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mercoledì 28 gennaio 2026

Niscemi, una tragedia annunciata 236 anni fa.



La citta di Niscemi è al centro delle cronache perché in pericolo. Un pezzo dell'abitato ricade in una frana complessa attiva riportata negli elaborati del PAI (Piano Assetto Idrogeologico) della Regione Sicilia. Per comprendere la dinamica della frana di Niscemi bisogna guardare il suolo su cui sorge la città. Il centro abitato poggia su un bancone di sabbia che presenta un certo spessore, questo a sua volta insiste su un basamento di argille. Tale assetto geologico è già instabile di suo, diventa ancora più precario quando le precipitazioni sono abbondanti come in questo periodo. Infatti, la sabbia, su cui poggia l'abitato perde parte della sua consistenza è diventa un po' fluida, quindi meno capace a sostenere il peso delle case sovrastanti. Ma il danno non finisce qui.  L’acqua piovana, filtrando attraverso lo strato di sabbia, su cui è costruito il paese, viene bloccata dallo strato argilloso sottostante. L'argilla quando è asciutta è molto consistente, ma quando viene bagnata dalle acque di infiltrazione diventa scivolosa, come il sapone, e agisce come un vero e proprio piano di scivolamento lubrificato, ed è qui che iniziano i problemi seri. 

Tutto questo non è che si conosce da ora. NO! E' noto sin dalla notte dei tempi.  Su Facebook vi è una pagina "Niscemi tra cronaca e storia" gestita da uno storico locale,  Giuseppe D'Alessandro, il quale ha pubblicato un post sugli eventi franosi di quei luoghi e allo stesso ha allegato un documento del 1794, una relazione, redatta dal Cav. Saverio Landolina Nava che descrive dettagliatamente l'evento franoso di Santa Maria di Niscemi avvenuto nel marzo del 1790. I luoghi di quel  dissesto sono identici a quelli di oggi.
https://www.google.it/books/edition/Relazione_del_casma_accaduto_in_Marzo_17/khE28aItzDsC?hl=it&gbpv=1&dq=niscemi+casma&pg=PA17&printsec=frontcover&fbclid=IwY2xjawPmuAhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBWcDNQZUFodGZ0aUppMW16c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHv-BWE8GQW9YDyqzXrL8Nj4LKuiEuNC2SuRMG8jpvXAi8h3njG4JX_dxMO6j_aem_gm965t7exOy1RJIDIaLS9g

E' da 236 anni che quel territorio è interessato da frane, smottamenti, calanchi e da ogni tipo di dissesto idrogeologico. Eventi che si sono ripetuti nel tempo. L'ultimo fu nel 1997. Anche qui  l’eccezionalità delle precipitazioni rese fluide le sabbie su cui poggia l'abitato e rese plastiche le argille sottostanti.  Gli studi tecnici dimostrarono inoltre come la forte urbanizzazione e  la mancanza di un adeguato sistema di regimazione delle acque bianche avesse contribuito in modo determinante a saturare il sottosuolo e quindi ad accelerare il dissesto, ma anche quella frana come tutte le precedenti non ha insegnato nulla. 

236 anni persi, buttati al macero. In nome di uno sviluppo distorto, che ha creato ricchezza e consenso per pochi, si è continuato a costruire a fare affari. Ora, di fronte al dramma, si è scatenato lo show, le passerelle, grosse auto con lampeggianti, elicotteri, visite lampo, promesse a mai finire. Ma quando si spegneranno i riflettori Niscemi, o quello che ne resta, forse (non glielo auguro) sarà una città fantasma.  

