L’estate
era cominciata col botto: Vittoria commissariata per infiltrazione
mafiosa. Il frastuono era atteso, infatti non ha destato molte
sorprese, ma sempre botto è stato. Dopo il fragore sono
seguite le polemiche di rito, le recitazioni delle doglianze e
naturalmente le immancabili accuse. I papaveri del giustizialismo
militante hanno scoperto, di colpo e in modo lacrimevole, il
garantismo d’avanspettacolo. Dopo pochi giorni, sbollita la rabbia,
tutto è tornato nella norma e i problemi di sempre sono li che
attendono una eventuale soluzione. Come la mettiamo con i rifiuti
per strada, la carenza d’acqua, la manutenzione stradale,
l’inadeguatezza delle rete fognaria, l’assenza quasi totale di
servizi pubblici? A porre queste domande sono i tanti cittadini con i
piedi per terra e non gli irriducibili nemici della contentezza.
Analizzando sommariamente alcuni dati si evince chiaramente come
Vittoria offre un ritratto non proprio esaltante. Gli abitanti
puntano a diminuire. Le nascite sono poco più dei decessi. Fare
figli è diventato un peso difficile da sostenere e poi i figli si
fanno se hai un lavoro che ti possa assicurare un reddito dignitoso,
ma qui la disoccupazione supera il 35% e quella giovanile va
abbondantemente oltre il 50%. Queste percentuali con ogni probabilità
rispondono solo in parte alla realtà, poiché bisognerebbe
considerare che tanti non si presentano nel mercato del lavoro,
perché sanno che è una porta chiusa e si rifugiano nel lavoro nero
(nuovo ammortizzatore sociale) o nelle pieghe delle attività
illegali. Chi può permettere ai figli di frequentare l’università
li manda al Nord. Il motivo? Non tanto il valore dell’università
siciliane quanto la rassegnata convinzione che questa terra è
destinata al sottosviluppo irreversibile. Ma Vittoria è davvero
senza speranza? A guardare il centro storico non sembrerebbe. Ci
sono due città: quella borghese, che resiste alla crisi, affolla il
centro storico, ricco di locali glamour dove cenare, gustare un buon
calice di vino, incontrare amici, fare selfie da condividere
sui social. E poi c’è un’altra città che non sa niente del
Liberty, che arranca economicamente, che vive nel degrado e per
questi motivi considera la prima città estranea e nemica. A Vittoria
manca il senso della comunità, del destino condiviso e pertanto le
due città non comunicano. La scuola dovrebbe fare da ponte tra le
nuove generazioni, ma evidentemente non ci riesce, anzi, neanche ci
prova. La chiesa locale? E’ impegnata su tutto tranne su ciò
che dovrebbe fare realmente. Ci riesce la mafia con le sue economie.
In poco tempo ha saputo coniugare affarismo degli strati
professionali con la cultura dell’illegalità sottoproletaria e
plebea. Se non si scava dentro questa spaccatura, Vittoria sarà una
città che si inventerà una strategia di sopravvivenza giorno per
giorno. Non c’è da sorprendersi se le strutture sportive, gli
arredi di una piazzetta vengono spolpati, se il degrado e l’incuria
sono il paesaggio continuamente riproposto, se la movida notturna si
consuma tra degrado e rifiuti. Questo è il quadro che si presenta di
fronte ai commissari. Questo è quello che bisogna obbligatoriamente
sanare. Le forse politiche è sociali se voglio riscoprire il loro
ruolo hanno di fronte tanto lavoro da svolere per rilanciare la città
dando sostegno e indicazioni ai commissari. Il problema rimane sempre
uno (al di la dei proclami stucchevoli sulla legalità): sottrarsi in
ogni modo alle sirene del clientelismo becero che ammorba questa
terra.
