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lunedì 5 luglio 2021

Le due mafie

 


Condannati i Ventura, incarcerata la mafia di Vittoria. Ecco, si può sintetizzare in questo modo la notizia delle condanne inflitte a quello che è stato definito dalla stampa “clan Ventura”. Ora a Vittoria è tornata la “legalità”? Possiamo dormire sonni tranquilli con porte e finestre aperte? Scemo chi ci crede!

Gli oltre 100 anni di carcere dati a questo gruppo criminale dal Tribunale di Ragusa, sono il risultato scaturito nel settembre del 2017 dall’operazione della DDA di Catania detta “Survivors” (nominarla “Sopravvissuti” ne riduceva la forza mediatica?). Questo gruppo di “sopravvissuti” del clan Carbonaro Dominante si dedicava alle estorsioni, al recupero crediti (leggasi usura) e poi rinvestivano il denaro prodotto illegalmente in alcune attività economiche. Ma in quest’ultimo caso i Ventura facevano tutto da soli? Basta guardare le loro facce (da sopravvissuti) per capire che non erano in grado neanche di contarli quei soldi, figurasi riciclarli in attività economiche. Queste cose senza l’apporto di professionisti e senza gli agganci con uffici o centri decisionali non si possono fare. I Ventura appartengono alla mafia stracciona e marginale, quelle delle periferie, che si nutre di furto, spaccio, ricettazione, usura, pizzo; dove ci si afferma con l'unica capacità che si è in grado di riconoscere: la violenza, declinata in tutte le sue forme. E' gente schiacciata dalle difficoltà della vita, che non ha nulla da perdere (sopravvissuti appunto) e per questo pericolosa. Rappresentano la mafia coppola e lupara, quella che piace raccontare a una certa stampa e da fastidio al potere, quindi è contrastata con determinazione dalle forze dell’ordine, dalla magistrature e descritta con una certa epica dai media. Il grosso dei soldi dei loro affari però finisce nelle mani di un’altra mafia, quella che vive dentro la società ed è in combutta con ogni forma di potere e grazie a questo riesce a reinvestire queste somme in attività lecite. Di questa mafia non si parla e non si scrive, non si analizza e non si indaga (volutamente?) mai; però c’è, è molto attiva e opera con estrema tranquillità in mezzo a noi, altrimenti i soldi prodotti illegalmente dai Ventura non potevano essere investiti in attività economiche. Non voglio essere frainteso, non dico che queste condanne siano inutili in termini di contrasto alla criminalità organizzata. Voglio evidenziare come le stesse riguardino sempre e solo i “criminali della classe infima”. Quando le inchieste (giudiziarie e giornalistiche) e i processi riguarderanno i “criminali della classe media”, cioè quelli che molti autori hanno definito “borghesia mafiosa”, allora si potrà dire che la lotta alle mafie ha intrapreso la strada giusta. Le due mafie si auto-alimentano. Condannare sempre è solo la prima senza mai sfiorare la seconda è una forma di contrasto che non riuscirà mai a bloccare il sistema che genera economie criminali. 

Dove non arriva il diritto penale e le inchieste giornalistiche a colpire i vari soggetti che compongono il mondo della “borghesia mafiosa” vittoriese, può arrivate la politica e l’impegno sociale.  La campagna elettorale in corso potrebbe diventare questo spazio. A Vittoria ci conosciamo tutti e sappiamo bene chi gira intorno a certi affari. E’ semplice: non bisogna cercare il sostegno elettorale di questi soggetti. Non si tratta mica di attivare la palingenesi universale, va soltanto applicato il senso di responsabilità e cioè impedire ogni forma di contatto con l’area delle contiguità, facendo capire alla stessa che non serve. Tutto questo vale in primo luogo per queicolletti bianchiche sono punto di riferimento degli strati popolari che costituiscono il gruppo più consistente di un sistema di rapporti che può essere definito “blocco elettorale anomalo”, cementato degli interessi e dalla condivisione di codici culturali. Ci vuole volontà, un po’ di coraggio e una certa determinazione. Viceversa, per favore, astenersi dal blaterare “legalità” perché di percorsi falsi, pelosi e melodrammatici, molti ne abbiamo piene ... le scatole.


lunedì 21 giugno 2021

GIUSTIZIA SOCIALE

 Foto tratta da Vittoria Notizie n.3 Maggio Giugno 2007

A Vittoria (e non solo) parlare di legalità - parola di cui tanti ne hanno fatto e ne fanno uso e abuso - è sempre più complicato. Spesso i tecnocrati della legalità, con fare accademico, la narrano con banali ovvietà del tipo: rispettare le regole, pagare le tasse, osservare le autorizzazioni; cioè farla diventare una formalità e, alla bisogna, un comodo riparo dietro il quale mettere al sicuro i tanti perbenisti in doppiopetto. Ma la legalità non è tutto questo. Alla base di questa parola, diventata ormai un fastidioso feticcio, vi è un concetto che è stato sempre e volutamente ignorato: la giustizia sociale.

