Visualizzazioni totali

domenica 7 giugno 2026

Acate è solo la punta dell'iceberg

 


Cosa sta succedendo ad Acate? E’ da oltre un lustro che ciclicamente si succedono incendi di probabile natura dolosa. Dietro questi roghi potrebbero esserci circostanze tanto inquietanti quanto preoccupanti? Potrebbe essere. Acate da tempo vive una condizione un po’ particolare, ma è come se non fosse considerata, anzi pare proprio un luogo dimenticato. Eppure sono successe cose che avrebbero dovuto accendere i riflettori su questo piccolo centro del Sud Est. Nel novembre del 2019 l’auto di Riccardo Zingaro, un ambientalista che da anni denuncia i reati ambientali che vengono perpetrati lungo la costa iblea, viene incendiata. Nel luglio del 2022, Douda Diane, una persona, un lavoratore che in un video denunciava condizioni di lavoro disumane, scompare nel nulla e da allora non si trova, come se fosse stato ingoiato dalla terra. Nel 2024 un incendio di probabile natura dolosa distrugge i mezzi di un’impresa di movimento terra. L’estate scora una serie di incendi, anche questi forse dolosi, distruggono auto, mezzi di imprese, uno chalet, portoni di abitazioni, una successione di fuochi che crea una forte preoccupazione, ma passata l’attenzione tutto si ri-normalizza. Poche ore fa le due auto di un professionista sono state distrutte dal un incendio possibilmente doloso. In tutta queste serie di fatti, tanto gravi quanto angoscianti, c’è un unico denominatore: nessuno ha visto nulla! Viviamo nell'era del controllo totale, siamo circondati da telecamere, viviamo immersi nel wi-fi come i funghi sott'olio, sui social a qualsiasi ora del giorno e della notte si postano video di ogni genere, qualsiasi nostro movimento è scandagliato fino alle mosse più impercettibili, ma ad Acate di tutti questi fatti nessuno ha percepito qualcosa, anzi nessuno sa nulla.  Non sono mai successi?

In questo territorio, non solo ad Acate, è in atto un cambio del paradigma mafioso: imprese appalti, riciclaggio, gestione dei rifiuti, controllo dello spaccio; una miscela di affari che andrebbe analizzata e contrastata con metodi nuovi e diversi. Invece siamo fermi ad un'antimafia pirotolla e melodrammatica, avallata dagli organi inquirenti e capace di coinvolgere la presunta “società civile” in analisi datate. I suoi effluvi si manifestano, con tronfia prepotenza, in certe manifestazioni. Questo tipo di “contrasto” non impensierisce nessuno, anzi ha un retrogusto che spesso sa di ridicola autocelebrazione.  Servono nuovi approcci, nuove attenzioni per capire cosa sta succedendo in questa terra, sia economicamente che socialmente. Se questo non viene fatto aumenterà la sfiducia verso le istituzioni e la paura, ma proprio la paura è una potente macchina per creare consenso. Quando le persone si sentono minacciate, cercano ogni forma di protezione. Le mafie lo hanno già compreso, il loro passo successivo sarà il controllo diretto delle amministrazioni.

La foto è stata tratta da Google Immagini

martedì 26 maggio 2026

Fuoco 3, ipotesi e domande.








Le ipotesi sugli incedi dolosi che nelle ultime settimane hanno mandato in fumo due aziende di produzione imballaggi ortofrutta, una a Santa Croce Camerina e l’altra a Pachino, non sono poi così sottaciute come si possa pensare. Di tanto in tanto affiorano nelle discussioni che si fanno nei bar o nei luoghi di ritrovo. Ma le parole, quando si affrontano certe discussioni, restano sempre compresse, come il vapore della pentola a pressione. Ogni tanto c’è qualcuno che preme la valvola e fa sfiatare un po’ di gas carico di aromi che fanno intuire cosa potrebbe cuocere all’interno. Tutto questo però dura poco, il contenuto della pentola oltre a rimanere segreto deve tornare ad essere silenziosamente lessato…a fuoco lento.

