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sabato 4 luglio 2026

Fumarole: le soluzioni ci sono, ma...


Come sempre ogni anno in questo periodo, fino a settembre inoltrato, torna in auge la questione "fumarole" con tutto un dibattito che spesso diventa scontro tra istituzioni e associazioni ambientaliste. Intanto bisogna partire da un concetto tanto semplice quanto basilare: quando in questo territorio - dove si produce cibo di qualità - capiremo che essere ambientalisti non è solo impegno civile o passione democratica, ma deve essere un obbligo civico che riguarda tutti - perché tutelare il nostro ambiente significa migliorare la qualità della nostra vita e di ciò che produciamo - sarà sempre troppo tardi. Invece,  l'aggettivo "ambientalista" è stato trasformato da un lato in una parola tossica, dall’altro in un’ideologia elitaria. Il "militante ambientalista" è percepito come un personaggio capace solo di organizzare azioni politiche appariscenti e velleitarie. Ma è anche vero che questo concetto nell'opinione pubblica è passato con una certa facilità, perché le così dette "battaglie ecologiste" oltre ad essere percepite come un tantino esclusive e vanagloriose, si scontrano con forme di intolleranza che quasi sempre trovano un forte sostegno politico e quindi un largo consenso. 

Da decenni, lungo la fascia trasformata, migliaia di tonnellate di fratta, di plastica dismessa dalle serre e di rifiuti di ogni tipo vengono bruciati senza che le istituzioni preposte abbiano fatto o facciano qualcosa di serio per impedire questo scempio. I fumi tossici della combustione, da anni, ammorbano l’aria iblea e hanno creato e stanno creando danni al nostro ambiente, ma soprattutto alla nostra salute.  Le "fumarole" si manifestano nel periodo tra maggio e settembre, poi via via diminuiscono per riapparire l’anno successivo. E’ così, di anno in anno, si susseguono denunce pubbliche, con video sui social, che generano la giusta irritazione da parte di tanti cittadini. Le istituzioni convocano subito tavoli. A seguire, qualche parlamentare presenta un’interrogazione che viene subito rilanciata nei media, ma nel frattempo il tempo passa, si arriva a settembre/ottobre, il fenomeno inizia a scemare e tutto finisce per poi ripartire il prossimo maggio con le stesse caratteristiche, senza mai individuare colpevoli, responsabili e complici.  Sembra una specie di gioco dell’oca, si fa sempre il solito percorso per poi ripartire dall’inizio.

Per capire come poter contrastare il fenomeno si deve partire da alcuni elementi. La fratta, cioè lo sterpo delle piante di ortaggi coltivati in serra - sottoprodotto agricolo, come la paglia o gli sfalci di potatura - non è un rifiuto. Secondo le teorie dell'economia circolare, potrebbe essere riutilizzata direttamente per produrre energia o fertilizzante, riducendo in questo modo gli eventuali costi di smaltimento. Invece, nel nostro territorio, è diventata il carburante delle fumarole. In mezzo alle cataste della stessa viene nascosto di tutto: plastica dismessa dalle serre, manichette consumate, imballaggi di fitofarmaci e chissà cos’altro. Sto parlando di rifiuti speciali e pericolosi che hanno un codice identificativo (CER) e secondo la nuova normativa il loro smaltimento dovrebbe essere tracciabile digitalmente (RENTRI). Inoltre, ogni anno le imprese che producono rifiuti speciali e pericolosi, comprese quelle agricole, hanno l’obbligo di presentare il Modello Unico di Dichiarazione Ambientale (MUD).  La domanda che emerge in modo istintivo è: ma quante sono le imprese della nostra provincia (comprese quelle agricole) che presentano questa dichiarazione? Basta informarsi presso la Camera di Commercio o nel sito https://muda.infocamere.it/Muda/ 


