Visualizzazioni totali

giovedì 3 settembre 2015

Convertire per ridare futuro


Un territorio intossicato. Questa è la nostra terra, questa è la Sicilia. Fogne che finiscono a mare, rifiuti non bonificati, discariche abusive. Abbiamo condannato alla pena capitale il territorio che ci visto nascere, crescere e dove viviamo. Un'infedeltà che non trova nessuna giustificazione. Un tradimento che ci sta appestando. Sento dire sempre più spesso “ho un tumore”. Ma un tumore non si possiede. Il cancro non è una patologia personale, è il frutto della scarsa qualità della vita. Non è una malattia che colpisce per caso. L'alterazione dei geni è sempre determinata da cause esterne. Questo male è il risultato di una relazione con il territorio e con l'ambiente in qui si vive. Per non sentirci responsabili, per stare bene con noi stessi, condanniamo, con una facilità estrema, una classe politica inetta, arruffona e viziosa, che non è arrivata li per caso, noi l'abbiamo sostenuta e votata. Non ci può essere concesso nessun tipo di riscatto, la nostra indifferenza ha permesso  l'umiliazione e la mortificazione della terra materna. Non c'è pena o castigo in grado ripagare i danni fatti in questi anni. Questo enorme deficit, peserà sulle spalle delle future generazioni. Spetta ai nostri figli diventare tecnici del risanamento, professionisti della bonifica, medici e volontari della decontaminazione. Abbiamo un solo ruolo da compiere: educarli al rispetto della terra. Questo funzione pedagogica ci può ridare un minimo di dignità. Non è solo un atto di riscatto, c'è l'esigenza di dare un futuro ad una generazione a cui è stato già in parte rubato. La nuova rivoluzione industriale non passa dai pozzi di petrolio, dalla chimica o dal consumo di suolo. Ciò che creerà progresso e lavoro, è il restauro, la cura, il risanamento di una terra che è stata stuprata. Il nostro territorio ha ancora un valore: qui si produce ortofrutta e vino di qualità, qui abbiamo un mare e spiagge singolari , qui c'è un patrimonio culturale riconosciuto e di grande valore. Questa è una terra che deve esportare lavoro e non sconforto, deve importare conoscenza e non disperazione. Serve creare  le condizioni.  Terra e Cultura sono le nostri doti da tutelare e valorizzare. Convertire è un verbo che non può indicare solo un'azione religiosa, ma deve implicare l’economia, gli investimenti e la scelte della pubblica amministrazione. Convertire serve per ridare futuro.

domenica 16 agosto 2015

FUGNATURA


Il mare di Spinasanta quella mattina aveva un colore strano. Le sue acque, quasi sempre limpide e cristalline, erano diventate torbide e giallognole. In controluce poi traspariva come una patina oleosa che rendeva l'acqua ancora più melmosa.  Il fenomeno negli ultimi anni si ripeteva spesso ed era accompagnato da un lezzo strano che si diffondeva nell'aria. Malgrado ciò la persone che popolavano la spiaggia si tuffano lo stesso. La calura estiva portava a sottovalutare l'evento e poi tutti sapevano che il mare di Spinasanta era tra i più puliti della costa, era stato più volte premiato con il famoso riconoscimento internazionale “cozza d'oro”.

Austino u Piscamari, un vecchio marinaio, da sempre imbarcato in navi e pescherecci, mentre si gustava il suo caffè, al “Bar Mediterraneo”, murmiriava a voce alta:
  • U tubu s'antuppau e ora natammu tutti 'nta merda ... Ci curpa ssa minchia di molo.

E col braccio teso e l'indice spiegato indicava la nuova banchina del porto che era stata costruita con i fondi della regione.

Nunzio Trentatre, da sempre studente in medicina, ascoltava con curiosità le invettive di Austinu. Mosso dalla curiosità gli spiò:
  •  Austì, che stai dicendo? Chi è sta storia? … u molo? … u tubu?

  • Ma chi studi a fare - rispose Austino – t'ha spiego io una cosa ca nun t'ansigna nuddu.

Il vecchio marinaio afferrò una sedia del bar e gli si sedette tipo sacco di patate. Subito, a mo di anfiteatro, si sistemarono Nunzio Tretatrè, Suzzu Mazetta, Meno u Zuccu e tanti altri ancora che erano stati attratti dalle sue parole.