La foto allegata è tratta da corriere.it

sabato 3 gennaio 2026

La banalità del male in una città assediata



Gli ultimi fatti di cronaca di Vittoria sono per molti versi allarmanti. Gli insulti e le minacce al sindaco da un lato,  l'incendio doloso di un immobile
abusivo acquisito al patrimonio del comune dall'altro, ci dicono  come la città, tra alti e bassi, viva sempre sotto assedio. Io non so se tra i due fatti ci possa essere un collegamento o una spiegazione logica, ma una cosa è pur certa: sono due eventi che mettono, ancora una volta in luce la difficoltà che vive il nostro territorio. Queste azioni violente ci danno il senso della "banalità del male" che da sempre prova ad opprime questa città. A Vittoria (e non solo) un gruppo di individui, una minoranza, compiono del male senza pensare minimamente al valore morale dei propri atti, facendo uso della violenza (fisica e verbale) in modo indiscriminato. Questi atteggiamenti tanto superficiali quanto pericolosi, puntano a schiacciare la nostra società e soprattutto le giovani generazioni di questa terra a cui va data una prospettiva diversa (non solo locali dove si mangia e si accede all'alcool con molta facilità).  La parte sana della città anche questa volta reagirà agli attacchi di una criminalità che negli anni è diventata forte, soprattutto economicamente, e non accetta che i propri beni gli vengano sottratti.  
A Vittoria vi sono 45 beni immobili confiscati, è venuto il momento che questi beni vengano utilizzati (https://openregio.anbsc.it/statistiche/visualizza/beni_destinati/immobili). Voglio ricordare a me stesso come questo pezzo di  patrimonio sia stato realizzato dalle mafie impoverendo, degradando e quindi rubando il futuro alla nostra città. Ora questi beni devono servire per ridare futuro. Serve mettere in moto quello che alcuni chiamano "imprenditorialità collettiva". Un soggetto economico che non è fatto solo dai protagonisti locali (cooperative, imprese, associazioni di categoria, sindacato, associazioni del volontariato...) ma anche da altri soggetti: comune, prefettura fino alle forze dell'ordine, dove ogni uno deve contribuire al successo e alla tutela delle attività economiche che si possono e si devono realizzare con questi beni. Su ciò Vittoria si deve differenziare rispetto al resto del territorio ibleo. E' questo che preoccupa le mafie, il fatto che i loro beni oltre ad essere confiscati finiscano per essere utilizzati e possano quindi creare progresso e sviluppo collettivo. Per questo li bruciano, per impedirne in tutti modi i loro utilizzo. Su questo tema Vittoria deve fare scuola. Dobbiamo costruire un movimento che da un lato sia in grado di scuotere, su questo tema, l'immobilismo di buona parte della classe politica regionale, nazionale e di molte istituzioni dello Stato (un inerzia che pare avere il sapore della complicità); dall'altro sia in grado di attivarsi per cominciare a gestire con profitto questi beni. . E' il primo passo per ribaltare un concetto fin troppo consolidato, tanto "banale quanto maligno", e cioè che "con la mafia bisogna convivere". Concetto ribadito pochi giorni fa dal ministro Tajani, il quale con candore lo ha affermato in un podcast e pochissimi hanno sentito il bisogno di indignarsi e condannare una simile dichiarazione.


venerdì 26 dicembre 2025

Lettera aperta all'on Minardo. Ci si prepara alla guerra?


 

Egregio onorevole, nonché Presidente della Commissione Difesa della Camera,

come Lei sicuramente saprà, l’Italia “ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Così c’è scritto, ma non si sa fino a quando, nell’art.11 della nostra Costituzione. Tenuto conto che negli anni, di fatto, sono stati già mortificati i precedenti dieci articoli, cioè quelli sul lavoro e diritti, sulle differenze di razza e di religione, sull’unità del Paese, e sullo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica; per continuare a completare l’opera di umiliazione della nostra Carta Costituzionale ora si deve degradare anche l’art.11? Non è che per caso, in silenzio e piano piano, si sta procedendo a svilire anche questo? 

Le domande che le pongo non sono il frutto di un ragionamento ideologico. No! I quesiti nascono osservando l’attività “istituzionale” svolta dalla commissione che Lei presiede e da certe sue dichiarazioni. Infatti, visionando le indagini conoscitive svolte dalla commissione nelle ultime settimane viene fuori che la stessa il 10 dicembre scorso ha incontrato il dott. Alessandro Ercolani, CEO di Rheinmetall Italia (industria di armi tedesca). Il manager, rispondendo ad un quesito posto da un deputato del pd (on. Stefano Graziano) sulla semplificazione dei processi di approvvigionamento militare  , ha dichiarato senza girarci molto attorno che: “i processi con cui acquistiamo equipaggiamenti per le nostre Forze Armate sono ancora pensati per un “tempo di pace” e oggi richiedono 3-4 anni per arrivare a un contratto. Tempi troppo lunghi rispetto alle esigenze attuali”. A quanto risulta nessuno dei deputati componenti  della commissione (a cominciare dal lei) pare abbia sentito il dovere di replicare a questa dichiarazione (si veda video webtv.camera 29.896 allegato). Anzi, il deputato del pd sembra condividere la risposta del manager e Lei, sul suo profilo Facebook, ha voluto precisare, scrivendo: “quanto sia urgente modernizzare il nostro sistema di procurement (appalti ndr) per garantire alle Forze Armate strumenti adeguati, in tempi adeguati"
Ma vi è tutta questa urgenza di fornire il nostro esercito di equipaggiamenti militari in tempi “adeguati”? Ma adeguati a cosa? Alla guerra? Ma non siamo in “tempi di pace”?

