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domenica 27 settembre 2020

Movida, risse e cultura dello sballo. Un trinomio da scomporre

Foto tratta da Google Immagini

Le risse nei luoghi della movida vittoriese (e non solo) sono diventate un fatto quasi normale. Sono il modo per concludere in bellezza una serata a base di cocktails alcolici e roba eccitante. E' il metodo per scaricare l'energia accumulata in una bella scazzottata. Basta poco: un complimento fuori luogo ad una ragazza o uno sguardo non condiviso e parte la girandola di pugni, calci, gomitate e colpi di bottiglia. E’ diventato un fatto quasi conseguenziale: non c’è movida senza rissa e non è movida se non c’è una rissa. Attenzione, tutto questo non avviene solo a Vittoria, basta leggere la cronaca regionale e nazionale per capire come le sere dei fine settimana siano caratterizzate - in qualsiasi parte d’Italia - da alterchi, liti e zuffe di ogni tipo e di ogni dimensione. Il massacro di Willy, il giovane di Colleferro, è figlio della movida. Qualcuno allora penserà: eliminiamo la movida? E no! Il problema non è la movida, la questione non è passare la sera in compagnia degli amici, fatto di per se normalissimo oltre che piacevole. NO! La questione è ciò che è stata fatta diventare la movida: una serie innumerevole di distorsioni che hanno alla base l’uso delle droghe e il consumo smisurato di alcool. I dati del SERT ci dicono che in Provincia di Ragusa il consumo di alcool e di droghe, soprattutto nei fine settimana, cresce a dismisura, in particolare l’uso della cocaina. Alcune settimane fa il dott. Mustile, responsabile del Sert di Ragusa, dichiarava: “Se c’è tanta cocaina in giro il problema non è di chi la mette in giro, che commette un reato punito fino a 20 anni di carcere e fa i miliardi; il problema è di chi la chiede, che compone un numero sempre maggiore”. Chi ne fa uso sono persone fragili che vogliono sentirti potenti e la potenza in molti cosi si manifesta diventando violenti, cercando un pretesto per fare a pugni e calci. Ma la miseria di questa illusione non può essere tollerata e non può diventare una regola. C'è bisogno di istituzioni che contrastino seriamente la criminalità che gestisce il mercato della coca (delle droghe in genere) e ne controlla saldamente lo spaccio. Bisogna cominciare a pensare come mettere un freno ad un'area urbana di devianze, dove la legalità, il rispetto delle regole - durante i fine settimana - è di fatto sospesa; dove a dominare non è altro che la logica della massimizzazione del "consumo di prodotti da sballo" resi disponibili e a prezzi abbordabili. Non può prevalere il concetto di riduzione del territorio, in particolare del centro storico, a contenitore di un rapporto mercantile tra "imprenditoria della mala movida" e consumatori di alcool e droghe. Continuare a rimanere immobili significa mortificare gli investimenti e il lavoro di tante piccole attività che hanno ridato luce e vitalità al centro storico e ora si vedono minacciate da una movida malata. Non farlo significa piegare ulteriormente la dignità di questa città al volere di chi la vuole tenere immersa nella disperazione e nel degrado. La cultura dello sballo (se cultura si può definire) oltre ad alimentare economicamente le mafie, sta minando il futuro delle generazioni future di questa terra. Il nulla li sta avvolgendo e in alcuni casi li sta travolgendo come Alessio e Simone, investiti da un suv guidato a folle velocità da una "personaggio" alterato dall’alcool e dalla coca.


sabato 22 febbraio 2020

LEGALITA'?


Negli ultimi venti anni la parola legalità insieme alla parola antimafia sono stati i sostativi più usati e abusati. In nome e per conto di queste due parole sono nati e si sono moltiplicati una marea di professionisti, molti anche farlocchi. Questa storia, forse, spiega cosa e su quali temi dovrebbe avvenire  il contrasto alle mafie.

