Visualizzazioni totali

Visualizzazione post con etichetta Sud Est. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sud Est. Mostra tutti i post

sabato 4 luglio 2026

Fumarole: le soluzioni ci sono, ma...


Come sempre ogni anno in questo periodo, fino a settembre inoltrato, torna in auge la questione "fumarole" con tutto un dibattito che spesso diventa scontro tra istituzioni e associazioni ambientaliste. Intanto bisogna partire da un concetto tanto semplice quanto basilare: quando in questo territorio - dove si produce cibo di qualità - capiremo che essere ambientalisti non è solo impegno civile o passione democratica, ma deve essere un obbligo civico che riguarda tutti - perché tutelare il nostro ambiente significa migliorare la qualità della nostra vita e di ciò che produciamo - sarà sempre troppo tardi. Invece,  l'aggettivo "ambientalista" è stato trasformato da un lato in una parola tossica, dall’altro in un’ideologia elitaria. Il "militante ambientalista" è percepito come un personaggio capace solo di organizzare azioni politiche appariscenti e velleitarie. Ma è anche vero che questo concetto nell'opinione pubblica è passato con una certa facilità, perché le così dette "battaglie ecologiste" oltre ad essere percepite come un tantino esclusive e vanagloriose, si scontrano con forme di intolleranza che quasi sempre trovano un forte sostegno politico e quindi un largo consenso. 

Da decenni, lungo la fascia trasformata, migliaia di tonnellate di fratta, di plastica dismessa dalle serre e di rifiuti di ogni tipo vengono bruciati senza che le istituzioni preposte abbiano fatto o facciano qualcosa di serio per impedire questo scempio. I fumi tossici della combustione, da anni, ammorbano l’aria iblea e hanno creato e stanno creando danni al nostro ambiente, ma soprattutto alla nostra salute.  Le "fumarole" si manifestano nel periodo tra maggio e settembre, poi via via diminuiscono per riapparire l’anno successivo. E’ così, di anno in anno, si susseguono denunce pubbliche, con video sui social, che generano la giusta irritazione da parte di tanti cittadini. Le istituzioni convocano subito tavoli. A seguire, qualche parlamentare presenta un’interrogazione che viene subito rilanciata nei media, ma nel frattempo il tempo passa, si arriva a settembre/ottobre, il fenomeno inizia a scemare e tutto finisce per poi ripartire il prossimo maggio con le stesse caratteristiche, senza mai individuare colpevoli, responsabili e complici.  Sembra una specie di gioco dell’oca, si fa sempre il solito percorso per poi ripartire dall’inizio.

Per capire come poter contrastare il fenomeno si deve partire da alcuni elementi. La fratta, cioè lo sterpo delle piante di ortaggi coltivati in serra - sottoprodotto agricolo, come la paglia o gli sfalci di potatura - non è un rifiuto. Secondo le teorie dell'economia circolare, potrebbe essere riutilizzata direttamente per produrre energia o fertilizzante, riducendo in questo modo gli eventuali costi di smaltimento. Invece, nel nostro territorio, è diventata il carburante delle fumarole. In mezzo alle cataste della stessa viene nascosto di tutto: plastica dismessa dalle serre, manichette consumate, imballaggi di fitofarmaci e chissà cos’altro. Sto parlando di rifiuti speciali e pericolosi che hanno un codice identificativo (CER) e secondo la nuova normativa il loro smaltimento dovrebbe essere tracciabile digitalmente (RENTRI). Inoltre, ogni anno le imprese che producono rifiuti speciali e pericolosi, comprese quelle agricole, hanno l’obbligo di presentare il Modello Unico di Dichiarazione Ambientale (MUD).  La domanda che emerge in modo istintivo è: ma quante sono le imprese della nostra provincia (comprese quelle agricole) che presentano questa dichiarazione? Basta informarsi presso la Camera di Commercio o nel sito https://muda.infocamere.it/Muda/ 


Nella tabella elaborata anche grazie ai dati di movimprese.it  si può vedere come negli ultimi cinque anni su una media di 37.000 attività poco più del 5% delle stesse ha presentato il MUD. Ovviamente non tutte le imprese sono sottoposte a questo adempimento, ma è certo che molte imprese agricole, in particolare quelle serricole, sono obbligate a farlo.  Basterebbe incrociare i dati tra le imprese che hanno presentato il Modello di Dichiarazione Unica e le tantissime che invece hanno evaso l'adempimento per capire come sono stati fatti evaporare i rifiuti speciali e pericolosi prodotti in queste attività. E' molto semplice, ma non è mai stato fatto! Mentre di anno in anno in anno ci si trastulla in dibatti e riunioni, il territorio continua ad essere appestato. I dati dell'ultimo "Rendiconto sociale provinciale" dell'INPS sono chiari. Nella tabella di pag. 65 del Rendiconto, di seguito allegata, sono indicate le domanda di invalidità civile presentate nel biennio 2023/2024. Più di 16.000 domande - oltre 6.000 solo nel comprensorio Acate, Vittoria, Comiso - quasi la metà di queste riguardano richieste di invalidità per patologie tumorali. 