Il 3 dicembre scorso la commissione ha ascoltato il Direttore generale della TIG Events – the Innovation Group, impresa che si occupa di “costruire conferenze, contenuti e ricerche” un compito imprenditoriale tanto innocuo quanto valido. L’intervento di questo manager (si veda webtv.camera 29.816 allegato) si è concentrato sul ruolo strategico delle tecnologie quantistiche sia nella comunicazione ma anche per la “difesa”. Effettuando una breve ricerca su questa nuova tecnologia emerge come con la stessa si possono implementare sistemi di navigazione non basati sul Sistema Globale di Navigazione Satellitare ma su sensori inerziali quantistici o sulla mappatura delle anomalie magnetiche del “globo terracqueo”. Ciò consentirebbe a sottomarini, droni o veicoli autonomi di ovviare alle operazioni di disturbo e falsificazione dei segnali portate avanti dagli avversari, ma anche di sfuggire al loro rilevamento. Lei, alla fine dell’audizione ha scritto sul suo profilo Facebook di aver ritenuto l'intervento un “contributo prezioso per orientare le future scelte del Parlamento e consolidare la competitività e la sicurezza del nostro Paese”. Tutto molto interessante, ma rimane da capire una cosa: perché i nostri mezzi militari dovrebbero adottare questa tecnologia per sfuggire ad un rilevamento?  Devono attaccare qualcuno? 

Il 26 novembre scorso la Commissione da Lei presieduta ha ascoltato l’ing. Alessandro Lazzarini, responsabile di Terna della Pianificazione per la Resilienza e la Sicurezza della Rete elettrica, accompagnato dalla dott.ssa Anna Rita Cillo, responsabile degli Affari Istituzionali Italia (si veda webtv.camera 29.732).  Per il manager “la resilienza della rete elettrica è un tema cruciale per la sicurezza nazionale: dalla stabilità delle nostre infrastrutture energetiche dipende la capacità del Paese di reagire a minacce fisiche, digitali e ibride”. Alla fine dell’audizione Lei ha scritto, sempre nel suo profilo Facebook, come l'intervento sia stato “Un approfondimento particolarmente utile, che ci offre strumenti e conoscenze per proseguire il lavoro di rafforzamento della sicurezza nazionale con una visione sempre più integrata e aggiornata”. 
Ma la domanda che emerge è: perché la nostra rete elettrica deve essere minacciata? Come mai dobbiamo "reagire a minacce fisiche, digitali e ibride"? Abbiamo l'intenzione di attaccare qualcuno?

Sarà un mia impressione, ma sembra che negli ultimi tempi il lavoro della sua commissione sia incentrato su uno strano modello di difesa. Si fanno indagini conoscitive che lasciano uno certo retrogusto.  E' come se ci stessimo preparando ad uno stato di pre-guerra. Sarà forse per questo motivo che Lei non è tanto concorde con il servizio di leva volontario ma ritiene più utile il modello di riserva volontaria? 

Immagine presa dalla pagina Facebook dell'on. Minardo

Faccio notare come questo modello sia, per certi versi,  simile a quello dell’esercito israeliano che è in guerra da sempre, cioè dal 1948. Cosa propone, un futuro militarizzato e di eventuale guerra preventiva? 

Infine, mi permetto garbatamente di ricordarLe, tanto a Lei quanto ai deputati della commissione che Lei presiede, di aver  giurato "fedeltà alla Repubblica e di osservarne fedelmente la Costituzione" e quindi anche l'art.11 della stessa. Rispettare questo giuramento (art. 54 della Costituzione) non è un atto doveroso?

In attesa di sue eventuali risposte...Le auguro serene festività.