Quando con il lavoro riesci solo a sopravvivere è la peggiore delle disperazioni. Io ero disperato, non riuscivo a soddisfare le esigenze legittime della mia famiglia, le esigenze no i vizi, LE ESIGENZE!! I libri per la scuola, il mutuo, le bollette, u manciari ... le esigenze, solo le esigenze ...”
Michele ripeteva la parola esigenze con gli occhi gonfi di rabbia e pronti ad esplodere in un pianto collerico. Quel breve discorso raccontava una grande verità: la provvisorietà economica è anche provvisorietà esistenziale. Chi lo ascoltava gli fece un cenno con la testa, come a dire: "continua a sfogarti". Lui capì e riprese a parlare con la stessa intensità.
"Quando fui assunto alla segheria di Peppe u Turcu (uomo di panza e di sostanza ndr) lui in persona, senza neanche guardarmi in faccia (era troppo impegnato a traffichiare con lo telefonino) mi disse quali erano le condizioni:
- Il tuo stipendio sarà di mille euro al mese ... anche se nella busta paga troverai scritto un importo superiore prenderai sempre mille euro al mese. Non cercare gli 80 euro di Renzi, gli assegni familiari o lo straordinario ... CCA’ STI COSI NON ESISTONO ... se ti conviene la situazione è questa, viceversa quella è la porta ...” e con il gesto della mano mi indicò l’uscita.
Non avevo tante altre possibilità. In tasca avevo una bolletta scaduta da dieci giorni e la banca mi aveva telefonato tre volta per la rata del mutuo. Gli dissi di si. Peppe u Turcu, distogliendo un attimo gli occhi dallo schermo del suo telefonino e guardandomi appena mi disse:
- “vai in quell’ufficio e firma le carte che ti fa vedere la signorina”.
Firmai il contratto e subito dopo un signore, che tutti chiamavano “u sorvegliante”, mi disse cosa dovevo fare. Fu così che tre anni fa iniziai a lavorare ‘nta segheria ro Turcu".

Chi lo ascoltava gli domandò: "scusami Michè, ma quanti operai lavoravano nella segheria?"

La risposta fu immediata: "circa quaranta ... e le condizioni erano identiche per tutti. C’era chi prendeva un po' di più ma solo perché lavorava da più tempo ... e comunque, nessuno prendeva gli 80 euro, gli assegni familiari e lo straordinario". 

Facendo un conto approssimativo, per ogni lavoratore erano da tre a cinque mila euro l’anno di “trattenute obbligatorie”, moltiplicando per il numero dei dipendenti si arrivava a circa 150 mila euro l’anno; per tre anni - il tempo trascorso dalla firma del contratto di Michele - erano quattrocentocinquantamila euro (€ 450.000,00). Soldi, fatica, diritti, sottratti “ppi sucu di mafia” a chi lavorava.

Mentre chi lo ascoltava pensava a quella somma Michele continuava il suo racconto:
"Mi aggrappai mani e piedi a quelle mille euro, erano una certezza, una scarsa certezza, ma c’erano. Con mille euro al mese se hai un mutuo di quattrocento euro si arranca. In famiglia siamo in quattro e mia moglie non lavora... Sapevo chi fosse Peppe u Turcu, tutti conoscevamo la sua storia, ma ci permetteva di campare ... MALE! ... ma si campava.
Poi, quella mattina, tutto cambiò ... elicottero, auto della polizia e poi poliziotti che spuntavano da tutte le parti. La prima cosa che pensai fu: ho perso il lavoro. Quel pensiero, incrociando lo sguardo di chi faticava con me, divenne collettivo: ABBIAMO PERSO IL LAVORO. 
Seguirono giorni di preoccupazione. L’azienda fu confiscata. Arrivò l’amministratore giudiziario. Si persero subito alcune commesse (quasi sicuramente erano clienti che compravano i nostri prodotti ma li pagavano in nero, senza fattura). Ma quando a fine mese arrivò lo stipendio la sorpresa (per tutti) fu grande. 1.420,00. Minchia, c’era tutto. Le 80 euro di Renzi, gli assegni familiari, pure lo straordinario. La regola, u giustu, quello che mi spettava ... lo prendevo per la prima volta dopo tre anni. TRE ANNI!! ... questa è la Legalità ... e no dda cosa cuntata da certi politicanti o da qualche parrino ... NOO! ...quella è una minchiata da salotto, chiacchiere di gente cca' panza cina che non conosce manco lontanamente il significato della parola difficoltà.

Michele, con gli occhi sempre più gonfi, non aveva solo raccontato i suoi disagi, aveva fatto una lezione.

Si salutarono, ma prima di andarsene Michele rivolgendosi a quella persona disse: "l'azienda ha superato la fase critica, ora va bene, l’amministratore ci ha detto che “possiamo diventare imprenditori di noi stessi” ... non sarà facile ... ma si è aperta una strada ... per formare ... una ... cooperativa ..." e scoppiò finalmente a piangere.


