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domenica 19 settembre 2021

Una terra al servizio delle mafie

 

Foto tratta da Google Immagini

Il porto di Pozzallo è diventato un hub per il traffico della droga? Leggendo gli esiti dell’indagine effettuata dalla Guardia di finanza di Catanzaro, che ha determinato qualche giorno fa (il 15 settembre) l’operazione “Crypto”, sembrerebbe proprio di si. L’ho scritto tante volte in questo mio piccolo spazio telematico: questa provincia oltre a produrre droga - in particolare marijuana, lungo la fascia narcotrasformata – la esporta con una certa facilità. Le ‘ndrine calabresi hanno il controllo della merce e in particolare della cocaina, ma questa per arrivare nei nasi dei tanti consumatori deve viaggiare e per farlo ha bisogno di strutture logistiche dove potersi appoggiare. La droga è come il petrolio. Così come l’oro nero ha bisogno di oleodotti per arrivare a destinazione, la roba ha bisogno di tir, di container e di persone che la guidino per approdare nelle piazze di spaccio. Porti, come quelli di Pozzallo, o infrastutture logistiche, come le strutture per la commercializzazione dell'ortofrutta (che non significa Vittoria e solo Vittoria con le sue attività). Queste sono ottime basi sia per l'arrivo che per la partenza delle droghe. E’ chiaro che per mettere su questo business si devo costruire alleanze con i gruppi criminali locali che conoscono meglio il territorio. I catanesi della “famiglia Cappello” da un lato e il clan gelese dei Rinzivillo dall’altro hanno costituito una sorta di joint venture con i calabresi e poi realizzato accordi con la criminalità locale, individuando i loro referenti nell’area iblea. Così i Cappello e i Rinzivillo si sono spartiti il controllo e la gestione “infrastrutturale” e “logistica” della provincia di Ragusa. Tutto questo ha aperto il territorio ibleo agli interessi delle ‘ndrine calabresi, le quali controllano una buona fetta del mercato all’ingrosso delle droghe e per tanto, come dicevo prima, hanno l'esigenza di avere aree di approdo e di movimentazione della loro roba. Basta rivedere le operazioni effettuate dalle forze dell'ordine negli ultimi cinque anni per capire cosa è diventata questa terra e soprattutto qual'è la funzione reale delle sue infrastrutture, porto di Pozzallo in primo luogo. Per capire meglio cosa ho scritto forse, può essere d'aiuto ricordare la continua presenza in provincia di Michele Brandimarte - elemento di spicco della cosca calabrese Piromalli Molè (la più potente organizzazione in Europa) - ucciso a Vittoria il 14 dicembre del 2014. Il territorio ibleo per la sua posizione geografica e per le sue incontrollate infrastrutture è diventato uno snodo importante per il narcotraffico. Qui transitano e risiedono, per affari, diversi broker della droga. L’ultimo in ordine di tempo, un latitante ricercato con mandato europeo, è stato arresto poche ore fa a Marina di Ragusa.

E' chiaro che questi signori non trafficano sono la droga ma puntano a riciclarne i guadagni ... ma questa è un'altra storia.


Per scrivere questo post ho consultato:

http://www.giornaledicalabria.it/?p=203884

https://www.panorama.it/news/mafia-le-alleanze-del-boss-rinzivillo-con-camorra-e-ndrangheta

https://www.ragusaoggi.it/marina-di-ragusa-preso-latitante-ricercato-con-mandato-europeo/

