Visualizzazioni totali

domenica 21 giugno 2015

Riciclaggio 2


Riciclare, un verbo che la criminalità economica sa declinare solo all'infinito. Dai proventi della droga arriva il grosso delle somme da reinvestire e i soldi che si fanno con lo spaccio sono così tanti che non si riesce a contarli, si fa prima a pesarli.  Basta leggere la cronaca delle ultime settimane per rendersi conto delle dimensioni. Il 23 maggio scorso a Vittoria i Carabinieri scoprono un laboratorio di cocaina . Dalla droga sequestrata sarebbe stato possibile ricavare oltre 250 dosi con un guadagno di circa 12 mila euro. Il 4 giugno scorso sempre i Carabinieri, nelle campagne di Santa Croce Camerina, scoprono una piantagione di marijuana. Oltre tremila kg di erba che immessa nel mercato avrebbe prodotto un ricavato di circa 2 milioni di euro. Il 6 giugno a Scoglitti la Polizia di Niscemi blocca un'auto carica di hascisc e cocaina. Fatta una prima stima l'hascisc avrebbe fruttato 130 mila euro e la coca 12 mila euro. In meno di venti giorni, solo nel territorio ipparino è stato sequestrato un quantitativo di stupefacenti che se immesso nel mercato avrebbe generato qualcosa come 2,5 milioni di euro. Quale prodotto ha una resa così alta? E' l'unica merce che non conosce crisi. Non c'è investimento finanziario o impresa edile, agricola, industriale capace di produrre margini così elevati. I guadagni sono così immediati che anche un disoccupato, una persona che non ha mai avuto problemi di giustizia, viene tentato dall'entrare nell'impresa droga. Il lavoro delle forze dell'ordine è prezioso, preciso e puntuale ma bisogna avere la consapevolezza che queste operazioni toccano una parte della punta dell'iceberg droga. Sicuramente esagero, ma penso che la produzione e la commercializzazione degli stupefacenti sia diventata, per i volumi d'affare che genera, la nostra prima economia. Non solo, secondo gli inquirenti, pare che quest'area della Sicilia (Gela - Vittoria) sia una sorta di zona franca della produzione di marijuana. Sembra che qui si possono acquistare quantitativi importanti a costi molto convenienti, da piazzare in altri centri della provincia o dell'isola. Naturalmente questa quantità di denaro non può mica rimanere inerte, va reinvestita. La domanda è dove? Forse una possibile risposta ci arriva dalla lunga e articolata interrogazione al ministro degli interni fatta del sen. Lumia il 27 gennaio scorso? Forse. Nel lungo quesito Lumia scrive: “... a Vittoria la mafia ha occupato ... in primis l'indotto” della commercializzazione ortofrutticola. A Vittoria tutti sanno che ogni giorno tonnellate d'ortofrutta vengono sistemate in cassette di legno, queste a sua volta vengono impostate su pedane di legno e poi il tutto viene trasportato sui TIR. Imballaggi e logistica sono servizi essenziali per le nostre produzioni senza i quali l'ortofrutta prodotta resterebbe ferma a marcire. Il sen. Lumia, sempre nella sua interrogazione sottolinea come alcune imprese di questi settori, secodo lui, siano controllate da “soggetti contigui”, inoltre avanza due considerazioni “… in un periodo come l'attuale segnato da una crisi generalizzata, dalla carenza di liquidità e dalla "chiusura a riccio" del sistema creditizio, le mafie hanno potenziato un'attività di "sostegno" a persone e imprese sull'orlo del collasso, finalizzata a divenire poi proprietarie dei loro destini, riciclando, al contempo, capitali di provenienza illecita ...”. Sarà una mia impressione, ma penso che l'economia del territorio non venga più controllata chiedendo il pizzo alle imprese.