Visualizzazioni totali
domenica 26 agosto 2018
venerdì 3 agosto 2018
Alle parole di don Beniamino preferisco quelle di Don Giuseppe Diana
Don Peppino Diana
Ho
letto e riletto la lettera di Padre Beniamino (condivisa anche da don Mario Cascone), prete che stimo e
rispetto molto. Non mi ha convinto. Sicuramente faccio una valutazione errata, mi è sembrata
una sorta di giustificazione. Penso - da cattolico sempre più
perplesso - che questa città profondamente laboriosa, le cui istituzioni sono state commissariate, abbia bisogno di una scossa diversa. Forse sbaglio, ma da don Beniamino mi sarei aspettato una lettera simile a quella di don Giuseppe Diana (prete ucciso dalla camorra). Un documento - fatte le dovute differenze storiche e geografiche - di forte denuncia e articolato.
Allego di seguito la lettera del prete campano in modo che i tanti che non la
conoscono ne possano apprezzare la catechesi.
“Per amore del mio popolo non tacerò”
Siamo preoccupati
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.
La Camorra
La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.
I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.
I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
Precise responsabilità politiche
È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.
La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.
Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.
È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.
La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.
Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.
Impegno dei cristiani
Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.
Dio ci chiama ad essere profeti.
– Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);
– Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
– Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
– Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 – Isaia, 5).
Coscienti che “il nostro aiuto é nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che é la fonte della nostra Speranza.
Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.
Dio ci chiama ad essere profeti.
– Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);
– Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
– Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
– Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 – Isaia, 5).
Coscienti che “il nostro aiuto é nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che é la fonte della nostra Speranza.
NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO
Appello
Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”.
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa.
Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).
Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso, … dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.
Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”.
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa.
Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).
Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso, … dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.
Forania di Casal di Principe (Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo – Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata – San Cipriano d’Aversa; Santa Croce – Casapesenna; M.S.S. Assunta – Villa Literno; M.S.S. Assunta – Villa di Briano; Santuario di M.S.S. di Briano)
mercoledì 1 agosto 2018
Commissari insediati. E ORA?
“La
mafia era, ed è, altra cosa: un «sistema» che in Sicilia contiene
e muove gli interessi
economici
e
di potere
di
una classe che approssimativamente possiamo dire
borghese;
e non sorge e si sviluppa nel «vuoto» dello Stato (cioè quando lo
Stato, con le sue leggi
e
le sue funzioni,
è debole,
manca) ma «dentro» lo Stato. La mafia insomma altro non è che una
borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto
sfrutta.”
Leonardo
Sciascia
“La
lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che
abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà
che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza,
della contiguità e quindi della complicità.”
Paolo
Borsellino
Alla
notizia dell’insediamento dei commissari mi sono venute in mente
queste due frasi (quella di Sciascia non la ricordavo a memoria e
sono andato a cercarla). Sono
la sintesi perfetta di ciò che
abbiamo visto e di ciò
che serve a questa città per uscire dallo schifo in cui si è
cacciata.
Se
vogliamo realmente riabilitarci e ricomporci abbiamo l’obbligo di
capire e individuare cos’è la mafia in
questa terra, cosa
sono le sue economie
criminali, qual'è il suo blocco sociale e le sue
propaggini politiche.
Mai come ora abbiamo la responsabilità
di isolare, e non emulare
o adulare, gli
“insospettabili
personaggi” che
gestiscono e riciclano la mole di denaro prodotta
con le attività
illecite. Mai come adesso abbiamo
il dovere
di smascherarli,
per impedire che possano rifare del male a questa città e alle tante
“persone oneste” che, per paura o
per rassegnazione (tante
anche per convenienza), si
sono abituate a questo stato di cose. Tutto il resto: impostazioni
difensive, accuse,
garantismo di maniera,
polemiche, ripicche, tifo,
invidie, astio, livore ...
sono questioni
personali. Parlo
di fattori poco
influenti che rischiano di essere esaltati. SI alimenteranno così (volontariamente
o involontariamente?) polveroni che
potranno
(dovranno?)
impedire
il contrasto a quel grumo di interessi e di
potere che ha
fortemente
condizionato
i
processi
sociali, economici e politici di questa città, fino
a
farla deragliare in
un immenso
letamaio. E’ quel coagulo che bisogna combattere, è li che va concentrata l’attenzione e il contrasto. Borrometi (insieme pochissimi altri) ha provato a mettere il
naso in queste cose e per questo è diventato subito scomodo.
I
nostri occhi hanno visto, le
nostre orecchie hanno sentito,
ma le nostre lingue hanno taciuto.