L'insorgere dei tumori non avviene per puro caso, ma è innescato da fattori ben precisi e tra questi vi è pure la qualità dell'aria che respiriamo, le caratteristiche dell'acqua che utilizziamo e la qualità del cibo che mangiamo. 
Se tutto ciò  di anno in anno peggiora, maggiore sarà la possibilità di ammalarsi di cancro. 

Il fatto che le istituzioni preposte (Regione, Prefettura, Libero consorzio, Arpa, Asp,...) non riescano a contrastare da tempo questa emergenza ambientale e sanitaria, ha creato quell'humus su cui si nutre l'atteggiamento criminale di certi "produttori" e gli interessi delle ecomafie. Da tempo ormai questo territorio viene definito "Terra dei Fuochi" o "Chernobyl della Sicilia". Queste frasi vengono già scritte nelle varie narrazioni. Vogliamo che queste marchio di "Indicazione Geografica Tipica" attesti definitivamente i nostri luoghi e le nostre produzioni? Oppure è arrivato il tempo di avviare un deciso cambiamento verso un contrasto serio a questi fenomeni e quindi in favore della sostenibilità ambientale della serricoltura?

domenica 19 aprile 2026

Unire i puntini per capire le mafie del Sud Est



Per capire cosa sta succedendo in certe economie del Sud Est siciliano bisogna unire dei puntini, come quei giochi che occupano alcune pagine dei cruciverba. In questo modo da quell’insieme surreale di numeri e punti - se vengono ben collegati - può venire fuori un’immagine chiara e precisa capace, forse, di descrivere una realtà.

1) Da tempo, la continua successione di crisi economiche sta mettendo in difficoltà diverse imprese, in particolare le piccole e le micro attività di questo territorio. Tutto questo è diventato una buona opportunità per quell’imprenditoria mafiosa che mira a diventare padrona delle crisi. 
2) Sembra che le mafie di questa zona della Sicilia si fossero costituite in un’unica cooperativa. La stidda (ciò che ne resta), elementi locali della mafia, mafia albanese ed esponenti legati alla ‘ndrangheta si sono messi insieme, intanto per non pestarsi i piedi tra loro e poi per mettere in connessione, e quindi rafforzare, le loro attività: prima fra tutte il narcotraffico (controllo e spaccio della cocaina) e poi l’estorsione. Quest’ultimo “business” non è  più quello che noi storicamente conosciamo, cioè il pizzo da chiedere alle imprese per sostenere la famiglia dei galeotti o per “sponsorizzare” un certo evento sportivo. No! Quello oramai è roba da mendicanti del crimine. L’estorsione di oggi si basa su far confluire il denaro prodotto illegalmente nell’economia del territorio. Un’attività è in crisi? Arriva “l’amico” che può dare aiuto rilevandola...estorcendola.
3) Per il sistema bancario un’impresa che presenta un piccolo segnale di difficoltà - ad esempio: non riesce, per i motivi legati alla crisi a rientrare dalla scopertura concessa - diventa subito “sofferente”.  I programmi del sistema la segnalano subito, facendola diventare immediatamente come un'attività con “esposizione inesigibile”. Alle banche non interessa se l’impresa è entrata in crisi perché lo Stato non ha ancora riconosciuto contributi o agevolazioni, oppure perché i suoi clienti non hanno pagato quanto dovevano. La logica della banca è tanto semplice quanto indecente: non riesci a rientrare? Ti blocco! 
4) Chi arriva in aiuto? La cooperativa! Con i soldi fatti grazie al narcotraffico. 
5) E come aiuta l’impresa in crisi? In molti casi comprandola. 
6) Come? Pare che i soldi del narcotraffico vengano messi in depositi bancari esteri, ad esempio a Malta. Sebbene l’isola dei cavalieri non sia formalmente nella "black list" dei paradisi fiscali, molte indagini internazionali hanno però evidenziato vulnerabilità strutturali. Infatti, pare che aprire un conto corrente a Malta è possibile anche senza residenza, basta fornire un documento d'identità (passaporto) e referenze bancarie. Generalmente per aprire un conto viene utilizzata come entità giuridica la società offshore, questa permette di ridurre il carico fiscale e soprattutto garantisce la riservatezza.
7) E' così, senza tanti clamori, si riciclano masse di denaro prodotte illegalmente e si diventa padroni delle economie di un territorio (?).
8) Uno stretto braccio di mare separa Malta dalla nostra Pozzallo da dove ogni giorno partono traghetti da e per l’isola dei cavalieri. Una rotta, che secondo diverse inchieste giudiziarie, spesso è stata ed è frequentata da personaggi vicini a certe “famiglie”.  