sabato 6 giugno 2015

Riciclaggio 1


Riutilizzare il denaro che proviene da attività illecite è la sola necessità dell'economia criminale. I soldi della mafia se non vengono reinvestiti nel mattone, nella creazione di imprese sono solo profitto inattivo, inutile, inoperoso.   La manovalanza (extracomunitari o piccola criminalità locale) fa il lavoro sporco,  genera denaro con lo spaccio, lo sfruttamento della prostituzione e i video giochi. Poi c'è il livello economico, ovvero chi deve far fruttare questo denaro con gli investimenti. Chi occupa questa posizione non deve sporcarsi le mani, deve essere rassicurante, deve fornire garanzia di credibilità (sopra c'è pure un livello politico?). E' come una sequenza geologica, ogni strato rappresenta un ambiente, non sempre è facile ricostruire la successione. Ritorno con insistenza su questo argomento perché penso che il riciclaggio sia il punto di collegamento fra impresa criminale e quella che viene ancora definita “società civile”. I proventi della droga in primo luogo, ma più in generale di tutte le attività illecite, sono il punto di saldatura con il sistema economico legale. La crisi economica ha accentuato e perfezionato questi processi, in particolare la mancanza di liquidità ha reso ancora più fragile l'economia legale. Professionisti, consulenti, tecnici, imprese non sono più come in passato vacche da mungere con il pizzo. La crisi li ha resi utili per altri motivi. In questi anni hanno perso lavoro, incarichi, commesse e le loro difficoltà economiche sono diventate una grande opportunità per chi ha buone disponibilità di denaro. Le loro preoccupazioni sono musica per chi deve riciclare soldi. Un vecchio detto siciliano dice: “papà è ccu mi runa u pani” (papà è chi mi da il pane), oggi, in questa terra, chi ha liquidità e voglia di investire diventa padre, madre, santo, dio; poco importa come e da dove arrivino quei soldi. E' cosi che la criminalità economica sta diventando padrona della crisi, trasformandosi in stampella di un'economia legale che è sempre più sofferente. Tutto questo è difficile da dimostrare ma si può percepire, intuire, desumere. Immaginate un signore, un “distinto e rassicurante imprenditore”, il quale si reca in uno studio tecnico, oppure da un legale, oppure da un consulente, perché sa che investimenti o progetti di una certa valenza economica sono bloccati per mancanza di fondi. Il distinto imprenditore è disponibile a diventare partner del progetto mettendo a disposizione proprio le somme che mancano per completare e far partire l'investimento. Chi riceve l'offerta cosa farà? Rinuncerà a quelle somme oppure farà di tutto per farselo socio? I soldi, e solo i soldi, sono lo strumento principale che la criminalità economica usa per farsi accettare e integrarsi nella società “buona”. Questo la mafia lo sa e lo sa pure la “società civile”.    To be continued

sabato 16 maggio 2015

Vittoria, Città di frontiera.


Rileggo il passo scritto da Sciascia “... Vittoria è come un paese di frontiera: ne ha l'animazione, la mescolanza, l'ambiguità, la contraddizione. Era l'argine contro cui si spegnevano, non senza qualche impennata, le ondate mafiose. Forse più di una breccia in questi anni si è aperta: ma l'impressione della frontiera rimane ancora oggi. Ho il pregiudizio che non soltanto sappiamo di star valicando il confine tra la sicilia sedicente "sperta" ... e la Sicilia che da quella "sperta" è definita "babba".

Una frase mi resta impressa, soprattutto perché è declinata al passato: “Era l'argine in cui si spegnevano, non senza qualche inpennata, le ondate mafiose”. Eravamo una ostacolo, ma abbiamo rimosso i blocchi, gli anticorpi si sono indeboliti e siamo stati infettati definitivamente dalla cultura mafiosa. Difatti, la città via via negli anni, è scesa sempre più in basso senza mai toccare il fondo. Il masso, la zavorra che ci sta trascinando giù è una criminalità organizzata autoctona, capace di relazionarsi con altre criminalità. La stessa si evoluta ed è mutata con la stessa velocità con cui si è evoluta ed è mutata la nostra società.
Negli anni ’80 e ’90, i clan erano macro-organizzazioni che assemblavano a se ogni forma di criminalità e non tolleravano, stroncando violentemente sul nascere, ogni tentativo di disobbedienza o di attentato alla loro supremazia. Oggi, la nuova criminalità organizzata ha cambiato atteggiamento, ha avviato una sorta di flessibilità, di precarietà del crimine. Non sente più come in passato la necessità di costituirsi in una macrostruttura evidente, non tiene a libro paga i propri affiliati. Troppa visibilità. Troppi costi. Meglio vivere nell'ombra e controllare senza rischiare.