Al centro di questo breve racconto vi è il cartone ondulato che è la materia prima per fare gli imballaggi per l’ortofrutta. Le cassette fatte con questo materiale sono prodotte con fibra vergine, un prodotto estratto dalla lavorazione di legni provenienti da alberi di foreste certificate. La fibra vergine è la più alta garanzia di igiene per i prodotti alimentari. Le cassette realizzate con questo materiale hanno, o dovrebbero avere, un unico impiego. Infatti, dopo un solo utilizzo andrebbero recuperate, pressate e ciò che resta riciclato e impiegato per altre produzioni. Ed ecco il primo inghippo: tutto questo avviene? Avrò modo, in altra occasione, di provare ad approfondire la cosa, per ora continuo il racconto.

Il cartone ondulato viene prodotto da industrie specializzate: le cartiere. Queste imprese, ovviamente, oltre a produrre la materia prima hanno anche dei canali per la commercializzazione della stessa, ad esempio: rappresentati o grossisti. Può essere che qualche rappresentate o grossista sia anche produttore di imballaggi? Potrebbe pure essere. Sempre per esempio: se in una società vi è un socio amministratore e l’altro è soltanto socio di capitale, cioè non opera direttamente all’interno dell’impresa, quest’ultimo potrebbe esercitare l’attività di rappresentante o grossista e pertanto potrebbe fornire al suo socio il cartone ondulato ad un prezzo di favore, mentre alle altre imprese dello stesso settore imporrebbe un “legittimo ricarico”. Se tutto questo trovasse un’eventuale conferma, si verrebbe a creare un mercato dove c’è un’impresa in grado di acquistare la materia prima ad un costo più basso e quindi capace di offrire un prodotto finito ad un prezzo più competitivo rispetto a quello dei suoi concorrenti. In questo caso si possono determinare le condizioni per una sorta di monopolio economico del settore. Ma, provando a scendere all’interno di certi particolari che potrebbero sembrare fantasiosi (e forse lo sono), ipotizziamo che la società interessata ad avere l’esclusiva commerciale sia legata, direttamente o indirettamente, alla criminalità organizzata; ipotizziamo altresì che alcune imprese concorrenti di questa, per quanto più volte gentilmente sollecitate, non vogliano acquistare il cartone ondulato dal grossista socio dell’impresa “monopolizzatrice”; cosa succede? Gli incendi dolosi nascono da questo rifiuto?  Ecco, questo è il busillis!!

Le economie mafiose crescono e si sviluppano grazie a spazi opachi dove politica, istituzioni e (presunta) società civile hanno rinunciato da tempo a non renderli trasparenti. Si è scelto, convintamente, di non vedere? Su certi temi è meglio essere ciechi, muti e sordi?


domenica 17 maggio 2026

Fuoco 2



Un'altra azienda di imballaggi è stata vaporizzata dal fuoco doloso. Dopo la "Orto Imballaggi" di Santa Croce Camerina adesso è toccato a "La Fenice" di Pachino. Fa caldo nel Sud Est Sicilia e l'aumento della temperatura non è determinato dall'arrivo della primavera, NO! Fa caldo perché le mafie di questa parte della Sicilia hanno deciso di entrate a pieno titolo nel controllo di un settore strategico per l'ortofrutta: la produzione degli imballaggi. Non c'è pomodoro, zucchina, peperone capace di viaggiare è arrivare nei supermercati o nei mercatini rionali senza essere messo prima in una cassetta e poi la stessa su un pallet.  Le mafie hanno stabilito che tutto deve essere prodotto dalle loro aziende, non vogliono più concorrenti. All'incertezza del libero mercato stanno imponendo la certezza concreta del loro monopolio.  Il messaggio è chiaro, è preciso: chi non si adegua verrà "infiammato". Fanno ridere le richieste di: "più controlli, più forze dell'ordine, ci vuole l'esercito, la video sorveglianza". Serve, e non da ora ma da anni, capire cosa sta succedendo nelle economie di questo lembo di Sicilia. Si è parlato e scritto tanto sulle dinamiche criminali, sulla composizione dei clan e come gli stessi si sono suddivisi il territorio. Sono state analizzate minuziosamente le loro principali attività illegali: spaccio, rapine, controllo delle bische clandestine, usura;  ma non si parla mai (o non si vuole parlare) di come le mafie sono entrate nell'economia legale; di come, grazie alle crisi, siano diventate padrone di interi settori economici; si ignorano (volutamente?) i loro innumerevoli complici. Servirebbero più ispettori dell'Agenzia delle Entrate, ma non per stressare soltanto i normali cittadini per gli errori nelle loro dichiarazioni IVA o dei redditi, ma per verificare cosa accade in certe attività, ma le Agenzie del Sud Est sono state via via depotenziate. Servirebbero più Ispettori della Banca d'Italia per controllare cosa accade all'interno degli istituti finanziari, ma le sedi di Ragusa e Siracusa sono state chiuse. Servirebbero organi inquirenti (intelligence) più attenti a certe dinamiche economiche ma gli organici dei commissariati e delle caserme (GdF e Carabinieri) sono stati ridotti a lumicino. Servirebbero più ispettori del lavoro ma non per logorare sempre e solo le solite piccole attività, ma per verificare anche cosa accade in certe attività. Tutto questo non avverrà mai. Anzi, non deve avvenire. Sarebbe una scelta politica deleteria che farebbe perdere consenso e come si sa le scadenze elettorali sono una appresso all'altra. E' molto più facile organizzare generici "percorsi di legalità", possibilmente sponsorizzati da qualche "azienda". Così mentre tutti sfiliamo, le mafie, indisturbate, conquistano in silenzio o col fuoco le economie di questa terra.