E’
venuto il momento di sciogliere questo muscolo
atrofizzato che
teniamo in bocca. Questa comoda paralisi ha messo in letargo le menti e
la dignità
di questa città.
Continuare a stare zitti o peggio cadere nelle diatribe personali sarà il solito
deodorante utile a nascondere il lezzo della
servile complicità.
sabato 28 luglio 2018
VITTORIA RIPARTE SE RIPARTE IL LAVORO LEGALE E PRODUTTIVO
Il Consiglio
Comunale di Vittoria sciolto per mafia. Nessuna sorpresa, non
prendiamoci in giro, la notizia era nell’aria da tempo. Ieri
mattina alcuni amministratori sembravano già preparati all’evento:
“oggi c’è il consiglio dei ministri forse accadrà qualcosa
...”. e infatti quel qualcosa è accaduto. Mai come ora essere
“vitturisi”, scegliere di vivere in questa città, significa
combattere per farla rinascere.
Secondo
gli inquirenti qui si è consolidato un grumo di potere
che ha condizionato i processi sociali, economici e politici di
questa città. Un coagulo di interessi che
ha assoggettando in primis il lavoro. Se
c’è una battaglia da iniziare, e subito, è quella
di dissolvere questo grumo liberando per
prima il lavoro - qualsiasi forma di lavoro (quello
dei piccoli imprenditori come quello dipendente)
- da una costrizione diventata oramai asfissiante.
Si
dice che il lavoro rende liberi. Qui, negli ultimi dieci anni, il lavoro ha creato miseria e schiavitù. Ho
visto decine di produttori agricoli impoverirsi
lavorando, mentre altri soggetti si
arricchivano grazie al loro lavoro. Ho visto dove è
finita quella ricchezza. L'odore del successo, della
conquista, sta nel cemento, nei mattoni, nelle
lottizzazioni, ma soprattutto nella capacità di utilizzare, di
sfruttare, i tanti piccoli imprenditori artigiani su cui
tagliare il prezzo delle loro manodopera e scaricare
responsabilità e rischi. Quando guardo i tanti edifici nati in
questi anni sento le voci di chi li ha costruiti senza
guadagnarci nulla, anzi è stato travolto dalla
crisi proprio come i serricoltori. Ho visto l’affermarsi
di ogni forma di caporalato e di schiavitù. E’ stato così! Mentre
il corpo economico sano della città veniva divorato
dall’avidità e dalla crisi, l’economia criminale, la mafia, con
i suoi soldi si impadroniva del territorio senza nessun
contrasto. Entrava nel salotto buono della città, si
imborghesiva, e grazie ai servigi di tanti
tecnici e consulenti di vario genere riciclava il denaro fatto
illegalmente. Per essere ancora più chiaro il ruolo
espansivo della mafia e delle sue economie è
stato possibile grazie ad una società (in)civile che ama
sguazzare nell’illegalità. Gli assessorati e
i percorsi alla legalità erano foglie di fico tristi e
appassite.
Il
commissariamento riuscirà a disgregare questo grumo? Non lo
so! L’unica cosa che so è che troppi giovani
fuggono da questa città in cerca di un lavoro dignitoso e - se è
vero che il lavoro rende liberi - in cerca di libertà. Ridare dignità vera al lavoro, è’
questo l’elemento centrale. I giovani fuggono perché
qui non c’è futuro, corrono via in cerca di
riscatto. Se questa città non riscopre il valore del
lavoro legale e produttivo, se non abbandona le
vecchie logiche, se non riconverte ecologicamente
il suo “modello di sviluppo”, se non punta ad
una seria riqualificazione del territorio; Vittoria, la
nostra città, resterà una luogo mafioso e senza
futuro. Il commissariamento sarà una delle tante cicatrici
su un volto già abbondantemente sfigurato.
Conosciamo fatti e dinamiche, ora è venuto il tempo di contrastarli in modo chiaro e determinato, senza se e senza ma. Ora è il tempo di separare il grano dal loglio. Viceversa, saremo complici.