C’è una storia che il dott. Alfio Lo Presti, un medico amico del magistrato Paolo Borsellino, ha raccontato a diversi giornalisti: “Una domenica andammo a piedi a fare una passeggiata alla ricerca di un filone di pane da portare a casa per il pranzo. Trovammo un carrettino nei pressi di piazza Ottavio Ziino. Borsellino chiese il pane e il venditore ambulante glielo diede e poi gli disse con fierezza: A lei, il pane io glielo regalo. Borsellino insistette per pagare, ma il venditore gli ricordò: Signor giudice, lei mi ha condannato per vendita di pane abusivo e ora viene da me a comprarlo!? Ma io glielo regalo con tutto il cuore. Il magistrato rimase immobile per qualche secondo, poi superato l’imbarazzo andò ad abbracciare il venditore abusivo di pane”. Quell’abbraccio non era sicuramente un chiedere scusa per la condanna applicata, ma è probabile che il dott. Borsellino avesse capito come quel lavoro, quasi certamente garantito dalla criminalità - giustamente da punire - permetteva a quella persona di scampare alla povertà. Quella condanna, se pur giusta, non era stata accompagnata da una risposta (l’esigenza di lavorare) che doveva arrivare da altre istituzioni, ma era diventata una inutile repressione.

Ecco, la legalità dovrebbe essere prima di ogni cosa garantire un lavoro vero e dignitoso, impedendo così alle mafie di essere, come lo sono in molti territori, l’unica agenzia per l’impiego. Le istituzioni, a partire dai comuni, non possono essere percepite come qualcosa di lontano o peggio come soggetti in grado soltanto di reprimere le tante arbitrarietà che caratterizzano i quartieri periferici e invece essere tolleranti con le illegalità della città bene. A Vittoria in questi anni si è formato un solco ampio e profondo tra questi due porzioni di città. Una spaccatura che ha reso le mafie più credibili dello Stato e quindi, rispetto al passato ancora più forti di condizionare e gestire ogni forma di consenso. Non servono a nulla le iniziative politiche di chi ostenta le sue belle idee di progresso, magari utilizzando slogan antimafia ad effetto, quando poi nella periferie cresce ogni forma di diseguaglianza (a partire dalla mancanza dei servizi essenziali); tutto questo sta generando una rabbia e un desiderio di ripicca che la criminalità sta capitalizzando.

Mi vengono in mente le tante operazioni antidroga degli ultimi anni, nei titoli e negli articoli dei giornali capeggiava o prevaleva spesso una frase: “ristabilita la legalità”. Ma quando mai! Gli spacciatori vengono arrestati e le loro facce vengono pubblicate, mentre i boss che fanno affari con la droga e i professionisti che ne riciclano il denaro erano e rimangono intoccabili. In questo gioco fatto di chiaroscuri la Vittoria bene, che sniffa coca e fuma hashish e marijuana, è costretta a cercarsi un’altra zona dove rifornirsi di roba, rimettendo subito in modo altri disadattati che verranno ad essere manovrati da chi li domina e li continuerà a sfruttare ... convivendoci.


domenica 23 maggio 2021

Dominare la crisi, gestire i rifiuti, produrre droga. Ecco i nuovi affari delle mafie

Vittoria è una città che oramai subisce le aggressioni delle economie mafiose in silenzio e le istituzioni statali sono come incapaci a vederle, a capirle, e quindi non in grado di reagire con risposte e atti concreti. Questo mese ci sono stati due fatti che confermano questa mia tesi. Martedì 4 maggio i carabinieri hanno effettuato l’ennesimo sequestrato di migliaia di piantine di marijuana coltivate in un serra gestita da un cinquantenne. Domenica 16 maggio il quotidiano "La Sicilia" pubblicava un articolo dove i quindici imputati dal processo scaturito dall’operazione della DDA “plastic free” (tra cui l’ex pentito Claudio Carbonaro), accusati di associazione mafiosa e tornati tutti in libertà, ritiravano i teli della plastica dismessa dalle serre “senza minacce.

Alla base delle due notizie vi è un unico denominatore: le serre. La serricoltura ha cambiato radicalmente la vita sociale di questa terra, riscattando migliaia di braccianti che si sono elevati a piccoli proprietari terrieri, e gli stessi sono stati capaci di generare reddito e sviluppo non solo per se stessi ma anche per l’intero territorio. Oggi tutto questo è entrato in una crisi che dipende da varie cause, sia interne che esterne al comparto serricolo. Le mafie si sono via via impadronite di queste crisi, inserendosi dove lo stato ha rinunciato ad avere il suo ruolo. I mancati sostegni alle migliaia di microimprese serricole della fascia trasformata hanno spinto alcuni produttori ad accettare le proposte della criminalità organizzata e quindi a trasformare la propria azienda agricola in una attività che produce quintali di piante di marijuana. I dati pubblicati nell’ultima relazione annuale della Direzione centrale per i servizi antidroga dicono che in Italia, nel 2019, sono state sequestrate 223.541 piante di marijuana (pag 43 della relazione). Il 23,36% di queste piante, cioè quasi un quarto dei sequestri, è avvenuto in Sicilia. Il grosso della produzione e dei sequestri, è avvenuto in provincia di Ragusa, lungo la fascia trasformata. (pag. 175 della relazione).

