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domenica 27 settembre 2020

Movida, risse e cultura dello sballo. Un trinomio da scomporre

Foto tratta da Google Immagini

Le risse nei luoghi della movida vittoriese (e non solo) sono diventate un fatto quasi normale. Sono il modo per concludere in bellezza una serata a base di cocktails alcolici e roba eccitante. E' il metodo per scaricare l'energia accumulata in una bella scazzottata. Basta poco: un complimento fuori luogo ad una ragazza o uno sguardo non condiviso e parte la girandola di pugni, calci, gomitate e colpi di bottiglia. E’ diventato un fatto quasi conseguenziale: non c’è movida senza rissa e non è movida se non c’è una rissa. Attenzione, tutto questo non avviene solo a Vittoria, basta leggere la cronaca regionale e nazionale per capire come le sere dei fine settimana siano caratterizzate - in qualsiasi parte d’Italia - da alterchi, liti e zuffe di ogni tipo e di ogni dimensione. Il massacro di Willy, il giovane di Colleferro, è figlio della movida. Qualcuno allora penserà: eliminiamo la movida? E no! Il problema non è la movida, la questione non è passare la sera in compagnia degli amici, fatto di per se normalissimo oltre che piacevole. NO! La questione è ciò che è stata fatta diventare la movida: una serie innumerevole di distorsioni che hanno alla base l’uso delle droghe e il consumo smisurato di alcool. I dati del SERT ci dicono che in Provincia di Ragusa il consumo di alcool e di droghe, soprattutto nei fine settimana, cresce a dismisura, in particolare l’uso della cocaina. Alcune settimane fa il dott. Mustile, responsabile del Sert di Ragusa, dichiarava: “Se c’è tanta cocaina in giro il problema non è di chi la mette in giro, che commette un reato punito fino a 20 anni di carcere e fa i miliardi; il problema è di chi la chiede, che compone un numero sempre maggiore”. Chi ne fa uso sono persone fragili che vogliono sentirti potenti e la potenza in molti cosi si manifesta diventando violenti, cercando un pretesto per fare a pugni e calci. Ma la miseria di questa illusione non può essere tollerata e non può diventare una regola. C'è bisogno di istituzioni che contrastino seriamente la criminalità che gestisce il mercato della coca (delle droghe in genere) e ne controlla saldamente lo spaccio. Bisogna cominciare a pensare come mettere un freno ad un'area urbana di devianze, dove la legalità, il rispetto delle regole - durante i fine settimana - è di fatto sospesa; dove a dominare non è altro che la logica della massimizzazione del "consumo di prodotti da sballo" resi disponibili e a prezzi abbordabili. Non può prevalere il concetto di riduzione del territorio, in particolare del centro storico, a contenitore di un rapporto mercantile tra "imprenditoria della mala movida" e consumatori di alcool e droghe. Continuare a rimanere immobili significa mortificare gli investimenti e il lavoro di tante piccole attività che hanno ridato luce e vitalità al centro storico e ora si vedono minacciate da una movida malata. Non farlo significa piegare ulteriormente la dignità di questa città al volere di chi la vuole tenere immersa nella disperazione e nel degrado. La cultura dello sballo (se cultura si può definire) oltre ad alimentare economicamente le mafie, sta minando il futuro delle generazioni future di questa terra. Il nulla li sta avvolgendo e in alcuni casi li sta travolgendo come Alessio e Simone, investiti da un suv guidato a folle velocità da una "personaggio" alterato dall’alcool e dalla coca.