Conosciamo fatti e dinamiche, ora è venuto il tempo di contrastarli in modo chiaro e determinato, senza se e senza ma. Ora è il tempo di separare il grano dal loglio. Viceversa, saremo complici.
sabato 7 luglio 2018
COME I "PAPACCI"
La
domenica mattina, soprattutto ora che è inizio estate, è bello
alzarsi presto per andare a prendere il caffè in uno dei bar di
fronte
al mare di
Scoglitti. Forse
sarà un caso, ma
di
prima mattina,
nei bar, si incontrano sempre le persone più
schive
ma
vere,
quelle che ti salutano per il piacere di salutarti e con cui è
sempre gradevole fermarsi per
scambiare qualche parola. Il
quotidiano locale, acquistato pochi minuti prima dal titolare
dell’esercizio, giace immacolato sul bancone e chi lo prende
sfoglia i tomi con delicatezza, proprio ad evitare che si stropiccino
le pagine.
Domenica
scorsa subito dopo l’alba ho rinnovato il rito settimanale.
Mentre a casa tutti dormivano mi sono alzato e
in silenzio mi sono preparato per uscire in bici. Pedalando lungo la
riviera apprezzavo la calma di
quell’ora e
la
bellezza dei nostri arenili.
Nelle vicinanze del porto il
profumo della pasta sfoglia
dei cornetti appena sfornati aveva saturato l’aria di
quella zona. Entro al bar e ordino il mio caffè. Seduto in angolo
c’è “Nino u piscaturi” (il
nome è di
fantasia, la
professione no)
che sfoglia il quotidiano con attenzione. Lui non mi ha ancora visto.
Intanto il caffè
mi viene servito, bevo l’acqua, verso un po di zucchero nella
tazzina, prendo il cucchiaino e lo intingo nelle crema per mescolare
lo zucchero. Il leggero tintinnio che crea quel gesto distrae Nino
dalla lettura, si gira verso di me ed esclama:
-
Ah tu sei!! ... Minchia
di casino che tieni con quel cucchiaino … pensavo
che stamattina manco ti facessi vedere.
Lo
salutai, mentre cominciavo a sorseggiare il caffè mi avvicinai a
lui. Ero curioso di vedere cosa stava leggendo.
-
Chi porta u giurnali Ninu’?
La sua risposta fu secca:
-
E chi po’ purtare, MINCHIATE!
Allungai
l’occhio per vedere meglio su quale pagina del quotidiano si era
soffermata la sua attenzione. Vidi la foto di una nave militare, accanto ad essa un gommone mezzo sgonfio carico di persone.
-
Immigrati! ... Ninù, è l’argomento del momento. Non si parla d’altro
che di questi disperati che sperano di arrivare da noi.
-NO!! Non si parla mai dei tantissimi che non arriveranno mai. MAI!!
La
durezza
della sua
risposta mi incuriosì:
-In
che senso Ninù?
-Nel
senso che la costa libica e lunga quasi 2000 km, la costa tunisina
1200 Km, e questi disperati non partono solo da un punto. Ogni giorno
partono diversi gommoni, da più zone, e molti di questi non arrivano neanche
a vederle le coste di Malta o della Sicilia.
-
Cioè, mi stai dicendo
che secondo te i morti in mare sono molti di più di quelli che ci
raccontano i giornali e telegiornali?
-Ti
sto dicendo che quando andiamo a pescare al largo, di pesce ne
tiriamo su poco rispetto a prima. Però, tra le reti, rimane sempre
incagliato un
corpo
o
parti di un corpo umano.
La cosa che fa più impressione è il rumore che fa quella
“cosa”
nera
e gonfia
d’acqua quando sbatte sullo
scafo. Hai presente il rumore che facevano “i papacci ... le minchie di mare” quando da
piccoli li predavamo e li facevamo saltare, con un gesto veloce
delle mani, dall’acqua al bagnasciuga? Quel “bloff” ... che per
certi versi ci faceva anche ridere? Ecco, quello è il rumore che
fanno i morti annegati. Tiriamo su pezzi di uomini, di donne, di
bambini … e mentre cerchiamo di liberarli dalla rete gli arti si
scollano ... e poi quel bloff che è peggio di un pugno sullo stomaco. Dopo sai che facciamo? Ributtiamo
... piangendo e vomitando ... tutto in mare ... come se fosse
spazzatura impigliata alle reti. Questo “schifo di tragedia” la
compiamo noi ma anche i
pescatori di
Licata e
ancora di più quelli di
Mazara del
Vallo
… da quasi vent’anni. VENT’ANNI!
