48 anni fa, il 9 maggio del 1978, il corpo di Peppino Impastato veniva prima massacrato a colpi di pietre e poi dilaniato dal tritolo. Magistrato e Carabinieri dissero che si era suicidato perché durante la perquisizione a casa sua avevano trovato un biglietto dove c'era scritto: "voglio abbandonale la politica e la vita". Quindi, secondo la loro ricostruzione Peppino andò vicino alla ferrovia e da solo prima si è fracassò a colpi di pietra e poi si è legò addosso il tritolo, infine accese la miccia e si fece saltare in aria vicino ai binari. Questa ricostruzione per certi versi venne subito digerita e rimase confermata per diverso tempo. Solo Democrazia Proletaria accusò subito la mafia di quell'omicidio. Va anche aggiunto che l'assasinio di Peppino si soprapponeva col ritrovamento del cadavere dell'on. Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse, e quindi giornali e media erano tutti concentrati su quel triste evento. E poi, a chi poteva interessare la morte di un giovane militante di sinistra che a Cinisi, un paesino sperduto tra la provincia di Palermo e Trapani, contrastava la mafia? Allora la mafia non esisteva, era un'invenzione.
La madre, Felicia Bartolotta, il fratello Giovanni e gli amici più intimi: Salvo Vitale, Faro Di Maggio, Pino Manzella; e poi Umberto Santino, fondatore e direttore del "Centro siciliano di documentazione Peppino Impastato", in tutti questi anni hanno trasformato il loro dolore in lotta, facendo emergere la verità. 22 anni dopo la morte di Peppino, il 6 dicembre del 2000, la Commissione parlamentare antimafia nella "Relazione sul caso Impastato" descriverà in modo minuzioso "l'anatomia di una deviazione", facendo uscire l'omicidio di Peppino dal cono d'ombra messo in atto da una parte delle istituzioni di questo Paese, dando così merito alla sua battaglia contro il contrasto alle mafie.
Per chi fosse interessato a leggere l'atto, allego di seguito il link dove è pubblicato:
https://legislature.camera.it/_dati/leg13/lavori/doc/xxiii/050/INTERO.pdf

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