P.s. la storia è vera, i nomi invece sono di fantasia.


domenica 5 marzo 2017

9 Marzo marcia della LEGALITA'


Parteciperò, come tanti, alla marcia della legalità organizzata dal Comune e sostenuta da molte associazioni cittadine. A Vittoria serve un momento d'unità, per ritrovarsi, per fare il punto della situazione, ma soprattutto per marcare con nettezza il confine tra ciò che è lecito e ciò che è comodamente illecito. 
La comodità è il sostantivo che indica al meglio l'atteggiamento di un pezzo importate della nostra società. Questa comunità presenta le stesse caratteristiche di quel “mondo di mezzo” fatto da “persone perbene” che non disdegna di fare affari con la criminalità economica. Per questa gente il denaro sta su tutto. Non puzza. Non importa come e da dove arriva. A furia di intascarlo ormai portano addosso il fetore della complicità. 
Rido amaramente quando sento ancora parlare  di mafia come di un fenomeno esclusivamente criminale e mai come fenomeno economico. L'impresa mafiosa, quella che ha  costituito diverse attività di servizio all'agricoltura, all'edilizia, all'industria, qui, come in altre zone, si è sviluppava in silenzio e senza grandi clamori. Attorno ad essa si è creato un grande consenso sociale. Questo successo non è stato contrastato da nessuno. Chi ha intrattenuto e intrattiene rapporti con questo tipo di economia? Chi ha curato e gestito con profitto queste imprese e i loro patrimoni? 
Non sono solo le azioni violente della criminalità a condizionare e infangare Vittoria. No. E' soprattutto questo pezzo di società, questa "zona grigia", fatta da “persone perbene”, che in silenzio hanno assunto un ruolo: sostenere l'economia mafiosa; la stessa che ordina di incendiare i tir, che traffica in droga e nasconde le armi. 
Le azioni violente delle mafie trovano sostegno in questa zona grigia e chi le compie sa che senza questa zona non può esistere.
Ecco, io marcerò contro le “persone perbene”, contro il "mondo di mezzo", contro le "zone grigie" ... per un vera legalità.

sabato 18 febbraio 2017

Commissariare il mercato ortofrutticolo.


L'incendio doloso di questa notte che ha ridotto in fumo tre tir, compromesso pesantemente un quarto mezzo e ferito gravemente un autista non è il solito atto di intimidazione, già gravissimo di suo. Quello di questa notte è l'attacco ad una struttura da sempre legata al mercato ortofrutticolo, il CAAIR. Un consorzio nato alla fine degli anni '80 e voluto fortemente dalla CNA per uno scopo ben preciso: sottrarre gli autotrasportatori di questo territorio al condizionamento mafioso che da sempre, secondo le innumerevoli inchieste giudiziarie, grava sul settore dei trasporti. Per questo motivo l'amministrazione di quegli anni concesse in affitto ad un gruppo di “camionisti”, coordinati da Giuseppe Biundo, l'area a fianco del mercato ortofrutticolo. Oggi in quest'area è nato un servizio di movimentazione dell'ortofrutta commercializzata all'interno mercato ortofrutticolo e un parcheggio per i tir. Il CAAIR (Consorzio Autotrasportatori Artigiani Iblei Riuniti), non è, come qualcuno pensa, un'impresa privilegiata che occupa (per tanti immeritatamente e con enormi vantaggi economici) uno spazio pubblico. Il CAAIR è stato ed è un punto di riferimento per molti autotrasportatori locali. Nel tempo il suo gruppo dirigente ha costruito servizi chiari e trasparenti nel settore della logistica e del facchinaggio venendo incontro alla esigenze della commercializzazione dei prodotti agricoli conferiti presso il mercato. Questa notte è stato colpito un simbolo del riscatto della nostra città, è stata colpita una struttura a servizio del mercato ortofrutticolo dove il sindacato può entrare e incontrare tranquillamente i lavoratori (in quanti altri luoghi di lavoro di Vittoria simili al CAAIR questo accade?).
La Criminalità ha forse alzato il tiro? Si sente più forte rispetto al passato? Non accetta più concorrenti nella filiera dell'ortofrutta? Per spingersi a fare questo gesto forse si. Se è così allora anche lo Stato deve alzare il tiro: troppe sono le anomalie evidenziate lungo la filiera ortofrutticola e da troppo tempo il mercato attrae gli appetiti delle mafie. Serve una reazione forte. Si potrebbe partire commissariando il mercato ortofrutticolo, un commissario espressione del Ministero degli Interni.

sabato 16 maggio 2015

Vittoria, Città di frontiera.


