Riciclare,
un verbo che la criminalità economica sa declinare solo
all'infinito. Dai proventi della droga arriva il grosso delle somme
da reinvestire e i soldi che si fanno con lo spaccio sono così tanti
che non si riesce a contarli, si fa prima a pesarli. Basta leggere la cronaca delle
ultime settimane per rendersi conto delle dimensioni. Il 23 maggio scorso a Vittoria i Carabinieri
scoprono un laboratorio di cocaina . Dalla
droga sequestrata sarebbe stato possibile ricavare oltre 250 dosi con
un guadagno di circa 12 mila euro.
Il 4 giugno scorso sempre i Carabinieri, nelle campagne di Santa
Croce Camerina, scoprono una piantagione di marijuana. Oltre
tremila kg di erba che immessa nel mercato avrebbe prodotto un
ricavato di circa 2 milioni di euro.
Il 6 giugno a Scoglitti la Polizia di Niscemi blocca un'auto carica di hascisc e
cocaina. Fatta
una prima stima l'hascisc avrebbe fruttato 130 mila euro e la coca 12
mila euro.
In meno di venti giorni, solo nel territorio ipparino è stato
sequestrato un quantitativo di stupefacenti che se immesso nel
mercato avrebbe generato qualcosa come 2,5 milioni di euro. Quale
prodotto ha una resa così alta?
E' l'unica merce che non conosce crisi. Non c'è investimento
finanziario o impresa edile, agricola, industriale capace di produrre
margini così elevati. I guadagni sono così immediati che anche un
disoccupato, una persona che non ha mai avuto problemi di giustizia,
viene tentato dall'entrare nell'impresa droga. Il
lavoro delle forze dell'ordine è prezioso, preciso e puntuale ma
bisogna avere la consapevolezza che queste operazioni toccano una
parte della punta dell'iceberg droga. Sicuramente esagero, ma penso
che la produzione e la commercializzazione degli stupefacenti sia
diventata, per i volumi d'affare che genera, la nostra prima
economia. Non solo, secondo gli inquirenti, pare
che quest'area della Sicilia (Gela - Vittoria) sia una sorta di zona
franca della produzione di marijuana. Sembra che qui si possono
acquistare quantitativi importanti a costi molto convenienti, da
piazzare in altri centri della provincia o dell'isola.
Naturalmente
questa quantità di denaro non può mica rimanere inerte, va
reinvestita. La domanda è dove?
Forse
una
possibile risposta ci arriva dalla lunga e articolata interrogazione
al ministro degli interni fatta del sen. Lumia il 27 gennaio scorso?
Forse. Nel
lungo quesito
Lumia
scrive: “...
a Vittoria la mafia ha occupato ... in primis
l'indotto” della
commercializzazione ortofrutticola.
A
Vittoria tutti sanno che ogni giorno tonnellate d'ortofrutta vengono
sistemate in cassette di legno, queste a sua volta vengono impostate
su pedane di legno e poi il tutto viene trasportato sui TIR.
Imballaggi e logistica sono servizi essenziali per le nostre
produzioni senza i quali l'ortofrutta prodotta resterebbe ferma a
marcire. Il sen. Lumia, sempre nella sua interrogazione sottolinea
come alcune imprese di questi settori, secodo lui, siano controllate
da “soggetti
contigui”,
inoltre avanza due considerazioni “…
in un periodo come l'attuale segnato da una crisi generalizzata,
dalla carenza di liquidità e dalla "chiusura a riccio" del
sistema creditizio, le mafie hanno potenziato un'attività di
"sostegno" a persone e imprese sull'orlo del collasso,
finalizzata a divenire poi proprietarie dei loro destini, riciclando,
al contempo, capitali di provenienza illecita ...”.
Sarà una mia impressione, ma penso che l'economia del territorio non
venga più controllata chiedendo il pizzo alle imprese.