domenica 30 agosto 2020

USCIRE DALLE SABBIE MOBILI


Nella rete gira una mappa dell’Italia che indica le peggiori città per ogni regione. In Sicilia la palma d’oro è toccata alla nostra città. Non so quanto sia credibile questa classifica, però, vivendo in questa città, vedo cosa siamo diventati nel tempo. Vittoria è una città che è arretrata economicamente e culturalmente, un luogo nel quale si è spenta lentamente l’energia principale dei vittoriesi: la voglia di fare e di migliorarsi. Basta camminare per le strade per vedere cupezza, tristezza, depressione. Lo si capisce dalle saracinesche abbassate dei negozi, dai “si vende” affissi qua e la nei vari edifici, dalle facce degli individui che guidano suv o passeggiano da soli guardando lo smartphone. Sembra di vivere in un luogo di anime soffocate e connesse nel nulla. Eppure questa era una città che si opponeva democraticamente alle ingiustizie e difendeva i propri diritti. Forse lo faceva in modo chiassoso e arrogante, me era fatto in buona fede, si reagiva e non si accettava di essere declassificati o peggio irrisi. Da tempo il degrado ha preso il sopravvento e con esso è arrivata la rassegnazione. Tutto questo ha accelerato alcuni processi regressivi, in particolare ha disabituato i vittoriesi alla condivisione, al rispetto e alla tutela dei beni comuni. In questo territorio abbiamo sporcato e sfruttato tutto senza provare a ripulire, sistemare e ristrutturare nulla. Il degrado e l’incuria sono diventi la nostra caratteristica. Bisogna interrompere questa tendenza al declino. Vittoria e le sue tante economie sane e dinamiche può e deve ripartire solo se si punta subito ad una gestione migliore e diversa di quei beni comuni che sono i servizi essenziali: rifiuti e acqua. Un territorio sporco, degradato e con problemi di accesso all’acqua rischia di diventare definitivamente invivibile sia sotto il profilo sanitario e sociale.

In questa campagna elettorale stanno emergendo proposte di rilancio della città veramente fantasiose: nuovi impianti sportivi, riedizioni di feste, bus navetta, piste ciclabili, opere di alto valore artistico. Per carità, tutte cose interessanti, ma, a mio avviso, in questo momento, secondarie. Intanto sarebbe il caso che chi propone queste strutture ci dicesse con quali fondi verrebbero realizzate. Si dice che le condizioni economiche in cui versa l’ente comunale non siano per nulla brillanti, anzi tutto il contrario. Se è così non è più serio promettere interventi che rimettano in sesto un territorio? I servizi essenziali: la gestione e la raccolta dei rifiuti, con relativa pulizia del territorio, e la gestione e distribuzione dell’acqua, sono ormai fortemente congestionati da tempo. Per affrontare queste emergenze serve una capacità amministrativa nuova, diversa, che non può essere delegata ai privati e quindi al mercato. Sui bisogni primari di una città non può e non deve gravare nessuna logica del profitto. La classe politica che si sta confrontando democraticamente è chiamata a fare una salto in avanti, deve capire che il degrado chiama altro degrado e che lo stesso alimenta gli istinti e gli interessi peggiori. Viceversa, il miglioramento delle condizioni essenziali genera progresso, favorisce la partecipazione e annulla le spinte deteriori. Solo individuando soluzioni su questi temi di ordinaria amministrazione, Vittoria comincerà ad uscire dalle sabbie mobili in cui è affondata. Tutto il resto, scusatemi, è FUFFA!.

martedì 18 agosto 2020

RAGUSA, QUI LA MAFIA NON ESISTE?

Immagine tratta dalla copertina del libro  "Le subculture mafiose" di Paolo Crinò

C'è chi è ancora convinto che in provincia di Ragusa la mafia sia qualcosa di marginale che si agita in un territorio formalmente sano, un po' come la particella di sodio che si aggira solitaria e disperata nell'acqua minerale, incapace di creare problemi. Ma basta leggere l'ultimo Quaderno dell'Antiriciclaggio, redatto dall'Ufficio di Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d'Italia, per avere un quadro completamente diverso rispetto a come questa provincia viene, da molti, immaginata. Qui, più che in ogni altro luogo, la mafia non è fatta da un gruppo di personaggi micragnosi, rozzi e violenti. Per carità, ci sono, esistono, ma hanno un ruolo infimo e truculento. Spesso le loro azioni, tanto rumorose quanto violente, servono a nascondere le immense nefandezze compiute dalla maggioranza silenziosa. Qui la mafia indossa il doppiopetto, parla più lingue e si presenta come un'impresa organizzata e ben capitalizzata. Insomma, è ottimamente mimetizzata nella nostra società ed è capace di alimentare rapporti con ogni tipo di potere. Questo gli ha permesso e gli permette di avere un ruolo di primo piano nel panorama economico criminale siciliano. Per essere più chiaro: in tutta l'area  ragusana, facendo le opportune differenze tra la zona modicana/ragusana a l'area ipparina, negli anni si è sviluppato un sistema relazionale che non ha funzione di mero supporto all'attività criminale, ma è l'aspetto costitutivo del fenomeno mafioso ibleo.  Qui, meglio che in altre zone, si gestiscono e si riconvertono le masse di denaro prodotte illegalmente. I cartogrammi redatti dall'UIF ci raccontano di segnalazioni finanziarie anomale, ricevute da banche e Poste e da soggetti finanziari diversi da banche e Poste. In particolare, quelli pubblicati nelle pagine 12 e 13 del Quaderno (si vedano le immagini allegate) danno indicazioni chiare e inequivocabili. La nostra provincia ricade, nel primo caso (segalazioni banche e poste), nel terzo quartile; nel secondo caso (segnalazioni di soggetti diversi da banche e poste) nel quarto quartile. Siamo tra i primi in Sicilia. Occupiamo le zone più alte della classifica, quelle che esprimono i valori massimi di segnalazioni. 