Nella tabella elaborata anche grazie ai dati di movimprese.it  si può vedere come negli ultimi cinque anni su una media di 37.000 attività poco più del 5% delle stesse ha presentato il MUD. Ovviamente non tutte le imprese sono sottoposte a questo adempimento, ma è certo che molte imprese agricole, in particolare quelle serricole, sono obbligate a farlo.  Basterebbe incrociare i dati tra le imprese che hanno presentato il Modello di Dichiarazione Unica e le tantissime che invece hanno evaso l'adempimento per capire come sono stati fatti evaporare i rifiuti speciali e pericolosi prodotti in queste attività. E' molto semplice, ma non è mai stato fatto! Mentre di anno in anno in anno ci si trastulla in dibatti e riunioni, il territorio continua ad essere appestato. I dati dell'ultimo "Rendiconto sociale provinciale" dell'INPS sono chiari. Nella tabella di pag. 65 del Rendiconto, di seguito allegata, sono indicate le domanda di invalidità civile presentate nel biennio 2023/2024. Più di 16.000 domande - oltre 6.000 solo nel comprensorio Acate, Vittoria, Comiso - quasi la metà di queste riguardano richieste di invalidità per patologie tumorali. 

L'insorgere dei tumori non avviene per puro caso, ma è innescato da fattori ben precisi e tra questi vi è pure la qualità dell'aria che respiriamo, le caratteristiche dell'acqua che utilizziamo e la qualità del cibo che mangiamo. 
Se tutto ciò  di anno in anno peggiora, maggiore sarà la possibilità di ammalarsi di cancro. 

Il fatto che le istituzioni preposte (Regione, Prefettura, Libero consorzio, Arpa, Asp,...) non riescano a contrastare da tempo questa emergenza ambientale e sanitaria, ha creato quell'humus su cui si nutre l'atteggiamento criminale di certi "produttori" e gli interessi delle ecomafie. Da tempo ormai questo territorio viene definito "Terra dei Fuochi" o "Chernobyl della Sicilia". Queste frasi vengono già scritte nelle varie narrazioni. Vogliamo che queste marchio di "Indicazione Geografica Tipica" attesti definitivamente i nostri luoghi e le nostre produzioni? Oppure è arrivato il tempo di avviare un deciso cambiamento verso un contrasto serio a questi fenomeni e quindi in favore della sostenibilità ambientale della serricoltura?

sabato 28 ottobre 2023

SERRICOLTURA SOSTENIBILE, LA FASCIA TRASFORMATA NON DEVE DIVENTARE "LA TERRA DEI FUOCHI".


Negli anni sono diventate diverse le emergenze ambientali lungo la fascia serricola del Sud Est siciliano. La pratica illegale delle fumarole sta appiccicando a questa zona l'appellativo di "Terra dei Fuochi". Queste problemi vanno definitivamente affrontati. Non si può più perdere tempo. La poca qualità ambientale rischia di mette seriamente a rischio il pregio dell'ortrofrutta che si produce e di conseguenza la tenuta economico sociale di questo territorio.

Sappiamo tutti che produrre beni o servizi da consumare è lo scopo di ogni attività economica, ma questa funzione implica, da sempre, sia lo sfruttamento di risorse naturali sia l'utilizzo di vari materiali che poi, in parte, diventeranno rifiuti dispersi nell'ambiente. Aumentare la produzione oltre a far cresce il depauperamento delle risorse implica anche un maggiore uso di materiali generando più rifiuti.  La serricoltura siciliana è all'interno di questo schema economico, è un modello di produzione agricola avanzato, capace di produrre ortofrutta di alta qualità. Nel tempo è diventata sempre più energivora (consuma sempre più acqua e sfrutta sempre di più il suolo),  per crescere ha sempre più bisogno di materiali (plastica, polistirolo, ferro,...)  che poi diventano rifiuti, quasi sempre smaltiti in modo poco legale. E' evidente come questo modello produttivo, sviluppatosi lungo la fascia Sud della Sicilia, se non modifica molti dei suoi aspetti attuali non sarà più sostenibile. Il rischio è che i livelli di sfruttamento e di inquinamento superino la capacità dell'ecosistema di "assorbirli" mettendo così definitivamente a rischio  la qualità dell'ambiente e di conseguenza quella delle produzioni. E' urgente, e non da ora, un cambio di mentalità che si basi su un concetto semplice ma diverso rispetto all'attuale: "fare di più utilizzando meglio e di meno". Sembra facile a dirsi e a scriverlo, ma nei fatti è molto complicato. 

