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domenica 8 maggio 2022

Peppino Impastato

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La sera tra l'8 e il 9 maggio del 1978 il corpo di Peppino Impastato fu prima martoriato dalle legnate e poi straziato dal tritolo. Le sue parole oltre a dileggiare e ridicolizzare il potere mafioso crearono - e creano ancora oggi - coscienza e più in particolare consapevolezza su quanto lo stesso potere mafioso fosse dannoso - ed è ancora oggi dannoso - economicamente e socialmente. Nel 1966, Peppino fondò un giornale, "L'IDEA SOCIALISTA",  che come prima uscita titolava in prima pagina: "La mafia è una montagna di merda". Un articolo che al suo interno non si limitava a citare, con coraggio, i nomi dei mafiosi e dei politici corrotti; ma soprattutto descriveva, con chiarezza, il sistema criminale di cosa nostra, basato sul rispetto dei mafiosi.

Umberto Santino, poco tempo dopo l'uccisione di Peppino (1979) scrisse una poesia:

La Matri di Peppino.

Chistu unn’è me figghiu. Chisti un su li so manu chista unn’è la so facci. Sti quattro pizzudda di carni un li fici iu. Me figghiu era la vuci chi gridava ‘nta chiazza eru lu rasolu ammulatu di lo so paroli era la rabbia era l’amuri chi vulia nasciri chi vulia crisciri. Chistu era me figghiu quannu era vivu, quannu luttava cu tutti: mafiusi, fascisti, omini di panza ca un vannu mancu un suordu patri senza figghi lupi senza pietà. Parru cu iddu vivu un sacciu parrari cu li morti. L’aspettu iornu e notti, ora si grapi la porta trasi, m’abbrazza, lu chiamu, è nna so stanza chi studia, ora nesci, ora torna, la facci niura come la notti, ma si ridi è lu suli chi spunta pi la prima vota, lu suli picciriddu. Chistu unn’è me figghiu. Stu tabbuttu chinu di pizzudda di carni unn’è di Pippinu. Cca dintra ci sunnu tutti li figghi chi un puottiru nasciri di n’autra Sicilia.

Versi che ci raccontano la disperazione di mamma Felicia ma nello stesso tempo ci dicono quanto fosse dirompente la forza politica e organizzativa di Peppino contro il potere mafioso del suo territorio.

E' di questa forza che abbiamo bisogno, perché loro, comunque, non hanno ancora vinto.

sabato 30 aprile 2022

PIO LA TORRE, UCCISO PER TUTTA UNA VITA.

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40 anni fa la mafia uccideva Pio La Torre, un dirigente prima sindacale e poi politico che aveva compreso sin da ragazzo come la criminalità organizzata non fosse esclusivamente un problema di ordine pubblico, ma era, prima ancora, un'organizzazione economica che godeva di forti complicità istituzionali. In una delle sue ultime interviste dichiarava sorridendo e con  semplicità: "... bisogna spostare l'asse dell'azione preventiva e repressiva da quello che è stato l'andamento tradizionale: inseguire i "poveracci" ... e invece concentrare la nostra attenzione sull'illecito arricchimento, perché la mafia ha come fine l'illecito arricchimento. E' li che dobbiamo mettere i riflettori ...". 

La battaglia contro l'istallazione dei missili Cruise a Comiso fu la forza risultate  di tutta la sua azione politica. Pacifismo, lotta alle econome mafiose e lotta per uno sviluppo del territorio in modo equo e sostenibile. In nome di questi tre principi portò a Comiso oltre 100 mila persone di varia estrazione politica, culturale e religiosa. Era riuscito, insieme al PCI siciliano, a costruire un blocco capace di mettere a nudo verità scomode. Era diventato definitivamente pericoloso, andava eliminato con urgenza. La mattina del 30 Aprile del 1982, poco prima delle 10, lui e Rosario Di Salvo (un dirigente politico prima ancora che autista di La Torre) verranno ammazzati dalle raffiche di un fucile mitragliatore Thompson, arma in dotazione all'esercito degli Stati Uniti. Si disse subito che fu la mafia ad uccidere la Torre e Di Salvo. Un giovane giudice istruttore, il dott. Giovanni Falcone, diede un'interpretazione diversa di quell'omicidio che provava ad aprire una lettura difforme e nuova: "Omicidi come quello di Pio La Torre sono fondamentalmente di natura mafiosa, ma al contempo sono delitti che trascendono le finalità tipiche di un'organizzazione criminale, anche se del calibro di cosa nostra. Qui si parla di una situazione in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre un retroterra di segreti e di inquietanti collegamenti".

Dopo 40 anni lo storico Enzo Ciconte, in un  articolo pubblicato pochi giorni fa sul blog di Attilio Bolzoni "Domani Blog Mafie" (allegato di seguito), ci racconta di un documenti che mette in luce e fa emergere una parte di questo "retroterra di segreti e di inquietanti collegamenti" di cui parlava Falcone.  Vi invito a leggerlo. Buona lettura.


Il documento segreto dei servizi sull’omicidio La Torre: silenzi e omissioni di Stato.

di Enzo Ciconte


Le indagini per  l’omicidio di Pio La Torre, deputato e segretario regionale del Partito comunista italiano (Pci) della Sicilia, ucciso assieme a Rosario Di Salvo, lo si capì subito, si rivelarono difficili e complicate a cominciare dalla stranezza delle armi di provenienza militare.

