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domenica 3 maggio 2026

Fuoco


Il fuoco è l'effetto di una combustione. Si manifesta con una luminosità splendente chiamata fiamma e contemporaneamente ad essa con il rilascio di una grande quantità di calore e di gas. Il suo processo è irreversibile, consuma in buona parte ciò che brucia vaporizzandolo. Quello che rimane dopo una combustione è un residuo solido inorganico chiamato cenere. Quando il fuoco si propaga in maniera incontrollata provoca danni a cose o persone, in questo caso si parla di "incendio". Per queste sue caratteristiche "fisico-chimiche" viene utilizzato dalle mafie per risolvere le questioni...complicate. Quando certe controversie si protraggono per troppo tempo e non si chiudono per come si devono chiudere, arriva il fuoco risolutore. Fuoco che brucia locali lungo la riviera iblea, Fuoco che brucia cantieri edili. Fuoco che brucia le auto di attivisti ambientali. Fuoco che brucia barche ancorate nel molo di un porto. Fuoco che brucia rifiuti gestiti illegalmente. Fuoco che brucia attività che operano nel settore degli imballaggi o nel trasporto di ortofrutta. Forse il fuoco delle mafie ha pure vaporizzato le auto di servizio della Guardia di Finanza di Modica (ma questa è una mia valutazione che ad oggi non trova ancora conferma). Ma l'utilizzo dell'incendio doloso è sempre quell'atto intimidatorio utilizzato per obbligare un'attività a pagare il pizzo, oppure è diventato il mezzo per imporre un favore o un servizio? Questa domanda traccia nei fatti uno spartiacque tra ciò che erano le mafie di questa terra e ciò che sono diventate. Ho scritto più volte in questo mio piccolo spazio che le mafie iblee si sono trasformate in im-prese e queste, quando operano nel mercato legale, non cercano una sana competizione ma tendono ad eliminare ogni concorrenza, attraverso metodi che alterano le regole del libero mercato. Per esempio: se un'im-presa mafiosa opera nel settore degli imballaggi, dei trasporti, del commercio, o di qualsiasi altra attività, per conquistare il monopolio del mercato, si può permettere la possibilità di offrire il proprio prodotto o servizio ad un prezzo più basso,  magari agevolando i pagamenti. Perché può fare ciò? Ce lo spiega l'Ufficio Informazioni Finanziarie della Banca d'Italia attraverso una sua recente pubblicazione dal titolo significativo: 
"Il profilo finanziario delle imprese infiltrate dalla criminalità organizzata in Italia(https://uif.bancaditalia.it/pubblicazioni/quaderni/2022/quaderno-17-2022/QAR_17_marzo_2022.pdf). Questo studio ha analizzato come il flusso costante di denaro, che proviene da attività illecite come il narcotraffico o la gestione dei rifiuti, viene immesso nelle im-prese controllate dalle mafie. Nella pubblicazione vengono pure individuata le province dove questa pratica è più attiva,  la provincia, babba, di Ragusa  è  tra queste (si veda pag 6). Ovviamente la legalizzazione di questo denaro permette a queste attività di avere molta liquidità e quindi più capacità finanziaria, pertanto possono praticare prezzi e modalità di pagamento molto, ma molto, convenienti per i clienti.  Se qualche attività concorrente riesce a tenere testa a questa voglia di monopolio si può intervenire con il fuoco, ma non subito, E no! Il danno se si deve fare va fatto nel momento in cui il competitore è nel pieno dell'attività; ad esempio, nel settore degli imballaggi il periodo perfetto è durante la raccolta dell'ortofrutta, è in questa circostanza che c'è maggiore bisogno delle cassette dove produttori e commercianti sistemano gli ortaggi. Il fuoco, nel distruggere ogni  capacità produttiva, butta a gambe in arie il concorrente rendendolo incapace a soddisfare le richieste dei clienti i quali, per bisogno, saranno costretti a rivolgersi ad...altri. Le fiamme non bruciano solo l'operatività dell'impresa concorrente, ma riducono in cenere anche ogni tipo di rapporto lavorativo: operai, personale amministrativo e indotto perderanno, in buona parte, il loro lavoro e quindi al danno economico si aggiunge quello sociale. Ecco, questo è un esempio tipico di come le economie mafiose puntino a monopolizzare un settore creando sottosviluppo.

Oltre quarant'anni fa Pio La Torre affermava: "la mafia ha come fine l'illecito arricchimento. E' li che dobbiamo mettere i riflettori". Dopo tutto questo tempo è li che i riflettori devono essere ancora puntati...Strano! Eppure gli strumenti ci sono. Chissà perché non viene fatto?!