Ma le serre, come qualsiasi attività, producono anche rifiuti. I teli di plastica che coprono le strutture produttive e i recipienti e gli imballaggi dei vari prodotti utilizzati per sostenere le coltivazioni, dovrebbero essere smaltiti secondo norme ben precise. I serricultori quando li acquistano pagano già lo smaltimento in fattura ai vari consorzi obbligatori: Polieco, Comieco, Corepla, etc (soggetti voluti dallo stato che ne dispone con proprio provvedimento la costituzione). Ma in tutti questi anni quale ruolo hanno avuto in questa terra questi consorzi? La risposta è arrivata qualche mese fa dall’operazione “plastic free”: NESSUN RUOLO! Secondo l’inchiesta della DDA, un ruolo invece lo hanno avuto i soggetti che praticavano “l'illecita concorrenza con la minaccia, le lesioni aggravate, la ricettazione, la detenzione ed il porto di armi da sparo, il danneggiamento seguito da incendio, il traffico illecito di rifiuti aggravato. Tutti i reati commessi con metodologia mafiosa, aggravante prevista dalle norme vigenti”.

L’incapacità delle istituzioni sia nel leggere che nel contrastare questi fenomeni ha messo le mafie nelle condizioni di controllare un comparto economico fondamentale per lo sviluppo e il progresso di questa terra. Un settore nato dalla volontà di riscatto economico e sociale si sta trasformando nel suo esatto contrario. Non è più tempo di rimanere a guardare. La classe politica e le organizzazioni sindacali e di categoria hanno il compito di intervenire per stimolare energicamente uno stato fin’ora troppo disattento. 

Vittoria non può diventare una palude, un ventre molle, capace di ingoiare e metabolizzare tutto lo schifo che la sta sovrastando.


domenica 25 aprile 2021

25 APRILE: MEMORIA, RESISTENZA, LIBERAZIONE.

FOTO GENTILMENTE CONCESSA DA  MARCELLO BIANCA

E' da tempo che l'oblio comprime ogni forma di memoria, fino a renderla, nel migliore dei casi, un lontano ricordo in sospensione; nel peggiore: farla scomparire del tutto. Esso viene oramai consigliato come se fosse qualcosa di saggio, di oculato, di prezioso. In questa assurda condizione è stato fatto, volutamente, precipitare anche il 25 Aprile. Una data che dovrebbe evocare ed esaltare il momento più alto della storia recente del nostro Paese: la Resistenza alla disumanità e la Liberazione dalle peggiori barbarie. 

Andrea Gentile ha rovistato con cura nel piccolo giardino di casa nostra e ha messo in fila i fatti violenti accaduti in questa provincia tra il 1920-1921. Storie messe a macerare appositamente nell'oblio e determinate da persone a cui sono state dedicate, in alcuni comuni (Comiso, Ragusa, Ispica), vie e piazze.  Biagio Pace, Filippo Pennavaria, Dionisio Moltisanti, non potevano e non possono meritare questo riconoscimento. I loro nomi fanno sicuramente parte della storia di questa terra ma è una storia di cui non si può essere fieri. Quelle vie, quelle piazze, rappresentano il peggiore dei compromessi politici. Secondo un vecchio detto popolare: "perdonare è da re, dimenticare è da sciocchi". Qui, come in tante altre parti, si è perdonato con molta facilità e si è dimenticato con troppa velocità. La bestia ne ha approfittato e grazie alla complicità di alcuni sinistri ha coltivato negli anni, con cura scientifica, l'oblio. E' tempo di cambiare rotta. E' tempo di militanza della memoria.  W SEMPRE IL 25 APRILE.