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domenica 21 giugno 2015
sabato 6 giugno 2015
Riciclaggio 1
Riutilizzare il denaro che proviene da attività illecite è la sola necessità
dell'economia criminale. I soldi della mafia se non vengono
reinvestiti nel mattone, nella creazione di imprese sono solo
profitto inattivo, inutile, inoperoso. La
manovalanza (extracomunitari o piccola criminalità locale) fa
il lavoro sporco, genera denaro con lo spaccio, lo sfruttamento
della prostituzione e i video giochi. Poi c'è il livello economico,
ovvero chi deve far fruttare questo denaro con gli investimenti. Chi
occupa questa posizione non deve sporcarsi le mani, deve essere rassicurante, deve fornire garanzia di credibilità (sopra c'è
pure un livello politico?). E' come una sequenza geologica, ogni
strato rappresenta un ambiente, non sempre è facile ricostruire la
successione. Ritorno con insistenza su questo argomento perché
penso che il riciclaggio sia il punto di collegamento fra impresa
criminale e quella che viene ancora definita “società civile”. I
proventi della droga in primo luogo, ma più in generale di tutte le attività illecite, sono il punto di saldatura con il sistema
economico legale. La crisi economica ha accentuato e perfezionato
questi processi, in particolare la mancanza di liquidità ha reso
ancora più fragile l'economia legale. Professionisti, consulenti,
tecnici, imprese non sono più come in passato vacche da mungere con
il pizzo. La crisi li ha resi utili per altri motivi. In questi anni
hanno perso lavoro, incarichi, commesse e le loro difficoltà
economiche sono diventate una grande opportunità per chi ha buone
disponibilità di denaro. Le loro preoccupazioni sono musica per chi
deve riciclare soldi. Un vecchio detto siciliano dice: “papà è
ccu mi runa u pani” (papà è chi mi da il pane), oggi, in questa
terra, chi ha liquidità e voglia di investire diventa padre, madre,
santo, dio; poco importa come e da dove arrivino quei soldi. E' cosi
che la criminalità economica sta diventando padrona della crisi,
trasformandosi in stampella di un'economia legale che è sempre più
sofferente. Tutto questo è difficile da dimostrare ma si può
percepire, intuire, desumere. Immaginate un signore, un “distinto e
rassicurante imprenditore”, il quale si reca in uno studio tecnico,
oppure da un legale, oppure da un consulente, perché sa che
investimenti o progetti di una certa valenza economica sono bloccati
per mancanza di fondi. Il distinto imprenditore è disponibile a
diventare partner del progetto mettendo a disposizione proprio le
somme che mancano per completare e far partire l'investimento. Chi riceve l'offerta cosa farà? Rinuncerà a quelle somme oppure farà
di tutto per farselo socio? I soldi, e solo i soldi, sono lo
strumento principale che la criminalità economica usa per farsi
accettare e integrarsi nella società “buona”. Questo la mafia lo
sa e lo sa pure la “società civile”. To be continued
sabato 16 maggio 2015
Vittoria, Città di frontiera.
Rileggo
il passo scritto da Sciascia “...
Vittoria è come un paese di frontiera: ne ha l'animazione, la
mescolanza, l'ambiguità, la contraddizione. Era l'argine contro cui
si spegnevano, non senza qualche impennata, le ondate mafiose. Forse
più di una breccia in questi anni si è aperta: ma l'impressione
della frontiera rimane ancora oggi. Ho il pregiudizio che non
soltanto sappiamo di star valicando il confine tra la sicilia
sedicente "sperta" ... e la Sicilia che da quella "sperta"
è definita "babba".
Una
frase mi resta impressa, soprattutto perché è declinata al passato:
“Era
l'argine in cui si spegnevano, non senza qualche inpennata, le ondate
mafiose”. Eravamo
una ostacolo, ma abbiamo rimosso i blocchi, gli anticorpi si sono
indeboliti e siamo stati infettati definitivamente dalla cultura
mafiosa. Difatti, la
città via via negli anni, è scesa sempre più in basso senza mai
toccare il fondo. Il masso, la zavorra che ci sta trascinando giù è
una criminalità organizzata autoctona, capace di relazionarsi con
altre criminalità. La stessa si evoluta ed è mutata con la stessa
velocità con cui si è evoluta ed
è mutata la nostra società.
Negli
anni ’80 e ’90, i clan erano macro-organizzazioni che
assemblavano a se ogni forma di criminalità e non tolleravano,
stroncando violentemente sul nascere, ogni tentativo di disobbedienza
o di attentato alla loro supremazia. Oggi, la nuova criminalità
organizzata ha cambiato atteggiamento, ha avviato una sorta di
flessibilità, di precarietà del crimine. Non
sente più come in passato la necessità di costituirsi in una
macrostruttura evidente, non tiene a libro paga i propri affiliati.
Troppa visibilità. Troppi costi. Meglio
vivere nell'ombra e controllare senza rischiare.