Per molti serricoltori produrre in modo sostenibile non viene ancora percepito come un'esigenza, risulta un fatto molto poco concreto, diseconomico. Tra di loro prevale un irremovibile conservatorismo che viene assecondato e giustificato, in modo trasversale, da buona parte della classe politica. Però alcune tecnologie e servizi che possono migliorare in modo sostenibile un modello produttivo così importante già ci sono. I vivai invece di utilizzare i vassoi in polistirolo, dove si seminano e germogliano le piante poi coltivate nelle serre, potrebbero utilizzare dei vassoi in plastica che, a differenza dei precedenti, andrebbero riconsegnati al vivaio per essere riutilizzati dopo la sanificazione.  In questo modo verrebbe eliminato un rifiuto molto valido per attivare le fumarole.  

Discarica abusiva di vassoi in polistirolo

Vassoio in plastica

Sanificatore vassoi in plastica

Il filo e i gancetti in plastica che servono per legare e sostenere la pianta possono essere sostituiti da filo e gancetti in fibra vegetale.  Molti produttori  lamentano scarsa resistenza e un costo elevato sia dei gancetti e sia del filo in fibra vegetale. La resistenza ormai è un falso problema, le caratteristiche di questi materiali sono molto simili, se non uguali, a quelli in plastica.  Sul costo,  sono stati analizzati i costi di gestione complessivi di un'azienda di 10.000 mq. Per un ciclo lungo di produzione di pomodoro ciliegino (settembre giugno) in media si spendono circa 80 mila Euro. La spesa relativa al filo e ai gancetti in plastica incide circa l'1%. Per quelli in fibra vegetale la spesa può aumentare, massimo, di un altro 1%. 

Fratta pronta per alimentare una fumarola

Una spesa irrisoria renderebbe la fratta, cioè gli sterpi delle piante dei prodotti ortofrutticoli, un normale rifiuto vegetale. In questo modo invece di essere estirpata e ammassata fuori dalle serre  - con fili e ganci in plastica aggrovigliati - e poi essere utilizzata per alimentare le fumarole, potrebbe essere trinciata sul posto. Il prodotto della trinciatura, cioè erba sminuzzata, proteggerebbe il suolo, creerebbe ostacoli alla formazione di erbe infestanti, si trasformerebbe in concime migliorando la qualità della terra su cui si produce.

Due proposte fattibili tra le tante che metterebbero fuori uso due rifiuti (polistirolo e fratta) che sono di fatto il carburate principale delle fumarole. Per agevolare queste proposte potrebbe essere utile da un lato una norma che porti i vivai a non utilizzare i vassoi in polistirolo in favore di quelli in plastica;  dall'altro una misura agevolativa - un credito d'imposta (?) -  per i produttori che acquistano i lacci e i gancetti in fibra vegetale al posto di quelli in plastica.  

L'eliminazione di questi due rifiuti ridimensionerebbe il ruolo delle ecomafie di questa terra. Non nascondiamoci dietro un dito, ci sono state e ci sono troppe anomalie nella gestione dei rifiuti serricoli. Sono una risorsa, un business, troppo importate per l'imprenditoria criminale.  Gestirne la raccolta significa controllare il territorio e le aziende. L'inchiesta "Plastic free" dell'ottobre del 2019, ci ha confermato come da tempo le organizzazioni criminali di questo territorio si siano appropriate dei rifiuti delle attività serricole e ne abbiano fatto un uso, diciamo, "distorto". Alla luce di questi fatti sorgono due domande: ma tutte le fumarole possono essere addebitate all'insensibilità dei produttori? Non c'è il sospetto che alcune siano attivate per bruciare qualcos'altro e i vassoi in polistirolo e la fratta possono essere utilizzati per azionare e per coprire ciò che si brucia? Domande che meriterebbero un serio approfondimento da parte degli organi inquirenti.

La serricoltura ha avuto e ha un ruolo economico e sociale fondamentale per questa terra. Ha creato e crea lavoro e reddito, ha impedito che la nostra costa venisse deturpata dagli impianti petrolchimici, ma è anche diventata troppo invasiva. Questo modello di produzione agricola è valido e importate, ma va rivisto nel suo profondo, va obbligatoriamente condotto verso la sostenibilità. I territori agricoli che si sono via via convertiti verso questo concetto stanno diventando appetibili anche da un punto di vista turistico. C'è un binomio che sta diventando un unicum indissolubile: la qualità di un prodotto dipende dalla qualità ambientale del territorio in cui si produce quel prodotto.  