Resistenze vittoriesi alla nascita del Fascismo

di Andrea Gentile

Il ruolo del movimento sociale negli Iblei nel 1920-1922

Alla fine della Prima Guerra Mondiale i contadini e gli operai che avevano combattuto al fronte, facevano ritorno a casa con la speranza di migliorare le proprie condizioni di vita. Anche i braccianti siciliani, che nei mesi in trincea avevano acquisito maggiore conoscenza dei diritti sociali e politici, chiedevano di essere ricompensati per il sacrificio in nome della Patria, come era stato loro ripetuto retoricamente per motivarli in battaglia. Il tema della redistribuzione della terra assumeva un ruolo centrale nel dibattito politico. Drammatiche erano le condizioni sociali alla fine del conflitto. I ceti popolari piangevano i morti in battaglia e i sopravvissuti dovevano far fronte alla povertà, all’inflazione e alla disoccupazione. In questo contesto internazionale i movimenti sociali rivendicavano con forza diritti e partecipazione. “Tutta l’Europa è pervasa da uno spirito rivoluzionario. Tra i lavoratori c’è un profondo senso non solo di malcontento ma di collera e di rivolta” Nella provincia di Siracusa, in particolare nel versante occidentale, i contadini avevano già esperienza di organizzazione e mutualismo, derivante dai Fasci contadini del 1893. Alla fine del conflitto mondiale, i braccianti contribuirono alla formazione e al rafforzamento di gruppi politici e leghe contadine. A Vittoria, il movimento socialista era politicamente attivo. Fondato nel 1899, grazie anche all’opera di Nannino Terranova, nell’aprile del 1920 si costituì il circolo socialista radicale “Carlo Marx” e nel maggio si tenne il primo congresso dei lavoratori a cui parteciparono rappresentanti di leghe contadine, cooperative, federazioni socialiste, politici e sindacalisti da tutto il circondario. L’organizzazione e la mobilitazione condusse, durante i mesi, alla contrattazione con i proprietari terrieri su posizioni di forza, con il riconoscimento del limite di otto ore giornaliere di lavoro e di aumenti salariali sia nell’area montana di Monterosso e Chiaramonte che a Vittoria. In questo clima di rivendicazioni e di partecipazione si giunse alle elezioni amministrative che si tennero nell’autunno del 1920. I gruppi socialisti conquistarono maggiore consenso in otto comuni su tredici del circondario modicano. A Modica, Pozzallo, Ispica, Scicli, Ragusa superiore, Acate, Comiso e Vittoria si insediarono amministrazioni socialiste.

I proprietari terrieri, i notabili e la borghesia, riuniti spesso in consorterie e clan, schierati tra le fila di partiti conservatori o liberali, detenevano il potere e controllavano le municipalità. In tutta la Sicilia la classe dominante guardava con preoccupazione alla crescente ondata rivoluzionaria, intenta a mantenere la propria posizione di potere. Nella parte occidentale dell’isola, per sedare le agitazioni contadine, poteva contare sull’azione intimidatrice e repressiva della mafia e della complicità delle forze dell’ordine. Nella parte orientale, in cui era scarsa la presenza di gruppi mafiosi, supportavano e incentivavano il nascente squadrismo fascista. “Là dove (nel siracusano) non esisteva la mafia come guardia bianca dei padroni, i fascisti sorsero per tempo a fermare l’avanzata delle masse” . Negli Iblei si sviluppava così un fascismo simile allo squadrismo padano, con uno spiccato carattere di violenza sociale e politica, quale reazione alle “giunte rosse” e al movimento socialista e contadino. La sera del 7 novembre, a Comiso, contadini e socialisti si ritrovarono in piazza per festeggiare la vittoria elettorale, quando irruppero i fascisti. Negli scontri accoltellarono e uccisero Matteo Iurato, presidente della Lega di miglioramento dei contadini. La Guardia Regia, con l’intento di sedare gli scontri, sparò sulla folla, uccidendo tre persone (tra le quali una bambina) e ferendo nove lavoratori. Fu il terzo omicidio di rappresentanti contadini nel 1920, dopo quello di Nicolò Alongi, accaduto a febbraio a Prizzi, e quello di Paolo Mirmina, a ottobre a Noto. A Vittoria, durante l’inverno, gli agrari organizzarono una risposta. La famiglia Jacono, al potere già dalla metà del secolo precedente, ricca di numerosi possedimenti coltivati a vigne da cui si produceva vino, armò il gruppo dei ‘caprai’, che prestavano loro servizio, e infiltrò suoi sostenitori nell’Associazione nazionale combattenti prima e nei Fasci di combattimento poi. Si costituì così il gruppo violento di attacco ai contadini e ai socialisti alla guida della città. Il movimento socialista, in tutto il Paese, fu attraversato da un dibattito che produsse la scissione e la fondazione del Partito Comunista d’Italia, il 21 gennaio 1921 a Livorno. In provincia di Siracusa la maggioranza dei circoli giovanili socialisti aderirono al neonato movimento e si formarono gruppi operativi a Vittoria, Modica e Rosolini. Lo scontro divenne ancor più radicale e numerose feroci violenze si consumarono in tutto il circondario modicano.