Rileggo il passo scritto da Sciascia “... Vittoria è come un paese di frontiera: ne ha l'animazione, la mescolanza, l'ambiguità, la contraddizione. Era l'argine contro cui si spegnevano, non senza qualche impennata, le ondate mafiose. Forse più di una breccia in questi anni si è aperta: ma l'impressione della frontiera rimane ancora oggi. Ho il pregiudizio che non soltanto sappiamo di star valicando il confine tra la sicilia sedicente "sperta" ... e la Sicilia che da quella "sperta" è definita "babba".

Una frase mi resta impressa, soprattutto perché è declinata al passato: “Era l'argine in cui si spegnevano, non senza qualche inpennata, le ondate mafiose”. Eravamo una ostacolo, ma abbiamo rimosso i blocchi, gli anticorpi si sono indeboliti e siamo stati infettati definitivamente dalla cultura mafiosa. Difatti, la città via via negli anni, è scesa sempre più in basso senza mai toccare il fondo. Il masso, la zavorra che ci sta trascinando giù è una criminalità organizzata autoctona, capace di relazionarsi con altre criminalità. La stessa si evoluta ed è mutata con la stessa velocità con cui si è evoluta ed è mutata la nostra società.
Negli anni ’80 e ’90, i clan erano macro-organizzazioni che assemblavano a se ogni forma di criminalità e non tolleravano, stroncando violentemente sul nascere, ogni tentativo di disobbedienza o di attentato alla loro supremazia. Oggi, la nuova criminalità organizzata ha cambiato atteggiamento, ha avviato una sorta di flessibilità, di precarietà del crimine. Non sente più come in passato la necessità di costituirsi in una macrostruttura evidente, non tiene a libro paga i propri affiliati. Troppa visibilità. Troppi costi. Meglio vivere nell'ombra e controllare senza rischiare.

Può succedere che lo spaccio delle droghe (attività principale di tutte le mafie) venga affidato, come una sorta di franchising, agli extracomunitari. Si rischia poco, il guadagno è abbondante e sicuro, ma soprattutto l'opinione pubblica individua come responsabili principali di questa piaga sociale gli “immigrati” che da tempo sono percepiti come una questione di ordine pubblico (specie in una società come la nostra indebolita economicamente e culturalmente dalla crisi).
La mafia ha però sempre il solito problema, dove e come reinvestire i soldi. Può accadere che i proventi delle attività illecite vengano investiti in attività imprenditoriali di servizio all'economia legale. E così che volto criminale e violento della Cosa Nuova si attenua e affiora invece l'aspetto “gentile e imprenditoriale”? La criminalità organizzata sa che negli affari si guadagna e si perde, ma la stessa non vuole perdere mai. Le imprese criminali cercano la certezza del monopolio. Le regole sono per i deboli, bisogna controllare l'economia. Per mettere in moto queste dinamiche bisogna abbandonare i vecchi metodi. Ad esempio, l'idea di pizzo, da violenta e odiosa imposizione, dovrebbe trasformarsi in conveniente prestazione professionale. In questo caso la possibile vittima del racket verrebbe trasformata in cliente a cui fornire un ottimo servizio, ma soprattutto per attirare tanti clienti, per avere il monopolio, le prestazioni devono essere molto vantaggiose economicamente. L'economia criminale da tempo ha compreso che i costi di alcuni processi lavorativi delle imprese che operano nella legalità sono diventati poco sostenibili. Se si riesce ad offrire la possibilità di ridurre questi costi, si possono creare realmente le condizioni di monopolio. E' forse così che l'economia criminale prova a penetrare l'economia legale? Come è possibile che una prestazione se svolta dall'impresa legale ha un costo, se invece viene conferita a “terzi” lo stesso si riduce? Il servizio viene svolto nel rispetto delle norme ambientali, lavorative, previdenziali e fiscali? Da questa breve analisi emerge in modo evidente come queste forme di “esternalizzazione” vadano incontro alle esigenze dell'impresa sana. Infatti, la stessa non si porrebbe il problema di chi offre il servizio e di come si possano ridurre le spese, alla stessa interessa che il servizio sia fatto bene e soprattutto costi poco. Se tutto questo avviene si creano le condizioni perfette: la mafia si fa impresa, il pizzo diventa servizio, l'impresa sana abbatte i costi. E' così che si generano cont(r)atti bilaterali perfetti? E' così che i rapporti economici tra legale e illegale si consolidano? E' possibile che questi rapporti da economici diventino personali? E' così che si diluiscono i confini tra legale e illegale?