Questi grafici ci danno due indicazioni. La prima è ovvia: in provincia ci sono tante (forse troppe) operazioni finanziarie sospette. Il dato è confermato anche da una recente classifica redatta nell'ottobre scorso da "Il Sole 24 Ore". Il secondo ci dice come gli istituti più attivi nel segnalare certe "operazioni anomale" non siano le banche. Forse gli istituti di credito non sono più il riferimento principale per certe operazioni? Non è facile da stabilire, ma dal secondo cartogramma emerge come altre strutture, vedi Istituti di pagamento (IP) o gli Istituti di moneta elettronica (IMEL), siano diventati nuovi punti di riferimento. La crescita di incidenza di eventuali operazioni di riciclaggio nel comparto finanziario non bancario, non è avvenuta per caso. Sarà stata "suggerita e guidata" dai soliti, insospettabili, professionisti del settore.  E' forse nata l'esigenza di utilizzare strutture finanziarie meno vigilate ma altrettanto sicure? Forse. E' anche chiaro che le consulenze tecniche nel riciclare somme di denaro prodotte illegalmente, non si limitano al settore finanziario. L'emergenza Covid-19 ha aperto nuove strade per la criminalità economiche. Gli ultimi  report di SRM Studi per il Mezzoggiorno e di The European House Ambrosetti ci raccontano come logistica, grande distribuzione e trattamento rifiuti siano diventate le attività che interessano maggiormente alle mafie. In Provincia di Ragusa le diverse strutture commerciali (mercati ortofrutticoli e centri commerciali vari) vivono e si sviluppano grazie alla logistica e alla distribuzione alimentare e no. Per cominciare a capire l'ambito economico e i suoi volumi d'affari,  su cui l'economia criminale potrebbe riciclare i suoi soldi, basta consultare il sito https://www.reportaziende.it/ragusa. L'altro grande business è la "monnezza". In tutto il territorio ragusano la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, soprattutto quelli urbani, è una necessità pressante e impellente. I fuochi che con periodicità si generano qua è la lungo tutto il territorio ragusano sono l'anticamera di un'emergenza latente. Se questo problema esplode (perché rischia di esplodere) cadranno le ultime regole restrittive e l'affare è fatto.   

Dati, studi, inchieste e analisi ci raccontano una provincia, dove le mafie sono una realtà composita, fatta di soggetti provenienti da varie classi sociali, dalle più infime alle più elevate, che operano in base a scelte razionali e in cui la direzione strategica è nelle mani di soggetti delle classi dominanti. Per dirla come Umberto Santino (Centro di documentazione Peppino Impastato) anche in provincia di Ragusa vi è una "borgesia mafiosa" dinamica, capace di costruire, mantenere e allargare un sistema relazionale entro cui si muovono le organizzazioni criminali con le loro ricche economie illegali. Questa borghesia è in grado, alla bisogna, di essere anche soggetto politico che orienta e determina successi elettorali. E' evidente che per contrastare questa struttura, che controlla in modo e con metodi diversi l'intera provincia, serve una cambio di mentalità e di direzione. E' necessaria una capacità politica nuova, differente, slegata da grumi multiformi e da logge varie. Serve un nuovo modo di fare inchiesta da parte degli organi inquirenti, che non possono guardare solo alcuni territori e ignorare tutto il resto. Bisogna cominciare a raccontare questa terra in modo diverso. Ma soprattutto serve ri-articolare il ruolo dei corpi intermedi, perché qui, più di ogni altro territorio, è stato spezzato il filo tra i bisogni economico-sociali reali e chi di questi bisogni doveva e deve essere interprete e portavoce. Viceversa se continueremo ad attaccare la particella di sodio non ci renderemo conto che l'acqua, apparentemente limpida, è ricca di batteri che hanno e stanno infettando ogni parte del nostro territorio. 