Questi i links che ho consultato per scrivere questa lettera.

https://webtv.camera.it/evento/29896

https://webtv.camera.it/evento/29816

https://magazine.cisp.unipi.it/usi-militari-tecnologie-quantistiche-introduzione-critica/

https://webtv.camera.it/evento/29732

https://www.camera.it/leg19/99?shadow_organo_parlamentare=3504

https://www.facebook.com/ninominardo?locale=it_IT

L'immagine in alto è tratta da Google Immagini

martedì 16 dicembre 2025

I beni confiscati sono Cosa Nostra!

In provincia di Ragusa ci sono 106 beni delle mafie "destinati". Sono gli immobili confiscati alle organizzazioni criminali di questo territorio che dovrebbero essere riutilizzati per scopi sociali, istituzionali o economici, gestiti dall'Agenzia Nazionale per i Beni Confiscati (ANBSC) e assegnati agli enti locali. C'è di tutto, terreni agricoli, terreni edificabili, appartamenti, ville, locali commerciali. box. Il dato è aggiornato al14/12/2025 e non c'è comune di questa provincia che non sia nell'elenco redatto dall'Agenzia nazionale.  Sto parlando di un patrimonio consistente che varrà diversi milioni di euro e lo stesso potrebbe (dovrebbe) essere riutilizzato, facendolo così diventare protagonista di un processo di restituzione alla collettività di quanto, in modo violento e illegale, le è stato tolto dall'imprenditoria mafiosa. In questo modo la comunità potrebbe finalmente partecipare ad una storia di rivincita dello Stato e di riscatto di un territorio, ma non è così. Questi 106 immobili stanno marcendo nell'incuria più totale.

La questione del patrimonio di beni immobili confiscati alle organizzazioni mafiose di questa provincia ci presenta due punti interessanti. Il primo è quello della effettiva dimensione e distribuzione territoriale di questo patrimonio, e quindi della significativa penetrazione economica delle organizzazioni mafiose nell'intero territorio ibleo. Questo ci racconta, in parte, quanto siano state forti le compiacenze di un certo mondo professionale. Che ruolo hanno avuto notai, consulenti, avvocati e tecnici nell'acquisto e nella gestione economica di questi beni per conto dell'imprenditoria mafiosa?  Il secondo è quello dei criteri con cui questo patrimonio - dopo sequestro, confisca e assegnazione - viene gestito e della sua effettiva utilità all’innalzamento delle opportunità economiche e sociali nei territori che lo ospitano. Da questo secondo punto emerge un'amara considerazione: questi criteri sono assenti, o meglio, risultano evanescenti. Forse gli assegnatari di un bene confiscato (tribunale o pubbliche amministrazioni) non sanno di avere questo bene? Oppure: l'amministrazione assegnante non fornisce all'assegnatario la necessaria comunicazione iniziale e non si sa se per indolenza, o magari per il timore di spaventare l’assegnatario? Resta il fatto che questi immobili non vengono né utilizzati né riqualificati, e quindi si deteriorano nell'incuria. E' la rappresentazione plastica della sconfitta dello Stato, costretto a relegare tutto ciò in un silenzio imbarazzante. Da questa ignominia si coglie un dato: la non considerazione dell'imprenditoria mafiosa e della sua capacità di saper accumulare beni impoverendo il territorio. Mentre la mafia criminale, quella che spara, taglieggia e spaccia, viene contrastata con determinazione dagli organi inquirenti e dalla (presunta) società civile; la mafia economica, che controlla e gestisce beni e servizi, non trova contrasto neanche quando gli si sequestrano e confiscano i beni frutto delle sue attività illecite. 

Bisogna uscire da questa condizione iniziando a parlare pubblicamente di questo fatto tanto assurdo quanto imbarazzante. In particolare a Vittoria  si avvicina la commemorazione della strage del 2 gennaio del 1999 e con essa le giuste manifestazioni in ricordo delle due vittime innocenti, Rosario Salerno e Salvatore Ottone. Onorare questi due ragazzi significa non fermarsi esclusivamente alla memoria del dolore ma aprire, finalmente, un dibattito (una vertenza) su questi temi, che sproni e porti le istituzioni del territorio ragusano all'utilizzo economico e sociale di questi beni.  Servono locali per le start up, servono terreni per sperimentare forme di agricoltura ecosostenibile, servono depositi per il nostro sistema agroalimentare, servono locali per un presidio sanitario,... C'è questo patrimonio nelle mani dello Stato,  che è frutto di attività illecite che hanno compromesso il futuro delle giovani generazioni e umiliato la capacità di molte microimprese e di tanti lavoratori, UTILIZZIAMOLO! Evitiamo che, nel silenzio più totale, CONTINUI A MARCIRE!