Le denunce fatte negli anni dalle associazioni ambientaliste (Fare Verde, Legambiente, Terre Pulite)  hanno avuto il merito di aver messo a nudo un problema. Ma dopo la denuncia servono le proposte. I prodotti di questa terra nei prossimi anni saranno fortemente ricercati nei mercati europei per un insieme di fattori che si sono inanellati a nostro favore. Le produzioni del Nord Africa sono fortemente diminuite per colpa della siccità (https://www.freshplaza.it/article/9533236/il-cambiamento-climatico-e-una-realta-per-l-agricoltura-marocchina/). Le produzioni del Nord Europa - fatte in serre riscaldate - causa l'aumento del gas (guerra in Ucraina) sono state significativamente ridimensionate (http://www.corriereortofrutticolo.it/2022/09/12/prezzi-del-gas-alle-stelle-olanda-le-produzioni-serra-crisi-profonda/).  E' evidente come la fascia trasformata siciliana e il suo modello produttivo sono, in questo momento, un punto di riferimento per il mercato dell'ortofrutta europea.  Non possiamo sprecare quest'occasione. C'è l'obbligo di invertire velocemente la tendenza attuale. Dobbiamo riappropriarci di un concetto che abbiamo rimosso troppo velocemente: agricoltura significa difendere l'ambiente lavorando la terra, mantenendo il suolo sano e permeabile ed evitando in ogni modo qualsiasi tipo di inquinamento. Questo concetto oltre ad avere un'incidenza economica è un obbligo civile e morale che la classe politica, le istituzioni, il sindacato, le associazioni e soprattutto il mondo produttivo devono mettere in cima alle loro agende. 

 Perseverare ignorando le evidenze,  continuare a giustificare certi comportamenti, assecondare il conservatorismo di molti produttori, accusare chi pone un problema (associazioni ambientaliste) di essere il problema, non avanzare proposte affinché tutto resti com'è,  non denunciare gli interessi delle ecomafie,...potrà determinare consenso, consolerà il dolce oblio che caratterizza questa terra, ma ci sta portando ad essere definiti, in modo indelebile, "Terra dei Fuochi" o "Chernobyl della Sicilia". Queste frasi ci vengono già incollate nelle varie narrazioni. Vogliamo che queste marchio di "Indicazione Geografica Protetta" attesti definitivamente i nostri luoghi e le nostre produzioni? Oppure è arrivato il tempo di avviare un serio cambiamento verso la sostenibilità ambientale della serricoltura!?


domenica 14 febbraio 2021

Tumori, rifiuti, mafie. Serve una nuova "rivoluzione" agricola.

Anche nel 2020 presso le Commissioni degli invalidi civili del Distretto Sanitario di Vittoria sono state presentate circa 6.000 domande di invalidità civile. Sto parlando di un ambito che comprende tre comuni - Acate, Comiso e Vittoria - con  oltre 100 mila abitanti.  Anche nel 2020 circa il 40% delle richieste di invalidità riguardava  persone con eventuali patologie tumorali. I dati relativi agli anni 2019 e 2018 sono molto simili a quelli dell'anno appena trescorso.  Pertanto, se la matematica non è un'opinione, solo negli ultimi anni nel comprensorio ipparino (Acate, Comiso, Vittoria), circa 7.000 persone con probabili patologie tumorali hanno fatto richiesta di invalidità civile. 

Secondo un'indagine ISTAT, i malati di tumore nei dodici comuni iblei sarebbero circa 9.000. E' evidente che il dato sembrerebbe un tantino in contrassto con quello delle richieste di invalidità civile dei tre comuni ipparini.  Al netto di questa incongruenza, va evidenziato come in provincia di Ragusa "la seconda causa  di morte è rappresentata proprio dai tumori, con un tasso di mortalità in aumento sia per gli uomini che per le donne. In particolare per gli uomini cresce la mortalità per il tumore al polmone, seguito da quello al colon retto e della prostata. Per le donne al primo posto il tumorealla mammella, seguito  dal colon retto, del pancreas, degli emolinfopoietici e dell'utero.

