L’immagine satellitare scattata il 14 agosto dal programma Copernicus mostra il riscaldamento del Mar Mediterraneo, con anomalie di temperatura anche di 5 gradi rispetto alla media storica.
La Sicilia è oramai una regione
subtropicale, le temperature anche quest'estate hanno superato i 45°C. Quello che fu il nostro clima mediterraneo è solo un ricordo
sbiadito dalla calura. Queste temperature ci lasciano un mare molto più caldo, la conferma arriva dai dati raccolti dalle
stazioni di misurazione in mare aperto. L’impianto di monitoraggio, posto a largo
di Capo Passero, ha registrato quest’estate una temperatura dell’acqua marina
vicina 31°C (si veda articolo a pag.10 del Il Sole 24 Ore del 02/09/2026),
quando la media del periodo si sarebbe dovuta attestare intorno ai 24°C. Non significa che il calore accumulato dall'acqua, in autunno quando l'aria sarà un fredda, produrrà necessariamente cicloni o alluvioni, però, di certo, il carburante per attivarli c'è.
Variazioni climatiche di questa portata dovrebbero imporre, a quella classe
politica che (s)governa la Sicilia, di affrontare temi come: la gestione delle
risorse idriche, l’innalzamento del livello del mare, l’erosione costiera, gli
incendi e quindi, di conseguenza, la necessità di adattare le infrastrutture e
le aree urbanizzate alle nuove condizioni ambientali. Da tempo, tutto ciò, dovrebbe essere argomento non solo nel
dibattito pubblico ma soprattutto nelle strategie di sviluppo territoriale. In
altre parole, il cambiamento climatico - o meglio: la crisi climatica - che è in
atto da anni, non è e non può più essere considerata solo ed esclusivamente
come una semplice questione ambientale, ma è diventata un problema sociale,
economico e infrastrutturale. Un questione di tale portata richiede nuovi modelli di programmazione. Di
fronte a questa crisi che sta modificando, in modo profondo, sia l’ambiente che
le dinamiche economiche e produttive della Sicilia, quali modelli di sviluppo
sono stati messi in campo? Per essere ancora più chiaro: la siccità sta
riducendo in modo significativo la disponibilità idrica in molte zone
dell’isola, le ondate di calore sono sempre più forti ed estese nel tempo, gli
incendi stanno consumando ampie aree boschive e gli eventi meteorologici
estremi colpiscono duramente città e campagne. Tutto questo deve essere solo
raccontato ciclicamente nelle cronache che narrano la cattiva gestione di tali emergenze, oppure deve diventare il nuovo quadro di riferimento su cui costruire nuove
politiche con relative misure di sviluppo? Domande che una classe politica
seria e attenda non solo dovrebbe porsi, ma avrebbe già dovuto affrontare
individuando soluzioni. Invece, abbiamo personaggi capaci di parlare di clima e
di ambiente come se commentassero una partita di calcetto. Non si sono ancora resi conto che siamo nel
pieno di una crisi climatica. Se invece di trastullarsi in dibattiti sterili e inutili avessero trovato un
po’ di tempo - solo pochi secondi - per guardare e confrontare le foto satellitari degli
ultimi anni della Sicilia, prima quelle di fine primavera e poi quelle di fine
estate, forse si sarebbero resi conto che i fondi per lo sviluppo rurale
della nostra agricoltura andavano
indirizzati verso sistemi produttivi capaci di resistere a questi cambiamenti
climatici; probabilmente avrebbero capito che nel turismo va avviato un
intenso processo di destagionalizzazione; presumibilmente si sarebbero accorti
come le nostre infrastrutture idriche ed elettriche sono, da anni,
profondamente inadeguate; in fine, avrebbero compreso e poi valutato come le
conseguenze sociali ed economiche di tale crisi climatica non sono solo estive, il ciclone Harry ne è la
dimostrazione. Da ciò si comprende come la prima infrastruttura che servirebbe
a questa terra non è la panzana del ponte sullo stretto. No! Alla Sicilia
prima ancora di questa fanfaluca servirebbe una classe dirigente in grado di
conoscere le criticità vecchie e nuove del territorio e poi dovrebbe essere
capace di risolverle efficacemente. Invece ci troviamo di fronte a gente che ha
pensato e pensa che governare sia comandare; che la politica sia una tecnica
che si impara senza preparazione, si esercita senza competenze e si attua in
modo furbesco e in assenza di etica. L’assurdo è che questi personaggi sono
difesi, adulati e sostenuti elettoralmente da una serie di clientele che,
grazie al sistema elettorale, sono diventate maggioranza. L'assenza di una
opposizione a questo sistema di potere, costruito esclusivamente sulla spesa
clientelare, ha prodotto una rottura tra questa classe politica e un pezzo
della società siciliana. Il risultato è stato duplice: da una parte la
crescente sfiducia nelle istituzioni e nella possibilità di cambiare ha
determinato la crescita dell’astensionismo; dall'altra, il sostegno agli
interessi di diverse "lobby", con spreco delle risorse in
investimenti senza qualità, ha permesso e permette soglie alte di consenso,
quindi di maggioranza politica, ad un sistema di potere sempre più compenetrato
dal meccanismo di accumulazione mafiosa. Così la Sicilia, terra “bellissima e
disgraziata”, è diventata il laboratorio della peggiore politica. Quanta verità
nelle parole di Sciascia, quando scriveva: “Il diavolo era talmente stanco da
lasciar tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui”. Anche se “nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia” una buona parte di noi siciliani ci abitueremo a vivere,
senza "‘nfamia e senza lodo", nel vestibolo di questo clima
infernale...in attesa degli eventuali e poderosi cicloni autunnali.