La foto allegata a questo post è tratta da Google Immagini.

domenica 7 dicembre 2025

Modica, la Contea del riciclaggio?

Foto tratta da Google Immagini

Un piccolo regno nel regno. “Sicut ergo in regno meo et tu in Comitato tuo”: come io nel mio regno tu nella tua contea. Così nel diploma del 20 giugno 1392 re Martino I d'Aragona concedeva a Bernardo Cabrera la contea di Modica. Una concessione che comprendeva ampie facoltà, riconoscendo implicitamente al Conte Cabrera un'autorità quasi regia all'interno dei suoi confini. Questo modello gestionale rese Modica una delle aree più ricce ed evolute del Mediterraneo.  Dopo oltre 600 anni, questa ricchezza - secondo analisi statistiche ed economiche redatte da eminenti istituti come il Tagliacarne (L'Italia policentrica pubblicato pochi giorni fa) - pare resista. Sulla carta, il sistema Modica è un "polo d'eccellenza capace di coniugare sviluppo economico e qualità della vita" dove si "promuovono interventi di rigenerazione urbana, contrasto allo spopolamento, e si rafforzano le infrastrutture fisiche e digitali". Io a Modica ci sono nato, non ci vivo, ma buona parte della mia parentela abita li e durante l'anno li vado a trovare spesso. Nelle discussioni che si affrontano, per ciò che vedo e che leggo non mi pare che Modica sia una città così altamente "pregevole". Si vive mediocremente bene questo si, ma da li a definirla "un polo d'eccellenza" ne passa di acqua sotto i ponti.  Penso che questa città nasconda, con accurata attenzione, le sue anomalie. Le ha mascherate con la bellezza dei suoi palazzi, con la sontuosità delle sue chiese e con i sapori della sua tradizione agroalimentare, tutto questo la sta rilanciando tanto nel settore turistico. Ma va pure detto come nel tempo  troppi avvenimenti, per molti versi imbarazzanti, sono stati occultati attraverso una scientifica minimizzazione, mentre invece bisognava, e bisognerebbe, far luce.  Ci proverò - sommessamente - io, facendo una piccola cronistoria di fatti.