La foto è presa dal sito blogsicilia.it

sabato 9 maggio 2026

Peppino Impastato, "anatomia di una deviazione"


48 anni fa, il 9 maggio del 1978, il corpo di Peppino Impastato veniva prima massacrato a colpi di pietre e poi dilaniato dal tritolo. Magistrato e Carabinieri dissero che si era suicidato perché durante la perquisizione a casa sua avevano trovato un biglietto dove c'era scritto: "voglio abbandonale la politica e la vita". Quindi, secondo la loro ricostruzione Peppino andò vicino alla ferrovia e da solo prima si è fracassò a colpi di pietra e poi si è legò addosso il tritolo, infine accese la miccia e si fece saltare in aria vicino ai binari. Questa ricostruzione per certi versi venne subito digerita e rimase confermata per diverso tempo. Solo Democrazia Proletaria accusò subito la mafia di quell'omicidio. Va anche aggiunto che l'assasinio di Peppino si soprapponeva col ritrovamento del cadavere dell'on. Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse, e quindi giornali e media erano tutti concentrati su quel triste evento. E poi, a chi poteva interessare la morte di un giovane militante di sinistra che a Cinisi, un paesino sperduto tra la provincia di Palermo e Trapani, contrastava la mafia?  Allora la mafia non esisteva, era un'invenzione. 

La madre, Felicia Bartolotta, il fratello Giovanni e gli amici più intimi: Salvo Vitale, Faro Di Maggio, Pino Manzella; e poi Umberto Santino, fondatore e direttore del "Centro siciliano di documentazione Peppino Impastato", in tutti questi anni hanno trasformato il loro dolore in lotta, facendo emergere la verità. 22 anni dopo la morte di Peppino, il 6 dicembre del 2000, la Commissione parlamentare antimafia nella "Relazione sul caso Impastato" descriverà in modo minuzioso "l'anatomia di una deviazione", facendo uscire l'omicidio di Peppino dal cono d'ombra messo in atto da una parte delle istituzioni di questo Paese, dando così merito alla sua battaglia contro il contrasto alle mafie.  

Per chi fosse interessato a leggere l'atto, allego di seguito il link dove è pubblicato: 