Foto tratta da Google Immagini



domenica 19 aprile 2026

Unire i puntini per capire le mafie del Sud Est



Per capire cosa sta succedendo in certe economie del Sud Est siciliano bisogna unire dei puntini, come quei giochi che occupano alcune pagine dei cruciverba. In questo modo da quell’insieme surreale di numeri e punti - se vengono ben collegati - può venire fuori un’immagine chiara e precisa capace, forse, di descrivere una realtà.

1) Da tempo, la continua successione di crisi economiche sta mettendo in difficoltà diverse imprese, in particolare le piccole e le micro attività di questo territorio. Tutto questo è diventato una buona opportunità per quell’imprenditoria mafiosa che mira a diventare padrona delle crisi. 
2) Sembra che le mafie di questa zona della Sicilia si fossero costituite in un’unica cooperativa. La stidda (ciò che ne resta), elementi locali della mafia, mafia albanese ed esponenti legati alla ‘ndrangheta si sono messi insieme, intanto per non pestarsi i piedi tra loro e poi per mettere in connessione, e quindi rafforzare, le loro attività: prima fra tutte il narcotraffico (controllo e spaccio della cocaina) e poi l’estorsione. Quest’ultimo “business” non è  più quello che noi storicamente conosciamo, cioè il pizzo da chiedere alle imprese per sostenere la famiglia dei galeotti o per “sponsorizzare” un certo evento sportivo. No! Quello oramai è roba da mendicanti del crimine. L’estorsione di oggi si basa su far confluire il denaro prodotto illegalmente nell’economia del territorio. Un’attività è in crisi? Arriva “l’amico” che può dare aiuto rilevandola...estorcendola.
3) Per il sistema bancario un’impresa che presenta un piccolo segnale di difficoltà - ad esempio: non riesce, per i motivi legati alla crisi a rientrare dalla scopertura concessa - diventa subito “sofferente”.  I programmi del sistema la segnalano subito, facendola diventare immediatamente come un'attività con “esposizione inesigibile”. Alle banche non interessa se l’impresa è entrata in crisi perché lo Stato non ha ancora riconosciuto contributi o agevolazioni, oppure perché i suoi clienti non hanno pagato quanto dovevano. La logica della banca è tanto semplice quanto indecente: non riesci a rientrare? Ti blocco! 
4) Chi arriva in aiuto? La cooperativa! Con i soldi fatti grazie al narcotraffico. 
5) E come aiuta l’impresa in crisi? In molti casi comprandola. 
6) Come? Pare che i soldi del narcotraffico vengano messi in depositi bancari esteri, ad esempio a Malta. Sebbene l’isola dei cavalieri non sia formalmente nella "black list" dei paradisi fiscali, molte indagini internazionali hanno però evidenziato vulnerabilità strutturali. Infatti, pare che aprire un conto corrente a Malta è possibile anche senza residenza, basta fornire un documento d'identità (passaporto) e referenze bancarie. Generalmente per aprire un conto viene utilizzata come entità giuridica la società offshore, questa permette di ridurre il carico fiscale e soprattutto garantisce la riservatezza.
7) E' così, senza tanti clamori, si riciclano masse di denaro prodotte illegalmente e si diventa padroni delle economie di un territorio (?).
8) Uno stretto braccio di mare separa Malta dalla nostra Pozzallo da dove ogni giorno partono traghetti da e per l’isola dei cavalieri. Una rotta, che secondo diverse inchieste giudiziarie, spesso è stata ed è frequentata da personaggi vicini a certe “famiglie”.  

La figura che viene fuori unendo questi punti? Può essere quella che queste società offshore abbiano acquistato in questi anni imprese in difficoltà? Ecco questa è una domanda, o un immagine, che va girata direttamente agli organi inquirenti, sperando che prima o poi arrivi o una risposta oppure venga osservata con una certa attenzione.

L'immagine a corredo del post è tratta da Google Immagini

domenica 2 marzo 2025

Dati e analisi sulle economie mafiose in provincia di Ragusa.


Foto tratta dal sito 
https://ginotaranto.it/project/difesa-inutile/ che ringrazio


