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domenica 8 marzo 2026

E' morto Santapaola, ma il suo sistema economico criminale è più vivo che mai



Benedetto Santapaola, detto Nitto, è morto a 87 anni, nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano. “U ziu Nitto”, come lo chiamavano in segno di rispetto i suoi affiliati, era detenuto al 41 bis e condannato a 18 ergastoli.  La sua ascesa criminale risale agli anni 70/80 in una Catania che in quel periodo veniva definita “la Milano del Sud”, dove un sindaco, il democristiano Angelo Munzone, subito dopo l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, poteva serenamente dichiarare: "Catania è una città che non ha la mafia. La mafia è a Palermo".  E si! Perché per anni nessuno - oltre Fava, i suoi carusi e pochissimi altri - si era accorto, o meglio faceva finta di non accorgersene, cha a Catania c'era cosa nostra. E' grazie a questa complice indifferenza che cresceva la forza criminale e imprenditoriale di Santapaola, il quale da un lato eliminava, con la stessa ferocia dei boss dei cartelli messicani, concorrenti, rivali e oppositori; dall'altro costruiva, con la capacità di un top manager, i rapporti con l'imprenditoria e le istituzioni catanesi. Tutto questo si materializzava nelle foto con prefetti, questori, politici e alti prelati. Storica è la foto che ritrae il boss,  un imprenditore e l’allora primo cittadino di Catania, Salvatore Coco, mentre brindano durante l’inaugurazione di un noto negozio (foto tratta dall'articolo "L'ultimo padrino di Catania" di Laura Distefano pubblicato LiveSicilia.it il 03.10.2021)


E' lui che avvia nei fatti il processo di modernizzazione della mafia, facendola diventare da volgare organizzazione criminale ad impresa capace di monopolizzare qualsiasi settore economico: dai trasporti, all'edilizia, dal commercio all'agroalimentare. Il terreno di sperimentazione non fu solo Catania ma l'intero Sud Est siciliano Un ruolo determinate all'interno di questo nuovo "modello di sviluppo" sarà svolto da quell'area grigia fatta di professionisti, banche e imprese.  La stessa  riciclerà, in numerose e svariate attività imprenditoriali, i soldi prodotti illegalmente dal clan Santapaola, ricavandone utili economici e potere.  Questo nuova struttura economica mafiosa, tanto efficiente quanto indecente, contaminerà anche le cosche del siracusano e del ragusano che vedranno in Santapaola il riferimento assoluto e per questo gli saranno grati ospitandolo e proteggendolo durante la sua lunga latitanza.  

Giuseppe Fava fu uno dei pochi a capire e raccontare l'evoluzione, gli intrecci, le complicità, gli interessi economici e le connivenze politiche di questo nuovo "modello di sviluppo"; prima sul "Giornale del Sud" e poi, più compiutamente, su "i Siciliani". Per questa sua coraggiosa sfrontatezza fu prima ammazzato e poi, da morto, denigrato. Il sistema imprenditoriale-criminale che "u Ziu Nittu" aveva costruito era riuscito a coinvolgere e corrompere un pezzo consistete di quella presunta società civile che invece di ribellarsi e rifiutarlo ci scese a patti, cogliendone le tante opportunità nel gestirlo, ricavandone così profitti, consenso e potere. Fava con  "I Siciliani" aveva individuato il male e ne descriveva la sua metastasi. Era diventato un fastidioso ostacolo da rimuovere, perché in Sicilia, da sempre, chi pone un problema diventa il problema. Ora Santapaola non è più, ma il suo sistema (anche quando lui era in regime di 41 bis) rimane ben saldo e strutturato e governa, senza nessuna vergogna e in modo "perfetto e osceno", le tante economie del Sud Est siciliano.

La foto che apre il post è stata tratta da Google Immagini


martedì 2 gennaio 2024

25 anni dalla strage di San Basilio. Non serve alimentarsi di solo dolore.