https://legislature.camera.it/_dati/leg13/lavori/doc/xxiii/050/INTERO.pdf



domenica 3 maggio 2026

Fuoco


Il fuoco è l'effetto di una combustione. Si manifesta con una luminosità splendente chiamata fiamma e contemporaneamente ad essa con il rilascio di una grande quantità di calore e di gas. Il suo processo è irreversibile, consuma in buona parte ciò che brucia vaporizzandolo. Quello che rimane dopo una combustione è un residuo solido inorganico chiamato cenere. Quando il fuoco si propaga in maniera incontrollata provoca danni a cose o persone, in questo caso si parla di "incendio". Per queste sue caratteristiche "fisico-chimiche" viene utilizzato dalle mafie per risolvere le questioni...complicate. Quando certe controversie si protraggono per troppo tempo e non si chiudono per come si devono chiudere, arriva il fuoco risolutore. Fuoco che brucia locali lungo la riviera iblea, Fuoco che brucia cantieri edili. Fuoco che brucia le auto di attivisti ambientali. Fuoco che brucia barche ancorate nel molo di un porto. Fuoco che brucia rifiuti gestiti illegalmente. Fuoco che brucia attività che operano nel settore degli imballaggi o nel trasporto di ortofrutta. Forse il fuoco delle mafie ha pure vaporizzato le auto di servizio della Guardia di Finanza di Modica (ma questa è una mia valutazione che ad oggi non trova ancora conferma). Ma l'utilizzo dell'incendio doloso è sempre quell'atto intimidatorio utilizzato per obbligare un'attività a pagare il pizzo, oppure è diventato il mezzo per imporre un favore o un servizio? Questa domanda traccia nei fatti uno spartiacque tra ciò che erano le mafie di questa terra e ciò che sono diventate. Ho scritto più volte in questo mio piccolo spazio che le mafie iblee si sono trasformate in im-prese e queste, quando operano nel mercato legale, non cercano una sana competizione ma tendono ad eliminare ogni concorrenza, attraverso metodi che alterano le regole del libero mercato. Per esempio: se un'im-presa mafiosa opera nel settore degli imballaggi, dei trasporti, del commercio, o di qualsiasi altra attività, per conquistare il monopolio del mercato, si può permettere la possibilità di offrire il proprio prodotto o servizio ad un prezzo più basso,  magari agevolando i pagamenti. Perché può fare ciò? Ce lo spiega l'Ufficio Informazioni Finanziarie della Banca d'Italia attraverso una sua recente pubblicazione dal titolo significativo: 
"Il profilo finanziario delle imprese infiltrate dalla criminalità organizzata in Italia(https://uif.bancaditalia.it/pubblicazioni/quaderni/2022/quaderno-17-2022/QAR_17_marzo_2022.pdf). Questo studio ha analizzato come il flusso costante di denaro, che proviene da attività illecite come il narcotraffico o la gestione dei rifiuti, viene immesso nelle im-prese controllate dalle mafie. Nella pubblicazione vengono pure individuata le province dove questa pratica è più attiva,  la provincia, babba, di Ragusa  è  tra queste (si veda pag 6). Ovviamente la legalizzazione di questo denaro permette a queste attività di avere molta liquidità e quindi più capacità finanziaria, pertanto possono praticare prezzi e modalità di pagamento molto, ma molto, convenienti per i clienti.  Se qualche attività concorrente riesce a tenere testa a questa voglia di monopolio si può intervenire con il fuoco, ma non subito, E no! Il danno se si deve fare va fatto nel momento in cui il competitore è nel pieno dell'attività; ad esempio, nel settore degli imballaggi il periodo perfetto è durante la raccolta dell'ortofrutta, è in questa circostanza che c'è maggiore bisogno delle cassette dove produttori e commercianti sistemano gli ortaggi. Il fuoco, nel distruggere ogni  capacità produttiva, butta a gambe in arie il concorrente rendendolo incapace a soddisfare le richieste dei clienti i quali, per bisogno, saranno costretti a rivolgersi ad...altri. Le fiamme non bruciano solo l'operatività dell'impresa concorrente, ma riducono in cenere anche ogni tipo di rapporto lavorativo: operai, personale amministrativo e indotto perderanno, in buona parte, il loro lavoro e quindi al danno economico si aggiunge quello sociale. Ecco, questo è un esempio tipico di come le economie mafiose puntino a monopolizzare un settore creando sottosviluppo.

Oltre quarant'anni fa Pio La Torre affermava: "la mafia ha come fine l'illecito arricchimento. E' li che dobbiamo mettere i riflettori". Dopo tutto questo tempo è li che i riflettori devono essere ancora puntati...Strano! Eppure gli strumenti ci sono. Chissà perché non viene fatto?!