Ho sempre immaginato il rapporto tra economie mafiose ed economie "legali" come le aree d'intersezione tra più cerchi. Se in geometria è facile descrivere il perimetro e calcolare la superfice di queste figure anomale, invece, nei di rapporti opachi tra sistemi produttivi non è per nulla semplice delimitarne le dimensioni. Tante volte ho provato a descrivere queste zone, ma benché le mie teorie poggino su ipotesi che avrebbero una certa valenza, restano comunque sempre delle supposizioni. Di recente però sono stati pubblicati tre studi che danno indicazioni chiare su questo tipo di connessioni  economiche. Le stesse forniscono stime e mappe concettuali. Due  pubblicazioni sono dell'Unità d'Informazione Finanziaria della Banca d'Italia: la prima pubblicata nel maggio 2021, la seconda nel novembre 2024.  La terza pubblicazione, invece, è del dicembre 2024 ed è stata divulgata dal centro studi della CGIA di Mestre. In quest'ultimo studio viene pure stilata una graduatoria delle connessioni tra econome mafiose ed economie "legali" presenti nei contesti criminali di 105 province italiane. La provincia di Ragusa in questa speciale classifica occupa la 40° posizione. Infatti, su circa 30.000 imprese attive al 30 novembre 2024,  885 sarebbero quelle connesse alle mafie locali, cioè il 3% del totale. Ma questa valutazione non tiene in considerazione dell'indice di imprenditorialità mafiosa, cioè il rapporto tra la stima di imprese connesse con le economie criminali e il numero di abitanti della provincia. La provincia di Ragusa, con meno di 320.000 abitanti e 885 attività che gravitano attorno alle economia criminali, ha un indice di imprenditorialità mafiosa che è pari a 0.3%. La sorpresa viene fuori analizzando i dati delle province di Palermo e di Catania. Le due aree metropolitane, nella classifica redatta dalla CGIA, sono al 6° e 9° posto, ma al calcolo dell'indice di imprenditorialità mafiosa presentano un valore di infiltrazione che è di poco successivo e uguale a quello della nostra provincia (0.33% Palermo, 0.3% Catania). 

La provincia (presunta) "babba", l'isola nell'isola, ha le stesse caratteristiche di quelle aree metropolitane su cui le mafie hanno avuto, purtroppo, da sempre una presenza determinate!!?
 
Sarebbe interessante sapere come queste 885 attività ragusane, legate alle econome mafiose, siano distribuite nel territorio provinciale, cioè in quali comuni ricadono, e soprattutto capire quali siano i settori connessi e quale forma giuridica e dimensione hanno queste imprese. 

Individuare la distribuzione territoriale di queste "attività" non è per nulla facile, ma un aiuto può arrivare dalla classificazione dei settori economici maggiormente infiltrati. 

           


Il diagramma pubblicato a pag. 19 dello studio del novembre 2024 della Banca d'Italia indica le attività maggiormente soggette ad essere infiltrate. I primi, in ordine di importanza sono: il commercio a dettaglio (Rentail), la manifattura, le costruzioni, l'immobiliare (Real estate), l'alberghiero e la ristorazione (Accommodation and food services). In quale area della nostra provincia ricadono maggiormente queste attività? Basta percorrere la Strada Statale 115, partendo da Acate fino ad Ispica e poi ripercorre a ritroso la vecchia litoranea e si capisce subito dove possono essere ubicate. 
Sulla forma giuridica preferita dalle attività mafiose viene in aiuto la relazione di un esperto come il colonnello Giuseppe Furciniti della Guardia di Finanza il quale scrive: "La forma giuridica più diffusa è la società a responsabilità limitata, ritenuta il miglior compromesso tra l'agilità di costituzione e gestione e le esigenze di occultamento dell'identità criminale (grazie alla frammentazione del capitale tra più soggetti diversi). A quest'ultimo obiettivo, risponde anche l'utilizzo di prestanome e l'utilizzo di strutture di controllo societario a partecipazioni incrociate (“scatole cinesi”). La preferenza per la forma delle s.r.l. è spiegata soprattutto dalla facilità di costituzione (si richiede un capitale sociale di 10.000 €) e dal vantaggio dettato dalla limitazione delle responsabilità patrimoniali".
Le dimensioni delle imprese connesse alle mafie vengono definite nello studio della Banca d'Italia pubblicato nel novembre del 2024. Gli autori introducono un quadro concettuale per distinguere i diversi motivi di infiltrazione delle mafie nelle imprese legali che si basa su tre motivazioni principali: funzionale (imprese create per attività criminali), competitiva (imprese di medie dimensioni infiltrate per beneficiare di attività criminali) e pura (grandi imprese utilizzate per benefici economici e non economici, come connessioni politiche). Come si può notare, lo studio  prende in considerazione le medie grandi imprese e non le piccole e le microimprese.  Sarà che queste ultime non sono per nulla funzionali agli interessi economici delle mafie? Faccio notare che nella nostra provincia il 94% delle imprese attive sono piccole e microimprese, ovviamente  il restante 6% sono medie grandi imprese. Se lo studio della CGIA di Mestre stima per la nostra provincia 885 imprese infiltrate,  cioè il 3%  delle imprese attive. Se il 6% delle imprese attive in provincia sono di dimensioni medio grandi. Se la Banca d'Italia dice che le medie grandi imprese sono quelle economicamente più adeguate agli interessi delle mafie. 
Ma per caso  il 50% delle medie grandi imprese iblee sono connesse alle mafie???