Foto Franco Assenza

Per Vittoria e solo per Vittoria il 2 gennaio è la data che fa calare, di colpo e in largo anticipo, il sipario sulle feste natalizie. Un quarto di secolo fa la mafia deturpò in modo permanente il volto della città, ma dopo 25 anni continuiamo a nutrirci solo del dolore causato da quella strage di mafia che stroncò brutalmente la vita di due ragazzi innocenti: Rosario Salerno e Salvatore Ottone.  Dopo tutto questo tempo non riusciamo ancora a chiederci cosa sono diventate le mafie di questa terra. Proprio per onorare la memoria di quei due ragazzi, oltre alla celebrazione del ricordo abbiamo l'obbligo di affiancare alcune considerazioni per capire cosa è successo e cosa sta succedendo in questo territorio (il concetto ovviamente non riguarda solo Vittoria, sarebbe troppo riduttivo). Solo così possiamo avviare forme serie e vere di contrasto sociale alle mafie di questa terra. 

Dopo il 2 gennaio del 1999 il sistema criminale ibleo è diventato invisibile. Fino a quella data abbiamo conosciuto una mafia che sparava e ammazzava e i morti ci raccontavano i contrasti che vi erano dentro quell'organizzazione (quando si dice che i morti parlano).  Poi sono arrivati gli arresti, i processi, le confessioni di qualche pentito e tutto ci ha fatto percepire che le mafie fossero state ridimensionate o addirittura sconfitte. Ma non è stato e non è così. Le stesse, dopo aver fatto "pulizia", si sono inabissate, hanno avviato una ristrutturazione costante e silenziosa dando un ordine e un controllando a ciò che succedeva e succede nel territorio. Così hanno riacquistato forza e credibilità sia sul piano sociale e sia sul piano economico. Le crisi economiche di questi anni sono state il loro migliore alleato, così come è stata utilissima quella "borghesia mafiosa", che da sempre indossa, per varie convenienze,  la maschera della "società civile", ma nei fatti è stata ed è il più grande alleato delle economie criminali. 

In questi anni la provincia di Ragusa è stata trasformata nel più grande hub di droga della Sicilia Orientale. Basta digitare la parola "droga" nella barra di ricerca di uno dei giornali on line della nostra provincia per ottenere centinaia di pagine che ti riassumono decine di operazioni antidroga, dalle più piccole a quelle più significative.  Il prodotto maggiormente commercializzato (sia negli scambi tra clan che nello spaccio giornaliero) è diventato la cocaina.  Le relazioni periodiche del SERT sul consumo degli stupefacenti in provincia di Ragusa ci hanno spiegato e ci spiegano con chiarezza cosa è successo e cosa sta succedendo in questa terra. In pochi anni il consumo medio di cocaina ha superano  il 70%. Le masse enormi di denaro generate da questo commercio che fine hanno fatto e che fine fanno? Come e dove sono state o vengono riciclate? In quali settori economici? Nel turismo? Nell'edilizia? Nella distribuzione organizzata? E i complici, o meglio i tecnici o i professionisti, che hanno garantito e garantiscono e gestiscono questo enorme riciclo di denaro...esistono? Oppure questi soldi si sono reimpiegati o si rimpiegano da soli?  Quesiti che restano senza uno straccio di replica da 25 anni. Eppure in tutto questo tempo ci siamo trovati di fronte a delle circostanze così evidenti che anche un neonato avrebbe avuto la capacità di notarle. Malgrado ciò in questi anni inquirenti e antimafia di professione sono stati troppo ostinati o molto affezionati a cercare e a discutere di una mafia che non c'è più.  E' stato così difficile "capire" che quel modello criminale, rozzo e violento, si è via via "estinto"? Forse si sono sentiti orfani di un tipo di mafia troppo visibile che faceva comodo?  Sembra che vi sia stato  come una sorta di rifiuto nel notare l'evoluzione da quel tipo di mafia a criminalità economica. Ciò nonostante in questi anni qualcuno ha provato a ipotizzare, a far notare, che li dove girano tanti soldi ci potrebbe essere tanta economia mafiosa,  se vi sono pochi omicidi potrebbe significare che vi siano tanti "affari" e se vi sono "affari" c'è bisogno di una certa serenità, di conseguenza si deve sparare poco.  Ma queste ipotesi, forse per comodità (?), sono state esautorate. 