Può
succedere che lo spaccio delle droghe (attività principale di tutte
le mafie) venga affidato, come una sorta di franchising, agli
extracomunitari. Si rischia poco, il guadagno è abbondante e
sicuro, ma soprattutto l'opinione pubblica individua come
responsabili principali di questa piaga sociale gli “immigrati”
che da tempo sono percepiti come una questione
di ordine pubblico
(specie in una società come la nostra indebolita economicamente e
culturalmente dalla crisi).
La
mafia ha però sempre il solito problema, dove
e come reinvestire i soldi. Può
accadere
che
i proventi delle attività illecite vengano investiti
in attività imprenditoriali di servizio all'economia legale.
E così che volto criminale e violento della Cosa Nuova si attenua
e affiora invece l'aspetto “gentile e imprenditoriale”? La
criminalità organizzata sa che negli affari si guadagna e si perde,
ma la stessa non vuole perdere mai. Le imprese criminali cercano la
certezza del monopolio. Le regole sono per i deboli, bisogna
controllare l'economia. Per mettere in moto queste dinamiche bisogna
abbandonare i vecchi metodi. Ad esempio, l'idea di pizzo, da violenta
e odiosa imposizione, dovrebbe trasformarsi in conveniente
prestazione professionale. In questo caso la possibile vittima del
racket verrebbe trasformata in cliente a cui fornire un ottimo
servizio, ma soprattutto per attirare tanti clienti, per avere il
monopolio, le prestazioni devono essere molto vantaggiose
economicamente. L'economia criminale da tempo ha compreso che i costi
di
alcuni processi lavorativi delle imprese che operano nella legalità
sono diventati poco sostenibili. Se si riesce ad offrire la
possibilità di ridurre questi costi, si possono creare realmente le
condizioni di monopolio. E'
forse così che l'economia criminale prova a penetrare l'economia
legale? Come
è possibile che una prestazione se svolta dall'impresa legale ha un
costo, se invece viene conferita a “terzi” lo stesso si riduce?
Il
servizio viene svolto nel rispetto delle norme ambientali,
lavorative, previdenziali e fiscali?
Da questa breve analisi emerge in modo evidente come queste forme di
“esternalizzazione” vadano incontro alle esigenze dell'impresa
sana. Infatti, la stessa non si porrebbe il problema di chi offre il
servizio e di come si possano ridurre le spese, alla stessa interessa
che il servizio sia fatto bene e soprattutto costi poco. Se tutto
questo avviene si creano le condizioni perfette: la mafia si fa
impresa, il pizzo diventa servizio, l'impresa sana abbatte i costi.
E'
così che si generano cont(r)atti bilaterali perfetti?
E'
così che i rapporti economici tra legale e illegale si consolidano?
E' possibile che questi rapporti da economici diventino personali? E'
così che si diluiscono i confini tra legale e illegale?
Al
centro di queste vortice di punti interrogativi ci sta la Vittoria
“buona”, la così detta “società civile” che parla tanto di
legalità ma dimentica spesso come la legalità è
corresponsabilità. Questa parte della città pare che nasconda a
se stessa come le nuove forme di criminalità economica possano
essere in grado di creare economia e influenzarla sia nel
territorio, sia fuori dal territorio e quindi di formare una
ricchezza che non genera sviluppo e progresso. La domanda
che tutti dovremmo porci è: forse questa ricchezza crea punti di
contatto tra i vari strati sociali della città?
In
una terra di “frontiera” capire i meccanismi
d'affermazione dell'impresa criminale significa comprendere come
funzionano le dinamiche economiche e sociali del territorio.
Schierarsi contro questa economia diventa la prima azione vera per
affermare la legalità autentica. Conoscerne l'evoluzione, avviando
forme di contrasto, non è solo un impegno morale ma è una necessità
che ci permette di cominciare a ricostruire “l'argine” che
restituisca dignità a Vittoria.
sabato 25 aprile 2015
25 Aprile
Oggi festeggiamo il 70°
della Liberazione. Affinché si possa apprezzare meglio questa Festa
di Libertà bisogna ricordare cosa è stato il fascismo nel nostro
territorio.