Può succedere che lo spaccio delle droghe (attività principale di tutte le mafie) venga affidato, come una sorta di franchising, agli extracomunitari. Si rischia poco, il guadagno è abbondante e sicuro, ma soprattutto l'opinione pubblica individua come responsabili principali di questa piaga sociale gli “immigrati” che da tempo sono percepiti come una questione di ordine pubblico (specie in una società come la nostra indebolita economicamente e culturalmente dalla crisi).
La mafia ha però sempre il solito problema, dove e come reinvestire i soldi. Può accadere che i proventi delle attività illecite vengano investiti in attività imprenditoriali di servizio all'economia legale. E così che volto criminale e violento della Cosa Nuova si attenua e affiora invece l'aspetto “gentile e imprenditoriale”? La criminalità organizzata sa che negli affari si guadagna e si perde, ma la stessa non vuole perdere mai. Le imprese criminali cercano la certezza del monopolio. Le regole sono per i deboli, bisogna controllare l'economia. Per mettere in moto queste dinamiche bisogna abbandonare i vecchi metodi. Ad esempio, l'idea di pizzo, da violenta e odiosa imposizione, dovrebbe trasformarsi in conveniente prestazione professionale. In questo caso la possibile vittima del racket verrebbe trasformata in cliente a cui fornire un ottimo servizio, ma soprattutto per attirare tanti clienti, per avere il monopolio, le prestazioni devono essere molto vantaggiose economicamente. L'economia criminale da tempo ha compreso che i costi di alcuni processi lavorativi delle imprese che operano nella legalità sono diventati poco sostenibili. Se si riesce ad offrire la possibilità di ridurre questi costi, si possono creare realmente le condizioni di monopolio. E' forse così che l'economia criminale prova a penetrare l'economia legale? Come è possibile che una prestazione se svolta dall'impresa legale ha un costo, se invece viene conferita a “terzi” lo stesso si riduce? Il servizio viene svolto nel rispetto delle norme ambientali, lavorative, previdenziali e fiscali? Da questa breve analisi emerge in modo evidente come queste forme di “esternalizzazione” vadano incontro alle esigenze dell'impresa sana. Infatti, la stessa non si porrebbe il problema di chi offre il servizio e di come si possano ridurre le spese, alla stessa interessa che il servizio sia fatto bene e soprattutto costi poco. Se tutto questo avviene si creano le condizioni perfette: la mafia si fa impresa, il pizzo diventa servizio, l'impresa sana abbatte i costi. E' così che si generano cont(r)atti bilaterali perfetti? E' così che i rapporti economici tra legale e illegale si consolidano? E' possibile che questi rapporti da economici diventino personali? E' così che si diluiscono i confini tra legale e illegale?

Al centro di queste vortice di punti interrogativi ci sta la Vittoria “buona”, la così detta “società civile” che parla tanto di legalità ma dimentica spesso come la legalità è corresponsabilità. Questa parte della città pare che nasconda a se stessa come le nuove forme di criminalità economica possano essere in grado di creare economia e influenzarla sia nel territorio, sia fuori dal territorio e quindi di formare una ricchezza che non genera sviluppo e progresso. La domanda che tutti dovremmo porci è: forse questa ricchezza crea punti di contatto tra i vari strati sociali della città?

In una terra di “frontiera” capire i meccanismi d'affermazione dell'impresa criminale significa comprendere come funzionano le dinamiche economiche e sociali del territorio. Schierarsi contro questa economia diventa la prima azione vera per affermare la legalità autentica. Conoscerne l'evoluzione, avviando forme di contrasto, non è solo un impegno morale ma è una necessità che ci permette di cominciare a ricostruire “l'argine” che restituisca dignità a Vittoria.