Ascoltai quella storia rimanendo immobile e la cosa che mi fece più impressione era come Nino me la raccontava. Nelle sue parole c'era un rabbia sorda, ma soprattutto una freddezza impressionante. Era come se la sua coscienza fosse atrofizzata dall’abitudine di pescare corpi morti in mezzo al mare.
Pagai
la mia consumazione, salutai il gestore del bar, abbracciai Nino il
quale mi disse: “scenziato, se non muori ci vediamo la settimana
prossima”. Salì
sulla bicicletta e mi incamminai verso casa pensando al “bloff …
dei papacci”.
lunedì 18 giugno 2018
LA CITTA' CHE ATTENDE
Vittoria
sta vivendo le sue ore più buie. La Direzione Distrettuale Antimafia
ha concluso le indagini per scambio elettorale – politico –
mafioso, relative alle elezioni amministrative del 2016. Sono
state confermate alcune ipotesi di reato che
la stampa ha evidenziato. Non mi
interessa dare giudizi sulle persone
coinvolte, non mi piace, non mi compete e non mi interessa. So solo
che questa notizia assesta un colpo troppo forte e pesante alla
città. Lo scioglimento per mafia del consiglio comunale è dietro
l’angolo. Il Comune, molto probabilmente, verrà commissariato.
Sullo sfondo di questo probabile
sfregio, ampio e profondo, vedo già ora una rassegnazione
spaventosa.
La politica ha smesso da tempo di affrontare le sfide che doveva accogliere, chiarire e sopraffare; si è chiusa in se stessa e le attività delle organizzazioni criminali hanno preso il sopravvento. La cosi detta società civile ha fatto finta di contrastare gli interessi mafiosi, anzi un pezzo della stessa, quello legato al modo delle imprese e delle professioni, ha fatto affari d’oro con l’economia criminale. La Chiesa, dall’alto, ha visto tutto e lo ha benedetto per poi chiudersi nelle sue nuove e confortevoli sacrestie.
Insomma, questa città sta affondando nella melma perché le sue istituzioni hanno trattato da fessi le persone oneste e corrette (la grande maggioranza dei vittoriesi) e i disonesti come persone da rispettare.
Hanno (politica, società civile e chiesa) giocato sulla non conoscenze e sulla buona fede delle persone per poi farsi i fatti propri. Hanno (politica, società civile e chiesa) avuto gioco facile perché la gente, anche quando è in buonafede, idolatra i potenti, i furbi e gli astuti: “chissu è spertu, è furbu comu una volpe”. Adesso la paura dei furbi si taglia a fette. Qualcuno ha fatto capire che le volpi finiscono sempre in pellicceria, ma il prezzo più alto lo pagherà la città e le sue giovani generazioni.
Precisazione per chi fa finta di non capire
La politica ha smesso da tempo di affrontare le sfide che doveva accogliere, chiarire e sopraffare; si è chiusa in se stessa e le attività delle organizzazioni criminali hanno preso il sopravvento. La cosi detta società civile ha fatto finta di contrastare gli interessi mafiosi, anzi un pezzo della stessa, quello legato al modo delle imprese e delle professioni, ha fatto affari d’oro con l’economia criminale. La Chiesa, dall’alto, ha visto tutto e lo ha benedetto per poi chiudersi nelle sue nuove e confortevoli sacrestie.
Insomma, questa città sta affondando nella melma perché le sue istituzioni hanno trattato da fessi le persone oneste e corrette (la grande maggioranza dei vittoriesi) e i disonesti come persone da rispettare.