In pochissimi ricorderanno cosa scrisse Giovanni Spampinato in merito all'omicidio dell'ing. Tumino nel febbraio del 1972 sul quotidiano "l'Ora": "... L'ing. Tumino negli ultimi anni aveva svolto una intensa attività di costruttore edile a Modica, innalzando tra gli altri un palazzo nel corso centrale. Tale attività gli fruttò denunce e rancori. E' probabile che abbia pestato i piedi a qualcuno: a Modica opera una sorta di "mafia" che controlla vari settori, tra cui quello edile. ...”. 
Nel 1984 Michele Pantaleone (storico, giornalista e saggista che pose all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale la gravità del fenomeno mafioso) in un convegno che si tenne a Modica nel febbraio di quell’anno, parlò di personaggi locali che si erano arricchiti troppo facilmente…sotto i nostri occhi e sotto i baffi di alcuni magistrati...". Pochi mesi dopo, nel 1985, su I Siciliani” di Pippo Fava, vennero pubblicate delle inchieste dove si parlava di imprese modicane “come un utile serbatoio per riciclare denaro che altrimenti non potrebbe essere speso con altrettanta facilità."  e della  "compiacenza di alcuni notabili politici che hanno oliato i meccanismi del credito pubblico, manipolato talune gare d’appalto, modificati piani regolatori e delibere comunali." e che "tutto questo...rientra in una certa routine politica che vede sempre, all’origine delle grandi scalate imprenditoriali". E' così che dalla seconda metà degli anni ‘80 fino a tutto il decennio dei ‘90 i “vignali” chiusi dai caratteristici muretti a secco di C.da Cava Gucciardo, di C.da Serraucelli e di C.da Michelica verranno investiti da un’imponente speculazione edilizia? Lungo tutto quel periodo si susseguiranno voci e indiscrezioni che legavano l’espansione urbana all’intervento diretto di amministratori ed esponenti politici, dietro cui si sarebbero nascosti gli investimenti di una "sorta di mafia” che doveva riciclare capitali illeciti. Furono voci, sicuramente dettate da invidie e malignità, ma cemento e mattoni diventarono reali e concreti. In quelle aree, un tempo agricole, è nata e si è sviluppata negli anni una delle zone commerciali-residenziali più grande del Sud Est siciliano. 
Ma nella Modica degli anni '80 e '90 non cola solo il cemento, la città diventa anche un'importante piazza di spaccio dove le droghe scorrono a fiumi. E' in questo periodo che a Modica la mafia smette di essere una "sorta di mafia" e diventa reale. La mafia c'è e va vista in quei fiumi di droga che vengono smerciati  giornalmente, la droga crea dipendenza e la dipendenza genera un guadagno enorme, illecito ma sicuro. Però questi flussi corposi di stupefacenti devono essere mantenuti, servono uomini e contatti con la "grande distribuzione". Nel 2012, in un'importate operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e condotta dalla Guardia di Finanza, si scopre che gli alti vertici dei clan siciliani Laudani e Pillera e dei camorristi del clan dei Gionta di Torre Annunziata gestiscono un maxi traffico di stupefacenti per inondare di droga le strade siciliane,  tra gli arrestati c'è un modicano. 
La massa di denaro prodotta  dal traffico e dello spaccio va riciclata. Ma a Modica dove inizia l’origine legale del denaro prodotto illegalmente? Servirebbe una "camera" che sappia sanificare il denaro sporco facendolo diventare pulito. Vengono in mente le "botti" di Tommaso Campailla - medico, filosofo e poeta modicano del XVII secolo - che inventò le camere per curare i malati di sifilide. Le persone ne entravano appestate e ne uscivano sane e pronte per nuove avventure. Servono dinamiche economiche che abbiano la stessa caratteristiche delle botti. Ma  a Modica possono esistere luoghi capaci di mette insieme queste abilità "sanificanti"? Le cronaca e le inchieste degli ultimi anni ci raccontano di un contrasto al riciclaggio, svolto sempre dalla Guardia di Finanza. Ce n'è una recentissima, del giugno 2024: l'operazione "Alto Livello", condotta dalla GdF di Catania e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia etnea, che ha portato alla luce un sofisticato sistema di frode fiscale, somministrazione fraudolenta di manodopera e riciclaggio di denaro di dubbia provenienza. Per queste accuse sono state arrestate 16 persone di cui  4 sono "colletti bianchi" di Modica. Leggendo le cronache di questa operazione emerge la presenza di alcuni personaggi, in particolare Gianluca Ius. Sto parlando di un noto consulente finanziario romano, arrestato più volte per riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite, una persona legata agli ambienti dell'estrema destra della capitale, molto amico di Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik. Piscitelli, militante di estrema destra, è un narcotrafficante vicino al clan camorristico di Michele Senese, a Massimo Carminati (capo di quell'organizzazione chiamata "Mafia capitale") e alla mafia albanese. Piscitelli  è stato ucciso il 7 agosto 2019 con un colpo alla nuca; poche ore prima era stato proprio nello studio di Ius. Che ruolo hanno avuto, se lo hanno avuto, i colletti bianchi modicani nelle vicende di riciclaggio? Sapevano con chi avevano a che fare? Che servizi fornivano a Gianluca Ius e ai suoi amici? E in fine, la mafia albanese e la sua capacità di movimentare droghe, in tutto questo giro, ha un ruolo?

Se si vuole comprendere come funzionano le mafie di un territorio occorre guardare attentamente le economie dello stesso. Un’attenta analisi economica può aiutare a capire come si muovono i capitali della criminalità e quindi capire i suoi eventuali interessi e il suo probabile ruolo. Per le mafie “fuggire” dai luoghi di origine, spesso troppo raccontati dai media e controllati dagli inquirenti, significa espandere i traffici e mimetizzarsi con facilità grazie all’assenza di collaudati sistemi di difesa sociale. In questo caso, cioè nei territori che sono stati definiti “non tradizionalmente mafiosi”, le mafie non sono violente ma (im)prenditrici. Cioè, la quiete in cui vivono questi territori, costituisce una valida copertura alle attività illecite. 
Modica ricade in queste modello?  
Molte inchieste sono state condotte dalla Guardia di Finanza, è plausibile pensare che l'attività investigativa di questo corpo dello Stato abbia dato e dia particolarmente fastidio? 
L'incendio delle auto di servizio della compagnia GdF di Modica è forse un messaggio?