sabato 25 aprile 2015

25 Aprile


Oggi festeggiamo il 70° della Liberazione. Affinché si possa apprezzare meglio questa Festa di Libertà bisogna ricordare cosa è stato il fascismo nel nostro territorio.
Le elezioni amministrative del 1920 sancirono la vittoria dei socialisti in 8 dei 13 comuni di quella che sarebbe diventata la nostra provincia: Ragusa superiore, Ispica, Pozzallo, Acate, Vittoria, Comiso, Scicli e Modica. Mentre i socialriformisti si affermarono a Ragusa inferiore, Giarratana e Monterosso. La forte avanzata delle forze progressiste sviluppò in quest'area della Sicilia un fascismo molto simile allo squadrismo padano, caratterizzato da una spiccata violenza sociale e politica, che puntava al rovesciamento dei rapporti di forza. Protagonisti e mandanti di tutte le azioni violente furono e Filippo Pennavaria a Ragusa, Giovanni Barone a Modica, Mario Petino a Vittoria, Vittorio Casaccio a Comiso, Francesco Vaccaro Scurto a Spaccaforno. In tutta l'area del ragusano iniziò una costante azione di disturbo: assalti, incendi e saccheggi contro camere del lavoro, sedi di partito, e circoli politici di varia estrazione politica. Furono picchiati selvaggiamente e uccisi diversi esponenti politici e sindacali. La violenza praticata dalle squadre fasciste creava identità di gruppo, era vincente, era esaltante, era appagante e questa cosa piaceva molto alla mafia locale, che vedeva nelle forze progressiste l'avversario principale, per questo spesso partecipava alle spedizioni organizzate dai fascisti. Uno di questi episodi avvenne a Vittoria il 29 gennaio del 1921 dove fascisti e il gruppo mafioso dei “caprai” (U. Santino, 1995, pag. 26) assaltarono e distrussero il circolo socialista. Durante l'aggressione spararono e uccisero il consigliere comunale socialista Giuseppe Campagna. Il 13 marzo dello stesso anno, sempre a Vittoria, le squadre fasciste distrussero i locali della Lega di miglioramento, la Sezione Socialiasta e la Sezione Giovanile Comunista. Nel maggio del 1922 , sempre a Vittoria, i fascisti uccisero a revolverate il giovane comunista Orazio Sortino e bruciarono la sede della locale Camera del Lavoro e del Partito Comunista d'Italia.

Il 25 Aprile è una giornata di festa ma in tempi come quelli che stiamo vivendo bisogna riappropriarsi della memoria.  

domenica 19 aprile 2015

Mare Mortum



Quello di oggi è soltanto l'ultimo dramma di migranti che "viaggiavano" per la “speranza”. Una tragedia continua di cui se ne conosce solo un parte. E' giusto che si sappia: molte di queste stragi sono sconosciute, per la cronaca non sono mai avvenute. Morti anonime, dove i corpi non sono stati mai recuperati. Provo a fare un operazione di memoria, voglio ricordare a me stesso e a chi mi legge le stragi che si conoscono e che la stampa ci ha raccontato. Forse potremo cominciare a capire quanto sia grande questo dramma.