sabato 4 settembre 2021

RIFLESSIONI SULL'ACQUA (BENE COMUNE) ... E DINTORNI

Foto tratta da Google Immagini
 

A Vittoria manca l’acqua? No! A Vittoria l’acqua è gestita male, e non solo a Vittoria, anche a Ragusa a Modica, a Catania, a Palermo e nella Sicilia complessivamente. In tutto questo c’entra qualcosa la privatizzazione del sistemi acquedottistici della regione? E’ una delle cause principali! Tutto nasce con il governo Cuffaro, nel lontano 2004. Totò vasavasa prese l’EAS (Ente Acquedotti Siciliani) gestore pubblico delle rete idrica siciliana, e lo privatizzò, facendolo diventare una società per azioni: Siciliacque Spa. Il 75% finì in mano ai privati e il 25 % rimase in mano pubblica. La nuova società proponeva un piano di investimenti, complesso che si doveva sviluppare nel corso dei 40 anni di concessione, per un ammontare complessivo di 580 milioni di euro. Infrastrutture e ammodernamenti da favola. La copertura finanziaria veniva garantita da un progetto di finanza sostenuto da una cordata di banche tra cui Banco di Sicilia, oggi Unicredit, e Banca Intesa, oggi Intesa San Paolo, che oltre ad assumersi il rischio dovevano valutare la capacità del gestore nel creare reddito. E così in nome delle proposte, dei progetti, dei finanziamenti e dell’imprenditorialità, Sicilacque Spa ha iniziato a gestire, dal 2004, 1.743 km di rete di adduzione costituita da 13 sistemi acquedottistici interconnessi, 7 invasi artificiali, 7 campi pozzi, 11 gruppi sorgenti, 3 impianti di dissalazione di acqua marina (oggi accantonati). Ma in diciassette anni questa società ha saputo ammodernare gli impianti che gestisce? Ha saputo realizzare gli impianti di captazione delle acque piovane o gli impianti di riutilizzo delle acque reflue? Pare proprio di no! Però su una cosa Siciliacque è stata efficiente e veloce: ha subito innalzato il costo dell’acqua, applicando una tariffa che ad oggi è di 0,696 euro al metro cubo; il doppio di quanto si paga in altre regioni. Si tratta del costo alla fonte, pagato a Siciliacque soprattutto dalle società che poi rivendono ai singoli cittadini. Ciò ha portato a una giungla di costi: Federconsumatori ha messo in evidenza che una famiglia di 3 persone per un consumo medio di 150 metri cubi paga 360 euro ad Agrigento, 444 a Caltanissetta, 178 a Catania, 561 a Enna, 231 a Messina, 317 a Palermo, 350 a Ragusa, 234 a Siracusa e 264 a Trapani. Si può dire che in 14 anni le tariffe - e solo le tariffe - sono aumentati, ma il servizio e le infrastrutture sono via via peggiorate?

In molti quartieri di Vittoria manca l’acqua da tempo, eppure la nostra città non ha mai avuto grossi problemi. Si dice che negli ultimi anni la rete idrica cittadina non abbia avuto le giuste manutenzioni e sia diventata un grande scolapasta. Si dice che non esiste neanche una planimetria di questa rete idrica. Si dice anche che il comune ha un debito cospicuo con l’ente gestore, cioè Siciliacque Spa, e quindi la portata utile a soddisfare le esigenze della città sia stata notevolmente ridotta. Insomma, come accade spesso in questi casi, si dicono tante cose. Ma, nella città definita dalle istituzioni capitale meridionale “dell’omerta” (parole dell’ex ministro Salvini), e “irredimibile”, nessuna istituzione, alla luce di un disservizio che ha dequalificato e dequalifica la vita delle persone, in questi mesi ha visto scorrazzare per le vie cittadine autobotti improvvisate che vendono acqua di cui non si conosce la provenienza? Eppure sui social in tanti hanno denunciato questa anomalia pubblicando foto e filmati, dicendo anche quanto costa un carico d’acqua "potabile" e che al pagamento non viene rilasciata nessuna fattura. Allora non è vero che siamo così omertosi e irredimibili. Forse sarebbe giusto dire anche che le istituzioni statali sono disattente. Nel corso degli ultimi 40 anni, in questa terra,  si è  sempre più indebolita l’idea che lo Stato sia la cornice all’interno della quale la vita pubblica si deve svolgere per tutelarne il corretto funzionamento e che interessi illeciti di gruppi di appartenenza vadano contrastati con forte determinazione. Questo atteggiamento è stato ed è il fertilizzante dell'omertà o dell'essere irredimibile. Malgrado ciò un pezzo di questa città ha reagito e reagisce con forza, ma non ha trovato orecchie pronte ad ascoltare. 


sabato 14 agosto 2021

I rifiuti sono una risorsa. Ma per chi?