Le elezioni
amministrative del 1920 sancirono la vittoria dei socialisti in 8 dei
13 comuni di quella che sarebbe diventata la nostra provincia: Ragusa superiore, Ispica, Pozzallo,
Acate, Vittoria, Comiso, Scicli e Modica. Mentre i socialriformisti
si affermarono a Ragusa inferiore, Giarratana e Monterosso. La forte
avanzata delle forze progressiste sviluppò in quest'area della
Sicilia un fascismo molto simile allo squadrismo padano,
caratterizzato da una spiccata violenza sociale e politica, che
puntava al rovesciamento dei rapporti di forza. Protagonisti e
mandanti di tutte le azioni violente furono e Filippo Pennavaria a
Ragusa, Giovanni Barone a Modica, Mario Petino a Vittoria, Vittorio
Casaccio a Comiso, Francesco Vaccaro Scurto a Spaccaforno. In tutta
l'area del ragusano iniziò una costante azione di disturbo:
assalti, incendi e saccheggi contro camere del lavoro, sedi di
partito, e circoli politici di varia estrazione politica. Furono
picchiati selvaggiamente e uccisi diversi esponenti politici e
sindacali. La violenza praticata dalle squadre fasciste creava
identità di gruppo, era vincente, era esaltante, era appagante e
questa cosa piaceva molto alla mafia locale, che vedeva nelle forze
progressiste l'avversario principale, per questo spesso partecipava
alle spedizioni organizzate dai fascisti. Uno di questi episodi
avvenne a Vittoria il 29 gennaio del 1921 dove fascisti e il gruppo
mafioso dei “caprai” (U. Santino, 1995, pag. 26) assaltarono e
distrussero il circolo socialista. Durante l'aggressione spararono e
uccisero il consigliere comunale socialista Giuseppe Campagna. Il 13
marzo dello stesso anno, sempre a Vittoria, le squadre fasciste
distrussero i locali della Lega di miglioramento, la Sezione
Socialiasta e la Sezione Giovanile Comunista. Nel maggio del 1922 ,
sempre a Vittoria, i fascisti uccisero a revolverate il giovane
comunista Orazio Sortino e bruciarono la sede della locale Camera del
Lavoro e del Partito Comunista d'Italia.
Il 25 Aprile è una
giornata di festa ma in tempi come quelli che stiamo vivendo bisogna
riappropriarsi della memoria.
domenica 19 aprile 2015
Mare Mortum
Quello di oggi è soltanto l'ultimo dramma di migranti che "viaggiavano" per la
“speranza”. Una tragedia continua di cui se ne conosce solo un
parte. E' giusto che si sappia: molte di queste stragi sono
sconosciute, per la cronaca non sono mai avvenute. Morti anonime, dove i corpi non
sono stati mai recuperati. Provo a fare un operazione di memoria,
voglio ricordare a me stesso e a chi mi legge le stragi che si conoscono e che la stampa ci ha raccontato. Forse potremo cominciare a capire quanto sia grande questo
dramma.
Per
la cronaca tutto trova inizio nella notte di Natale del 1996: 300
persone muoiono annegate a largo di Portopalo e per molto tempo tutto
rimarrà un mistero.
Settembre
2002,
a pochi metri dalla costa di Scoglitti, 12 persone annegano nel
tentativo di
raggiungere la spiaggia di Baia Dorica.
raggiungere la spiaggia di Baia Dorica.
Giugno
2003,
una
barcone con a bordo 250 si rovescia a largo della Tunisia. Il
bilancio ufficiale sarà di 160
dispersi.
Ottobre
2003,
nel
Canale di Sicilia un
barcone della speranza viene soccorso dalla guardia costiera. Circa
70 persone moriranno durante la traversata.
Ottobre
2004,
una carretta del mare si inabissa davanti alle coste della Tunisia, i
dispersi saranno circa 70.
Agosto
2006,
un
barcone con 120 clandestini si rovescia per il peso degli immigrati.
50 persone risultano disperse.
Maggio
2008,
47 persone muoiono di fame e freddo su un barcone che voleva
raggiungere le coste siciliane. I cadaveri verranno gettati in mare
dai compagni.
Giugno
2008,
una barca della speranza si inabissa a largo delle coste libiche. A
bordo c'erano 150
persone. Soltanto una riuscirà a salvarsi.
Febbraio
2011,
nel
Canale
di Sicilia scompare un barcone con a bordo forse oltre 200
immigrati.
Marzo
2011,
un barcone che trasporta 30 persone naufraga nel Canale di Sicilia,
per fortuna nelle vicinanze c'è un peschereccio mazarese. Due
purtroppo scompaiono tra le onde del mare.
Marzo
2011,
nel
canale di Sicilia affonda un barcone con a bordo oltre 40 persone.
Solo cinque riusciranno a salvarsi, gli unici che sapevano nuotare.
Marzo
2011,
un barcone con a bordo 17 persone partite dalla Libia affonda a largo
di Lampedusa, 11 annegheranno.