La figura che viene fuori unendo questi punti? Può essere quella che queste società offshore abbiano acquistato in questi anni imprese in difficoltà? Ecco questa è una domanda, o un immagine, che va girata direttamente agli organi inquirenti, sperando che prima o poi arrivi o una risposta oppure venga osservata con una certa attenzione.

L'immagine a corredo del post è tratta da Google Immagini

domenica 8 marzo 2026

E' morto Santapaola, ma il suo sistema economico criminale è più vivo che mai



Benedetto Santapaola, detto Nitto, è morto a 87 anni, nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano. “U ziu Nitto”, come lo chiamavano in segno di rispetto i suoi affiliati, era detenuto al 41 bis e condannato a 18 ergastoli.  La sua ascesa criminale risale agli anni 70/80 in una Catania che in quel periodo veniva definita “la Milano del Sud”, dove un sindaco, il democristiano Angelo Munzone, subito dopo l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, poteva serenamente dichiarare: "Catania è una città che non ha la mafia. La mafia è a Palermo".  E si! Perché per anni nessuno - oltre Fava, i suoi carusi e pochissimi altri - si era accorto, o meglio faceva finta di non accorgersene, cha a Catania c'era cosa nostra. E' grazie a questa complice indifferenza che cresceva la forza criminale e imprenditoriale di Santapaola, il quale da un lato eliminava, con la stessa ferocia dei boss dei cartelli messicani, concorrenti, rivali e oppositori; dall'altro costruiva, con la capacità di un top manager, i rapporti con l'imprenditoria e le istituzioni catanesi. Tutto questo si materializzava nelle foto con prefetti, questori, politici e alti prelati. Storica è la foto che ritrae il boss,  un imprenditore e l’allora primo cittadino di Catania, Salvatore Coco, mentre brindano durante l’inaugurazione di un noto negozio (foto tratta dall'articolo "L'ultimo padrino di Catania" di Laura Distefano pubblicato LiveSicilia.it il 03.10.2021)


E' lui che avvia nei fatti il processo di modernizzazione della mafia, facendola diventare da volgare organizzazione criminale ad impresa capace di monopolizzare qualsiasi settore economico: dai trasporti, all'edilizia, dal commercio all'agroalimentare. Il terreno di sperimentazione non fu solo Catania ma l'intero Sud Est siciliano Un ruolo determinate all'interno di questo nuovo "modello di sviluppo" sarà svolto da quell'area grigia fatta di professionisti, banche e imprese.  La stessa  riciclerà, in numerose e svariate attività imprenditoriali, i soldi prodotti illegalmente dal clan Santapaola, ricavandone utili economici e potere.  Questo nuova struttura economica mafiosa, tanto efficiente quanto indecente, contaminerà anche le cosche del siracusano e del ragusano che vedranno in Santapaola il riferimento assoluto e per questo gli saranno grati ospitandolo e proteggendolo durante la sua lunga latitanza.  

Giuseppe Fava fu uno dei pochi a capire e raccontare l'evoluzione, gli intrecci, le complicità, gli interessi economici e le connivenze politiche di questo nuovo "modello di sviluppo"; prima sul "Giornale del Sud" e poi, più compiutamente, su "i Siciliani". Per questa sua coraggiosa sfrontatezza fu prima ammazzato e poi, da morto, denigrato. Il sistema imprenditoriale-criminale che "u Ziu Nittu" aveva costruito era riuscito a coinvolgere e corrompere un pezzo consistete di quella presunta società civile che invece di ribellarsi e rifiutarlo ci scese a patti, cogliendone le tante opportunità nel gestirlo, ricavandone così profitti, consenso e potere. Fava con  "I Siciliani" aveva individuato il male e ne descriveva la sua metastasi. Era diventato un fastidioso ostacolo da rimuovere, perché in Sicilia, da sempre, chi pone un problema diventa il problema. Ora Santapaola non è più, ma il suo sistema (anche quando lui era in regime di 41 bis) rimane ben saldo e strutturato e governa, senza nessuna vergogna e in modo "perfetto e osceno", le tante economie del Sud Est siciliano.