Austino attaccò il suo monologo:
  • Ata sapiri ca tutta l'acqua fitusa provenienti dagli scarichi attaccati a fugnatura di Spinasanta finisci all’interno di una vasca ca è vicino o lanterninu del porto. Tutta sta fitinzia veni trattata e pompata 'nta tubu bello grosso e luongu ca arriva a tre miglia dalla costa. Quando cominciarono i travagghi del nuovo molo nessuno si domandò dove passasse stu tubu. Solo io ci dissi all'ingegnieri dell'impresa di stari attenti. Ma stu lofio nun mi capio ... o fici finta di nun capiri. Intato i massi di calcestruzzu venivano posizionati, e viri caso na puocu unni i misiru?

Menu u Zuccu - portava questo soprannome perché duro di comprendonio - gli domando:
  • Unni i jttaru i pitruna Austì?
  • Inkia, si Zuccu unni ti tuoccunu e tuoccunu - risposte Austino; e poi gli urlo:
  • BACCALA', SUPRA U TUBU!!
  • MINCHIA U NTUPPARU, rispose in coro il piccolo pubblico.
  • E quindi? - Sbottò Suzzu Mazzetta, un piccolo imprenditore che aveva sempre preso appalti regalando bustarelle.
Austino sosprirò, lo guardò e con tono polemico gli disse:
  • E quindi nenti ... in estate, quando calano i mau mau, è normale che la quantita di acqua fitusa aumenta. Se poi piove u caricu di fitizia crisci, u tubo è ntupatu e non riesce a smaltirla. La vasca non riesce a contenerla, tutto esce fuori e finisce a mare e tu - puntanto il dito verso Suzzu - ti fai u bagno nta merda mia, tua e di tutti.



Fatti luoghi e personaggi sono frutto dell'immaginazione ... ogni riferimento è puramente casuale.

venerdì 14 agosto 2015

Semplicemente Scoglitti


Scoglitti doveva essere la Rimini del Sud (mai similitudine fu più infelice), non è diventata neanche lido di Gela (con tutto il rispetto per Gela). Una borgata che viene resa sporca, grumosa, sciatta da tutti i suoi fruitori e che espone senza pudore i danni grandi e piccoli che ciclicamente gli vengono arrecati. La sua bellezza, malgrado i tanti sfregi, rimane intatta. Abbiamo provato a "scassarla" in tutti i modi ma il suo mare, la sua costa, le sue spiagge la rendono comunque unica. Il porto misura il fallimento di tutte le politiche dispiegate (si fa per dire) in questi anni. E' il monumento alla disfatta di un territorio liquefatto dall'incapacità e dall'aridità della sua classe politica. Sta li a farsi consumare dal sole e dal vento senza che nessuno si preoccupi. Potrebbe diventare un volano per il turistico ma fin'ora è riuscito soltanto a “rimodellare”, bene o MALE, la morfologia della costa. Spostandosi da Est o ad Ovest del porto nulla cambia in termini di mortificazione di un territorio. L'abusivismo edilizio ha si sfigurato il paesaggio ma la natura è stata più forte. Chi era convinto di domare le dune e il mare ha fatto male i conti. La lunga lama di cemento armato che doveva contenere l'avanzata del mare sta cedendo. A poco servono gli interventi tampone alla fine crollerà. L'acqua, il vento e il sale vincono sempre. Gli amministratori annunciano, la regione promette, ma i finanziamenti per contenere i danni di una natura che si riprende a modo suo il maltolto arrivano con il contagocce. Invece di trovare un serio rimedio al degrado che negli anni è stato creato vengono avanzati progetti ambiziosi, al culmine del delirio di onnipotenza. Nessuno comprende e comprenderà mai che a Scoglitti non serve nulla di tutto ciò. E' un antico borgo marinaro che va solo riqualificato, rispettato, stimata e valorizzato per quello che è, tenendo in considerazione l'ambiente in cui è inserito. Quando la crisi azzanna e il territorio si impoverisce bisogna mettere in campo più attenzione, più sensibilità, più concretezza. Doti che però mancano da tempo a noi cittadini e quindi, di riflesso, ad una classe politica che si atteggia ad esperta, che spara alto ma che poi precipita tra le umane miserie e spaventosi limiti organizzativi. Oggi, come ogni anno, arriveranno migliaia di vancanzieri ferragostani con il loro carico di birre, agurie e chissaà quant'altro, pronti a spiaggiarsi come tanti tonnacci sugli arenili. Speriamo che almeno quest'anno abbiano rispetto per se stessi e per il luogo che occuperanno per una notte. Scoglitti, nonostante tutto, malgrado noi è e sarà sempre bella, continuerà a metabolizzare ogni forma di deturpazione. Basterebbe avere coscienza di questo per capire cosa potrebbe essere per tutto l'anno e invece non lo è.