Per la cronaca tutto trova inizio nella notte di Natale del 1996: 300 persone muoiono annegate a largo di Portopalo e per molto tempo tutto rimarrà un mistero.
Settembre 2002, a pochi metri dalla costa di Scoglitti, 12 persone annegano nel tentativo di
raggiungere la spiaggia di Baia Dorica.
Giugno 2003, una barcone con a bordo 250 si rovescia a largo della Tunisia. Il bilancio ufficiale sarà di 160 dispersi.
Ottobre 2003, nel Canale di Sicilia un barcone della speranza viene soccorso dalla guardia costiera. Circa 70 persone moriranno durante la traversata.
Ottobre 2004, una carretta del mare si inabissa davanti alle coste della Tunisia, i dispersi saranno circa 70.
Agosto 2006, un barcone con 120 clandestini si rovescia per il peso degli immigrati. 50 persone risultano disperse.
Maggio 2008, 47 persone muoiono di fame e freddo su un barcone che voleva raggiungere le coste siciliane. I cadaveri verranno gettati in mare dai compagni.
Giugno 2008, una barca della speranza si inabissa a largo delle coste libiche. A bordo c'erano 150 persone. Soltanto una riuscirà a salvarsi.
Febbraio 2011, nel Canale di Sicilia scompare un barcone con a bordo forse oltre 200 immigrati.
Marzo 2011, un barcone che trasporta 30 persone naufraga nel Canale di Sicilia, per fortuna nelle vicinanze c'è un peschereccio mazarese. Due purtroppo scompaiono tra le onde del mare.
Marzo 2011, nel canale di Sicilia affonda un barcone con a bordo oltre 40 persone. Solo cinque riusciranno a salvarsi, gli unici che sapevano nuotare.
Marzo 2011, un barcone con a bordo 17 persone partite dalla Libia affonda a largo di Lampedusa, 11 annegheranno.
Aprile 2011, i corpi di 70 persone morte durante una traversata vengono recuperati al largo della Libia.
Aprile 2011, un barcone partito dalla Libia con 300 persone a bordo si ribalta nel canale di Sicilia. I dispersi, da quanto emerge dai racconti, saranno oltre duecento.
Maggio 2011, tre ragazzi  muoiono a un passo dalla spiaggia di Lampedusa. I cadaveri vengono recuperati incastrati sotto il barcone.
Agosto 2011, 25 persone muoiono asfissiate nella stiva di un barcone partito dalle coste libiche verso Lampedusa.
Ottobre 2012, 34 persone, tra cui sette bambini e undici donne, sono le vittime di un naufragio a largo di Lampedusa.
Luglio 2013, si ribalta un gommone a 29 miglia dalla Libia: i soccorsi recuperano 22 persone mentre altre 31, secondo i racconti, sono finiti in fondo al mare.
Agosto 2013, 6 persone muoiono sulla spiaggia del lungomare della Plaia di Catania.  
Annegano nel tentativo di raggiungere la riva.
Settembre 2013. 13 persone muoiono annegate sulla spiaggia di Sampieri, a Scicli, nel tentativo di raggiungere la costa.
Ottobre 2013. Viene definita "una strage senza precedenti". Un barcone carico di migranti naufraga a Lampedusa. Il bilancio finale arriverà a contare 366 vittime e 20 morti presunti. Tra i morti ci sono tante donne, alcune incinte e molti bambini.
Nel 2014 secondo l'UNHCR le persone morte nel Canale di Sicilia ammontano a 1900, 1600 solo a Giugno.
2015, sempre secondo l'UNHCR fino a febbraio le persone annegate nel Canale di Sicilia sono circa 300. 

Un escalation di morti che non trova la parola fine  - due consonanti, f ed n,  e due vocali, i ed e -  alimentata da un oceano di frasi fatte tanto finte quanto false.

domenica 12 aprile 2015

UNA STRAGE DA NON DIMENTICARE



Domenica scorsa, dopo tempo, ho voluto rivedere una delle feste più suggestive della Pasqua iblea: “la Madonna Vasa Vasa” a Modica. Con famiglia a seguito mi sono posizionato sulle scalinate della Chiesa di San Pietro e abbiamo atteso l'evento. Di fronte a quella Chiesa si apre un antico e vasto abitato a balze molto suggestivo che fino alla fine del '400 fu abitato quasi esclusivamente dagli Ebrei. Questo luogo fu teatro di una degli atti più feroci di intolleranza religiosa che voglio ricordare e che non va mai dimenticato.
Gli ebrei arrivarono in Sicilia certamente dopo il 70 d.C, anno della distruzione del Tempio di Gerusalemme, quando ebbe inizio la loro diaspora. Fino al marzo del 1492 il numero degli ebrei presenti in Sicilia era superiore a quello di qualsiasi altro stato europeo o del bacino del mediterraneo. La Contea di Modica, il cui territorio si estendeva sino al Fiume Dirillo, secondo il censimento del 1492, ospitava una cospicua comunità ebraica, forse la più numerosa di tutta la Sicilia. A Ragusa gli ebrei occupavano il quartiere Porta Mulini (sulla vallata San Leonardo), mentre a Scicli il quartiere "Meschita". Gli ebrei siciliani non erano costretti ad abitare in quartieri chiusi, tristemente definiti "ghetti", ma a Modica gli israeliti abitavano nel quartiere "Cartidduni", Cartellone. Il nome probabilmente si deve a un cartello, ben visibile, che avvisava i cristiani che da lì in poi iniziava il quartiere ebraico. A Modica, anche se indirettamente, si anticipava la separazione delle comunità religiose. La comunità ebraica modicana era molto attiva economicamente, operava nell’industria molitoria, commercializzavano cereali, vino, olio, e derivati del latte, della canna da zucchero e del baco da seta. Agli inizi del 1400 la Sicilia era diventata un possedimento spagnolo, questa dominazione si caratterizzò subito per l'oscurantismo e il fanatismo con cui la fede religiosa veniva praticata. Il tutto era alimentato da predicatori che fomentavano in modo subdolo l’odio contro chi non era di fede cattolica, soprattutto contro gli Ebrei. Uno di questi "evangelizzatori" era un domenicano, tale frate Giovanni da Pistoia, fondatore nel 1469 del convento di san Domenico a Ragusa. Fra Giovanni, come buona parte dei domenicani, era un ottimo oratore e fu proprio lui che il quindici Agosto 1474, giorno dell'assunzione di Maria, nella Chiesa di S. Maria di Betlem a Modica, costrinse gli Ebrei ad assistere alla sua predica “conversionistica” (introdotta nella liturgia cristiana nel 1278 da Papa Nicola III). Il prelato, con le sue parole, arroventò il clima a tal punto da scatenare la furia dei tanti “cattolici” i quali, al suono forsennato delle campane e al grido di “Viva Maria periscan gli Ebrei” cominciarono ad uccidere gli israeliti.  Da li a poco invasero il “ghetto” ed eseguirono una carneficina che si concluse con il saccheggio, la distruzione delle case e l’incendio della Sinagoga. Furono passati a fil di spada un numero imprecisato di ebrei (gli storici si dividono fra i 360 ed i 600), uomini, donne e soprattutto bambini. La spietata caccia all' uomo durò più giorni. Il viceré di Sicilia, Lop Ximenes Durrea, sostenitore di fra Giovanni, avviò un processo per direttissima tanto sbrigativo quanto per nulla risolutivo. Infatti dopo pochi giorni la gente sentì l'obbligo di ripetere un nuovo eccidio di ebrei nella vicina Noto. La strage di Modica precedette di pochi anni l'editto del 31 marzo 1492, con cui Ferdinando il Cattolico, re di Spagna, ordinava a tutte le comunità ebraiche presenti nei suoi possedimenti ("todos los jodios y judias grandes y pequenyos") la conversione alla religione cattolica e disponeva l'espulsione per coloro che non si fossero ravveduti. 