Per scrivere questo post ho consultato:








   


       

giovedì 13 agosto 2020

IL FUTURO DELL'AGRICOLTURA.

Il video di Peppe Russo tratto dal suo profilo Facebook 

Ho ascoltato e riascoltato il video di Peppe Russo, giovane “imprenditore” agricolo e futuro agronomo. Da molti è stato percepito come il solito pianto o l'ennesimo grido di allarme. Per altri come un'opportunità da sfruttare elettoralmente. Secondo me è la base del nuovo manifesto politico di questa terra che continua a vedere nell'agricoltura il proprio avvenire. Un futuro diverso, come dice Peppe in un suo passaggio, che punta ad “un prodotto etico”. Le parole di Peppe hanno sollecitato fortemente la mia curiosità. Ho iniziato a raccattare notizie sparse dei diversi fenomeni contemporanei che, per il mio modo di pensare, considero indizi di cambiamenti in atto. In Italia, soprattutto al Sud, sono aumentati gli addetti in agricoltura, principalmente sono giovani, come Peppe, che hanno deciso di investire il loro futuro nella terra e in produzioni meno “intensive” e soprattutto biologiche e rispettose dell'ambiente. Questo mi ha permesso di rilevare come la gioventù, oltre ad essere naturalmente inquieta (guai se non lo fosse), ha cominciato a capire come il tempo sia diventato più esigente con lei. Il tempo è accelerato, il futuro prossimo va a passo di bersagliere, ma non c'è fanfara a battere la cadenza. C’è un angoscia sociale nelle giovani generazioni che li spinge a progettare. La via dell’estero non è più la soluzione ovvia e definitiva. Alcuni hanno capito come sia meglio mettere mano qui invece di fare il cameriere in Inghilterra o il pizzaiolo in Norvegia per vivere (caricandosi di costi di vitto e alloggio) sempre in modo precario. Le parole di Peppe aprono uno squarcio, ci dicono che è in atto una conversione ecologica, etica e virtuosa della nostra agricoltura. La nostra principale economia ha subito e sta subendo forti sciami sismici sia economici che ambientali. Movimenti tellurici che hanno determinato una contrazione dei redditi non più sostenibile. Continuare come si è sempre fatto, essere conservatori di qualcosa che è in coma irreversibile, sperare che tutto torni come un tempo, impedisce di percepire i mutamenti che avanzano ovunque e alimenta la demolizione sociale in atto. La "conversione", come quella di San Paolo, avviene in seguito a caduta. Peppe, nella sua semplicità, ci dice che è tempo di rialzarsi e di riaprire gli occhi. 

Certa “classe politica”, in cerca di varianti, come la legge del profitto, ha percepito la novità che sta nelle parole di Peppe,  e le vorrebbe usare per capitalizzare qualche consenso, riducendole a mera merce elettoralistica. Un comportamento povero politicamente e insensibile culturalmente che dimostra come non sia stato compreso né il senso e né la portata di quelle parole. La rincorsa al consenso personale è così accecante che impedisce di vedere e di non considerare lo stato attuale delle condizioni in cui versa il settore agricolo della fascia trasformata. Un tempo nuovo e sperimentale sta afferrando la gioventù di questa terra, la sta scuotendo e la sta spingendo in ordine sparso a progettare il proprio futuro. Le parole di Peppe ci dicono che bisogna guardare questo insieme come a una profezia in cammino attraverso il brulicare delle loro imprese che vogliono risposte e non banali e temporanee "lisciate di pelo".