Gli Obiettivi Strategici delle medie grandi aziende infiltrate dalle mafie sono da sempre  orientati a migliorare la capacità produttiva e i ricavi. Queste aziende devono diventare punti di riferimento sociale e politico nei loro territori e per fare questo si avvalgono di figure professionali di alto livello, sia in campo tributario e sia in campo giuridico. Tutto questo non lo fanno per creare sviluppo, ma, in primo luogo,  per riciclare il denaro che proviene dalle attività illecite. Per fare ciò serve  soprattutto la complicità del sistema bancario che, anche attraverso l'accesso al credito sostiene quegli "investimenti" in grado di "digerisce" le masse di denaro prodotte illegalmente. A sostegno di questa tesi vi sono sempre i dati forniti da Banca d'Italia i quali dicono che in Sicilia a giungo del 2024 il credito alle imprese si era ridotto del 1,3%  rispetto a dodici mesi prima. La flessione però ha riguardato le piccole e medie imprese (-6%!), mentre per le medie grandi imprese i prestiti sono cresciuti. Il dato della provincia di Ragusa è emblematico. A settembre del 2024 l'importo totale dei prestiti bancari per tutte le attività economiche ammonta a circa due miliardi di euro (esattamente 1.937.000.000 di euro), di questi oltre un un miliardo (esattamente 1.377.000.000) è stato affidato a medie grandi imprese, la differenza, circa 600 milioni (esattamente 560.000) è andata invece alle piccole e micro imprese. Quindi, con  molta probabilità, le 885 medie grandi imprese legate alle economie mafiose iblee hanno avuto la possibilità di accedere facilmente al credito? 

Questi dati mi riportano in mente le parole del dott. Salvatore Formica, gestore di un'impresa confiscata alla mafia, il quale nel luglio scorso mi raccontò delle difficoltà che aveva nell'ottenere dei finanziamenti perché gli istituti di credito non ritenevano e non ritengono più affidabili le imprese amministrate giudiziariamente. Le Banche non credono nello Stato gestore di imprese confiscate?

Lo Stato,  con le sue istituzioni ha mostrato tutta la sua forza contro la mafia rozza e violenta,  l'attenzione delle e forze dell'ordine è riuscita a disarticolare le strutture militari. Non è un caso se molti esponenti locali stanno in carcere. Ma della mafia che si mischia nell'economia che conta, che punta ad entrare negli apparati istituzionali, che propone accordi e non scontri non c'è manco l'ombra del contrasto.  Serve accendere i riflettori su ciò che sta accendendo in questa provincia che di "babbo" come dimostrano i dati,  non ha proprio nulla. Occorre una nuova antimafia che accanto alla memoria solleciti la magistratura e le forze dell'ordine a guardare con attenzione cosa sta succedendo nell'economia iblea.  Continuare a pensare che le mafie di questa terra siano solo delle bande di ignoranti, che abitano nei quartieri degradati è un errore clamoroso. Questa è gente schiacciata e sconfitta dalle loro miserie, che le forze dell'ordine braccano quotidianamente. Qui c'è un'altra mafia, mite, ricca, elegante, potente, e per questo molto più pericolosa che va bloccata...prima che sia troppo tardi.

Per scrivere questo post ho consultato:












domenica 16 febbraio 2025

RAGUSA, PROVINCIA BABBA O MAFIOGENA?