lunedì 27 luglio 2015

RICICLAGGIO 3 (fine)


Il riciclaggio del denaro ricavato da operazioni illecite senza la compiacenza del sistema bancario non si può attuare. La mafia della nostra terra e i suoi derivati guadagna tanti soldi, soprattutto con la droga. Questa consistente e appetitosa massa di denaro deve essere trasferita in affari perfettamente legali. Se penso alle due più importanti operazioni antidroga in provincia, “Tsunami e “Jet Lag”, l'unica cosa che mi viene in mente non sono le pagine dei giornali con le foto degli arrestati pubblicate tipo album calciatori Panini. No, mi viene in mente un piccolo articolo comparso dopo qualche mese su corrierediragusa.it, a riflettori smorzati, dove nell'occhiello si leggeva: dall’operazione Tsunami un giro di denaro non segnalato da 2 istituti di credito. Non so che fine abbia fatto quell'inchiesta ma la cosa mi ha suscitato una certe curiosità e mia ha spinto a fare una piccola ricerca. Penso di aver trovato qualcosa che apre uno squarcio. Nel sito della Banca d'Italia vengono pubblicati i Quaderni dell'Antiriciclaggio dell'Unità di Infomazione Finaziaria (UIF). Nell'ultimo numero, quello relativo al secondo semestre 2014, uscito nel maggio scorso, a pag 14 vengono riepilogate le segnalazioni di riciclaggio ripartite per provincia. I dati di Ragusa sono molto significativi. Nel 2013 l'UIF della Banca d'Italia ha messo sotto attenzione 233 operazioni sospette. Nel 2014 le segnalazioni anomale sono salite a 354. 121 in più rispetto al 2013. Questi numeri indicati cosi non dicono tanto ma diventano eloquenti quanto vengono confrontati con quelli delle altre province. Infatti, a pag 11 dello stesso quaderno è pubblicato il cartogramma che indica le segnalazioni bancarie/finanziarie anomale per ogni 100 mila abitanti ripartite per provincia, qui viene fuori che Ragusa occupa una posizione medio alta a livello nazionale. In Sicilia è seconda solo a Catania. Un altro elemento interessante lo si trova a pag 38, nel cartogramma dell'operatività del contante, cioè il giro di denaro liquido in entrata e in uscita da un conto corrente. La nostra percentuale di movimentazione è tra le più alte, si attesta al terzo posto a livello nazionale.  Viceversa a  pag. 44 e a pag.  45 si evince che le percentuale della quota di bonifici da o per paesi con fiscalità di vantaggio e non cooperativi invece è medio bassa.  Questo cosa significa che le eventuali operazioni anomale avvengono esclusivamente in loco?  In attesa che qualcuno possa fornire qualche spiegazione in merito penso che questi dati forniscono delle riflessioni. Se qualcuno è ancora convinto che la criminalità organizzata del nostro territorio è composta da un'accozzaglia di volgari delinquenti “malazionari”commette un errore clamoroso, quello è il lato “folkloristico”. La nostra è una criminalità economica, è un'impresa molto organizzata che guadagna molto denaro e ha il bisogno di reinvestirlo in attività lecite. C'è sempre un momento, un passaggio, negli affari dell'economia criminale, in cui ha bisogno di una banca, di una finanziaria, di un professionista, un avvocato, un notaio, un consulente. Vi è quindi una fase in cui è costretta ad uscire allo scoperto e quindi diventa vulnerabile. Ma l'impresa criminale riesce a superare anche questa circostanza. La possibilità di guadagnare  molti soldi facilmente è il pastone principale che alimenta collusione, complicità e omertà. La mafia sa come va utilizzato questo mangime, non è così ingorda, mangia e fa mangiare. Un dirigente di una qualsiasi banca, un professionista, finisce sempre per conformarsi, non può permettersi di perdere un affare sicuro o rinunciare a un ricco guadagno. Difronte ai soldi l'etica, la morale hanno l'obbligo di affievolirsi,  possono prendere un pò di vigore la domenica, per poco più di un'ora, davanti ad un altare. Per il resto, se trasformare il puzzo del denaro sporco in Chanel n.5 produce lauti guadagni, Dio, Gesù, la Madonna, Padre Pio, dovranno capire e perdonare. 