Sono, per formazione culturale e politica, un ambientalista. Ultimamente però mi sono reso conto come molti argomenti ecologisti possano creare più danni di quanti ne risolvano. Negli anni, in tanti, ci siamo convintamente innamorati di certe posizioni, idee, impegni che secondo analisi o considerazioni - sulla carta convincenti - dovevano avere ricadute positive sull'ambiente, nei fatti, abbiamo visto e stiamo vedendo,  rischiano di essere controproducenti. Addirittura  causano più degrado e inquinamento di quanto se ne voleva e se ne vuole evitare. E' il caso, ad esempio,  del nostro modello di raccolta differenziata.  Nel corso del 2017  in molti comuni della provincia,  tra cui anche Vittoria,  partì la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani. Gli effetti del nuovo sistema furono subito evidenti. In pochissimi mesi solo Vittoria passò da 2 al 54% di rifiuto differenziato. Il successo del dato fu giustamente evidenziato agli "Stati generali della Green Economy", manifestazione nazionale che si tiene ogni anno a Rimini.  Ma va sottolineato come le condizioni igieniche della Città in poco tempo peggiorarono.  Dal 2017 ad oggi, lungo questo arco di tempo, i social ci hanno raccontato, con  foto e video, che la situazione ambientale è via via  degradata verso un'evidente emergenza sanitaria. Nelle periferie estreme e nelle compagne circostanti di Vittoria (ma anche di altri comuni) si accumulavano sacchetti di "monnezza" abbandonati da alcuni "cittadini senza coscienza" (definizione assolutoria utilizzata soprattutto da chi non ha saputo ben governare il sistema di raccolta). Spesso questi cumuli diventavano e diventano, la base delle fumarole che ammorbano da anni l'aria della nostra plaga. Insomma, il territorio è stato via via devastato da un'invasione di sacchetti multicolarati di rifiuti che lo hanno fatto precipitare in una crisi ambientale e igienica di cui non si riesce ad uscire. Quella che sulla carta sembrava una corretta e avanzata gestione dei rifiuti, per una serie di anomalie e disservizi  (e poi anche per l'inciviltà di alcuni cittadini), ha finito per  peggiorare le condizioni ambientali.

Dopo questa breve considerazione vorrei porre alla vostra attenzione alcune domande: 

  • Da quando c'è  questo modello di differenziata  quanto incassa il comune (qualsiasi comune) dai consorzi obbligatori a cui viene conferito il rifiuto differenziato?
  • Questo incasso ha permesso la riduzione della TARI? 
  • Se in tutti i comuni si differenzia: perché le discariche in provincia, e più complessivamente in Sicilia,  sono in via di esaurimento?  E perché si avviano  procedure per aprire nuove vasche? 
La risposta, secondo me, è una sola:                                                                                                           QUESTO MODELLO DI RACCOLTA DIFFERENZIATA PRODUCE DISTORSIONI, NON E' NE' CONVENIENTE  NE' SOSTENIBILE ECONOMICAMENTE, NON E' CAPACE DI CHIUDERE IL CICLO DEI RIFIUTI.  NON HA ASSOLUTAMENTE MESSO IN DISCUSSIONE IL RUOLO DELLE DISCARICHE E DI TUTTO LO SCHIFO CHE GIRA INTORNO ALLE STESSE.

SI PUO' DIRE CHE QUESTO MODELLO  VA MODIFICATO PROFONDAMENTE?