Lo ripeto, e non per fare polemica, smettiamola (io per primo) di ragionare solo nei termini della celebrazione del ricordo. Il ricordo la memoria sono importanti ma contemporaneamente dobbiamo fare tutti un passo avanti per costruire nel territorio quell' antimafia sociale che qui stenta da tempo a partire. E' il modello di contrasto più fastidioso per le econome malate e il più utile al progresso del territorio. Se le mafie e le loro economie non si cercano...non si trovano. Se non si trovano...non si possono contrastare. 

P.s. 

In tante città della provincia, c'è un problema di criminalità giovanile che alimenta insicurezza. Il tutto è condito da un'assoluta inadeguatezza delle forze dell'ordine ad affrontare questo problema. Questa criminalità, nel tempo, può diventare criminalità mafiosa. Il suo brodo di coltura è la così detta movida. Nei fine settimana questa criminalità invade le vie e le piazze del divertimento e si impone con lo spaccio e con azioni violente. Sono forme elementari di "connessione" col territorio che non possono più essere sottovalutate. Anche questo fenomeno va preso in seria considerazione prima che degeneri, rovinando e compromettendo in modo definitivo l'animazione e la vivacità sociale che ha e sta caratterizzato positivamente molti centri storici di questo territorio.

lunedì 5 luglio 2021

Le due mafie

 


Condannati i Ventura, incarcerata la mafia di Vittoria. Ecco, si può sintetizzare in questo modo la notizia delle condanne inflitte a quello che è stato definito dalla stampa “clan Ventura”. Ora a Vittoria è tornata la “legalità”? Possiamo dormire sonni tranquilli con porte e finestre aperte? Scemo chi ci crede!

Gli oltre 100 anni di carcere dati a questo gruppo criminale dal Tribunale di Ragusa, sono il risultato scaturito nel settembre del 2017 dall’operazione della DDA di Catania detta “Survivors” (nominarla “Sopravvissuti” ne riduceva la forza mediatica?). Questo gruppo di “sopravvissuti” del clan Carbonaro Dominante si dedicava alle estorsioni, al recupero crediti (leggasi usura) e poi rinvestivano il denaro prodotto illegalmente in alcune attività economiche. Ma in quest’ultimo caso i Ventura facevano tutto da soli? Basta guardare le loro facce (da sopravvissuti) per capire che non erano in grado neanche di contarli quei soldi, figurasi riciclarli in attività economiche. Queste cose senza l’apporto di professionisti e senza gli agganci con uffici o centri decisionali non si possono fare. I Ventura appartengono alla mafia stracciona e marginale, quelle delle periferie, che si nutre di furto, spaccio, ricettazione, usura, pizzo; dove ci si afferma con l'unica capacità che si è in grado di riconoscere: la violenza, declinata in tutte le sue forme. E' gente schiacciata dalle difficoltà della vita, che non ha nulla da perdere (sopravvissuti appunto) e per questo pericolosa. Rappresentano la mafia coppola e lupara, quella che piace raccontare a una certa stampa e da fastidio al potere, quindi è contrastata con determinazione dalle forze dell’ordine, dalla magistrature e descritta con una certa epica dai media. Il grosso dei soldi dei loro affari però finisce nelle mani di un’altra mafia, quella che vive dentro la società ed è in combutta con ogni forma di potere e grazie a questo riesce a reinvestire queste somme in attività lecite. Di questa mafia non si parla e non si scrive, non si analizza e non si indaga (volutamente?) mai; però c’è, è molto attiva e opera con estrema tranquillità in mezzo a noi, altrimenti i soldi prodotti illegalmente dai Ventura non potevano essere investiti in attività economiche. Non voglio essere frainteso, non dico che queste condanne siano inutili in termini di contrasto alla criminalità organizzata. Voglio evidenziare come le stesse riguardino sempre e solo i “criminali della classe infima”. Quando le inchieste (giudiziarie e giornalistiche) e i processi riguarderanno i “criminali della classe media”, cioè quelli che molti autori hanno definito “borghesia mafiosa”, allora si potrà dire che la lotta alle mafie ha intrapreso la strada giusta. Le due mafie si auto-alimentano. Condannare sempre è solo la prima senza mai sfiorare la seconda è una forma di contrasto che non riuscirà mai a bloccare il sistema che genera economie criminali. 