Per colpire l'economia criminale di questa provincia oltre ai magistrati, ai prefetti, ai finanzieri, ai poliziotti, ai carabinieri, occorrono gli ispettori della Banca d'Italia, ma soprattutto serve una sensibilità sociale vera e non di facciata (quattro facce come il caciocavallo). La lotta contro l'impresa mafiosa è troppo complicata per essere affidata solo alle forze dell'ordine e alla magistratura.

Per approfondire.




domenica 21 giugno 2015

Riciclaggio 2


Riciclare, un verbo che la criminalità economica sa declinare solo all'infinito. Dai proventi della droga arriva il grosso delle somme da reinvestire e i soldi che si fanno con lo spaccio sono così tanti che non si riesce a contarli, si fa prima a pesarli.  Basta leggere la cronaca delle ultime settimane per rendersi conto delle dimensioni. Il 23 maggio scorso a Vittoria i Carabinieri scoprono un laboratorio di cocaina . Dalla droga sequestrata sarebbe stato possibile ricavare oltre 250 dosi con un guadagno di circa 12 mila euro. Il 4 giugno scorso sempre i Carabinieri, nelle campagne di Santa Croce Camerina, scoprono una piantagione di marijuana. Oltre tremila kg di erba che immessa nel mercato avrebbe prodotto un ricavato di circa 2 milioni di euro. Il 6 giugno a Scoglitti la Polizia di Niscemi blocca un'auto carica di hascisc e cocaina. Fatta una prima stima l'hascisc avrebbe fruttato 130 mila euro e la coca 12 mila euro. In meno di venti giorni, solo nel territorio ipparino è stato sequestrato un quantitativo di stupefacenti che se immesso nel mercato avrebbe generato qualcosa come 2,5 milioni di euro. Quale prodotto ha una resa così alta? E' l'unica merce che non conosce crisi. Non c'è investimento finanziario o impresa edile, agricola, industriale capace di produrre margini così elevati. I guadagni sono così immediati che anche un disoccupato, una persona che non ha mai avuto problemi di giustizia, viene tentato dall'entrare nell'impresa droga. Il lavoro delle forze dell'ordine è prezioso, preciso e puntuale ma bisogna avere la consapevolezza che queste operazioni toccano una parte della punta dell'iceberg droga. Sicuramente esagero, ma penso che la produzione e la commercializzazione degli stupefacenti sia diventata, per i volumi d'affare che genera, la nostra prima economia. Non solo, secondo gli inquirenti, pare che quest'area della Sicilia (Gela - Vittoria) sia una sorta di zona franca della produzione di marijuana. Sembra che qui si possono acquistare quantitativi importanti a costi molto convenienti, da piazzare in altri centri della provincia o dell'isola. Naturalmente questa quantità di denaro non può mica rimanere inerte, va reinvestita. La domanda è dove? Forse una possibile risposta ci arriva dalla lunga e articolata interrogazione al ministro degli interni fatta del sen. Lumia il 27 gennaio scorso? Forse. Nel lungo quesito Lumia scrive: “... a Vittoria la mafia ha occupato ... in primis l'indotto” della commercializzazione ortofrutticola. A Vittoria tutti sanno che ogni giorno tonnellate d'ortofrutta vengono sistemate in cassette di legno, queste a sua volta vengono impostate su pedane di legno e poi il tutto viene trasportato sui TIR. Imballaggi e logistica sono servizi essenziali per le nostre produzioni senza i quali l'ortofrutta prodotta resterebbe ferma a marcire. Il sen. Lumia, sempre nella sua interrogazione sottolinea come alcune imprese di questi settori, secodo lui, siano controllate da “soggetti contigui”, inoltre avanza due considerazioni “… in un periodo come l'attuale segnato da una crisi generalizzata, dalla carenza di liquidità e dalla "chiusura a riccio" del sistema creditizio, le mafie hanno potenziato un'attività di "sostegno" a persone e imprese sull'orlo del collasso, finalizzata a divenire poi proprietarie dei loro destini, riciclando, al contempo, capitali di provenienza illecita ...”. Sarà una mia impressione, ma penso che l'economia del territorio non venga più controllata chiedendo il pizzo alle imprese.