Al centro di queste vortice di punti interrogativi ci sta la Vittoria “buona”, la così detta “società civile” che parla tanto di legalità ma dimentica spesso come la legalità è corresponsabilità. Questa parte della città pare che nasconda a se stessa come le nuove forme di criminalità economica possano essere in grado di creare economia e influenzarla sia nel territorio, sia fuori dal territorio e quindi di formare una ricchezza che non genera sviluppo e progresso. La domanda che tutti dovremmo porci è: forse questa ricchezza crea punti di contatto tra i vari strati sociali della città?

In una terra di “frontiera” capire i meccanismi d'affermazione dell'impresa criminale significa comprendere come funzionano le dinamiche economiche e sociali del territorio. Schierarsi contro questa economia diventa la prima azione vera per affermare la legalità autentica. Conoscerne l'evoluzione, avviando forme di contrasto, non è solo un impegno morale ma è una necessità che ci permette di cominciare a ricostruire “l'argine” che restituisca dignità a Vittoria.




venerdì 6 marzo 2015

Vittoria muore ogni giorno per colpa di noi vittoriesi.

Il titolo è un po forte, ma era da tempo che non scrivevo in questo mio spazio e quindi in qualche modo dovevo attirare l'attenzione. Sicuramente darà fastidio a qualche difensore indefesso della "vittoriesità". Ma prima che qualcuno si metta a mitragliare le cose che scrivo ho l'obbligo di precisare che sono vittoriese da 48 anni 11 mesi e 27 giorni. Sono nato a Modica e dopo tre giorni i miei genitori mi hanno portato a Vittoria (se la cosa può sedare la rabbia dei difensori indefessi, anche Modica è agonizzante per colpa dei modicani). Contenti? Ancora no? Fatevene una ragione. Dire che Vittoria muore per colpa delle politica sarebbe banale. Gli intellettuali (quasi tutti organici al potere) direbbero: è demagogico. Così come sarebbe ovvio affermare che Vittoria muore per colpa del lungo sonno della cosiddetta società civile (per nulla consistente e pigra). In questo caso i dotti direbbero: è da populista. Però questa cosa, sotto sotto, la sanno tutti. E' una sorta di segreto di pulcinella. La conoscono anche i ciechi e i sordi. Quanto ai muti, beh, in questa terra - e non solo in questa - essere muti o fare i muti è molto conveniente, infatti si dice che il silenzio è d’oro. Vittoria muore ogni giorno perché tutti siamo diventati profondamente indifferenti. L'indifferenza è la madre dell'insensibilità. L'insensibilità sta alla base dell'avidità. L'avidità non genera sviluppo. Senza sviluppo non c'è progresso. Sembra una filastrocca, un gioco di parole, ma purtroppo è così. Tutto questo non è accaduto di colpo, si è delineato piano piano nel tempo. Prima era un ruscello poi è diventato un torrente, oggi è un fiume in piena che ha allagato tutti i settori della città. In mezzo a questo fango, a questa melma ci sguazziamo tutti (luonghi e curti) poveri e ricchi. Questo pantano fatto di malaburocrazia, malapolitica, malavita (parola, quest’ultima, che racchiude plasticamente ogni condizione sofferta e/o voluta di vita vittoriese) è il brodo di coltura della nuova mafia. Lo dico da tempo e in tutte le salse: oggi la criminalità organizzata non chiede più il pizzo, quella è preistoria, è roba da straccioni. La nuova mafia è impresa, è economia, offre beni e servizi in modo efficiente e a prezzi molto competitivi. Pezzi dell'economia legale, per indifferenza, scelgono questi servizi perché sono convenienti? Probabilmente si. Poco importa se dietro questi servizi c'è tanta illegalità, si risparmia e si è più tranquilli. Questo atteggiamento va combattuto, va estirpato, anche con una certa forza, prima che si consolidi in modo definitivo. E' un atteggiamento che dequalifica il territorio, lo impoverisce. Una comunità cresce se nella sua zona si creano tutte le condizioni che guardano al miglioramento complessivo della qualità della vita. Definizione che non va intesa solo nella sua valenza estetica ma soprattutto in quella funzionale. Legalità, coesione sociale, ordinata quotidianità, adeguati servizi sono gli elementi che creano sviluppo e progresso e permettono alla mafia di arretrare. Tutto questo oggi a Vittoria manca. Corriamo un rischio tanto serio quanto pericoloso: l'indifferenza in cui siamo annegati è la benzina che alimenta una zona grigia, opaca, nebulosa, fatta di infinite tonalità che in città è presente da tempo. Questa massa si attenua di fronte alle azioni, ai servizi della nuova criminalità che vuole controllare Vittoria, ma le manovre della nuova mafia sono alimentate da quel grigio e chi le compie sa benissimo che senza quel grigio non avrebbe sussistenza.