A partire da Vittoria dove, il 29 gennaio 1921, un gruppo armato composto da fascisti, ex-combattenti e caprai, assaltò il circolo socialista sparando sui lavoratori. Giuseppe Compagna, consigliere comunale socialista e contadino, rimase ucciso e dieci persone furono ferite. Le violenze proseguirono, sempre più feroci, e culminarono il 13 marzo: dopo una settimana di attacchi e scontri, furono devastate la Lega contadina, la sezione socialista e la sezione giovanile comunista. Una settimana dopo il sindaco socialista Salvatore Molé fu costretto a dimettersi e il consiglio comunale venne sciolto quattro mesi dopo le elezioni. Le azioni violente atte a sovvertire l’ordine democraticamente eletto furono supportate dai funzionari di governo. Secondo il prefetto Occelli, la causa della reazione squadrista risiedeva nei “disordini socialisti”, ovvero una serie di misure che in pochi mesi di governo avevano colpito fortemente il ceto borghese. Le aggressioni fasciste trovavano ispirazione e fondamento nella retorica di Mussolini, che il 3 aprile del 1921, al Teatro Comunale di Bologna sostenne l’esigenza di “ficcare le nostre idee nei cervelli refrattari, (…) piantarle a suon di randellate”. Altrettanto accadeva in ogni località, con la violenza diffusa ed elogiata perfino negli opuscoli: “quando il nemico insidioso sarà debellato, allora si che disarmeremo la mano e lo spirito”, riportava un foglio di propaganda redatto dai fascisti di Comiso. In questo clima di terrore, il 7 aprile il presidente del consiglio Giovanni Giolitti rassegnò le dimissioni e convocò le elezioni politiche per il mese di maggio. La sera del 9 aprile 1921, la piazza San Giovanni di Ragusa si riempì di uomini, donne e bambini, venuti ad ascoltare le parole del deputato socialista Vincenzo Vacirca. Il parlamentare, che a soli tredici anni aveva contribuito a fondare il circolo socialista di Vittoria, denunciò le violenze squadriste in tutta Italia, quando un gruppo di fascisti iniziò a disturbare il comizio. Pochi attimi dopo si scatenò una pioggia di proiettili verso la folla, che colpì mortalmente tre braccianti socialisti e ne ferì più di sessanta. Squadre di fascisti accorsi anche da Comiso e Vittoria giunsero in serata e contribuirono all’assedio della Camera del Lavoro e dei circoli socialisti. Il municipio venne assaltato e il sindaco di Ragusa dette le dimissioni.

In breve periodo le amministrazioni socialiste del circondario di Modica vennero sciolte, in un moltiplicarsi di violenze e pressioni che condussero alle elezioni politiche. Sempre più numerosi divennero gli aderenti ai Fasci di combattimento, guidati nell’area da Filippo Pennavaria a Ragusa e Biagio Pace a Comiso. Le elezioni politiche si tennero in un clima di pressioni, con i votanti costretti a esprimere preferenze a scheda aperta di fronte ai carabinieri. Nella città di Modica, in cui le devastazioni di circoli e di abitazioni private proseguirono più di un mese, il 29 maggio 1921, un corteo di lavoratori diretto in paese fu attaccato dalle squadre fasciste nella contrada di Passo Gatta, che spararono sulla folla in marcia, uccidendo 6 manifestanti. Sconfitti sul piano elettorale, fiaccati dopo aver subito un così violento attacco in tutta l’area, controllati e schedati dalle forze dell’ordine, i movimenti sociali e contadini dovettero ritirarsi su posizioni private, per evitare ulteriori ritorsioni. I comuni erano amministrati e controllati da solerti funzionari, come Michele Serra a Vittoria, il quale ricevette elogi dal Prefetto Occelli perché agevolò la nascita e l’affermazione elettorale del partito fascista ed ebbe il “merito politico incomparabile di saper condurre il corpo elettorale alla riscossa dal partito comunista che dominava il comune”. Si realizzò quindi, tra l’estate del 1921 e il 1922, nei paesi dell’area iblea, un “allineamento istituzionale che metteva in collegamento diretto e in comunione di intenti il centro con la periferia del paese. I grossi proprietari terrieri che avevano finanziato le gesta delle squadraccie per demolire il movimento dei lavoratori e di tutte le opposizioni, chiedevano, adesso, di essere ammessi ufficialmente al Fascismo”. A Vittoria si registrò il tentativo del movimento di non assoggettarsi definitivamente al fascismo ormai dilagante. Nei mesi erano stati ricostituiti i circoli socialisti e comunisti e la Camera del Lavoro. Il 1 maggio 1922 si organizzò una manifestazione di lavoratori e si tenne il comizio dell’avvocato socialista Salvatore Molé, che indusse la folla, composta da comunisti e socialisti, a riorganizzarsi e cooperare. Immediatamente arrivò la risposta fascista: le squadracce intervennero e devastarono la sede del PCI e della Camera del Lavoro. Picchiarono chiunque si oppose e uccisero il 19enne Orazio Sortino, un manovale comunista. La resistenza alla violenza nazionalista era ormai (temporaneamente) sconfitta anche a Vittoria. Gli agrari, in testa la famiglia Jacono, e i fascisti di Pennavaria esultavano e suggellavano una collaborazione che sarebbe durata un Ventennio. Benito Mussolini, appena giunto alla guida del governo, con decreto dell’11 gennaio 1923, revocò tutte le concessioni temporanee di terre, fatte ai contadini in seguito al movimento di occupazione dei feudi, favorendo la ricostituzione della vecchia proprietà latifondistica.

Testi consultati:

  • Memorandum confidenziale inviato da Lloyd George; premier britannicoa Clémenceau, primo ministro francese.
  • Rita Plidda, 1997, citata in Storia del movimento Antimafiasiciliano, di G. Scolaro, 1997.
  • Fabrizio La Licata, L'area iblea nel ventennio fascista, 2012.

domenica 18 aprile 2021

Vittoria ha l'obbligo di uscire dall'abitudine e dalla rassegnazione.