Serve obbligatoriamente un nuovo tipo di raccolta differenziata che faccia diventare il rifiuto realmente materia prima e che sappia bloccare ed eliminare l'emergenza ambientale/sanitaria in cui il territorio tutto è precipitato (Ragusa, Modica, Comiso ... non vivono una  situazione migliore della nostra). Bisogna cominciare a pensare - facendo tutte le valutazioni possibili - alla realizzazione di un impianto inter-territoriale di biodigestione. Una struttura in cui vengono trattati, attraverso un processo di compostaggio che avviene in mancanza di ossigeno, la massa di rifiuti organici domestici e gli scarti agricoli.  Da questo procedimento si produce biogas (metano) che può essere utilizzato per qualsiasi tipo di attività. Altra struttura da valutare e prendere in seria considerazione è un centro per la depolimerizzazione delle plastiche sia quelle domestiche che quelle derivanti dall'agricoltura. Da questo processo si ottiene disel e oli combustibili.   Sia per il primo che per il secondo procedimento vi sono studi e imprese di una certa valenza con professionalità in grado di gestire e realizzare le strutture in totale sicurezza. I soldi che i comuni otterrebbero dalla vendita o dalle royalties delle prodotti derivanti dalla trasformazione dei rifiuti potrebbero servire, ad esempio,  a ridurre finalmente  la TARI. Va considerato che questi impianti possono essere realizzati in uno o più  stabilimenti abbandonati presenti nel territorio. Gli stessi posso essere adeguati e riconvertiti per questo tipo di processi. Da questa proposta si deduce anche che per il vetro, la carta e il cartone si può  continuare a differenziare come si è fatto fin'ora, Invece la frazione umida, buona parte dell'indifferenziata, le plastiche e gli scarti agricoli andrebbero raccolti e poi conferiti a questi impianti e non farli finire nelle discariche (https://www.blogsicilia.it/siracusa/discarica-lentini-rifiuti-mafia-ampliamento-leonardi/580271/)

Se vogliamo provare a bloccare l'emergenza ambientale, che è l'humus dove prosperano le mafie (voglio ricordare l'operazione della DDA di Catania "plastic free"), abbiamo l'obbligo di valutare e pensare a forme nuove di gestione dei rifiuti. Il sistema attuale ha generato una serie di problemi che si sono via via incancreniti. Lo dico con tutto il rispetto possibile: quest'emergenza non può essere contrastata solo sui social con foto e filmati che segnalano  mega discariche abusive, dune di plastica o indicando le fumarole che giornalmente ammorbano l'aria del nostra terra  e appestano il suolo di diossine. Il lavoro di denuncia e di sensibilizzazione fatto da Riccardo Zingaro e dalle associazioni ambientaliste è encomiabile; vanno ringraziati  per la passione e il rischio che mettono in campo. Ma  accanto a questo servono proposte e misure che facciano diventare il rifiuto ciò che è realmente: una risorsa e non un problema. La gestione dei rifiuti è uno dei temi, insieme a quello dell'acqua, su cui  sindaci e classe politica regionale hanno cazzeggiato.  I risultati delle loro chiacchiere inconsistenti sono evidenti.  Qui c'è  l'obbligo di mettersi realmente a lavoro prima che le mafie si impadroniscano definitivamente dell'emergenza rifiuti. 




venerdì 6 agosto 2021

Estate 1985: Vittoria sfregiata dalle mafie. La città reagisce, ma rimane isolata.