Foto tratta da Google Immagini



venerdì 1 maggio 2026

CIAO NINO



Nino Cavallo, storico dirigente della CNA, ha lasciato questa terra. Lo conobbi nell'autunno del 1996, io appena trentenne e da poco dentro l'organizzazione e lui già maturo dirigente regionale. Non ho mai condiviso molto la sua idea di organizzazione, ma parlare con lui, confrontarsi sui temi che riguardavano quel mondo fatto di piccole e micro imprese,  che provavamo e proviamo a rappresentare, era sempre stimolante. Con un garbo quasi paterno e con una semplicità che appianava ogni ostilità riusciva a sciogliere "nodi intricati". Da tempo manifestava l'idea del ricambio generazionale nell'artigianato, lo riteneva una sfida cruciale non solo per garantire continuità al settore ma soprattutto per impedire che i giovani abbandonassero il nostro territorio. Questa sua idea era diventata un cruccio, ne parlava sempre. Pochi mesi fa la mise nero su bianco. Più che un testamento è un garbato e accorato incarico che voglio pubblicare, non solo e non tanto per ricordare la sua figura ma come un utile promemoria politico per chi avrà la voglia e il piacere di leggerlo. Ciao Nì.

"Diffondere la condivisone di conoscenze ed esperienze tra pensionati e giovani per rilanciare il capitale umano, sociale ed economico del nostro Paese, Questo è l'obbiettivo di questo documento. La tecnologia è lo strumento per promuovere il confronto tra generazioni. Gli anziani tornano a scuola per imparare dai nativi digitali a familiarizzare con le nuove tecnologie, in cambio possono mettere nelle mani dei ragazzi conoscenza e sapere dei mestieri artigiani per rivalorizzarli e farli vivere in chiave moderna. Questo progetto, se riusciamo a sostenerlo avrà una potenza innovativa e dirompente, soprattutto perché indica il sentiero dentro il quale incamminarsi per lo sviluppo del nostro Paese. Una collaborazione intergenerazionale proficua, solidale e intelligente, una collaborazione che superi quel falso conflitto generazionale distruttivo, che sembra sia stato progettato negli ultimi anni da politiche poco lungimiranti o comunque con comunicazioni negative per mettere in contrasto le esigenze degli anziani e dei ragazzi. Questo progetto mira, insieme alle nuove generazioni, a diffondere la cultura dell'artigianato e della legalità, elemento indispensabile per la sopravvivenza delle imprese e di conseguenza della società. Voi ragazzi siete un patrimonio preziosissimo che nell'era digitale rappresenta un asso nella manica da giocare per vincere la sfida nel mondo della globalizzazione, sempre pronti a cogliere le sfide del cambiamento, sempre aperti al ricambio generazionale. Noi anziani siamo chiamati ad assumerci la nostra responsabilità e quindi a metterci in gioco cooperando ed elaborando progetti ambiziosi che indichino nuove strade da percorrere insieme. Siamo davanti ad una situazione di transizione con chiari e scuri che ha messo in discussione assetti e modi di pensare consolidati. Attori in campo ritenuti infallibili hanno rivelato improvvisa e imprevista fragilità. Hanno mostrato la loro vulnerabilità anteponendo all'interesse generale l'interesse personale. Un esasperato individualismo che, troppo spesso, ci impedisce di giocare in una squadra dove ogni singolo giocatore, se pur straordinariamente bravo, da il  meglio di sé solo se riesce a coordinarsi con l'interesse generale del gruppo. Qualcuno diceva: se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano vai insieme agli altri.BUON LAVORO!


venerdì 24 aprile 2026

La Città di Vittoria nella Resistenza.