Foto tratta dal sito ginotarato.it che ringrazio per la concessione


Il traffico delle droghe ha segnato e segna la svolta sostanziale per le economie mafiose di questa terra. Le droghe sono diventate l’elemento centrale che attrae e trascina, in modo trasversale, una gamma variegata di persone appartenenti a diversi gruppi sociali. Nello spaccio al minuto sono coinvolti intere famiglie, molte delle quali vivono in uno stato di indigenza. I vari elementi di un gruppo familiare, in assenza di un lavoro legale, trovano nella vendita di cocaina, di crack, di hashish una risposta occupazionale. Questo commercio, sempre più consistente, è diventato un lavoro e quindi una parte fondamentale dell’economia reale del Sud Est siciliano. E' il welfare, lo stato sociale, creato dalle mafie, capace di venire incontro alle esigenze del pensionato che non riesce ad arrivare a fine mese, al disoccupato di mezza età che non trova lavoro o a quelle di tanti giovani, definiti nerd o neet, i quali attraverso le applicazioni social sono diventati i rider dello spaccio.  E' questa la nuova economia che genera occupazione anche in provincia di Ragusa, non ci sono comunità esenti da tale fenomeno. Come nell'economia legale esiste la competizione tra imprese che commerciano lo stesso prodotto, anche la vendita al minuto delle droghe attiva una competizione tra i vari spacciatori e questa, spesso, sfocia in conflitti. E' in tale ambito, secondo me, che vanno inseriti certi omicidi avvenuti di recente a Vittoria. Peppe Bascietto, pochi giorni fa, in un lungo post su Facebook, ha descritto con la minuzia di un giallista le questioni legate al mondo dello spaccio al minuto, ma ha anche aperto uno squarcio su ciò che io, in questo mio piccolo spazio telematico, scrivo e domando, provocatoriamente, da anni: da dove arrivano i quantitativi di droghe che stanno immiserendo il territorio? Chi gestisce il traffico di questa merce? Bascietto, nel suo post, parla di  "droga fornita dalla camorra". Ma la criminalità campana equipaggia, con piccoli quantitativi di cocaina, un gruppo familiare locale che è tenuto fuori dall'organizzazione criminale del territorio e quindi è incapace a soddisfare l'enorme domanda di sballo che arriva da tutte le zone. Per tanto, la domanda si ripropone: chi gestisce il traffico degli stupefacenti negli Iblei? Ha forse un ruolo la 'ndragheta? C'entra forse qualcosa la mafia albanese? Le operazioni di polizia svolte negli ultimi dieci anni nell'area Sudorientale della Sicilia ci raccontano come queste due organizzazioni oramai svolgano, anche nella nostra provincia, un ruolo centrale. Ad accendere i riflettori sul grosso traffico degli stupefacenti in terra iblea fu "l'operazione stammer" effettuata dalla Guardia di Finanza il 24 gennaio del 2017 dove una grossa parte degli 8.000 Kg di cocaina ordinati ai narcos colombiani dalla 'ndragheta (clan Pititto-Prostamo-Iannello di Mileto e Fiaré-Gasparro-Razionale di San Gregorio d'Ippona) finirono in Sicilia e in particolare su tre direttrici: Vittoria, Palermo e Catania. Quale gruppo locale era interessato ad acquistare una parte del mastodontico carico di cocaina proveniente direttamente dalla Colombia? Vittoria compare più volte all'interno di questa indagine in particolare quanto Pititto (esponente della 'ndragheta) incontra al MAAS di Catania (mercato agroalimentare) un tale di Vittoria, un certo Maurizio, per concordare uno scambio di droga. A questo punto le domande che sorgono sono: i quintali di cocaina che arrivano a Vittoria se li pippano solo i vittoriesi oppure vengono distribuiti i tutto il territorio ibleo? E chi gestisce a Comiso, a Ragusa, a Modica, a Scicli, a Ispica,... il traffico e quindi lo spaccio? E le masse di denaro generate da questo "commercio" servono solo a mantenere i precari o i disperati dello spaccio al minuto, oppure vengono riciclate in determinate attività economiche?  Ma questa giostra di domande non finisce mica qui.  Gli albanesi per diverso tempo sono stati coinvolti dalle 'ndrine calabresi nei trasporti e nella logistica della cocaina, ma grazie a ciò hanno sviluppato una capacità operativa ed economica che li ha resi sempre più indipendenti. Il loro status di narcotrafficanti è diventato di primo livello, non solo per la loro affidabilità ma, soprattutto, perché, a differenza dei calabresi, forniscono ai clan locali stupefacenti di alta qualità e a un prezzo molto più conveniente. Infatti, le mafie albanesi oggi, lavorano alla pari e senza farsi la guerra, con i calabresi. In particolare, proprio nella  parte Sud-orientale della Sicilia sono riusciti a portare a termine i loro traffici illeciti sia con esponenti di cosa nostra e sia con gruppi facenti capo a ciò che resta della stidda. Come non ricordare l'operazione "agnellino" della Questura di Ragusa, dove un gruppo di albanesi, con la complicità dei clan locali, aveva messo su un’organizzazione criminale dedita al commercio di cocaina, marjuana e hashish proveniente dall'Albania, in grado di fornire tutta la provincia iblea e di produrre così un giro d'affari di milioni di euro al mese. Anche queste somme dove finivano? Venivano sotterrate o riciclate in attività economiche? 

La provincia di Ragusa è stata da sempre crocevia di vari interessi anomali. Si può dire che questa terra, definita babba, è nei fatti mafiogena? E' giusto affermare che qui si sono generate e si generano economie malate che hanno creato uno sviluppo distorto capace di indebolire le poche economie legali rimaste? E' possibile affermare che le economie mafiose sono in grado di alleviare le difficoltà dei ceti sociali più deboli?  E se tutto questo risultasse vero: qual'è il rapporto tra un'imprenditoria mafiosa così forte e "credibile" con le istituzioni del territorio? A fronte di queste domande servirebbe un'antimafia nuova, meno movimentista e più realista, ma questo è un tema che proverò ad affrontare prossimamente. 