Dove non arriva il diritto penale e le inchieste giornalistiche a colpire i vari soggetti che compongono il mondo della “borghesia mafiosa” vittoriese, può arrivate la politica e l’impegno sociale.  La campagna elettorale in corso potrebbe diventare questo spazio. A Vittoria ci conosciamo tutti e sappiamo bene chi gira intorno a certi affari. E’ semplice: non bisogna cercare il sostegno elettorale di questi soggetti. Non si tratta mica di attivare la palingenesi universale, va soltanto applicato il senso di responsabilità e cioè impedire ogni forma di contatto con l’area delle contiguità, facendo capire alla stessa che non serve. Tutto questo vale in primo luogo per queicolletti bianchiche sono punto di riferimento degli strati popolari che costituiscono il gruppo più consistente di un sistema di rapporti che può essere definito “blocco elettorale anomalo”, cementato degli interessi e dalla condivisione di codici culturali. Ci vuole volontà, un po’ di coraggio e una certa determinazione. Viceversa, per favore, astenersi dal blaterare “legalità” perché di percorsi falsi, pelosi e melodrammatici, molti ne abbiamo piene ... le scatole.


domenica 25 ottobre 2020

Elezioni amministrative: bloccare il ruolo della borghesia mafiosa.

Il 22 e 23 Novembre Vittoria, forse (il condizionale col Covid è d'obbligo), andrà al voto. La campagna elettorale è entrata nella sua fase finale. I candidati si stanno confrontando civilmente, non mancano le scintille che infiammano di tanto in tanto il dibattito, ma tutto si sta svolgendo nella regola. La Città attende con ansia un sindaco che la amministri. I due anni di commissariamento lasceranno un'ampia cicatrice nel corpo della città, un solco profondo, difficile da rimarginare. Ho riletto in questi giorni la relazione del Prefetto - quella allegata nel decreto di scioglimento del consiglio comunale firmato dal Presidente della Repubblica - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 05. 09. 2018. Nel documento emergono alcune delle direttrici dell'espansione del "fenomeno mafioso" in città e con esse la capacità dello stesso di assorbire velocemente consistenza economica e politica. I due anni di commissiariamento non hanno scalfito questo "fenomeno" e lo stesso ha avuto il tempo di mimetizzarsi benissimo. Vittoria, quindi, continua a trascinarsi questa zavorra immateriale, un nemico potente e impalpabilela che è la mafia, nella sua eccezione più mederna e accattivante. I quattro candidati hanno il dovere civile e morale di contrastare con forza questo cancro che nell'ultimo ventennio ha riempito di metastasi ogni settore economico e sociale della città. Quando parlo di mafia non faccio mai riferimento all'organizzazione stracciona e marginale di "deliquenti" rappresentata da personaggi semianalfabeti tanto violenti quanto volgari. Questa, come ho scritto più volte, è malavita organizzata, "facinorosi della classe infima", gente che con le loro azioni violente danno fastidio al potere e per questo viene ottimamente contrastata dagli organi inquirenti. Il fenomeno mafioso a cui mi riferisco è altro, è meno violento, è un sistema fatto di intrecci e relazioni tra imprese, professioni, finanza e istituzioni che decide, per esempio, come investire ingenti somme di denaro prodotte illegalmente nella privatizzazione di un aeroporto, piuttosto che un porto; oppure come e dove costruire un grosso centro commerciale o rilevare, o realizzare, una grande struttura turistica; oppure come modificare un piano regolatore o variare la destinazione d’uso di un’ampia superficie che invece andrebbe tutelata. L’accozzaglia di volgari malavitosi - "deliqunti" appunto - anche se organizzati, non sarebbe in grado di concepire e gestire siffatte delicatezze. Ecco, questa mafia moderna, borghese, imprenditoriale, professionale - delineata anche dalla relazione prefettizia - riesce ancora smuovere interessi? Ha la capacità di incidere sul funzionamento di una campagna elettorale? Riesce ad orientare il consenso e a controllare il voto diventando, di fatto, quel soggetto politico in grado di determinare la vittoria di un candidato rispetto ad un altro? Ho rivisto i dati elettorali delle ultime tre elezioni amministrative. Nel 2006, al primo turno, hanno votato 33 mila persona su 47 mila aventi diritto. Nel 2011, sempre al primo turno, hanno votato 34 mila elettori su 49 mila aventi diritto. Nel 2016, 32 mila su 50 mila aventi diritto (i dati ovviamente sono arrontondati). Risulta evidente come le elezioni amministrative sono un rito sempre meno frequentato, con un terzo degli elettori che praticano lo "sciopero del voto". E' presumibile pensare che anche in questa tornata elettorale - Coronavirus permettendo - un terzo degli aventi diritto al voto (forse col Covid qualcosa in più?) rimarrà a casa. Si può, quindi, ipotizzare che la capacità di mobilitazione elettorale della mafia borghese assumerà un ruolo sempre più determinante nell'elezione di questo o di quel cadidato? I dati, ci raccontano o no di quanto sia indispensabile il ruolo elettorale di certi gruppi? A Vittoria, per non riprecipitare nel baratro, serve o no cominciarne a capire, individuare e raccontare certi movimenti? Dei Ventura, dei Greco, e di tutte le altre famiglie è stata narrata ogni forma di malefatta, di vizio, di interesse. Di questo "fenomeno" invece si è evitato di scrivere pure una breve prefazione: perché? Vittoria deve riconquistare la sua dignità, deve dare speranza alle giovani generazioni, non un speranza fatta di attesa ma di rinascita, e per farlo si deve smascherare, isolare e, se è possibile, schiacciare questo sistema di intrecci e relazioni capace di coordinare conteporanemente l'economia e il consenso. In questo mese abbiamo il dovere di indignarci realmente e mobilitarci di fronte agli inviti e alle affabili sollecitazioni che possono arrivare da questo estabilishment politico economico. Serve uno scatto d'orgoglio, un calcio potente, che allontani la nostra rassegnazione e in grado di mettere a nudo e in difficoltà questo potere trasversale, vellutato e anestetizzante che domina da anni la città. Lo dobbiamo fare perchè Vittoria non precipiti ancora più in basso da dove è stata fatta stramazzare.