Foto di Giuseppe Leone tratta da Google Immagini 

Sono a riposo forzato. E' dal 29 luglio che sono in quarantena cautelativa. Gli amici mi chiamano per non farmi sentire solo e tra le tante chiamate c'è stata quella di Gianfranco Motta. Gianfranco prima ancora di essere un storico dirigente sindacale e un compagno, un amico, una persona con cui spesso  discuto anche (soprattutto) animatamente, quasi al limite del litigio. Tra una parola e l'altra mi ha raccontato di aver trovato documenti della CNA risalenti al 1985, dove si parla dell'impegno contro la criminalità organizzata di questa terra  (gentilmente me ne ha inviato una copia che di seguito allego). Motta non è ragusano, è un catanese doc. Arrivò in provincia di Ragusa verso la fine degli anni 70 inviato dal PCI a dirigere prima il partito a Scicli e poi la CNA. Da subito capì che questa provincia non era per nulla "babba", anzi  comprese come l'apparente tranquillità iblea era solo una maschera che nascondeva, e continua a nasconde, interessi e intrecci imbarazzanti.  Dirigendo la CNA si rese conto come questi intrecci puntavano a penalizzare le tante economie sane, cioè la miriade di piccole attività agricole, artigianali e commerciali che erano, e sono, la struttura portante del sistema Ragusa. Nei primi anni '8o il racket imposto dalle mafie emergenti cominciava ad asfissiare le attività legali dell'area iblea e con esso era cresciuto il controllo e lo spaccio della droga. Secondo una relazione della Prefettura, il consumo di stupefacenti aveva raggiunto, in molti comuni della provincia, livelli allarmati.  Le nuove mafie, in poco tempo, tra la raccolta capillare del  pizzo e gli incassi dello spaccio di droga avevano raggiunto un livello economico di primo piano, C'era  l'esigenza  di riciclare questa enorme massa di denaro e l'unico modo era puntare al controllo, con le buone o con le cattive,  delle economie legali.  Il gruppo dirigente della CNA capì e si oppose con forza a questo "progetto criminale ed economico". L'incidenza maggiore delle attività mafiose si concentrò soprattutto a Vittoria, dove operava un'imprenditoria molto dinamica che venne obbligata, in modo violento e asfissiante, a subire il pizzo ma anche a digerire il denaro prodotto illegalmente dai clan. Ad opporsi a questo "progetto" fu la determinazione dei diversi dirigenti artigiani (su tutti Filippo Bonetta, la cui attività subì un attentato dinamitardo), i quali provarono a denunciare e sviluppare forme di contrasto verso una  criminalità nuova e aggressiva. L'estate del 1985 fu particolarmente "calda". Tutto iniziò  il 7 luglio. Al congresso provinciale della CNA, l'assemblea approvava  un documento dove si chiedeva l'intervento straordinario della Commissione Nazionale Antimafia in provincia di Ragusa. La richiesta di mettere sotto la lente di ingrandimento il territorio provinciale, e quello di Vittoria in particolare, fece scattare le intimidazioni. Dopo pochi giorni i mezzi, i cantieri, le sedi dei consorzi edili e del consorzio dei produttori di imballaggi per l'ortofrutta legati alla CNA (CAEV E CIV) furono interessati da attentanti. Insieme a questi atti vi fu una recrudescenza delle rapine ai tir che trasportavano ortofrutta (molti autotrasportatori erano associati alla FITA/CNA). L'organizzazione non rimase isolata, La Lega delle Cooperative, il sindacato, il Comune di Vittoria, il Consiglio Provinciale, la deputazione della provincia, e la Prefettura, attraverso il Comitato per l'ordine pubblico, si mobilitarono e si schierarono accanto agli operatori economici sostenendo la loro battaglia per un vero "progetto di qualificazione dello sviluppo".  Ciò che venne meno fu l'attenzione e l'intervento delle istituzioni superiori. Il Ministero dell'Interno sottovalutò le preoccupazioni che arrivavano dal Comitato per l'ordine e la sicurezza, dal Consiglio Provinciale e dal Comune di Vittoria. La stessa CNA, in un documento, aveva denunciato con forza come "le attività mafiose stanno allargando i loro obbiettivi e attaccano nuovi settori della vita economica e civile". Dopo quell'estate la forza criminale ed economica di quei gruppi mafiosi, senza un contrasto preciso e determinato, divenne così dirompente da deprimere, umiliare, persino uccidere, ogni forma di resistenza. A conferma di ciò pochi anni dopo il settimanale L'Espresso, nel maggio del 1989, pubblicava una mappa delle organizzazioni mafiose e poneva il clan Carbonaro Dominante fra le strutture criminali più organizzate del paese. Una "disattenzione" imperdonabile che farà  precipitare lentamente Vittoria nel fango.

Dopo quasi 40 anni - esattamente 36 dal 1985 - le mafie di questa terra, malgrado siano state smembrate dalle tante operazioni di polizia e dai "pentimenti" dei suoi esponenti maggiori, non hanno perso, per nulla, la loro forza aggregativa e propulsiva. Anzi, si sono evolute. Nel tempo si sono liberate dalle vecchie logiche e hanno modificato il loro modo di operare cambiando forma e struttura. Non intimidiscono più con la violenza ma si sono imposte con la loro forza economica, capace di isolare le poche resistenze rimaste e di produrre consenso sociale e politico. La storia recente ne è la conferma.   Parafrasando Lavoisier, qui  nulla si è distrutto, ma tutto si è trasformato ... grazie al denaro, ai picciuli, a pila.