sabato 8 agosto 2020

Vittoria, le elezioni e la mafia dimenticata

Immagine tratta da Google

Il 4 ottobre Vittoria andrà al voto. La campagna elettorale, malgrado la parentesi agostana, ha già preso il suo verso, il suo ritmo, la sua velocità. I candidati si stanno confrontando civilmente, non vi sono, e spero non vi siano, quelle scintille che spesso hanno infiammato e infiammano scontri cruenti che mettono in secondo piano le questioni vere del territorio. Vittoria, in questa fase storica, non ha bisogno di divisioni laceranti. Prima lo scioglimento e poi i due anni di commissariamento lasceranno una cicatrice, “un solco lungo il viso” della città, troppo difficile da rimarginare. Vittoria ha avuto e continua ad avere una solo nemico, potente, silenzioso e accattivante: le economie mafiose e i suoi satrapi. I quattro candidati rimasti a confrontarsi hanno il dovere civile e morale di contrastare con forza questo cancro che ha riempito di metastasi ogni settore economico e sociale della città. Qui, in questa terra, le mafie sono diventate un soggetto politico capace di influenzare l’opinione pubblica e anche di determinare certe scelte. E’ chiaro che quando parlo di mafie non faccio riferimento ai personaggi che riempiono le cronache dei giornali, di cui non vale la pena neanche fare i nomi (tanto sappiamo tutti chi sono). Quella è “la mafia cenciosa e miserabile", fatta di persone schiacciate e abbrutite soprattutto dal loro modo di esercitare e di subire ogni tipo di violenza. Io parlo dell’altra mafia, quella “seria” e meno violenta, fatta di intrecci e relazioni che possono nascere dentro eleganti studi professionali o nei lussuosi uffici di qualche banca, dove tra un quadro e un litografia d’autore trovi in bella mostra la foto di Tony Gentile, quella di Falcone e Borsellino. Li si decide, per esempio, come gestire o privatizzare un aeroporto, piuttosto che un porto; oppure come e dove costruire un grosso centro commerciale o rilevare e o realizzare una grande struttura turistica; oppure come modificare un piano regolatore o variare la destinazione d’uso di un’ampia superficie che invece andrebbe tutelata. Ecco, questa mafia produce politica, ha la capacità di incidere sul funzionamento di una campagna elettorale, riesce ad orientare il consenso e controllare il voto, diventando, di fatto, quel soggetto politico capace di determinare la vittoria di un candidato rispetto ad un altro, per poi, con calma, passare all'incasso. Le elezioni amministrative sono un rito sempre meno frequentato, con un terzo degli elettori che praticano lo sciopero del voto, quindi la capacità di mobilitazione di questo soggetto assume un ruolo sempre più utile e determinante. E’ forse questo il motivo per cui di questa mafia, (presente a Vittoria come a Modica, a Ragusa, ...) nessuno ne parla? Nessuno ne scrive? Si evita di conoscere o di nominare gruppi, nomi, cognomi e sopranomi. E’ una mafia dimenticata, di cui e meglio perdere subito, sia per paura che per convenienza, memoria e cognizione. E' invece, è di questa mafia che bisogna cominciare a parlare Per conoscerla meglio, stanarla, per capire i suoi movimenti e con chi si è schierata. Dei Ventura, dei Greco e di tutte le altre famiglie è stata giustamente narrata ogni forma di vizio, di interesse e di malefatta. Di questa si è evitato di scrivere pure una breve prefazione: perché?

Non serve più essere un normale osservatore, sento il dovere di accostare avvenimenti e fatti che mi circondano. Non ho analisi né tesi da proporre, ma in questa campagna elettorale avrò modo di avvertire impressioni e ascoltare ciò che verrà raccontato. Tutto verrà messo nero su bianco per evitare che tutto venga "continuamente dimenticato”.



martedì 30 giugno 2020

Due uomini mai recuperati dalla Stato



                 Claudio Carbonaro



        Orazio Sortino
Orazio Sciortino e Claudio Carbonaro, due "pentiti" mai ravveduti e mai recuperati. In questo caso l’aggettivo "irredimibili" è veramente appropriato. Due volti che raccontano il fallimento dello Stato. Due facce della stessa medaglia: quella mafiosa. Da un lato la mafia stracciona e marginale, quelle delle periferie, che si nutre di piccoli reati: furto, spaccio, ricettazione; e dove ci si afferma con l'unico valore aggiunto che si conosce: la violenza, declinata in tutte le sue forme. Dall’altro la criminalità economica, quella che fa impresa riciclando soldi prodotti illegalmente in attività ben strutturate, per questo gode di tante compiacenze. La prima è rozza, volgare e accattona, per questo risulta fastidiosa al potere e quindi viene contrastata da polizia e magistratura così come viene facilmente raccontata dalla stampa e dai media. La seconda vive dentro la società ed è in combutta con ogni forma di potere, per questo si conoscono soltanto i personaggi marginali, alcune leggere sfumature giudiziarie e pochissimi resoconti giornalistici. Queste due facce comprimono la città che continua a sopportare con sofferente indifferenza i liquami putridi rilasciati da queste due mafie.