Due anni, fa facendo alcune ricerche, ero riuscito a trovare più di 2.000 nomi di partigiani siciliani.  Tra questi mi saltò all'occhio quello di una donna, Giuseppina Di Guardo, una ragazza nata a Vittoria il 10/12/1920 (alcune fonti parlano del 1929).  Giuseppina era una giovane impiegata, è diventò operativa a partire dal novembre del 1944 nella brigata SAP "Borotti", in Emilia Romagna, una formazione molto attiva nell'Appennino piacentino, tra Liguria e la Pianura Padana. Quest’area era di fondamentale importanza per il controllo delle vie di comunicazione. Infatti, la zona fu teatro di costanti rastrellamenti tedeschi e scontri con l'esercito della RSI. La "Brigata Borotti" operava quindi in un territorio fortemente strategico e si distinse per azioni di sabotaggio e protezione del territorio, spesso operando in condizioni estreme contro le forze nazifasciste. La presenza femminile in questa formazione fu determinante non solo sul piano operativo, ma anche rappresentativo, perché contribuì a rompere preconcetti e steccati sociali profondamente radicati nell'Italia di quegli anni. Giuseppina fu una di quelle donne, una ragazza del profondo Sud, che oggi l'ANPI ricorda insieme ad altre 55 donne (ragazze) siciliane che diedero il loro importante contributo per la Liberazione dal nazifascismo e per un mondo diverso. 

Ma non c'è solo Giuseppina. Una ricerca guidata dal prof. Claudio Dellavalle (già ordinario di storia contemporanea presso l'università di Torino) e dagli Istituti storici della Resistenza del Piemonte, in collaborazione con il Ministero della Difesa, ha prodotto una banca dati con 108.421 nomi di partigiani, combattenti, patrioti e benemeriti che hanno svolto attività durante la lotta di Liberazione in Piemonte (regione dove la Resistenza fu tenace e combattiva). Di questi, 34 sono di origine vittoriese. Pubblico di seguito cognomi, nomi e relativi nomi di battaglia. Per chi volesse leggere le schede di ogni singolo patriota partigiano della nostra città, allego di seguito il link:  http://intranet.istoreto.it/partigianato/risultato_ricerca.asp

ALESSISALVATORESALVATOREscheda dettaglio
AMATOROSARIOTITOscheda dettaglio
BARONEGIOACHINOLUCAscheda dettaglio
BARRANOMICHELENAVIGAscheda dettaglio
BATTAGLIAFRANCESCOFRANCOscheda dettaglio
BATTAGLIAGIUSEPPECARLOscheda dettaglio
BATTAGLIASALVATORESALVATOREscheda dettaglio
BLANCOGIUSEPPEscheda dettaglio
CAPPELLOGIOVANNIscheda dettaglio
CARDILLOFRANCESCOFRANCOscheda dettaglio
CASANOSALVATOREFRA DIAVOLOscheda dettaglio
DE MARTINOGIUSEPPEPEPPINOscheda dettaglio
DE MARTINOMATTEOscheda dettaglio
DENAROFRANCESCOCECscheda dettaglio
DI CORRADOGIUSEPPEPORTHOSscheda dettaglio
DI STEFANOBIAGIOscheda dettaglio
GIOMBARESICARMELOscheda dettaglio
GURRIERIFERDINANDOscheda dettaglio
MALLIAGAETANONISOscheda dettaglio
MALLIAVINCENZOscheda dettaglio
MAZZONEGIOVANNIGIOVANNI BANDE NEREscheda dettaglio
MAZZONEGREGORIOFRA DIAVOLOscheda dettaglio
NICOSIAANTONIONINOscheda dettaglio
PORTELLIGIUSEPPEscheda dettaglio
PUMAVINCENZOscheda dettaglio
RAGUSAFILIPPOscheda dettaglio
SALERNOGIOVANNI BATTISTAGIANNIscheda dettaglio
SCHIFANOLUIGIILARIOscheda dettaglio
SCLALONEFRANCESCOscheda dettaglio
SELVAGGIOGIUSEPPEVITTORIOscheda dettaglio
SENIASEBASTIANOscheda dettaglio
SONIASEBASTIANOMARIOscheda dettaglio
SPATAROSALVATORESALVATOREscheda dettaglio
TROVATOGIOVANNIGIOVANNIscheda dettaglio

Sarebbe interessante, oltreché doveroso, se in una eventuale revisione della toponomastica cittadina, oppure con una lapide commemorativa, venissero ricordati i veri patrioti di questa terra. C'è un obbligo: togliere questi nomi dal lungo oblio in cui sono precipitati, dando loro la dignità che meritano.  Giuseppina e questi nostri 34 concittadini difesero un'idea di Patria che si basava e si basa, grazie alla Costituzione,  su valori come Libertà e Giustizia e non su sottomissione e iniquità.