martedì 18 agosto 2020

RAGUSA, QUI LA MAFIA NON ESISTE?

Immagine tratta dalla copertina del libro  "Le subculture mafiose" di Paolo Crinò

C'è chi è ancora convinto che in provincia di Ragusa la mafia sia qualcosa di marginale che si agita in un territorio formalmente sano, un po' come la particella di sodio che si aggira solitaria e disperata nell'acqua minerale, incapace di creare problemi. Ma basta leggere l'ultimo Quaderno dell'Antiriciclaggio, redatto dall'Ufficio di Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d'Italia, per avere un quadro completamente diverso rispetto a come questa provincia viene, da molti, immaginata. Qui, più che in ogni altro luogo, la mafia non è fatta da un gruppo di personaggi micragnosi, rozzi e violenti. Per carità, ci sono, esistono, ma hanno un ruolo infimo e truculento. Spesso le loro azioni, tanto rumorose quanto violente, servono a nascondere le immense nefandezze compiute dalla maggioranza silenziosa. Qui la mafia indossa il doppiopetto, parla più lingue e si presenta come un'impresa organizzata e ben capitalizzata. Insomma, è ottimamente mimetizzata nella nostra società ed è capace di alimentare rapporti con ogni tipo di potere. Questo gli ha permesso e gli permette di avere un ruolo di primo piano nel panorama economico criminale siciliano. Per essere più chiaro: in tutta l'area  ragusana, facendo le opportune differenze tra la zona modicana/ragusana a l'area ipparina, negli anni si è sviluppato un sistema relazionale che non ha funzione di mero supporto all'attività criminale, ma è l'aspetto costitutivo del fenomeno mafioso ibleo.  Qui, meglio che in altre zone, si gestiscono e si riconvertono le masse di denaro prodotte illegalmente. I cartogrammi redatti dall'UIF ci raccontano di segnalazioni finanziarie anomale, ricevute da banche e Poste e da soggetti finanziari diversi da banche e Poste. In particolare, quelli pubblicati nelle pagine 12 e 13 del Quaderno (si vedano le immagini allegate) danno indicazioni chiare e inequivocabili. La nostra provincia ricade, nel primo caso (segalazioni banche e poste), nel terzo quartile; nel secondo caso (segnalazioni di soggetti diversi da banche e poste) nel quarto quartile. Siamo tra i primi in Sicilia. Occupiamo le zone più alte della classifica, quelle che esprimono i valori massimi di segnalazioni. 