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/01/29/tir-scortati-tra-catania-ragusa.html






lunedì 5 luglio 2021

Le due mafie

 


Condannati i Ventura, incarcerata la mafia di Vittoria. Ecco, si può sintetizzare in questo modo la notizia delle condanne inflitte a quello che è stato definito dalla stampa “clan Ventura”. Ora a Vittoria è tornata la “legalità”? Possiamo dormire sonni tranquilli con porte e finestre aperte? Scemo chi ci crede!

Gli oltre 100 anni di carcere dati a questo gruppo criminale dal Tribunale di Ragusa, sono il risultato scaturito nel settembre del 2017 dall’operazione della DDA di Catania detta “Survivors” (nominarla “Sopravvissuti” ne riduceva la forza mediatica?). Questo gruppo di “sopravvissuti” del clan Carbonaro Dominante si dedicava alle estorsioni, al recupero crediti (leggasi usura) e poi rinvestivano il denaro prodotto illegalmente in alcune attività economiche. Ma in quest’ultimo caso i Ventura facevano tutto da soli? Basta guardare le loro facce (da sopravvissuti) per capire che non erano in grado neanche di contarli quei soldi, figurasi riciclarli in attività economiche. Queste cose senza l’apporto di professionisti e senza gli agganci con uffici o centri decisionali non si possono fare. I Ventura appartengono alla mafia stracciona e marginale, quelle delle periferie, che si nutre di furto, spaccio, ricettazione, usura, pizzo; dove ci si afferma con l'unica capacità che si è in grado di riconoscere: la violenza, declinata in tutte le sue forme. E' gente schiacciata dalle difficoltà della vita, che non ha nulla da perdere (sopravvissuti appunto) e per questo pericolosa. Rappresentano la mafia coppola e lupara, quella che piace raccontare a una certa stampa e da fastidio al potere, quindi è contrastata con determinazione dalle forze dell’ordine, dalla magistrature e descritta con una certa epica dai media. Il grosso dei soldi dei loro affari però finisce nelle mani di un’altra mafia, quella che vive dentro la società ed è in combutta con ogni forma di potere e grazie a questo riesce a reinvestire queste somme in attività lecite. Di questa mafia non si parla e non si scrive, non si analizza e non si indaga (volutamente?) mai; però c’è, è molto attiva e opera con estrema tranquillità in mezzo a noi, altrimenti i soldi prodotti illegalmente dai Ventura non potevano essere investiti in attività economiche. Non voglio essere frainteso, non dico che queste condanne siano inutili in termini di contrasto alla criminalità organizzata. Voglio evidenziare come le stesse riguardino sempre e solo i “criminali della classe infima”. Quando le inchieste (giudiziarie e giornalistiche) e i processi riguarderanno i “criminali della classe media”, cioè quelli che molti autori hanno definito “borghesia mafiosa”, allora si potrà dire che la lotta alle mafie ha intrapreso la strada giusta. Le due mafie si auto-alimentano. Condannare sempre è solo la prima senza mai sfiorare la seconda è una forma di contrasto che non riuscirà mai a bloccare il sistema che genera economie criminali. 

Dove non arriva il diritto penale e le inchieste giornalistiche a colpire i vari soggetti che compongono il mondo della “borghesia mafiosa” vittoriese, può arrivate la politica e l’impegno sociale.  La campagna elettorale in corso potrebbe diventare questo spazio. A Vittoria ci conosciamo tutti e sappiamo bene chi gira intorno a certi affari. E’ semplice: non bisogna cercare il sostegno elettorale di questi soggetti. Non si tratta mica di attivare la palingenesi universale, va soltanto applicato il senso di responsabilità e cioè impedire ogni forma di contatto con l’area delle contiguità, facendo capire alla stessa che non serve. Tutto questo vale in primo luogo per queicolletti bianchiche sono punto di riferimento degli strati popolari che costituiscono il gruppo più consistente di un sistema di rapporti che può essere definito “blocco elettorale anomalo”, cementato degli interessi e dalla condivisione di codici culturali. Ci vuole volontà, un po’ di coraggio e una certa determinazione. Viceversa, per favore, astenersi dal blaterare “legalità” perché di percorsi falsi, pelosi e melodrammatici, molti ne abbiamo piene ... le scatole.