Questa foto ci dice che a Vittoria c'è una sparuta minoranza rumorosa che non ama il bello, le cose ordinate, è contro le regole del vivere civile ed è intollerante verso ogni forma di pianificazione.  Questa minoranza ha tratto e trae la sua forza dal mutismo omertoso della maggioranza silenziosa di questa città.  Queste azioni, tanto stupide quanto violente, trovano il loro sostegno in questo vergognoso silenzio. Senza questo mutismo non avrebbero nessuna sussistenza. La frase che giustifica questa omertà è stata subito coniata: "adesso con le videocamere vedremo chi ha commesso tutto ciò". Saranno solo le videocamere ha lavare e giustificare le nostre mute e ipocrite coscienze? Nessuno, nel momento in cui l'imbecille o gli imbecilli si "divertivano" ad imbrattare un'ordina e dignitosa facciata, ha sentito qualcosa o visto qualcuno? Lo Stato (cioè tutti noi) sta finanziando con il superbonus la riqualificazione dei prospetti degli edifici: ad un miglioramento urbano dovrà seguire, per forza, una rapida vandalizzazione dello stesso? Invece di uscire dal degrado continueremo a sostenere, con il silenzio omertoso, questa condizione?
Questa città non ha bisogno di più forze dell'ordine (il commissariato di polizia è ancora acquartierato nell'immobile posto sotto sequestro perché di proprietà di soggetti accusati di concorso esterno in associazione mafiosa?). NO! Questa città ha bisogno di storici dell'arte che non si mettano al servizio del potente di turno ma raccontino, insegnino, alle persone l'importanza della bellezza.  "Si fornirebbe un'arma contro la rassegnazione, la paura e l'omertà  ...  E' per questo che bisogna educare le persone alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore".

domenica 4 aprile 2021

Chiaramonte Gulfi: breve storia di una lapide


Chiaramonte Gulfi oltre ad essere un ordinato e ospitale borgo incastonato sull'altipiano ibleo, dove regna un'arte culinaria che "magnifica il porco",  è anche la città che ha dato i natali al prof. Serafino Amabile Guastella, uno dei più attenti studiosi della cultura, della tradizione e delle condizioni sociali ed economiche dei contadini iblei, sia prima che dopo l'unità d'Italia. Le sue opere raccontano la miseria, la fatica, la precarietà, ma mettono anche in risalto la saggezza di queste persone da sempre sfruttate. I suoi testi  sono stati utilizzate da Dario Fo in "Mistero Buffo" e sono stati studiati e apprezzati da Italo Calvino, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo.  Nel paese che ha dato i natali ad una personalità definita da Consolo "... una pietra, e fra le più preziose, della nostra ribellione, della nostra sacca di resistenza culturale" e da Sciascia come uno scrittore la cui opera "non indegna di sfigurare accanto a "i Malavoglia" c'è una lapide che per certi versi sberleffa la sensibilità del Guastella. Sul lato destro della faccia del duomo è incassata una lastra di marmo che ricorda un evento, dove si leggono queste "significative" parole:  

SE MAI NELLA VICENDA DEI SECOLI
AI CITTADINI DI CHIARAMONTE
GIORNO RIFULSE
PER CELEBRITA' DI FESTEGGIAMENTI
MEMORANDO
E' PROPRIO QUESTO 
CHE
S. EMINENZA IL SIG. CARDINALE ERNESTO RUFFINI
ARCIVESCOVO DI PALERMO
FRA L'ESULTANZA E GLI OSANNA
DEL POPOLO TUTTO
E PERSINO DEGLI STESSI MORTI
FREMENTI DI GIOIA NEGLI AVELLI
CON DIADEMA D'ORO TEMPESTATO DI GEMME
DECORA ONORA E MIRIFICA
LA BELLA MARIA SS. DI GULFI
LA MADRE E PADRONA GLORIA DI CHIARAMONTE
RATIFICANDO COSI' E CONSOLIDANDO
IL PREZIOSO RETAGGIO DELLA FEDE
TRAMANDATA DAI PADRI 
E RIPETUTA DAI SECOLI

CHIARAMONTE GULFI  6-5-1954

Al di là dell'esaltante quanto "fremente" retorica, all'autore di questo manifesto marmoreo sarà sfuggito, o avrà ignorato volutamente, un particolare: S. E. il cardinale Ruffini  riteneva che i mali della Sicilia fossero determinati da chi provava a difendere e denunciare le condizioni dei ceti popolari meno abietti. Il porporato oltre a negare l'esistenza della mafia riteneva che i mali della Sicilia fossero: i comunisti, il romanzo "Il Gattopardo" e il sociologo Danilo Dolci. Ci troviamo di fronte all'involontario precursore della sceneggiatura delle tre piaghe del film  "Johnny Stecchino". Infatti, tutto questo, S.E. Ruffini lo mise nero su bianco in una lettera pastorale dal titolo: "Il Vero volto della Sicilia", dove i tre mali vennero definiti come denigratori dell'isola. Per dovere di cronaca va detto che a quella lettera replicò, sul giornale l'Ora, il pastore valdese Pietro Valdo Panascia, il quale scrisse come il porporato non facesse cenno "agli omicidi, ai crimini  della mafia o ... alla condizioni inumana in cui vivono centinaia di famiglie... Dire queste cose non è fare il denigratore, ma denunciare uno stato di cose di cui ogni cittadino e ogni cristiano soffre, perché queste cose sono cose che si vedono ogni giorno".