Per scrivere questo post ho consultato i seguenti siti e giornali:


I Siciliani del maggio 1985








domenica 30 novembre 2025

Assalto incendiario alla Guardia di Finanza di Modica. Un attacco che non può essere minimizzato.



Foto tratta da Google Immagini

Pensi a Modica e ti viene subito in mente la magnificenza del duomo di San Pietro, la sontuosità del duomo di San Giorgio, l'eleganza dei suoi palazzi nobiliari, la granulosa sapidità del suo cioccolato, il gusto esclusivo dei "'mpanatigghi" o la fragranza unica dei "viscotta i saimi"; non penseresti mai a Modica come città dove la Guardia di Finanza venga offesa da un gravissimo atto di intimidazione. Un gesto di sfida tanto eclatante quanto inquietante. Al di là di chi ha commesso materialmente l'atto, è come se in questa città, apparentemente mite e tranquilla, emergesse, di colpo, una certa intolleranza verso un organo di controllo. E' come se la Gdf meritasse questa "punizione". Per il momento il presunto autore dell'attentato è stato individuato in una persona di origine extracomunitaria, ma leggendo le cronache online e come se questo atto fosse stato ridotto a un fatto di microcriminalità. Se tutto questo venisse ratificato velocemente in questo modo sarebbe un errore (volutamente?) eclatante. La microcriminalità è "specializzata" nei reati che colpiscono il patrimonio: furto negli appartamenti, scippi, furti d'auto. Quando alza il livello passa alle spaccate delle vetrine delle attività commerciali per arraffare i pochi soldi lasciati in cassa, oppure a piccole rapine. Per carità tutti reati gravi, ma far passare per un fatto di microcriminalità l'incendio delle auto di servizio della Guardia di Finanza è una chiara minimizzazione di un gesto già di per sé fin troppo grave. Non sarebbe invece il caso di pensare che qualcuno, forse, abbia voluto lanciare un messaggio? Il vostro ruolo, la vostra attività ci sta dando fastidio. E' ora di smetterla! Se il motivo fosse eventualmente questo, emergono una serie di quesiti che andrebbero verificati con cura.
1) Può essere che a Modica sia attiva, da anni, un'entità criminale, forte, impalpabile, ben radicata nell'economia cittadina e che la stessa non accetti più controlli fiscali?  
2) E' per questo motivo che l'attentatore ha incendiato le auto della GdF e non quelle dei Carabinieri o della Polizia? 
3) Modica è un’importate piazza di spaccio. Di droga, nella città della Contea, ne arriva tanta, lo dimostrano le continue operazioni delle forze dell’ordine. Dove c’è tanta droga si genera tanto denaro da reinvestire, da riciclare.  La compagnia della GdF di Modica negli ultimi tempi è stata particolarmente attiva nel contrasto al riciclaggio: potrebbe essere questo il motivo dell'attentato?
4) Se tutto questo trovasse una o più conferme allora il ruolo della compagnia Gdf di Modica viene avvertito come una fastidiosa ingerenza? 

A Modica, negli ultimi tempi, fatti criminali di una certa rilevanza ce ne sono stati diversi. La maschera della presunta "zunnagine" (o babbitudine) non regge più, è stata incenerita insieme alle auto della GdF ed è venuto fuori un volto diverso di questa città (quello vero?). Ora serve chiarezza.  La presunta società civile modicana di fronte ad un gesto così grave ed eclatante non può far finta di nulla, non può sminuirlo o peggio svalutarlo e derubricarlo a un fatto di microcriminalità. Serve reagire, con determinazione, sollecitando tutte le istituzioni affinché si faccia piena luce, prima che sia troppo tardi, prima di diventare (in)consapevolmente complice.  


domenica 16 novembre 2025

Il vero dono di Peppe Bascietto a Vittoria? Uno squarcio!