Nella pubblicazione "I numeri del cancro in Italia 2020", redatta dall'AIRT (Associazione Italiana Registro Tumori), nel capitolo relativo ai fattori di rischio che causano la morte vengono tabellate le seguenti motivazioni.


Ma più avanti, ed esattamente a pag. 74, si può leggere: "La grande maggioranza dei tumori (circa il 95%) è principalmente dovuta a cause ambientali ... È ambiente tutto quanto “incontriamo” nel corso dei nostri anni: è “ambiente” quanto è strutturalmente esterno a noi e molti degli agenti oncogeni ambientali possono tra loro combinarsi moltiplicando il rischio neoplastico. Non è verosimile cancellare dal mondo le cause di tumore; è possibile, però, eliminare o limitare i comportamenti o le “situazioni ambientali” che aumentano il rischio di tumore". 
E' fin troppo evidente: i tumori sono il frutto delle alteranzioni ambientali che anche questo territorio ha subito nel corso degli anni. Interrare e bruciare rifiuti di ogni tipo ha appestato questa terra. Va anche detto che il nostro modello di agricoltura, dopo aver trasformato questo lembo di Sicilia nella zona più avanzata del Mezzoggiorno, è arrivato al capolinea. Le inchieste della DDA ci dicono come i rifiuti prodotti da questa attività siano contrallati dalle mafie e le stesse hanno la responsabilità di avere ammorbato, indisturbatamente, questa terra. Il nostro modello agricolo - la serra - va ristrutturato totalmente e in chiave esclusivamente ambientale. Plastiche biodegradabili e lotta biologica devono sostituire le attuali pratiche agricole liberando il settore dal controllo asfissiante delle criminalità economiche. 

Attulmente la serra nell'immaginario collettivo è vista come un luogo insano. E NO! Non può essere così. Questa rappresentazione va totalmente rivista. La serra è un patrimonio economico, sociale e culturale che non va solo difeso,  va ri-trasformato nel luogo dell'innovazione non solo produttiva, ma prima di tutto ambientale, dove il lavoro deve essere libero da ogni forma di sfruttamento e in grado di generare reddito e non disperazione. Per fare questo servono soldi , investimenti,  che si possono trovare nel "Recovery fund" e nei fondi del nuovo PSR. Ma per avviare tutto ciò serve, soprattutto, una classe dirigente capace non solo di denunciare le storture del sistema, ma anche in grado di saper incidere con forza nel costruire e finalizzare misure che puntino a questa nuova rivoluzione.  Il territorio, per ripartire, ha un bisogno urgente di una nuova politica agraria che tenga in forte considerazione queste priorità. 

Rimanere immobili, oppure limitarsi a criticare l'attuale modello o peggio restari ancorati al passato rafforzerà le consorterie mafiose, acuirà le storie di sfruttamento e aggraverà le condizioni economiche, sociali e sanitarie della fascia trasformata.

domenica 2 febbraio 2020

Inquinamento del territorio: lo Stato faccia lo Stato.