In questo epitaffio tanto fantasioso quanto comico e paradossale, reso quasi ignoto perché scolorito dal tempo,  dove i morti gioiscono a festa dentro i loro loculi per il passaggio di un porporato negazionista, è racchiusa una grande contraddizione. All'attenzione del Guastella, che raccontava con un linguaggio semplice e comprensibile "il vivere a stecchetto dal primo all'ultimo giorno dell'anno" dei contadini sfruttati e derisi, si contrappongono gli "osanna" verso un panciuto uomo di chiesa capace di negare le evidenze.  
Quanta differenza tra il cardinale Pappalardo e l'attuale arcivescovo Lorefice,  che dopo secoli di silenzio hanno deciso di parlare chiaro ... proprio come il prof. Serafino Amabile Guastella.







sabato 13 marzo 2021

Mafia, massoneria e fascismo. A Ragusa la mafia c'è sempre stata e nessuno l'ha mai vista?


Le mafie in alcuni territori non vengono percepite. Il motivo è dato dal fatto che in queste zone non si manifestano reati e omicidi di tipo mafioso. La tranquilla e paciosa Ragusa è stata sempre definita una città libera dalla mafia, come se gli interessi e le economie criminali avessero avuto una paura atavica a scalare le ripidi pareti dell'altipiano ibleo 😄 . Io invece ho sempre pensato e scritto che a Ragusa si è sviluppato, senza violenza,  un sistema relazionale che non ha una funzione di mero supporto ma è l'aspetto costitutivo del fenomeno mafioso di questa città. Qui, come in pochi altri posti, diversi poteri si sono legati fino a cementificarsi. Chi ha provato ad indagare, spiegando i legami e la composizione di questo malta, come Giovanni Spampinato, ha fatto una brutta fine. 

Nella tesi di dottorato di ricerca del dott. Fabrizio La Licata viene citato un documento anonimo del 20 febbraio 1931, tratto dall’Archivio Centrale dello Stato. Nello stesso vengono descritti in maniera “minuziosa” le caratteristiche dei maggiori dirigenti del Partito nazionale fascista ragusano, in particolare del segretario federale Lupis, dell'on. Pennavaria  e del loro entourage. La domanda che mi sono posto e che pongo a chi avrà il piacere e la pazienza di leggere questo documento è: ma Ragusa è sempre stato il luogo dove ogni anomalia viene opportunamente mascherata? . 

" ... il segretario federale sig. cav. Luigi Lupis Forestieri, chiamato “Lisuzzu”, […], gode fama di ricco possidente di terreni e di somme liquide. È di carattere autocrate, è di abitudini molto signorili, ed è seguace degli antichi costumi feudali. È legato da vincoli di sangue alle principali famiglie del luogo che nel passato manipolarono la politica provinciale (ex on. Giovanni Cartia). Attualmente una parte dei di lui parenti sono infiltrati nelle varie organizzazioni fasciste della provincia. Egli intenderebbe imprimere alla provincia un suo speciale indirizzo nel nome del fascismo.[…] Il Lupis cerca in tutti i modi di influire sull‟opinione pubblica di Ragusa e provincia specie nelle occasioni di cerimonie, solennità e commemorazioni […]. È stato un protettore della mafia. (quindi la mafia c'era già a Ragusa ndr) […]. L‟entourage del Lupis, è costituita dalle seguenti persone, le quali occupano cariche nelle organizzazioni politiche e sindacali della provincia, ove le stesse persone hanno estesa parentela.

1) Comm. Francesco Paolo Giunta, Presidente della federazione agricoltori, arcimilionario, ex propagandista e candidato del partito popolare, è parente del Lupis per parte del suocero. Sebbene molto ricco suole servirsi della macchina della federazione per usi privati, ed esercita con arte raffinata lo strozzinaggio. Il marchese Tedeschi e il comm. Pandolfo di Pozzallo sono a conoscenza dello strozzinaggio che esercita il Giunta. Ha per segretario il dott. Carruba, a lui parente, avendo sposato una giovane che dicesi congiunta ed alla quale diede in dote la somma di L. 100000. Parenti e compaesani del Carruba, sono i segretari delle varie sezioni.

2) Sig. Ugo Ciuti, segretario dell‟Unione industriale, proviene dalla Toscana, gestisce per volere del Lupis, il teatro comunale, passato al dopolavoro. Si afferma abbia subito un processo per malversazioni contabili ai danni dei sindacati. […].