La foto che apre il post è stata tratta da Google Immagini


sabato 31 gennaio 2026

Il credo delle mafie? Spacciare, investire, riciclare.




Ho digitato la parola cocaina nella "lente" posta nella barra degli argomenti di un noto giornale online locale (ragusaoggi.it), sono venute fuori 76 pagine. Nelle prime quattro ho contato circa 40 articoli relativi a sequestri di coca e relativi arresti avvenuti in provincia di Ragusa nell'ultimo anno. Pare che il periodo a cavallo tra il 2024 e il 2025, rispetto agli anni precedenti, sia quello in cui vi sono stati i maggiori sequestri mai registrati in provincia. Modica, Ragusa, Vittoria, Comiso Acate, Pozzallo,... non vi è comune di questo territorio che non sia stato - e non lo sia tutt'ora - interessato dall'arrivo straripante di cocaina.  Poi ho guardato l'ultimo report sulla droga redatto dalle Nazioni Unite (si veda l'immagine allegata). Il 2024 è stato l'anno della maggiore produzione di cocaina nella storia dell'umanità. 3.708 tonnellateIl commercio di questa polverina ha generato qualcosa come oltre 400 miliardi di dollari. Più del PIL di molti stati europei. 

Foto estratta da pag 13 del Rapporto ONU "Word Drug Report"

Due  osservazioni, una micro e l'altra macro che forniscono due prospettive basate su scale di analisi diverse, ma producono, con le dovute differenze, lo stesso risultato. La cocaina spacciata nel nostro territorio produce una massa di denaro che non resta su qualche scaffale, così come i 400 miliardi non sono stati ammassati in una stanza. Questi soldi, sia nel primo che nel secondo caso, devono essere trasformati in qualcosa. 

Il Sud Est siciliano è diventato in pochi anni un'importante area turistica: alberghi, villaggi, ma soprattutto locali notturni e quindi "movida". Attività eleganti che aprono velocemente e chiudono altrettanto velocemente, cambi di gestione, rinnovi effettuati con costose ristrutturazioni. Tutto questo nasce e viene fatto contraendo prestiti oppure viene pagato in contante? Se tutto è realizzato senza credito bancario, da dove arriva il denaro per effettuarlo? Si può parlare di riciclaggio? Sono domande non accuseNon è vedere mafia in ogni cosa che accade, ma capire certi comportamenti economici di questa terra è diventato oramai necessario. Le mafie da sempre hanno investito in ristoranti, locali notturni o hotel, la letterature è ricca di inchieste di questo tipo, sarebbe opportuno capire se anche nel Sud Est siciliano, nelle nostre zone, sta avvenendo qualcosa di simile. Certo, queste attività portano lavoro, soldi, anche una certa popolarità nel territorio in cui operano, ma ciò può frenare l'esigenza della verifica o del controllo? Forse scatta una certa indulgenza, che non è corruzione, ma tacita tolleranza? E evidente un fatto: in economia, da tempo, non conta più da dove arrivano i soldi, ciò che importa è produrre soldi. Questo significa che chi investe somme da riciclare parte già avvantaggiato, non ha concorrenti che lo possano contrastare, può resistere a qualsiasi crisi. Invece, l'imprenditore  onesto, tra difficoltà di accesso al credito, problemi economici e ambientali non è in grado di competere, rischia di non farcela e per questo può fallire. Penso ai tanti locali distrutti dal ciclone Harry: chi sarà in grado di ricostruirli? E l'eventuale new town di Niscemi? Chi la costruirà?  Il denaro illegale quando entra  nel sistema produttivo la domina. Tutto questo non può diventare normale, è un'anomalia che blocca ogni forma  di sviluppo. Quando Il denaro corre più veloce dei dubbi bisogna fermarsi e chiedersi: perché? Quando un'attività - qualsiasi essa sia - nasce e cresce troppo velocemente e non si comprende da dove arrivano i soldi di quell'investimento: come mai nessuno prova ad accende i riflettori? E venuto il tempo di prendere atto, in modo definitivo, che il riciclaggio non può più essere visto come un fatto secondario ma è l'infrastruttura da cui parte tutto. Non contrastarlo significa condannare definitivamente le economie sane di questa terra.

La foto del post è tratta da Google Immagini


giovedì 1 dicembre 2022

DOUDA DIANE, UNA SCOMPARSA, DIVERSE DOMANDE.