Hanno (politica, società civile e chiesa) giocato sulla non conoscenze e sulla buona fede delle persone per poi farsi i fatti propri. Hanno (politica, società civile e chiesa) avuto gioco facile perché la gente, anche quando è in buonafede, idolatra i potenti, i furbi e gli astuti: “chissu è spertu, è furbu comu una volpe”. Adesso la paura dei furbi si taglia a fette. Qualcuno ha fatto capire che le volpi finiscono sempre in pellicceria, ma il prezzo più alto lo pagherà la città e le sue giovani generazioni.
Precisazione per chi fa finta di non capire
martedì 8 maggio 2018
Peppino, il maestro.
40
anni fa un giovane dirigente della sinistra siciliana, la sinistra migliore, veniva prima massacrato di botte e poi, legato sui binari
ferroviari, dilaniato da una carica esplosiva. Qualcuno dice che l’ufficilale dei carabinieri, venuto da Palermo per indagare su
quell’omicidio, liquidò il tutto con una frase categorica e
imperativa: “attentato terroristico andato a male”. Ma Lui,
Peppino Impastato, era quanto di più lontano dal concetto di
“terrorista”. Peppino era un militante della sinistra, ma non quella elitaria, intellettualoide e fricchettona: NO! Lui apparteneva
alla sinistra che presidiava il territorio, quella che parlava e si
confrontava giornalmente con il mondo del lavoro, la sinistra che
denunciava i vizi e gli intrallazzi dei mafiosi e dei politici collusi con la
mafia. Insomma, era un militante attivo, un dirigente vero, una
figura credibile, “nu rumpi cugghiuna vijero”, capace di
organizzare e coinvolgere giovani, meno giovani, anziani e
“picciriddi”.
Comizi incalzanti con nomi e cognomi, giornalini, manifesti e volantini con tanto di facce, ruoli e incarichi. E poi la radio, “minchia sta radio”, quella faceva perdere il sonno a certe persone, arrivava da per tutto. Le sue denunce erano precise e circostanziate, ma soprattutto erano cariche di un umorismo tagliente che non solo faceva riflettere ma, cosa ancora più grave, riduceva i potenti a macchiette, a controfigure, a personaggi ridicoli, goffi e impacciati. Uno slogan di quegli anni recitava: “una rista vi seppellirà”. Ecco, Peppino li seppelliva, anzi li ha seppelliti, con la merda delle loro montagne. Ha pagato un prezzo troppo alto. La loro vendetta è stata cinicamente feroce. Lo hanno fatto a pezzi il 9 maggio, lo stesso giorno in cui i terroristi, quelli veri, uccidevano Moro. Ma anche le migliori bugie, quelle costruite così bene che a volte provano a superare la verità, hanno le gambe corte. Volevano infangare Peppino e sono annegati nel loro fango. Volevano punirne uno per educare tutti e invece, piano piano, ne sono nati altri, non come Peppino ma comunque “u stijessu rumpi cugghiuna”. Non lo avete solo fatto martire lo avete fatto maestro: uno dei migliori.
Comizi incalzanti con nomi e cognomi, giornalini, manifesti e volantini con tanto di facce, ruoli e incarichi. E poi la radio, “minchia sta radio”, quella faceva perdere il sonno a certe persone, arrivava da per tutto. Le sue denunce erano precise e circostanziate, ma soprattutto erano cariche di un umorismo tagliente che non solo faceva riflettere ma, cosa ancora più grave, riduceva i potenti a macchiette, a controfigure, a personaggi ridicoli, goffi e impacciati. Uno slogan di quegli anni recitava: “una rista vi seppellirà”. Ecco, Peppino li seppelliva, anzi li ha seppelliti, con la merda delle loro montagne. Ha pagato un prezzo troppo alto. La loro vendetta è stata cinicamente feroce. Lo hanno fatto a pezzi il 9 maggio, lo stesso giorno in cui i terroristi, quelli veri, uccidevano Moro. Ma anche le migliori bugie, quelle costruite così bene che a volte provano a superare la verità, hanno le gambe corte. Volevano infangare Peppino e sono annegati nel loro fango. Volevano punirne uno per educare tutti e invece, piano piano, ne sono nati altri, non come Peppino ma comunque “u stijessu rumpi cugghiuna”. Non lo avete solo fatto martire lo avete fatto maestro: uno dei migliori.
Iscriviti a:
Post (Atom)