3) Dott. Raffaele Schininà, presidente dell‟opera nazionale per la maternità ed infanzia (cognato del Lupis), già facente parte del partito popolare; egli non è tanto ben visto dalla popolazione per la vita di bigotto che conduce; tanto che alla domenica e nelle festività religiose si nota a questuare durante tutte le messe.

4) Prof. Malfitano, ex maestro elementare, presidente dell‟opera nazionale del dopolavoro. […].

5) Carbonaro Luigi, vice segretario della federazione fascista degli agricoltori, diffamato dalla voce pubblica per “pregiudicato”, e che fu anche proposto alla commissione per l‟ammonizione, ubbidisce ciecamente al Lupis. Tra gli altri incarichi a anche quello di reclutare donne dedite alla prostituzione clandestina, per condurle in case private e tenerle a disposizione del segretario federale. È di pubblica ragione che il Carbonaro in compagnia di tal Ugo Montes, e spalleggiato da militi in divisa, si recava nelle campagne per attendere ai bivi e crocevia, oscuri ed analfabeti contadini, per imporre loro l‟immediata iscrizione al sindacato, al solo scopo di far numero e farsi pagare la tessera, che consegnava sul luogo.[…].

6) Filippo Dell‟Agli, segretario dell‟Unione provinciale dei sindacati fascisti dell‟agricoltura, è un succube del Lupis, dal quale fu sorpreso, or non è molto, nel proprio ufficio in intimità con una donna del popolo.

7) Cav. Luigi Iacono, ricco possidente, ufficiale in congedo dei granatieri, invalido di guerra, decorato al valore, rappresenta la federazione fascista nella giunta provinciale amministrativa; […]. Gode fama di usuraio, ed esercita lo strozzinaggio, a mezzo di interposta persona, che è poi il pericoloso pregiudicato Gaetano Mazzola, chiamato Tano, capo della mafia ragusana. […]. Il pregiudicato Gaetano Mazzola suole millantare di aver servito il fascismo e di essersi distinto nelle lotte elettorali, a vantaggio dell‟on. Pennavaria. […].

8) Giovanni Sulsenti di Carmelo, chiamato “Vanni cuteddu” maestro elementare, centurione comandante provinciale dei fasci giovanili di Ragusa, membro della commissione di disciplina della federazione, gode fama di persona di nessuna serietà. […]. Fu compagno di imprese audaci al pregiudicato Gaetano Mazzola, capo della mafia, senza però cadere nella rete della Polizia. […]. Suole spesso tenere un contegno villano, vivamente deplorato e commentato, e cioè dare noie alle donne nei ritrovi pubblici (cinematografi). Fra queste si annovera la signora Licitra, moglie dell‟appaltatore di lavori edili, che costruì la strada interna di Ragusa, la quale non ha parlato dell‟affronto per pudore e per evitare gravissime conseguenze, tra il proprio marito ed il Sulsenti. Ha capeggiato un gruppo di giovani fascisti e militi, dei quali però alcuni lo hanno abbandonato, recandosi con essi nei quartieri popolari occupati dai contadini, ove adducendo pretesti di rappresentare l‟autorità, e rivolgendo domande di nessuno conto, si avvicina a giovani contadine per toccarle con le mani. [...]

Nello stesso documento si possono leggere una serie di notizie riguardanti altri personaggi legati all'on. Pennavaria, “il quale veniva accusato di sostenere un gruppo di potenti affiliati alla massoneria, che erano anche i maggiori azionisti della banca popolare agricola, detta “banca Pennavaria”. Dal documento si legge sempre:

Tutti costoro, non sono visti con simpatia dai fascisti della corrente del federale Lupis, per quanto il Lupis stesso lì avvicini e si dimostri loro amico. Perché sia possibile formarsi un‟idea sulla situazione locale si riferisce:

1) Saverio Puglisi, esattore, è il più forte finanziere della Provincia di Ragusa, il quale ha l‟appalto della esattoria di detta città e di varie province e comuni dell‟isola; non è iscritto al fascio, ex affiliato alla massoneria, e molto legato all‟on. Pennavaria, per ragioni che non si conoscono. […].

2) Comm. dott. Ottaviano Salvatore, medico chirurgo, persona di superiore cultura, manipolatore della situazione politica e finanziaria di Ragusa. Tutti ricorrono a lui per ottenere favori di qualche entità. Fu gran venerabile della loggia del luogo del rito orientale. È attualmente presidente della banca Pennavaria. […].

3) Cav. rag. Licita Salesio, direttore della banca, rettore della Provincia. Coprì alto grado nella massoneria. Gode poco simpatia nell‟ambiente. […].

4) Avv. Scribano, legale della banca ex massone.

5) Rag. cav. Giorgio Criscione, possidente, ex massone, persona della più alta fiducia di S.E. Pennavaria.

Mafia, usura, sfruttamento della prostituzione, corruzione e massoneria; tutto ben miscelato e cementato col potere politico dell'epoca.  Ma tutto questo è accaduto solo negli anni ruggenti del ventennio?