Aprile
2011,
i corpi di 70 persone morte durante una traversata vengono recuperati
al largo della Libia.
Aprile
2011,
un
barcone partito dalla Libia con 300 persone a bordo si ribalta nel
canale di Sicilia. I dispersi, da quanto emerge dai racconti, saranno
oltre duecento.
Maggio
2011,
tre
ragazzi muoiono a un passo dalla spiaggia di Lampedusa. I
cadaveri vengono recuperati incastrati sotto il barcone.
Agosto
2011,
25 persone muoiono asfissiate nella stiva di un barcone partito
dalle coste libiche verso Lampedusa.
Ottobre
2012,
34
persone, tra cui sette bambini e undici donne, sono le vittime di un naufragio a largo di Lampedusa.
Luglio
2013,
si ribalta un gommone a 29 miglia dalla Libia: i soccorsi recuperano
22 persone mentre altre 31, secondo i racconti, sono finiti in fondo
al mare.
Agosto
2013,
6
persone muoiono sulla spiaggia del lungomare della Plaia di Catania.
Annegano nel tentativo di raggiungere la riva.
Settembre
2013.
13 persone muoiono annegate
sulla
spiaggia di Sampieri,
a Scicli, nel tentativo di raggiungere la costa.
Ottobre
2013. Viene definita "una strage senza precedenti".
Un barcone carico di migranti naufraga a Lampedusa. Il bilancio
finale arriverà a contare 366 vittime e 20 morti presunti. Tra i
morti ci sono tante donne, alcune incinte e molti bambini.
Nel
2014
secondo l'UNHCR le persone morte nel Canale di Sicilia ammontano a
1900, 1600 solo a Giugno.
2015,
sempre
secondo l'UNHCR fino a febbraio le persone annegate nel Canale di
Sicilia sono circa 300.
Un escalation di morti che non trova la parola fine - due consonanti, f ed n, e due vocali, i ed e - alimentata da un oceano di frasi fatte tanto finte quanto false.
domenica 12 aprile 2015
UNA STRAGE DA NON DIMENTICARE
Domenica
scorsa, dopo tempo, ho voluto rivedere una delle feste più
suggestive della Pasqua iblea: “la Madonna Vasa Vasa” a Modica.
Con famiglia a seguito mi sono posizionato sulle scalinate della
Chiesa di San Pietro e abbiamo atteso l'evento. Di fronte a quella
Chiesa si apre un antico e vasto abitato a balze molto suggestivo che fino alla fine del '400 fu abitato quasi esclusivamente dagli Ebrei.
Questo luogo fu teatro di una degli atti più feroci di intolleranza religiosa che voglio ricordare e che non va mai dimenticato.
Gli ebrei arrivarono in Sicilia certamente dopo il 70 d.C,
anno della distruzione del Tempio di Gerusalemme, quando ebbe inizio
la loro diaspora. Fino al marzo del 1492 il numero degli ebrei
presenti in Sicilia era superiore a quello di qualsiasi altro stato
europeo o del bacino del mediterraneo. La Contea di Modica, il cui
territorio si estendeva sino al Fiume Dirillo, secondo il censimento del
1492, ospitava una cospicua comunità ebraica, forse la più numerosa
di tutta la Sicilia. A Ragusa gli ebrei occupavano il quartiere Porta
Mulini (sulla vallata San Leonardo), mentre a Scicli il quartiere "Meschita".
Gli
ebrei siciliani non erano costretti ad abitare in quartieri chiusi,
tristemente definiti "ghetti", ma a Modica gli israeliti
abitavano nel quartiere "Cartidduni", Cartellone.
Il nome probabilmente si deve a un cartello, ben visibile, che
avvisava i cristiani che da lì in poi iniziava il quartiere ebraico. A Modica, anche se indirettamente, si anticipava la
separazione delle comunità religiose.
La
comunità ebraica modicana era molto attiva economicamente, operava nell’industria molitoria, commercializzavano cereali, vino, olio, e derivati del latte, della canna da zucchero e del baco da seta.
Agli inizi del 1400 la Sicilia era diventata un possedimento
spagnolo, questa dominazione si caratterizzò subito per
l'oscurantismo e il fanatismo con cui la fede religiosa veniva
praticata. Il tutto era alimentato da predicatori che fomentavano in modo subdolo l’odio contro chi non era di fede cattolica, soprattutto contro gli Ebrei. Uno
di questi "evangelizzatori" era un domenicano, tale frate Giovanni da Pistoia, fondatore nel 1469 del convento di san Domenico a Ragusa.