Questi grafici ci danno due indicazioni. La prima è ovvia: in provincia ci sono tante (forse troppe) operazioni finanziarie sospette. Il dato è confermato anche da una recente classifica redatta nell'ottobre scorso da "Il Sole 24 Ore". Il secondo ci dice come gli istituti più attivi nel segnalare certe "operazioni anomale" non siano le banche. Forse gli istituti di credito non sono più il riferimento principale per certe operazioni? Non è facile da stabilire, ma dal secondo cartogramma emerge come altre strutture, vedi Istituti di pagamento (IP) o gli Istituti di moneta elettronica (IMEL), siano diventati nuovi punti di riferimento. La crescita di incidenza di eventuali operazioni di riciclaggio nel comparto finanziario non bancario, non è avvenuta per caso. Sarà stata "suggerita e guidata" dai soliti, insospettabili, professionisti del settore.  E' forse nata l'esigenza di utilizzare strutture finanziarie meno vigilate ma altrettanto sicure? Forse. E' anche chiaro che le consulenze tecniche nel riciclare somme di denaro prodotte illegalmente, non si limitano al settore finanziario. L'emergenza Covid-19 ha aperto nuove strade per la criminalità economiche. Gli ultimi  report di SRM Studi per il Mezzoggiorno e di The European House Ambrosetti ci raccontano come logistica, grande distribuzione e trattamento rifiuti siano diventate le attività che interessano maggiormente alle mafie. In Provincia di Ragusa le diverse strutture commerciali (mercati ortofrutticoli e centri commerciali vari) vivono e si sviluppano grazie alla logistica e alla distribuzione alimentare e no. Per cominciare a capire l'ambito economico e i suoi volumi d'affari,  su cui l'economia criminale potrebbe riciclare i suoi soldi, basta consultare il sito https://www.reportaziende.it/ragusa. L'altro grande business è la "monnezza". In tutto il territorio ragusano la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, soprattutto quelli urbani, è una necessità pressante e impellente. I fuochi che con periodicità si generano qua è la lungo tutto il territorio ragusano sono l'anticamera di un'emergenza latente. Se questo problema esplode (perché rischia di esplodere) cadranno le ultime regole restrittive e l'affare è fatto.   

Dati, studi, inchieste e analisi ci raccontano una provincia, dove le mafie sono una realtà composita, fatta di soggetti provenienti da varie classi sociali, dalle più infime alle più elevate, che operano in base a scelte razionali e in cui la direzione strategica è nelle mani di soggetti delle classi dominanti. Per dirla come Umberto Santino (Centro di documentazione Peppino Impastato) anche in provincia di Ragusa vi è una "borgesia mafiosa" dinamica, capace di costruire, mantenere e allargare un sistema relazionale entro cui si muovono le organizzazioni criminali con le loro ricche economie illegali. Questa borghesia è in grado, alla bisogna, di essere anche soggetto politico che orienta e determina successi elettorali. E' evidente che per contrastare questa struttura, che controlla in modo e con metodi diversi l'intera provincia, serve una cambio di mentalità e di direzione. E' necessaria una capacità politica nuova, differente, slegata da grumi multiformi e da logge varie. Serve un nuovo modo di fare inchiesta da parte degli organi inquirenti, che non possono guardare solo alcuni territori e ignorare tutto il resto. Bisogna cominciare a raccontare questa terra in modo diverso. Ma soprattutto serve ri-articolare il ruolo dei corpi intermedi, perché qui, più di ogni altro territorio, è stato spezzato il filo tra i bisogni economico-sociali reali e chi di questi bisogni doveva e deve essere interprete e portavoce. Viceversa se continueremo ad attaccare la particella di sodio non ci renderemo conto che l'acqua, apparentemente limpida, è ricca di batteri che hanno e stanno infettando ogni parte del nostro territorio. 