Investire in agricoltura significa investire su prodotti sani, che tutelano la salute dei consumatori. Per questo non mi stancherò mai di ripeterlo: ogni euro speso in agricoltura, è un euro guadagnato in salute.”
Questo è ciò che ha dichiarato poche settimane fa il ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova, parole condivisibili da chiunque ma che cozzano con l’attuale condizione della nostra agricoltura, in particolare la serricoltura della fascia trasformata del Sud Est siciliano.
La ciclicità delle crisi di mercato dei nostri prodotti, sommata alla crisi finanziaria, hanno indebolito economicamente le migliaia di attività serricole presenti nel territorio. I redditi prodotti da queste piccole imprese, da decenni, non sono più sufficienti a coprire le spese di gestione delle attività. In questo contesto di difficoltà economica sempre più pesante si sono inserite le mafie con i loro servizi a basso costo: caporalato, ma soprattutto gestione dei rifiuti. Il risultato di questa ingerenza è stato evidenziato da inchieste giudiziarie e giornalistiche. Qui, per anni, si è interrato e si bruciato ogni tipo di rifiuto e il lavoro nelle serre è diventato in alcuni casi la peggiore delle schiavitù.
L’esondazione del fiume Dirillo del 14 dicembre scorso, ci ha raccontano di una terra che è diventata simile, se non uguale, alla terra dei fuochi. La forza dell’acqua ha scoperchiato le numerose discariche abbancate nel letto del fiume e ben nascoste dalla vegetazione per poi trascinare una parte verso la costa. Il ruolo dei servizi della criminalità organizzata, oltre ad essere conveniente economicamente, è diventato così capillare che chi prova a denunciare il dissesto ambientale in atto lungo la fascia trasformata viene intimorito e minacciato. E’ successo a Riccardo Zingaro, ambientalista di Acate, impegnato da tempo nel denunciare il profondo degrado ambientale in cui versa la valle del Dirillo e la fascia costiera del suo comune. L’azione di denuncia fatta in questi anni delle associazioni ambientaliste, del sindacato e di alcune organizzazioni di categoria è stata vanificata dalla poca attenzione delle istituzioni statali. Eppure di motivi per preoccuparsi e quindi per intervenire c’è ne sono tanti. 
Nel corso del 2019 presso la commissione invalidi civili del Distretto Sanitario di Vittoria (oltre 100 mila abitanti tra Acate, Comiso e Vittoria) sono arrivate circa 6000 domande di riconoscimento di invalidità civile. Oltre il 40% di queste richieste sono state fatte da persone - PERSONE - affette da varie patologie tumorali, soprattutto al colon e ai polmoni. Questo solo nel 2019. E nel 2018? Nel 2017? Nel 2016?
Tutto questo sta accadendo nel silenzio più totale. 
Al netto di una voluta drammatizzazione, la spiegazione è una sola, desolante: il disinteresse dello Stato sta favorendo indirettamente l’avvelenamento del territorio e le economie mafiose. I comportamenti attuali delle istituzioni preposte portano a dedurre ciò.
Le istituzioni tutte (Provincia, Prefettura, Regione, Comuni del comprensorio)devono fare sistema per avviare scelte radicalmente diverse dai comportamenti attuali, intanto avviando una mappatura del territorio. Serve capire quali sono le aree interessate dall’inquinamento per poi sorvegliarle e bonificarle. Urge conoscere quali e quanti terreni siano effettivamente utilizzati per la serricoltura e quali siano invece quelli occupati da serre in disuso. Insomma, bisogna cominciare a riportare lo Stato li dove lo Stato si è ritirato lasciando campo libero ai servizi delle economie criminali.