http://www.modica.it/itinerario_quartieri.htm

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/03/la-strage-dimenticata-degli-ebrei-siciliani.html

http://ingegniculturamodica.ning.com/profiles/blogs/eccidio-degli-ebrei-a-modica


venerdì 3 aprile 2015

Venerdi di passione.

Ci sono cose che non accadono mai per caso ma sono il frutto o la conseguenza di un fatto che da qui a qualche tempo accadrà per forza di cosa, per scadenza naturale. Il sindaco non è stato invitato alla tradizionale conferenza stampa di presentazione delle Sacre Rappresentazioni del Venerdì Santo. Naturalmente c'è rimasto male. Il suo chiaro disappunto è comparso in un breve comunicato stampa: “... Non ho ricevuto alcun invito: l’Ufficio di gabinetto del sindaco è stato avvisato telefonicamente dagli organizzatori all’ultimo momento ed è riuscito a garantire, in extremis, la presenza del vicesindaco, Filippo Cavallo. Immagino che l’incidente sia frutto di un disguido nell’organizzazione della conferenza stampa, alla quale avrei avuto il piacere di partecipare, anche in considerazione del fatto che il Comune è stato l’unico ente a sostenere il Dramma Sacro con un contributo economico...” . Siamo all'epilogo, fra un anno si vota per rinnovare sindaco e consiglio comunale e da una città da sempre abituata ad occupare le stanze di Palazzo Iacono con la solita cantilena: “PPI MIA CHI C'E'??”, cosa ci si poteva aspettare.  Vorrei tanto sbagliarmi, ma penso che di queste dimenticanze, durante quest'ultimo anno, c'è ne saranno diverse. Mi torma in mente la favola di Fedro: Il vecchio leone, il cinghiale, il toro e l'asino (che riporto di seguito integralmente). Sfinito dagli anni e abbandonato dalle forze, il leone languiva a terra e covava la sua fine; A vendicarsi contro di lui venne il cinghiale che gli sferrò un fulmineo colpo di zanne. Poi venne il toro che con le corna micidiali trafisse il corpo del suo nemico. L'asino, non appena vide che la fiera poteva essere aggredita impunemente, lo colpì con un tremendo calcio nella fronte. Allora il leone, spirando disse : “Con amarezza ho sopportato l'assalto di quei forti, ma dopo il tuo colpo, vergogna della natura, mi sembra di morire due volte.