P.s. Queste mie parole sono solo un grido di “attesa”. Vorrei che a Vittoria iniziasse davvero una stagione nuova della nostra storia, mettendo nel campo della vita di noi vittoriesi i semi che facciano rifiorire questa città. In questa terra ci sono molte forze sane che non meritano di essere tacciate con il marchio dell'illegalità. Ma devono svegliarsi dal torpore in cui si sono cacciati. Nel mio piccolo ho l'obbligo di provarci. Non mi rassegno.

sabato 3 gennaio 2015

Privo di titolo (fate voi).



In meno di un mese un omicidio eccellente, un'officina meccanica distrutta da un incendio doloso, la produzione di due importati imprese agricole sfregiata dallo zolfo. Adesso anche un presunto allarme bomba, ma pare che in quest'ultimo caso - per fortuna - tutto sia rientrato. In tutto questo tempo la città è rimasta immobile. Come è possibile? Ma questa terra come si vede? Non prova vergogna nel vedere ciclicamente le pagine dei quotidiani con il nome Vittoria in bella evidenza per fatti di cronaca? Come la immaginiamo questa città? Ci basta essere persone oneste per non sentirci anche noi colpevoli? Oppure ci consoliamo con la solita frase: “è da tempo che è così”.  Siamo al centro di una attenzione mediatica non indifferente. Giornali, televisioni e blog parlano di questa terra non per la voglia di volersi rilanciare per uscire dalla crisi, ma solo e sempre per la sua forza criminale. Mi viene il dubbio che non riusciamo più a pensarci in modo diverso da come veniamo descritti, da come veniamo guardati. Il peso della criminalità organizzata è riuscito ad occupare spazi sempre più significativi dentro la nostra società. Ma la cosa grave è che tutto questo venga tollerato dalla maggioranza della città. Questo mi fa pensare che la “società civile” a Vittoria non esiste è uno slogan che viene utilizzato dai soliti professionisti della politica politicante per rifarsi il trucco e passare all'incasso di un nuovo incarico. Eppure una società civile vera servirebbe a questa città. Ho molta fiducia nelle giovani generazioni, ho partecipato all'incontro organizzato dall'UDS sono motivati, attenti, determinati, ma hanno bisogno di più punti di riferimento. Credo, da cattolico perplesso, che la Chiesa possa e debba fare la sua parte, fornire una testimonianza di civiltà e quindi di giustizia e legalità. Servirebbe una Chiesa in uscita, mentre quella cittadina è chiusa e autoreferenziale. Vittoria ha bisogno di una catechesi della legalità. Il vangelo non è al servizio dei vari potenti. Il Vangelo è contro ogni forma d'ingiustizia. In città c’è una ricca e fervente pratica religiosa, le parrocchie scoppiano ma purtroppo la vita cristiana rimane ben nascosta, con pochissima responsabilità sociale. Perché? Si può essere credenti senza impegnarsi minimamente contro la criminalità? Questo male può essere sconfitto, oppure dobbiamo ammettere che la dannazione è qui tra noi e non si può fare niente per abbatterla? Domande che mi pongo da tempo. Se Vittoria viene percepita come il luogo della violenza è perché la grande maggioranza silenziosa di questa città si è rassegnata a questo marchio. Non dobbiamo provare fastidio per questa etichetta, siamo complici consapevoli e taciturni e non facciamo nulla per modificare questo stato di cose. Se invece vogliamo dare un futuro a questa terra, mettiamo finalmente da parte paura, pigrizia e indifferenza e rimbocchiamoci le maniche. C'è tanto da fare.