale online locale (ragusaoggi.it), sono venute fuori 76 pagine. Nelle prime quattro ho contato circa 40 articoli relativi a sequestri di coca e relativi arresti avvenuti in provincia di Ragusa nell'ultimo anno. Pare che il periodo a cavallo tra il 2024 e il 2025, rispetto agli anni precedenti, sia quello in cui vi sono stati i maggiori sequestri mai registrati in provincia. Modica, Ragusa, Vittoria, Comiso Acate, Pozzallo,... non vi è comune di questo territorio che non sia stato - e non lo sia tutt'ora - interessato dall'arrivo straripante di cocaina. Poi ho guardato l'ultimo report sulla droga redatto dalle Nazioni Unite (si veda l'immagine allegata). Il 2024 è stato l'anno della maggiore produzione di cocaina nella storia dell'umanità. 3.708 tonnellate. Il commercio di questa polverina ha generato qualcosa come oltre 400 miliardi di dollari. Più del PIL di molti stati europei.
Foto estratta da pag 13 del Rapporto ONU "Word Drug Report"
Due osservazioni, una micro e l'altra macro che forniscono due prospettive basate su scale di analisi diverse, ma producono, con le dovute differenze, lo stesso risultato. La cocaina spacciata nel nostro territorio produce una massa di denaro che non resta su qualche scaffale, così come i 400 miliardi non sono stati ammassati in una stanza. Questi soldi, sia nel primo che nel secondo caso, devono essere trasformati in qualcosa.
Il Sud Est siciliano è diventato in pochi anni un'importante area turistica: alberghi, villaggi, ma soprattutto locali notturni e quindi "movida". Attività eleganti che aprono velocemente e chiudono altrettanto velocemente, cambi di gestione, rinnovi effettuati con costose ristrutturazioni. Tutto questo nasce e viene fatto contraendo prestiti oppure viene pagato in contante? Se tutto è realizzato senza credito bancario, da dove arriva il denaro per effettuarlo? Si può parlare di riciclaggio? Sono domande non accuse. Non è vedere mafia in ogni cosa che accade, ma capire certi comportamenti economici di questa terra è diventato oramai necessario. Le mafie da sempre hanno investito in ristoranti, locali notturni o hotel, la letterature è ricca di inchieste di questo tipo, sarebbe opportuno capire se anche nel Sud Est siciliano, nelle nostre zone, sta avvenendo qualcosa di simile. Certo, queste attività portano lavoro, soldi, anche una certa popolarità nel territorio in cui operano, ma ciò può frenare l'esigenza della verifica o del controllo? Forse scatta una certa indulgenza, che non è corruzione, ma tacita tolleranza? E evidente un fatto: in economia, da tempo, non conta più da dove arrivano i soldi, ciò che importa è produrre soldi. Questo significa che chi investe somme da riciclare parte già avvantaggiato, non ha concorrenti che lo possano contrastare, può resistere a qualsiasi crisi. Invece, l'imprenditore onesto, tra difficoltà di accesso al credito, problemi economici e ambientali non è in grado di competere, rischia di non farcela e per questo può fallire. Penso ai tanti locali distrutti dal ciclone Harry: chi sarà in grado di ricostruirli? E l'eventuale new town di Niscemi? Chi la costruirà? Il denaro illegale quando entra nel sistema produttivo la domina. Tutto questo non può diventare normale, è un'anomalia che blocca ogni forma di sviluppo. Quando Il denaro corre più veloce dei dubbi bisogna fermarsi e chiedersi: perché? Quando un'attività - qualsiasi essa sia - nasce e cresce troppo velocemente e non si comprende da dove arrivano i soldi di quell'investimento: come mai nessuno prova ad accende i riflettori? E venuto il tempo di prendere atto, in modo definitivo, che il riciclaggio non può più essere visto come un fatto secondario ma è l'infrastruttura da cui parte tutto. Non contrastarlo significa condannare definitivamente le economie sane di questa terra.
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