sabato 6 giugno 2015

Riciclaggio 1


Riutilizzare il denaro che proviene da attività illecite è la sola necessità dell'economia criminale. I soldi della mafia se non vengono reinvestiti nel mattone, nella creazione di imprese sono solo profitto inattivo, inutile, inoperoso.   La manovalanza (extracomunitari o piccola criminalità locale) fa il lavoro sporco,  genera denaro con lo spaccio, lo sfruttamento della prostituzione e i video giochi. Poi c'è il livello economico, ovvero chi deve far fruttare questo denaro con gli investimenti. Chi occupa questa posizione non deve sporcarsi le mani, deve essere rassicurante, deve fornire garanzia di credibilità (sopra c'è pure un livello politico?). E' come una sequenza geologica, ogni strato rappresenta un ambiente, non sempre è facile ricostruire la successione. Ritorno con insistenza su questo argomento perché penso che il riciclaggio sia il punto di collegamento fra impresa criminale e quella che viene ancora definita “società civile”. I proventi della droga in primo luogo, ma più in generale di tutte le attività illecite, sono il punto di saldatura con il sistema economico legale. La crisi economica ha accentuato e perfezionato questi processi, in particolare la mancanza di liquidità ha reso ancora più fragile l'economia legale. Professionisti, consulenti, tecnici, imprese non sono più come in passato vacche da mungere con il pizzo. La crisi li ha resi utili per altri motivi. In questi anni hanno perso lavoro, incarichi, commesse e le loro difficoltà economiche sono diventate una grande opportunità per chi ha buone disponibilità di denaro. Le loro preoccupazioni sono musica per chi deve riciclare soldi. Un vecchio detto siciliano dice: “papà è ccu mi runa u pani” (papà è chi mi da il pane), oggi, in questa terra, chi ha liquidità e voglia di investire diventa padre, madre, santo, dio; poco importa come e da dove arrivino quei soldi. E' cosi che la criminalità economica sta diventando padrona della crisi, trasformandosi in stampella di un'economia legale che è sempre più sofferente. Tutto questo è difficile da dimostrare ma si può percepire, intuire, desumere. Immaginate un signore, un “distinto e rassicurante imprenditore”, il quale si reca in uno studio tecnico, oppure da un legale, oppure da un consulente, perché sa che investimenti o progetti di una certa valenza economica sono bloccati per mancanza di fondi. Il distinto imprenditore è disponibile a diventare partner del progetto mettendo a disposizione proprio le somme che mancano per completare e far partire l'investimento. Chi riceve l'offerta cosa farà? Rinuncerà a quelle somme oppure farà di tutto per farselo socio? I soldi, e solo i soldi, sono lo strumento principale che la criminalità economica usa per farsi accettare e integrarsi nella società “buona”. Questo la mafia lo sa e lo sa pure la “società civile”.    To be continued

sabato 16 maggio 2015

Vittoria, Città di frontiera.


Rileggo il passo scritto da Sciascia “... Vittoria è come un paese di frontiera: ne ha l'animazione, la mescolanza, l'ambiguità, la contraddizione. Era l'argine contro cui si spegnevano, non senza qualche impennata, le ondate mafiose. Forse più di una breccia in questi anni si è aperta: ma l'impressione della frontiera rimane ancora oggi. Ho il pregiudizio che non soltanto sappiamo di star valicando il confine tra la sicilia sedicente "sperta" ... e la Sicilia che da quella "sperta" è definita "babba".

Una frase mi resta impressa, soprattutto perché è declinata al passato: “Era l'argine in cui si spegnevano, non senza qualche inpennata, le ondate mafiose”. Eravamo una ostacolo, ma abbiamo rimosso i blocchi, gli anticorpi si sono indeboliti e siamo stati infettati definitivamente dalla cultura mafiosa. Difatti, la città via via negli anni, è scesa sempre più in basso senza mai toccare il fondo. Il masso, la zavorra che ci sta trascinando giù è una criminalità organizzata autoctona, capace di relazionarsi con altre criminalità. La stessa si evoluta ed è mutata con la stessa velocità con cui si è evoluta ed è mutata la nostra società.
Negli anni ’80 e ’90, i clan erano macro-organizzazioni che assemblavano a se ogni forma di criminalità e non tolleravano, stroncando violentemente sul nascere, ogni tentativo di disobbedienza o di attentato alla loro supremazia. Oggi, la nuova criminalità organizzata ha cambiato atteggiamento, ha avviato una sorta di flessibilità, di precarietà del crimine. Non sente più come in passato la necessità di costituirsi in una macrostruttura evidente, non tiene a libro paga i propri affiliati. Troppa visibilità. Troppi costi. Meglio vivere nell'ombra e controllare senza rischiare.