Pippo Fava in una delle sue inchieste scrisse:   “...Ragusa, con tutti i suoi paesi a corona, le sue dolci colline, le sue vallate che scendono sempre più dolcemente verso il mare... è frontiera...al di là della quale c’è la tragedia siciliana, con i suoi dolori e disperazioni,... ..E se un giorno quella linea esile di colline si incrinerà... ”. 

Per scrivere questo post ho consultato i siti seguenti:

https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=10236325832035209&id=1511551850&rdid=5rf3yoqx9fFC2Z0y#

https://meridionews.it/droga-la-pista-siciliana-degli-affari-tra-ndrine-e-colombia-porto-di-catania-amici-di-vittoria-e-acquirenti-palermitani/

https://www.carabinieri.it/media---comunicazione/rassegna-dell-arma/la-rassegna/anno-2008/n-3---luglio-settembre/studi/fenomenologia-del-crimine-organizzato-transnazionale-la-mafia-albanese

https://livesicilia.it/la-droga-corre-sullasse-albania-sicilia-arresti-a-ragusa/?refresh_ce

domenica 28 luglio 2024

Imballaggi


Foto tratta da Google Immagini


Dopo un'operazione di polizia sull'infiltrazione delle mafie in alcuni settori economici del nostro territorio, si scatena il solito vespaio di polemiche che dura in media tre giorni. Nascono articoli, post sui social che descrivono la pericolosità criminale degli arrestati, ma in questi commenti non si analizzano mai i danni economici creati da queste attività e non si cercano mai le complicità.  Le ultime operazioni in ordine di tempo riguardano il settore degli imballaggi  - operazione "Fenice" - del 12 giugno scorso, l'altra è avvenuta il 12 luglio, nel siracusano, e afferiva al settore dei trasporti. 

La produzione di ortofrutta rappresenta il segmento economico più importante del Sud Est siciliano, ma lo sviluppo di questo settore è da sempre collegato all'apporto e alla crescita dell’indotto, cioè a quella "catena di fornitura e servizi”, che ha consentito e consente di mettere in connessione la produzione con il consumo. Per essere più chiaro: senza imballaggi e logistica i nostri prodotti ortofrutticoli non arriverebbero mai sulle tavole dei consumatori. Un pezzo di questi due settori, così strategici, sono finiti da tempo sotto il controllo diretto di sodalizi mafiosi caratterizzati da strategie imprenditoriali aggressive. Il problema che da sempre hanno le mafie non è però aumentare gli introiti delle imprese che controllano, ma ripulire il denaro che arriva dalle loro attività illegali in modo da regolarizzarlo. Uno studio dell'Ufficio Informazioni Finanziarie della Banca d'Italia, dal titolo significativo: “Il profilo finanziario delle imprese infiltrate dalla criminalità organizzata in Italia”, ha analizzato come il flusso costante di denaro che arriva dalle attività criminali (gestione spaccio di droga e gestione dei rifiuti), viene immesso nelle imprese che le stesse mafie controllano (vedi link 1). Lo studio ha pure individuato la distribuzione provinciale delle imprese infiltrate, Ragusa ovviamente c'è! (si veda la figura estrapolata dallo studio).