sabato 10 marzo 2018

LA NUOVA ECONOMIA

La squadra mobile di Ragusa, con abilità, scopre e sequestra oltre 300 chili di marijuana nascosta in un apposito vano ricavato nel piano di carico di un camion e arresta i corrieri - il conducente del mezzo e il passeggero accompagnatore – entrambi di Vittoria. Questo, in breve, il sunto di una brillante azione di Polizia che si svolta alle porte di Ragusa nella notte tra il 7 e l’8 marzo. Al di là del fatto che le forze dell’ordine sono sempre attente a certe dinamiche criminali (non è il primo grosso sequestro) , serve fare alcune valutazione partendo da una domanda: da dove viene tutta quella marijuana? Provo a dare, umilmente, la mia risposta con i dati che posseggo. Secondo uno degli ultimi rapporti dell'Ufficio per la droga e il crimine dell'Onu  (Unodc) sul consumo di droga nel mondo, la nostra regione è prima in Italia perproduzione illegale di cannabis e l’Italia prima nel mondo per i sequestri di piantagioniSecondo i dati forniti dalle forze dell’ordine, il primato siciliano deriva soprattutto dal microclima, che garantisce il giusto mix di sole e umidità delle piante. La zona che in Sicilia presenta queste caratteristiche agro-climatico-ambientali? La fascia trasformata! Le serre che si sviluppano da Pachino a Trapani, con il grosso della loro concentrazione tra l’agro di Vittoria e Gela. Ecco da dove arriva l’erba sequestrata: la produciamo. Facendo una breve ricerca sul web viene fuori che solo in provincia di Ragusa, da Ispica a Acate, dal 2015 ad oggi, sono sono state individuate e sequestrate dalle forze dell’ordine circa dieci grosse piantagioni di marijuana in serra. Un amico inquirente mi dice che quei sequestri sono una piccola parte della punta dell’iceberg. Il fenomeno della coltivazione è molto più vasto di quanto si possa pensare. I contadini travolti dalla crisi che mettono a disposizione terra e capacità produttiva sono tanti e crescono di giorno in giorno. La marijuana non è come i pomodorini, le melanzane o i peperoni: investi, lavori, porti al mercato e dopo tanti sacrifici non guadagni nulla. No! L'erba è concreta, ripaga i sacrifici e la criminalità economica non rinuncia mai alla concretezza. Insomma, nel silenzio più totale, siamo diventati come la Giamaica. 
Produrre droga leggera è il nuovo business dell’economia (criminale) iblea. Una parte viene “fumata” nel territorio ma il grosso viene piazzato fuori: scambiato con la coca gestita dalle cosche della ‘ndragheta che hanno base in questa terra oppure portata a Malta. I guadagni sono ingenti e vengono riciclati nell’economia legale. 
L’ho detto, l’ho scritto e lo ripeterò fino alla nausea: Il motore dell’impresa mafiosa è la droga e con i soldi, tanti soldi, l’economia criminale di questa terra ha imposto le sue regole. Le regole dicono come si comanda un territorio, le regole conducono al rispetto e il rispetto lo merita chi possiede e può dare qualcosa a tutti, politica compresa. 


giovedì 20 ottobre 2016

La fascia narcotrasformata


L'origine di ogni illegalità è da ricercare nelle diseguaglianze economiche e sociali che caratterizzano un territorio. Più queste diseguaglianze diventano ampie e profonde più l'illegalità si consolida fino a diventare consuetudine, regola, costume. Un emarginato se deve scegliere tra una condotta legale o una illegale in molti casi favorisce la seconda perché individua nelle istituzioni (che hanno il compito di garantire la legalità) la causa della sua condizione. Questo è il terreno di coltura della mafia e della sua emanazione più diretta: l'economia criminale. Il motore dell'impresa mafiosa è la droga. Nella nostra provincia, nell'ultimo mese vi sono stati più di venti arresti per spaccio di droga con sequestri anche significativi di sostanze stupefacenti in particolare hashish, marijuana e coca. Famiglie in difficoltà economica intende a spacciare, compresi i figli minorenni. Madri disoccupate che si sostituiscono ai figli spacciatori sottoposti agli arresti domiciliari. Giovani incensurati senza lavoro e poi tanti extracomunitari. Lo spaccio è diventato un grande ammortizzatore sociale. Una risposta concreta alla voglia di lavoro. Nessuna città è esclusa: Ragusa, Modica, Comiso, Ispica, Pozzallo, Scicli, Vittoria, Acate … In ognuna di esse c'è un quartiere, una piazza, una via, un vicolo dove potersi procurare roba per intronarsi. Gli arrestati vengono rimpiazzati subito, il ricambio è immediato, la manovalanza non manca, ma soprattutto non manca mai il prodotto. Vi sembrerà strano ma la Sicilia produce il 90% della marijuana nazionale. "Secondo l'ultimo rapporto sul consumo di droga nel mondo pubblicato dall'Unodc (Ufficio per la droga e il crimine dell'Onu), l'Italia è il primo paese al mondo per sequestri di piantagioni: oltre 4 milioni nel solo 2012. Più degli interi Stati Uniti dove il numero si è attestato a quota 3.933.959 milioni. Un incremento del 5700% rispetto al 2010 quando i sequestri erano stati appena 71.998 mila".  All'interno di queste cifre la Sicilia domina incontrastata. E secondo voi quali sono la zone più vocate alle produzione di cannabis? Viene da ridere. Avete presente la fascia trasformata? Le serre d'ortofrutta da Pachino fino a Trapani, con il grosso della produzione in quella città dal nome vincente? Ecco, pare che questo ampio territorio sia diventato il motore economico della mafia. La fascia narcotrasformata. Siamo come la Colombia.
Produrre droga leggera è il nuovo business. Garantisce entrate certe e un profitto elevatissimo, a fronte di un investimento esiguo. Infatti, contadini travolti dalla crisi che mettono a disposizione terra e capacita di coltivazione, per poche migliaia di euro, non ne mancano. I semi di marijuana, quelli di migliore qualità, si comprano a prezzi modici sul web. Se poi si considera che una pianta produce in media 500 grammi di roba che al consumo si vende a circa 10 euro al grammo, si capisce perché la marijuana è diventata il nuovo grande affare. Esiste attualmente un prodotto con una resa così alta? Non credo! Naturalmente non tutto il prodotto finisce nelle nostre piazze di spaccio, una buona parte viene utilizzata per essere scambiata con un'altra droga gestita dai calabresi: la cocaina. Ma questa è un'altra storia.