lunedì 21 giugno 2021

GIUSTIZIA SOCIALE

 Foto tratta da Vittoria Notizie n.3 Maggio Giugno 2007

A Vittoria (e non solo) parlare di legalità - parola di cui tanti ne hanno fatto e ne fanno uso e abuso - è sempre più complicato. Spesso i tecnocrati della legalità, con fare accademico, la narrano con banali ovvietà del tipo: rispettare le regole, pagare le tasse, osservare le autorizzazioni; cioè farla diventare una formalità e, alla bisogna, un comodo riparo dietro il quale mettere al sicuro i tanti perbenisti in doppiopetto. Ma la legalità non è tutto questo. Alla base di questa parola, diventata ormai un fastidioso feticcio, vi è un concetto che è stato sempre e volutamente ignorato: la giustizia sociale.

C’è una storia che il dott. Alfio Lo Presti, un medico amico del magistrato Paolo Borsellino, ha raccontato a diversi giornalisti: “Una domenica andammo a piedi a fare una passeggiata alla ricerca di un filone di pane da portare a casa per il pranzo. Trovammo un carrettino nei pressi di piazza Ottavio Ziino. Borsellino chiese il pane e il venditore ambulante glielo diede e poi gli disse con fierezza: A lei, il pane io glielo regalo. Borsellino insistette per pagare, ma il venditore gli ricordò: Signor giudice, lei mi ha condannato per vendita di pane abusivo e ora viene da me a comprarlo!? Ma io glielo regalo con tutto il cuore. Il magistrato rimase immobile per qualche secondo, poi superato l’imbarazzo andò ad abbracciare il venditore abusivo di pane”. Quell’abbraccio non era sicuramente un chiedere scusa per la condanna applicata, ma è probabile che il dott. Borsellino avesse capito come quel lavoro, quasi certamente garantito dalla criminalità - giustamente da punire - permetteva a quella persona di scampare alla povertà. Quella condanna, se pur giusta, non era stata accompagnata da una risposta (l’esigenza di lavorare) che doveva arrivare da altre istituzioni, ma era diventata una inutile repressione.

Ecco, la legalità dovrebbe essere prima di ogni cosa garantire un lavoro vero e dignitoso, impedendo così alle mafie di essere, come lo sono in molti territori, l’unica agenzia per l’impiego. Le istituzioni, a partire dai comuni, non possono essere percepite come qualcosa di lontano o peggio come soggetti in grado soltanto di reprimere le tante arbitrarietà che caratterizzano i quartieri periferici e invece essere tolleranti con le illegalità della città bene. A Vittoria in questi anni si è formato un solco ampio e profondo tra questi due porzioni di città. Una spaccatura che ha reso le mafie più credibili dello Stato e quindi, rispetto al passato ancora più forti di condizionare e gestire ogni forma di consenso. Non servono a nulla le iniziative politiche di chi ostenta le sue belle idee di progresso, magari utilizzando slogan antimafia ad effetto, quando poi nella periferie cresce ogni forma di diseguaglianza (a partire dalla mancanza dei servizi essenziali); tutto questo sta generando una rabbia e un desiderio di ripicca che la criminalità sta capitalizzando.