Foto tratta dal profilo Facebook di Gianluca Salvo

Un'ampia rappresentanza della città di Vittoria ha accolto con affetto Peppe Bascietto, il quale ha voluto donare alla Città il premio ricevuto poche settimane fa a Mesagne. Peppe è stato ascoltato con attenzione. Il suo è stato un racconto carico di emozione e, come è suo solito, di enfasi (a Peppe, scherzando, dico sempre che lui riesce a trasformare un biglietto da visita in un manifesto di 3 metri per 6). Ma dalle sue parole ridondanti oltre ad emergere i nomi e cognomi dei criminali albanesi e locali, che da tempo appestano  Vittoria, sono affiorati anche gli interessi e gli affari strani di questo territorio. 

E' dal 2013, cioè da quando ho aperto questo mio piccolo spazio telematico, che scrivo di economie criminali, di imprese mafiose,  di zone grigie, di riciclaggio e di sviluppo inquinato in questa provincia. Più volte ho evidenziato come le mafie non sono solo cricche di personaggi violenti, dai volti torvi e dagli atteggiamenti goffi. Quella è volgare manovalanza che le forze di polizia riescono a contrastare tranquillamente. Le mafie, quelle vere, sono organizzazioni  economiche in grado di gestire le somme che derivano dal commercio delle droghe e dei rifiuti. Questa enorme massa di denaro è stata, ed è governata, da sempre, da un'entità immateriale, astratta, impenetrabile, mai sfiorata da un'indagine, fatta di imprese e professionisti. Un'area ricca di opacità, che decide come e dove investire questo denaro generato illegalmente. 

Peppe nei suoi interventi ha accennato ad investimenti importanti nel settore agricolo e dei servizi. Ed è qui che si materializzano quelle domande che pongo a me stesso e che scrivo in questo blog da anni: Come si fa a sapere se un'azienda o un grande appezzamento di terreno agricolo è in vendita? Forse professionisti, operanti in diversi settori, appena vengono a conoscenza di queste "occasioni" le propongono immediatamente a qualcuno che ha la liquidità per impadronirsene? Questi professionisti, come fanno a sapere chi ha la liquidità per sostenere certe operazioni immobiliari? Chi acquista, come fa ad avere tutta quella liquidità? Esiste forse un sistema per pulire il denaro prodotto illegalmente per poi poterlo utilizzare in queste operazioni? Inoltre, l'acquisto del bene immobile da chi viene fatto? Da una persona fisica o da un'impresa? Se è fatto da un'impresa, questa è quasi sempre una SrL? Se è una società di capitali (SrL), allora vi sarà un consulente che ne abbozza l'oggetto sociale; poi vi sarà un notaio che redigerà l'atto costitutivo, verserà il capitale sociale e invierà la registrazione dell'impresa alla Camera di commercio. Questi professionisti sapranno chi sono i soci e capiranno pure se questi sono dei prestanome o meno, oppure faranno finta di nulla? Questa impresa dovrà poi essere amministrata fiscalmente da qualcuno? Ci saranno quindi consulenti fiscali, del lavoro, caf, che la guideranno? Oltre a ciò, se su un terreno acquistato da questa società si devono realizzare dei nuovi impianti serricoli ci saranno dei tecnici che cureranno il progetto per ottenere, ad esempio, i contributi comunitari tramite la regione. Oppure, se l'impresa ha acquistato un grosso immobile da adibire ad impresa di imballaggi o di logistica, ci saranno dei tecnici che presenteranno il progetto di riqualificazione. Questi professionisti sapranno con chi hanno a che fare oppure faranno i finti tonti e penseranno a gestire e incassare grosse parcelle? Nascono in questo modo, secondo queste indicazioni e con la compiacenza di queste figure, le attività che poi creano quella concorrenza sleale capace di mettere in crisi le tante imprese che operano nel rispetto delle norme? 

A Vittoria, e non solo a in questa Città, per contrastare queste deviazioni economiche non serve una volante nuova o qualche agente o carabiniere in più. NO! Questi possono servire per osteggiare la criminalità spicciola. Quello che serve è un'apparato di intelligence capace: di indagare e individuare chi gestisce e governa le economie criminali di questa terra;  di capire quali legami vi sono  tra le mafie autoctone, le mafie albanesi e quelle del Nord Africa; di essere abile nel bloccare  affari e compiacenze. 

Il tempo degli annunci e delle passerelle è finito da tempo. Peppe Bascietto, piaccia o no, ha aperto uno squarcio, adesso, per il bene del territorio, bisogna andare a vedere cosa c'è oltre questa fessura.