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LA FASCIA NARCOTRASFORMATA


L'origine di ogni illegalità è da ricercare nelle diseguaglianze economiche e sociali che caratterizzano un territorio. Più queste diseguaglianze diventano ampie e profonde più l'illegalità si consolida fino a diventare consuetudine, regola, costume. Un emarginato se deve scegliere tra una condotta legale o una illegale in molti casi favorisce la seconda perché individua nelle istituzioni (che hanno il compito di garantire la legalità) la causa della sua condizione. Questo è il terreno di coltura della mafia e della sua emanazione più diretta: l'economia criminale. Il motore dell'impresa mafiosa è la droga. Nella nostra provincia, nell'ultimo mese vi sono stati più di venti arresti per spaccio di droga con sequestri anche significativi di sostanze stupefacenti in particolare hashish, marIjuana e coca. Famiglie in difficoltà economica intende a spacciare, compresi i figli minorenni. Madri disoccupate che si sostituiscono ai figli spacciatori sottoposti agli arresti domiciliari. Giovani incensurati senza lavoro e poi tanti extracomunitari. Lo spaccio è diventato un grande ammortizzatore sociale. Una risposta concreta alla voglia di lavoro. Nessuna città è esclusa: Ragusa, Modica, Comiso, Ispica, Vittoria, Acate … In ognuna di esse c'è un quartiere, una piazza, una via, un vicolo dove potersi procurare roba per intronarsi. Gli arrestati vengono rimpiazzati subito, il ricambio è immediato, la manovalanza non manca, ma soprattutto non manca mai il prodotto. Vi sembrerà strano ma la Sicilia produce il 90% della marijuana nazionale. "Secondo l'ultimo rapporto sul consumo di droga nel mondo pubblicato dall'Unodc (Ufficio per la droga e il crimine dell'Onu), l'Italia è il primo paese al mondo per sequestri di piantagioni: oltre 4 milioni nel solo 2012. Più degli interi Stati Uniti dove il numero si è attestato a quota 3.933.959 milioni. Un incremento del 5700% rispetto al 2010 quando i sequestri erano stati appena 71.998 mila".  All'interno di queste cifre la Sicilia domina incontrastata. E secondo voi quali sono la zone più vocate alle produzione di cannabis? Viene da ridere. Avete presente la fascia trasformata? Le serre d'ortofrutta da Pachino fino a Trapani, con il grosso della produzione in quella città dal nome vincente? Ecco, pare che questo ampio territorio sia diventato il motore economico della mafia. La fascia narcotrasformata. Siamo come la Colombia.
Produrre droga leggera è il nuovo business. Garantisce entrate certe e un profitto elevatissimo, a fronte di un investimento esiguo. Infatti, contadini travolti dalla crisi che mettono a disposizione terra e capacita di coltivazione, per poche migliaia di euro, non ne mancano. I semi di marijuana, quelli di migliore qualità, si comprano a prezzi modici sul web. Se poi si considera che una pianta produce in media 500 grammi di roba che al consumo si vende a circa 10 euro al grammo, si capisce perché la marijuana è diventata il nuovo grande affare. Esiste attualmente un prodotto con una resa così alta? Non credo! Naturalmente non tutto il prodotto finisce nelle nostre piazze di spaccio, una buona parte viene utilizzata per essere scambiata con un'altra droga gestita dai calabresi: la cocaina. Ma questa è un'altra storia.

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