Per scrivere questo post ho consultato:








   


       

martedì 17 dicembre 2019

La Vittoria della borghesia mafiosa.





Foto tratta da Google immagini

I prolungamenti, i rinvii, le proroghe, spesso scandiscono e caratterizzano, le difficoltà della nostra città. Altri sei mesi di commissariamento per Vittoria (città che "rischia di diventare irredimibile"), perchè "non è ancora completata l'azione di recupero e risanamento delle sue istituzioni". Ai 18 mesi di commissariamento straordinario il Governo ne ha concessi altri 6 per completare l'opera di miglioramento e bonifica. 
Però in questi 18 mesi il grumo di interessi e di potere, gestito dalla borghesia mafiosa,  che da anni ha fortemente condizionato Vittoria, non è stato intaccato. Questa massa, come un tumore maligno, ha continuato silenziosamente a diffondere la sue metastasi proseguendo ad infettare e condizionare ogni processo economico e sociale della città. Le istituzioni non sono riuscite a fermare questa infezione. In poco meno di 18 mesi poco, anzi nulla, è stato fatto verso questo bubbone. Su alcune questioni si doveva correre, lo Stato doveva dare risposte e indicazioni precise, invece è come se si fosse impatanato. Non è riuscito neanche a portare a termine la cosa più evidente, che andava fatta a tempo di record: trasferire la sede del Commissariato di Polizia dagli attuali locali. L'immobile è stato posto sotto sequestro perché in parte di proprietà di soggetti finiti in carcere con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Lo Stato che paga l'affitto a presunti mafiosi! Sono passati circa sei mesi dalla notifica del sequestro, tanti quanto la proroga concessa dal Consiglio dei ministri, ma il Commissariato è ancora li. 

L'involontaria lentezza e l'inconsapevole macchinosità delle istituzioni statali, sono, da anni, la benzina che alimenta il ruolo della borghesia mafiosa di questa terra. Parto da una constatazione che faccio spesso e potrà sembrare banale e ripetitiva: il nostro sistema economico, fatto da microimprese, è stato sconvolto da crisi cicliche di mercato, questo modello legale è stato nel tempo soppiantato dall'economie mafiose che hanno via via imposto le loro produzioni (spaccio e produzione delle droghe, gestione dei rifiuti, riciclaggio, ...) e generato redditti cospicui. Mentre prima la ricchezza derivava dal lavoro, dalla capacità e dalla operosità delle piccole attività; oggi, una parte consistente del denaro che circola, è legato ad attività illecite. 
Le figure imprenditoriali/professionali che prima gestivano con i loro servizi il denaro prodotto lecitamente ora sono passate a gestire anche quello generato illecitamente. Senza accorgercene questo cambio dei flussi di capitale ha cambiato la nostra società, rendendola più povera e facendo diventare la borghesia mafiosa sempre più protagonista della vita politica e sociale della città. Negli ultimi decenni il il ruolo di questo ceto è cresciuto fino a diventare un sistema capace di condizionare tutto, in primis le scelte politiche del territorio. Coordinare l'economia e dirigere il consenso è diventato un tutt'uno. Nella relazione prefettizia tutto questo si intuisce. Come mai nei 18 mesi di commissarimento questo nodo, a mio avviso centrale, è stato ... poco affrontato? 
Ecco, questo secondo me è il compito che hanno le istituzioni - in solo sei mesi - viceversa avranno bruciato altro tempo; nel frattempo la borghesia mafiosa ha già trovato il suo candidato è continuerà a svolgere il suo compito di intermediazione parassitaritaria.  





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