Fra
Giovanni, come buona parte dei domenicani, era un ottimo oratore e fu proprio lui che il quindici
Agosto 1474, giorno dell'assunzione di Maria, nella Chiesa di S.
Maria di Betlem a Modica, costrinse gli Ebrei ad assistere alla sua
predica “conversionistica” (introdotta nella liturgia cristiana
nel 1278 da Papa Nicola III). Il prelato, con le sue parole, arroventò il clima a tal
punto da scatenare la furia dei tanti
“cattolici” i quali, al suono forsennato delle campane e al grido
di “Viva Maria periscan gli Ebrei” cominciarono ad uccidere gli
israeliti. Da li a poco invasero il “ghetto” ed eseguirono una
carneficina che si concluse con il saccheggio, la distruzione delle
case e l’incendio della Sinagoga. Furono passati a fil di spada
un
numero imprecisato di ebrei (gli storici si dividono fra i 360 ed i
600), uomini, donne e soprattutto bambini. La spietata caccia all'
uomo durò più giorni. Il viceré di Sicilia, Lop Ximenes Durrea,
sostenitore di fra Giovanni, avviò un processo per direttissima tanto sbrigativo quanto per nulla risolutivo. Infatti dopo pochi giorni la
gente sentì l'obbligo di ripetere un nuovo eccidio di ebrei nella
vicina Noto. La strage di Modica precedette di pochi anni l'editto
del 31 marzo 1492, con cui Ferdinando il Cattolico, re di Spagna,
ordinava a tutte le comunità ebraiche presenti nei suoi possedimenti
("todos los jodios y judias grandes y pequenyos") la
conversione
alla
religione cattolica
e
disponeva l'espulsione per coloro che non si fossero ravveduti.
http://www.modica.it/itinerario_quartieri.htm
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/03/la-strage-dimenticata-degli-ebrei-siciliani.html
http://ingegniculturamodica.ning.com/profiles/blogs/eccidio-degli-ebrei-a-modica
http://www.modica.it/itinerario_quartieri.htm
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/03/la-strage-dimenticata-degli-ebrei-siciliani.html
http://ingegniculturamodica.ning.com/profiles/blogs/eccidio-degli-ebrei-a-modica
venerdì 3 aprile 2015
Venerdi di passione.
Ci
sono cose che non accadono mai per caso ma sono il frutto o la
conseguenza di un fatto che da qui a qualche tempo accadrà per forza
di cosa, per scadenza naturale. Il sindaco non è stato invitato
alla tradizionale conferenza stampa di presentazione delle Sacre
Rappresentazioni del Venerdì Santo. Naturalmente c'è rimasto male.
Il suo chiaro disappunto è comparso in un breve comunicato stampa:
“... Non
ho ricevuto alcun invito: l’Ufficio di gabinetto del sindaco è
stato avvisato telefonicamente dagli organizzatori all’ultimo
momento ed è riuscito a garantire, in extremis, la presenza del
vicesindaco, Filippo Cavallo. Immagino che l’incidente sia frutto
di un disguido nell’organizzazione della conferenza stampa, alla
quale avrei avuto il piacere di partecipare, anche in considerazione
del fatto che il Comune è stato l’unico ente a sostenere il Dramma
Sacro con un contributo economico...”
. Siamo all'epilogo, fra un anno si vota per rinnovare sindaco e
consiglio comunale e da una città da sempre abituata ad occupare le
stanze di Palazzo Iacono con la solita cantilena: “PPI MIA CHI
C'E'??”, cosa ci si poteva aspettare. Vorrei tanto sbagliarmi, ma penso che di queste dimenticanze, durante quest'ultimo anno, c'è ne saranno
diverse. Mi torma in mente la favola di Fedro:
Il vecchio leone, il cinghiale, il toro e l'asino
(che riporto di seguito integralmente). Sfinito
dagli anni e abbandonato dalle forze, il leone languiva a terra e
covava la sua fine; A vendicarsi contro di lui venne il cinghiale
che gli sferrò un fulmineo colpo di zanne. Poi venne il toro che con
le corna micidiali trafisse il corpo del suo nemico. L'asino, non
appena vide che la fiera poteva essere aggredita impunemente, lo
colpì con un tremendo calcio nella fronte. Allora il leone, spirando
disse : “Con amarezza ho sopportato l'assalto di quei forti, ma
dopo il tuo colpo, vergogna della natura,
mi
sembra di morire due volte.
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