La legalizzazione di questo denaro permette alle imprese mafiose di essere molto più competitive dei loro concorrenti. Per esempio, un'attività di produzione imballaggi, avendo una maggiore capacità finanziaria si può permettere il lusso di offrire i propri prodotti a prezzi più bassi, diventando così concorrenziale da, eventualmente, monopolizzare il mercato. Invece, le altre imprese, quelle che provano a rispettare le regole, vivono difficoltà non indifferenti. Le attività del settore che subiscono maggiori avversità sono quelle confiscate ai sodalizi mafiosi e poi poste in amministrazione giudiziaria. Attualmente sono tre le aziende del territorio, che producono e commercializzano imballaggi, gestite da un amministratore giudiziario. Ho incontrato l'amministratore di queste attività, il dott. Salvatore Formica, il quale mi ha subito rimarcato come il sistema bancario non ritenga più affidabile le aziende da lui amministrate. Ho voluto approfondire questo aspetto assurdo e alcuni chiarimenti mi sono arrivati leggendo la pubblicazione dalla Banca d'Italia dal titolo: Aziende sequestrate alla criminalità organizzata: le relazioni con il sistema bancario (vedi link 2). A pag 21, nel paragrafo 4 - Conclusioni e proposte - c'è scritto: "...Con il provvedimento giudiziario l’azienda viene sottoposta ad un vero e proprio trauma; al venire meno del “vantaggio competitivo” derivante dall’utilizzazione in molti casi di strumenti propri dell’intimidazione mafiosa o dal riciclaggio di flussi di denaro di provenienza delittuosa, si affianca la necessità di affrontare una serie di problematiche, non ultima l’emersione del costo della legalità e della trasparenza...". 
Per la banca centrale della Repubblica italiana il trauma economico si ha quando l'azienda finisce sotto il controllo dello Stato!? La trasparenza e la legalità non sono un valore, ma un costo!? Quando l'attività era controllata dell'imprenditoria mafiosa, per la Banca d'Italia (e quindi per il sistema bancario tutto), era capace, credibile e solvibile!? Dubbi che personalmente alimentano un certo sconcerto. 
Di fronte a questo tipo di posizioni bisogna porsi una domanda: chi certificava la credibilità bancaria di un'attività controllata dalle mafie? La risposta è ovvia, ma fa nascere altri interrogativi. Infatti, una qualsiasi azienda che si presenta in banca per aprire un conto,  o avere un po' di scopertura, oppure un fido, non lo fa esibendo il curriculum del suo titolare o il casellario giudiziale dei suoi soci. No! Lo fa presentando i bilanci degli ultimi anni che ha fatto fare al suo commercialista.  E' forse tra le pieghe di questi documenti contabili che vengono  eventualmente occultate le anomalie finanziarie che danno quel “vanataggio competitivo che deriva da flussi di denaro di provenienza delittuosa”? E' nel momento in cui la stessa azienda finisce in amministrazione giudiziaria che per la banca si materializzano quei turbamenti capaci di generare quel “trauma” che rende subito inaffidabile un'impresa gestita dallo Stato? Ma le "stranezze" non finiscono mica qui. Le aziende poste in amministrazione giudiziaria diventano poco credibili anche per i fornitori, i quali anche loro, forse, non si sentono garantiti dallo Stato. Inoltre, come se non bastasse, cominciano a venir meno anche i clienti, ma non per paura o perché minacciati da qualcuno. No! Ma perché la prima cosa che aumenta in un'impresa amministrata dallo Stato sono i costi di gestione, a partire  dalla regolarizzazione del personale (prima non era totalmente in regola), con la corretta applicazione dei contratti di categoria;  per tanto il prodotto  - l'imballaggio -  avrà per forza di cosa  un prezzo maggiore rispetto a prima e questo lo pone immediatamente “fuori mercato”.

Il controllo giudiziario di un impresa confiscata alle mafie avrebbe il compito di bonificare la stessa,   assicurandone il suo risanamento in ambito economico-finanziario, salvaguardandone e migliorandone i livelli occupazionali esistenti, in modo da svincolarla, in modo definitivo, dall’assoggettamento e dall’infiltrazione mafiosa. Invece, la nomina dell’amministratore giudiziario fa scattare immediatamente, tra i vari operatori che prima si interfacciavano con la stessa, una serie di "preoccupazioni" che determinano il non riscatto dell'azienda fino al suo fallimento.  E' forse per questo motivo che 4 aziende su 5 sottratte alle mafie chiudano i battenti? Invece dei convegni passerella servirebbero norme che consentano a un'impresa confiscata alle mafie di rimanere attiva sul mercato, tutelando così i posti di lavoro e il patrimonio economico. Servirebbe trattare queste attività come delle start up in modo da avere le relative agevolazioni fiscali e contributive. Servirebbe fare in modo che le aziende confiscate si mettessero in rete in modo da creare filiere produttive che coinvolgano anche le imprese sane così da creare circuiti virtuosi.  Servirebbe un sistema bancario capace di saper distinguere il grano da loglio e quindi in grado di saper analizzare approfonditamente i flussi finanziari e le movimentazioni di denaro di certe aziende. Servirebbero indagini finanziarie vere, capaci di far emergere finalmente il ruolo mefitico di quell'area grigia a servizio delle economie mafiose. Ma tutto ciò che servirebbe pare sia molto complicato sia da pensare e poi, soprattutto, da attuare. Nei convegni "antimafia" è più facile dibattere sulla rozzezza della manovalanza mafiosa. In questi seminari mai un accenno di discussione su come provare a contrastare quel livello economico cha ha rafforzato e rafforzerà il ruolo delle mafie nel territorio. E' cosi che l'imprenditoria mafiosa continuerà a mettere a frutto e ad accrescere quelle risorse di capitale sociale ed economico che, insieme a un modello organizzativo basato su una combinazione di legami forti, costituiscono il fondamento della sua straordinaria capacità di riprodursi nel tempo e nello spazio.


1) https://uif.bancaditalia.it/pubblicazioni/quaderni/2022/quaderno-17-2022/index.html

2) https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2013-0202/QEF_202.pdf






domenica 28 maggio 2023

Il PREZZO DELLA LEGALITA'? STA NELLA CAPACITA' DEL RICICLAGGIO.