Può succedere che lo spaccio delle droghe (attività principale di tutte le mafie) venga affidato, come una sorta di franchising, agli extracomunitari. Si rischia poco, il guadagno è abbondante e sicuro, ma soprattutto l'opinione pubblica individua come responsabili principali di questa piaga sociale gli “immigrati” che da tempo sono percepiti come una questione di ordine pubblico (specie in una società come la nostra indebolita economicamente e culturalmente dalla crisi).
La mafia ha però sempre il solito problema, dove e come reinvestire i soldi. Può accadere che i proventi delle attività illecite vengano investiti in attività imprenditoriali di servizio all'economia legale. E così che volto criminale e violento della Cosa Nuova si attenua e affiora invece l'aspetto “gentile e imprenditoriale”? La criminalità organizzata sa che negli affari si guadagna e si perde, ma la stessa non vuole perdere mai. Le imprese criminali cercano la certezza del monopolio. Le regole sono per i deboli, bisogna controllare l'economia. Per mettere in moto queste dinamiche bisogna abbandonare i vecchi metodi. Ad esempio, l'idea di pizzo, da violenta e odiosa imposizione, dovrebbe trasformarsi in conveniente prestazione professionale. In questo caso la possibile vittima del racket verrebbe trasformata in cliente a cui fornire un ottimo servizio, ma soprattutto per attirare tanti clienti, per avere il monopolio, le prestazioni devono essere molto vantaggiose economicamente. L'economia criminale da tempo ha compreso che i costi di alcuni processi lavorativi delle imprese che operano nella legalità sono diventati poco sostenibili. Se si riesce ad offrire la possibilità di ridurre questi costi, si possono creare realmente le condizioni di monopolio. E' forse così che l'economia criminale prova a penetrare l'economia legale? Come è possibile che una prestazione se svolta dall'impresa legale ha un costo, se invece viene conferita a “terzi” lo stesso si riduce? Il servizio viene svolto nel rispetto delle norme ambientali, lavorative, previdenziali e fiscali? Da questa breve analisi emerge in modo evidente come queste forme di “esternalizzazione” vadano incontro alle esigenze dell'impresa sana. Infatti, la stessa non si porrebbe il problema di chi offre il servizio e di come si possano ridurre le spese, alla stessa interessa che il servizio sia fatto bene e soprattutto costi poco. Se tutto questo avviene si creano le condizioni perfette: la mafia si fa impresa, il pizzo diventa servizio, l'impresa sana abbatte i costi. E' così che si generano cont(r)atti bilaterali perfetti? E' così che i rapporti economici tra legale e illegale si consolidano? E' possibile che questi rapporti da economici diventino personali? E' così che si diluiscono i confini tra legale e illegale?

Al centro di queste vortice di punti interrogativi ci sta la Vittoria “buona”, la così detta “società civile” che parla tanto di legalità ma dimentica spesso come la legalità è corresponsabilità. Questa parte della città pare che nasconda a se stessa come le nuove forme di criminalità economica possano essere in grado di creare economia e influenzarla sia nel territorio, sia fuori dal territorio e quindi di formare una ricchezza che non genera sviluppo e progresso. La domanda che tutti dovremmo porci è: forse questa ricchezza crea punti di contatto tra i vari strati sociali della città?

In una terra di “frontiera” capire i meccanismi d'affermazione dell'impresa criminale significa comprendere come funzionano le dinamiche economiche e sociali del territorio. Schierarsi contro questa economia diventa la prima azione vera per affermare la legalità autentica. Conoscerne l'evoluzione, avviando forme di contrasto, non è solo un impegno morale ma è una necessità che ci permette di cominciare a ricostruire “l'argine” che restituisca dignità a Vittoria.