 

foto tratta da Google Immagini
 

Come può una persona sparire senza lasciare neanche una traccia? Viviamo nell'era del controllo totale, siamo circondati da telecamere, viviamo immersi nel wi-fi come i funghi sott'olio, ogni nostro movimento è scandagliato fino alle mosse più impercettibili. Malgrado tutto ciò Douda Diane, una persona, un lavoratore, un immigrato, è scomparso, non si trova, non si capisce dove possa essere finito. Dal 2 luglio scorso è sparito, come se fosse evaporato, o peggio, come se fosse stato ingoiato dalla terra. Nessuno sa nulla (o fa finta di non sapere?). Nessuno ha visto nulla (o fa finta di non aver visto?). Qualcuno ironizzando amaramente si è chiesto: ma siamo sicuri che Douda sia mai esistito? La risposta altrettanto amara, ma per nulla ironica, è che Douda è stato inghiottito dall'omertà di questa terra, da sempre definita babba, nei fatti impanata di una subcultura capace di generare anche economie malate e mafie. Di Douda rimane un video dove denuncia quello che noi non abbiamo più il coraggio di denunciare, cioè che qui in molti casi si lavora in condizioni non umane.

E' stato “inghiottito” perché vittima di un grave incidente sul lavoro? E' stato fatto “evaporare” perché con le sue denunce provava a difendere il diritto di lavorare e di vivere dignitosamente? Domande che prima o poi troveranno, forse, una risposta. Fino ad allora rimarranno accese soltanto la disperazione di un bambino di otto anni, suo figlio, l'angoscia di una donna, sua moglie, e l'ansia delle persone che lo voglio bene. Tutto il resto sarà un buio, reso denso e pesante da un'attesa tanto lacerante per quanto sarà lunga.  Se qualcuno pensa che il buio divori ciò che nasconde si sbaglia. Sono tante le persone che lo voglio bene e queste non si arrenderanno facilmente ai seminatori e coltivatori di oblio. La verità sulla “volatizzazione” di Douda prima o poi verrà fuori e con essa affioreranno le tante contraddizioni di questa terra.


lunedì 21 agosto 2017

Raccontare questa terra "babba" è pericoloso.


Studiare, capire e analizzare e poi raccontare, scrivendo o narrando, quello che accade nel nostro territorio. E' uno dei pochi rimedi. se non l'unico, alla rassegnazione che caratterizza questa terra. In questi luoghi l'acquiescenza grava pesantemente su fatti e misfatti. Rimuoverla è difficile, complicato e pericoloso. I miasmi coperti da questa cappa, se liberati, possono essere anche letali. Paolo Borromenti in questi anni ha provato a sollevare con cura un lembo di questo copertura. Ciò che ha visto lo ha descritto nei suoi articoli, lo ha raccontato nelle scuole, lo ha narrato nei convegni, ha parlato delle tante, troppe, anomalie del Sud Est siciliano. Ha accesso riflettori che alcuni volevano smorzati. Ha provato a moltiplicare occhi e voci. Ha tentato di costruire presidi e insediamenti. Tutte azioni che avevano e hanno un compito chiaro: avviare un contrasto all'economia criminale che controlla questa zona. Il Sud Est, secondo un vecchio detto, è Sicilia babba. Molti però dimenticano che questa è la zona di Giufà. Qui stupidità e scaltrezza, babbitudine e malignità, si fondono in un tutt'uno dando vita ad una maschera dal volto ingenuo, babbo appunto, ma utile a nascondere ogni sorta di malaffare. Paolo in questi anni è stato accusato di "esagerazione" di "cercare visibilità". Nei fatti ha provato a rimuovere la maschera di Giufà per vedere cosa c'è dietro.  In questa terra che babba non è, ma babba deve continuare ad apparire, ci sono forze che non vogliono che si metta in discussione l'apparente sciocchezza. Qui la troppa curiosità generare sempre certe irritazioni. Rischia di far emergere scomode verità che non possono e non devono diventare di pubblico dominio. Si crea troppa attenzione. Ed è cosi che scrivere e raccontare  gli intrecci tra economia e malaffare della Sicilia babba è diventato pericoloso per chi lo fa, come Paolo, e crea piccoli fastidi e incomprensioni per chi lo legge. Bisogna prenderne definitivamente atto: Nel Sud Est, nella nostra provincia, c'è un'enclave economico mafiosa forte che sa muoversi anche fuori il suo territorio. Nessuno può più far finta di non vederla. La migliore risposta all'atto vile subito da Paolo non può essere la rincorsa alla solidarietà o la richiesta di rafforzamento della sua scorta. Sono fatti dettati dalla circostanza. Serve squarciare il velo che nasconde con cura questa cisti, serve accendere più riflettori, serve maggiore conoscenza del territorio e delle sue economie, serve rendere la narrativa di questa terra narrativa di tutti.