Lo dico da anni, serve un’azione sociale di contrasto forte ma soprattutto chiara. Lantimafia corrente, quella in doppio petto e col pennacchio,vive e si trastulla in inutili e ridicole liturgie,continua a nutrirsi di banalità sempre più sbiadite. L'omicidio di Sciortino e l'arresto di Carbonaro non ci raccontano soltanto il fallimento dello Stato ci dicono pure che Vittoria ha bisogno di un’altra antimafia, di un'antimafia vera, di unantimafia difficile”, sia per le scelte di fondo che deve avviare e sia per le analisi e l’attività da svolgere nel territorio. La campagna elettorale in corso è diventata, gioco forza, il primo banco di prova. Serve riappropriarsi del concetto di democrazia. Le regole democratiche sono la prima vera antimafia, ma per attuarle realmente si devono denunciare e contrastare le attuali condizioni economiche, sociali e morali in cui la città è stata posta. Bisogna portare nella militanza culturale e politica delle coalizioni che si confronteranno la radicalità della rottura con qualsiasi anomalia del passato; costi quel che costi. Mai come ora bisogna coniugare il rigore dell’analisi e la chiarezza della denuncia con la concretezza delle azioni e della proposta. Viceversa, senza questa intransigenza qualsiasi forma di lotta contro le mafie, disgiunta dalla ricerca e dall’attuazione di nuove socialità che sappiano frantumare l’insieme di rapporti – solidi ma osmotici – che caratterizzano Vittoria, è già destinata al fallimento.

sabato 6 giugno 2020

UN NUOVO INIZIO E' POSSIBILE, PERO' ...



Quale dignità si può avere se si vive in un territorio infestato di rifiuti? E’ stata questa la domanda che ha messo in opera un gruppo di giovani, i quali, in modo più che simbolico, hanno pulito un pezzo del centro storico cittadino. Lo si deduce da quello che hanno scritto sui social: “Abbiamo pulito le zone intorno alla centrale elettrica, Santa Rita e il quartiere di San Giovanni. Nel giro di un paio d’ore, noi e i nostri amici abbiamo riempito 8 sacchi e abbiamo pulito in lungo e in largo quelle zone. Il lavoro da fare è ancora molto, c’è bisogno di sensibilizzare i cittadini, in particolare i nostri coetanei, ma l’impegno c’è.” Da questa azione e da queste parole arriva un monito chiaro, preciso: 
Il futuro di Vittoria sta tutto nella sua qualità ambientale e sociale.
La spontanietà di questo gruppo di ragazzi ci dice, senza tanti fronzoli, che c’è ancora humus capace di mobilitare le giovani coscienze di questa terra, che c’è desiderio, che c’è avvenire. 
DIETRO QUESTO GESTO, PICCOLO MA CONCRETO, C'E' IL FORTE RIFIUTO VERSO IL DEGRADO AMBIENTALE E MORALE IN CUI LA CITTA' VIVE DA TEMPO, C'E' UNA SANA VOGLIA DI RISCATTO.

Bisogna puntare su questa istintiva ricchezza, su questo “capitale umano” oppure aspettiamo che evapori?
Vittoria ha bisogno di queste come di altre sensibilità per uscire dal fango in cui è stata fatta sprofondare; anzi, queste sensibilità vanno coltivate, allargate e non minimizzate per poi farle passare come inutili o peggio: farle scappare! Serve evitare che le giovani generazioni lascino Vittoria, e se la lasciano per formarsi, per studiare, si deve fare in modo che poi qui trovino la loro dimensione sociale, professionale e lavorativa in grado di soddisfare le loro ambizioni, ma anche e soprattutto  di migliorare il territorio. Per fare questo ci vuole una classe politica, una Chiesa e una classe imprenditoriale capace di uscire dalle sabbie mobili in cui tutte tre amano sguazzare e far sguazzare la città. 
Capiranno che non è più il tempo di continuare a trastullarsi nel fango? 
Ci riusciranno? Oppure faranno di tutto per contaminare o peggio asfissiare ogni nuovo germoglio?