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venerdì 4 settembre 2026

La crisi climatica siciliana non è un’ipotesi per il futuro, è un fenomeno già in atto...ma certa politica non l'ha ancora capito.

 

L’immagine satellitare scattata il 14 agosto dal programma Copernicus mostra il riscaldamento del Mar Mediterraneo, con anomalie di temperatura anche di 5 gradi rispetto alla media storica.

La Sicilia è oramai una regione subtropicale, le temperature anche quest'estate hanno superato i 45°C. Quello che fu il nostro clima mediterraneo è solo un ricordo sbiadito dalla calura. Queste temperature ci lasciano un mare molto più caldo, la conferma arriva dai dati raccolti dalle stazioni di misurazione in mare aperto. L’impianto di monitoraggio, posto a largo di Capo Passero, ha registrato quest’estate una temperatura dell’acqua marina vicina 31°C (si veda articolo a pag.10 del Il Sole 24 Ore del 02/09/2026), quando la media del periodo si sarebbe dovuta attestare intorno ai 24°C. Non significa che il calore accumulato dall'acqua, in autunno quando l'aria sarà un fredda, produrrà necessariamente cicloni o alluvioni, però, di certo, il carburante per attivarli c'è.

Variazioni climatiche di questa portata dovrebbero imporre, a quella classe politica che (s)governa la Sicilia, di affrontare temi come: la gestione delle risorse idriche, l’innalzamento del livello del mare, l’erosione costiera, gli incendi e quindi, di conseguenza, la necessità di adattare le infrastrutture e le aree urbanizzate alle nuove condizioni ambientali. Da tempo, tutto ciò, dovrebbe essere argomento non solo nel dibattito pubblico ma soprattutto nelle strategie di sviluppo territoriale. In altre parole, il cambiamento climatico - o meglio: la crisi climatica - che è in atto da anni, non è e non può più essere considerata solo ed esclusivamente come una semplice questione ambientale, ma è diventata un problema sociale, economico e infrastrutturale. Un questione di tale portata richiede nuovi modelli di programmazione. Di fronte a questa crisi che sta modificando, in modo profondo, sia l’ambiente che le dinamiche economiche e produttive della Sicilia, quali modelli di sviluppo sono stati messi in campo? Per essere ancora più chiaro: la siccità sta riducendo in modo significativo la disponibilità idrica in molte zone dell’isola, le ondate di calore sono sempre più forti ed estese nel tempo, gli incendi stanno consumando ampie aree boschive e gli eventi meteorologici estremi colpiscono duramente città e campagne. Tutto questo deve essere solo raccontato ciclicamente nelle cronache che narrano la cattiva gestione di tali emergenze, oppure deve diventare il nuovo quadro di riferimento su cui costruire nuove politiche con relative misure di sviluppo? Domande che una classe politica seria e attenda non solo dovrebbe porsi, ma avrebbe già dovuto affrontare individuando soluzioni. Invece, abbiamo personaggi capaci di parlare di clima e di ambiente come se commentassero una partita di calcetto.  Non si sono ancora resi conto che siamo nel pieno di una crisi climatica. Se invece di trastullarsi in dibattiti sterili e inutili avessero trovato un po’ di tempo - solo pochi secondi - per guardare e confrontare le foto satellitari degli ultimi anni della Sicilia, prima quelle di fine primavera e poi quelle di fine estate, forse si sarebbero resi conto che i fondi per lo sviluppo rurale

 

della nostra agricoltura andavano indirizzati verso sistemi produttivi capaci di resistere a questi cambiamenti climatici; probabilmente avrebbero  capito che nel turismo va avviato un intenso processo di destagionalizzazione; presumibilmente si sarebbero accorti come le nostre infrastrutture idriche ed elettriche sono, da anni, profondamente inadeguate; in fine, avrebbero compreso e poi valutato come le conseguenze sociali ed economiche di tale crisi climatica non sono solo estive, il ciclone Harry ne è la dimostrazione. Da ciò si comprende come la prima infrastruttura che servirebbe a questa terra non è la panzana del ponte sullo stretto. No! Alla Sicilia prima ancora di questa fanfaluca servirebbe una classe dirigente in grado di conoscere le criticità vecchie e nuove del territorio e poi dovrebbe essere capace di risolverle efficacemente. Invece ci troviamo di fronte a gente che ha pensato e pensa che governare sia comandare; che la politica sia una tecnica che si impara senza preparazione, si esercita senza competenze e si attua in modo furbesco e in assenza di etica. L’assurdo è che questi personaggi sono difesi, adulati e sostenuti elettoralmente da una serie di clientele che, grazie al sistema elettorale, sono diventate maggioranza. L'assenza di una opposizione a questo sistema di potere, costruito esclusivamente sulla spesa clientelare, ha prodotto una rottura tra questa classe politica e un pezzo della società siciliana. Il risultato è stato duplice: da una parte la crescente sfiducia nelle istituzioni e nella possibilità di cambiare ha determinato la crescita dell’astensionismo; dall'altra, il sostegno agli interessi di diverse "lobby", con spreco delle risorse in investimenti senza qualità, ha permesso e permette soglie alte di consenso, quindi di maggioranza politica, ad un sistema di potere sempre più compenetrato dal meccanismo di accumulazione mafiosa. Così la Sicilia, terra “bellissima e disgraziata”, è diventata il laboratorio della peggiore politica. Quanta verità nelle parole di Sciascia, quando scriveva: “Il diavolo era talmente stanco da lasciar tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui”.  Anche se “nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia” una buona parte di noi siciliani ci abitueremo a vivere, senza "‘nfamia e senza lodo", nel vestibolo di questo clima infernale...in attesa degli eventuali e poderosi cicloni autunnali.

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