Non so quanti hanno visto l'inchiesta di Luca Gaballo andata in onda venerdì sera su Rainews24 dal titolo: "il prezzo della legalità". In poco più di 20 minuti è stata data una descrizione, in parte nuova, delle economie mafiose del nostro territorio. Per la prima volta si esce fuori dalla narrazione classica dei fatti criminali di questa terra e si parla, invece, delle sue anomalie economiche. Un documento da conservare (per questo qui ho condiviso il link) dove emergono per sommi capi, ma in modo chiaro, alcuni fatti che io da anni provo a descrivere in questo mio diario telematico.

In questo documento però manca un approfondimento. Non è una critica, ma penso (sicuramente per problemi di tempo) che in questa buona inchiesta non sia stato vagliato bene un fatto: per le econome mafiose saper riciclare il denaro sporco, nel proprio territorio, è un fatto vitale. Significa che hanno una grande capacità di controllo dello stesso territorio; e in seguito a ciò che si afferma il loro consenso economico e sociale; e grazie a questo che aumenta il loro prestigio  "imprenditoriale". 
E' con la capacità di saper riciclare i proventi della droga, vero motore economico di questa terra, che negli anni sono nate imprese con una forte portata finanziaria, che hanno creato posti di lavoro - di pessima qualità, senza diritti, ma li hanno creati - e poi queste attività sono state e sono competitive rispetto alle loro concorrenti, sia nel prezzo del loro servizio e sia nella facilitazione dei pagamenti, quindi convenienti.  La domanda che da anni pongo a me stesso e a quanti hanno avuto e hanno la pazienza di leggermi è: chi ha permesso e permette a questi "imprenditori" di riciclare il denaro sporco? Vi sono, o no, in questa zona consulenti legali e finanziari che hanno capacità nel saper valorizzare il "carattere imprenditoriale" di certe società e quindi sono in grado di costruire patrimoni destinati ad un preciso "progetto aziendale"? Se vi sono, non sarebbe interessante capire anche che tipo di rapporto hanno con il sistema bancario? 
Ci vorrebbe un'inchiesta specifica su questo aspetto, magari basata sull'incrocio dei dati e l'ascolto del territorio, perché se il territorio si sa ascoltare ... sa raccontare. Comprendere queste dinamiche, oltre ad essere un fatto di fondamentale importanza da un punto di vista "economico", ci spiegherebbe anche perché buona parte della così detta "società civile" è silente (complice?).

I reati delle economie mafiose di questa terra sono, in alcuni casi a partecipazione silenziosa e necessaria, in altri ad adesione impercettibile ma opportuna; per questo motivo godono di un certo consenso sociale che viene prima della paura. 

Vedremo se questo mio piccolo stimolo verrà raccolto. Intanto, come cantava Lucio Battisti: "chissà chi sarà di noi, lo scopriremo solo vivendo"




























lunedì 2 gennaio 2023

2 GENNAIO, SOLO MEMORIA?

Foto di Franco Assenza

2 gennaio 1999, 24 anni fa, quasi un quarto di secolo, è una data spartiacque che non attesta soltanto l'oltraggio peggiore della mafia alla città di Vittoria, ma decreta, in modo definitivo, la fine di una criminalità violenta, rozza e stracciona che per oltre un decennio ha terrorizzato e infangato la città. Con la strage di San Basilio inizia una nuova era: quella dell'economia mafiosa. Il campo d'azione dei nuovi affari dev'essere bonificato. Il comportamento rude e feroce di certi personaggi, che non hanno ancora compreso come i tempi stiano cambiando, va eliminato in ogni modo.  Due persone innocenti e lontane dalle logiche criminali, Rosaio Salerno e Salvatore Ottone, verranno abbattute dal piombo. Le prime vittime innocenti delle nuove economie mafiose. Da quella data in poi speculazioni e ricomposizioni aziendali cominceranno a delinearsi e con esse si verrà a tracciare una nuova geografia mafiosa che metterà in luce nuovi accordi con organizzazioni più potenti e strutturate. Come leggere la presenza di un boss della 'ndrangheta come Brandimarte a Vittoria? Come decifrare i beni sequestrati (oltre 100 milioni di euro) ad alcune "imprese" locali della Guardia di Finanza tra il 2018 e il 2022? Sono fatti che possono dare alcune risposte alle mie analisi? 

Il 2 gennaio non è e non può essere solo commemorazione. A Vittoria da quel giorno è cambiato qualcosa, ma di questo qualcosa non si conosce (o non si vuole conoscere?) il perimetro. Per contrastarlo dovremmo definire con chiarezza i confini di questo qualcosa, capirne i suoi legami, circoscriverne le sue azioni. Limitarsi alla memoria, alla rievocazione, è utile; ma anche tanto insufficiente.