Mi vengono in mente le tante operazioni antidroga degli ultimi anni, nei titoli e negli articoli dei giornali capeggiava o prevaleva spesso una frase: “ristabilita la legalità”. Ma quando mai! Gli spacciatori vengono arrestati e le loro facce vengono pubblicate, mentre i boss che fanno affari con la droga e i professionisti che ne riciclano il denaro erano e rimangono intoccabili. In questo gioco fatto di chiaroscuri la Vittoria bene, che sniffa coca e fuma hashish e marijuana, è costretta a cercarsi un’altra zona dove rifornirsi di roba, rimettendo subito in modo altri disadattati che verranno ad essere manovrati da chi li domina e li continuerà a sfruttare ... convivendoci.


domenica 23 maggio 2021

Dominare la crisi, gestire i rifiuti, produrre droga. Ecco i nuovi affari delle mafie

Vittoria è una città che oramai subisce le aggressioni delle economie mafiose in silenzio e le istituzioni statali sono come incapaci a vederle, a capirle, e quindi non in grado di reagire con risposte e atti concreti. Questo mese ci sono stati due fatti che confermano questa mia tesi. Martedì 4 maggio i carabinieri hanno effettuato l’ennesimo sequestrato di migliaia di piantine di marijuana coltivate in un serra gestita da un cinquantenne. Domenica 16 maggio il quotidiano "La Sicilia" pubblicava un articolo dove i quindici imputati dal processo scaturito dall’operazione della DDA “plastic free” (tra cui l’ex pentito Claudio Carbonaro), accusati di associazione mafiosa e tornati tutti in libertà, ritiravano i teli della plastica dismessa dalle serre “senza minacce.

Alla base delle due notizie vi è un unico denominatore: le serre. La serricoltura ha cambiato radicalmente la vita sociale di questa terra, riscattando migliaia di braccianti che si sono elevati a piccoli proprietari terrieri, e gli stessi sono stati capaci di generare reddito e sviluppo non solo per se stessi ma anche per l’intero territorio. Oggi tutto questo è entrato in una crisi che dipende da varie cause, sia interne che esterne al comparto serricolo. Le mafie si sono via via impadronite di queste crisi, inserendosi dove lo stato ha rinunciato ad avere il suo ruolo. I mancati sostegni alle migliaia di microimprese serricole della fascia trasformata hanno spinto alcuni produttori ad accettare le proposte della criminalità organizzata e quindi a trasformare la propria azienda agricola in una attività che produce quintali di piante di marijuana. I dati pubblicati nell’ultima relazione annuale della Direzione centrale per i servizi antidroga dicono che in Italia, nel 2019, sono state sequestrate 223.541 piante di marijuana (pag 43 della relazione). Il 23,36% di queste piante, cioè quasi un quarto dei sequestri, è avvenuto in Sicilia. Il grosso della produzione e dei sequestri, è avvenuto in provincia di Ragusa, lungo la fascia trasformata. (pag. 175 della relazione).

Ma le serre, come qualsiasi attività, producono anche rifiuti. I teli di plastica che coprono le strutture produttive e i recipienti e gli imballaggi dei vari prodotti utilizzati per sostenere le coltivazioni, dovrebbero essere smaltiti secondo norme ben precise. I serricultori quando li acquistano pagano già lo smaltimento in fattura ai vari consorzi obbligatori: Polieco, Comieco, Corepla, etc (soggetti voluti dallo stato che ne dispone con proprio provvedimento la costituzione). Ma in tutti questi anni quale ruolo hanno avuto in questa terra questi consorzi? La risposta è arrivata qualche mese fa dall’operazione “plastic free”: NESSUN RUOLO! Secondo l’inchiesta della DDA, un ruolo invece lo hanno avuto i soggetti che praticavano “l'illecita concorrenza con la minaccia, le lesioni aggravate, la ricettazione, la detenzione ed il porto di armi da sparo, il danneggiamento seguito da incendio, il traffico illecito di rifiuti aggravato. Tutti i reati commessi con metodologia mafiosa, aggravante prevista dalle norme vigenti”.

L’incapacità delle istituzioni sia nel leggere che nel contrastare questi fenomeni ha messo le mafie nelle condizioni di controllare un comparto economico fondamentale per lo sviluppo e il progresso di questa terra. Un settore nato dalla volontà di riscatto economico e sociale si sta trasformando nel suo esatto contrario. Non è più tempo di rimanere a guardare. La classe politica e le organizzazioni sindacali e di categoria hanno il compito di intervenire per stimolare energicamente uno stato fin’ora troppo disattento. 

Vittoria non può diventare una palude, un ventre molle, capace di ingoiare e metabolizzare tutto lo schifo che la sta sovrastando.