Sulla sua uccisione si è scritto molto. Eppure, dopo tanti anni succede di trovare delle carte inedite che aprono un nuovo scenario. Ho scoperto tra i fondi dell’Archivio Centrale dello Stato di Roma un documento di 31 pagine con un titolo inequivocabile: Mafia: omicidio Pio La Torre. A distanza di due settimane dall’assassinio, il 17 maggio, l’allora direttore del Sisde (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica), Emanuele De Francesco, lo inviò al presidente del Consiglio Spadolini e al ministro dell’Interno Rognoni.  

Quando, qualche mese dopo, De Francesco riceve da Chinnici, giudice istruttore del Tribunale di Palermo, la richiesta di fornire notizie sull’omicidio La Torre, risponde che «il Sisde non è in possesso di elementi per l’identificazione degli autori dell’omicidio dell’on. Pio La Torre o per l’individuazione del possibile movente». Anche un altro ufficiale del Sisde, Bruno Contrada, all’epoca coordinatore dei centri Sisde della Sicilia, interrogato durante il processo La Torre, dichiara di «non essersene mai occupato». Ricavo le due notizie dal libro di Paolo Mondani e Armando Sorrentino Chi ha ucciso Pio La Torre?, edito da Castelvecchi nel 2012. Quella di De Francesco è una dichiarazione non veritiera, come non veritiera è quella di Contrada. Alla magistratura si poteva mentire perché, secondo questi due poliziotti di razza, funzionari apicali del Sisde, i magistrati dovevano essere tenuti fuori dalle informazioni in loro possesso quasi fossero un corpo estraneo.

IL DOCUMENTO SEGRETO

Il documento che De Francesco invia a Spadolini è identico a quello trasmesso a lui solo pochi giorni prima da Contrada. Dunque ci sono due testi: quello del 17 maggio che è quello ufficiale, e l’altro del 13 maggio che è indirizzato al direttore del Sisde. Lo scritto di Contrada, però, ha il frontespizio oscurato. Ancora oggi, a distanza di 40 anni, ufficialmente permane il segreto, o mistero che dir si voglia, su chi sia questa fonte che oggi sappiamo essere quella del Sisde di Palermo perché lo ha rivelato Contrada. Perché tenerla ancora segreta?

Ma l’elemento che rende particolare, anzi unico, il documento firmato da De Francesco è il fatto che, annotati a margine ci sono commenti a dir poco singolari che in ogni caso sono molto utili perché svelano un pensiero: ridimensionare l’impegno e l’importanza di La Torre. Chi è l’autore di queste annotazioni a matita? Non si sa. Si possono avanzare delle ipotesi. Potrebbe essere lo stesso direttore che, dopo aver mandato ufficialmente il testo di Contrada, mette nero su bianco il suo pensiero, oppure qualcuno di grado molto elevato perché ha la possibilità di visionare e di annotare un testo di quel tipo.

Le cose più interessanti sono le annotazioni a margine, proprio perché esse ci consentono di far emergere la singolarità del documento. Nella parte descrittiva dei moventi dell’omicidio è detto che una delle cause è la “promozione di una estesa e incisiva campagna politica contro la installazione della base missilistica a Comiso”. Poco dopo questo giudizio troviamo la seguente valutazione: “Egli era divenuto il simbolo della lotta antimafia, non solo nell’ambito del suo partito ma anche in tutti gli altri ambienti cittadini”. A matita, un commento lapidario: Sarà!

È un’affermazione sorprendente perché fa a pugni, tra l’altro, con quanto è detto subito dopo circa l’impegno antimafia del dirigente comunista. «È opinione diffusa in questa città che l’on. La Torre avesse quasi personalizzato il problema della mafia, ne avesse fatta una ragione di vita». Vero, La Torre ne aveva fatto una ragione di vita, ma non aveva “personalizzato” il suo impegno quasi fosse una sua ossessione o questione personale. Tanto è vero che «molti, anche in ambienti qualificati» ritenevano che la stessa campagna contro la base di Comiso fosse «utilizzata per l’obiettivo primario della lotta alla mafia». In modo corretto il documento del Sisde precisa che «negli ultimi due mesi l’attività dell’on. La Torre tendente a sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema della mafia in Sicilia ed a far sì che divenisse una questione nazionale si era vieppiù intensificata e pubblicizzata». 

E allora davvero è incomprensibile quel Sarà! che stride con tutto il resto dello scritto e stride ancor più con l’eco e la risonanza nazionale che l’omicidio ha provocato in tutti gli ambienti. Basti seguire la reazione della stampa di quei giorni per averne una conferma. A Emanuele Macaluso, qualche giorno prima La Torre aveva detto: »Adesso tocca a noi», non immaginando quanto avesse drammaticamente colto nel segno, né tanto meno che potesse essere lui la vittima. Per capire quello che è successo bisognava guardare sia al rapporto mafia-politica sia a quelle che accadeva fuori della Sicilia. È un omicidio italiano non solo siciliano.

LA MATITA DEL DISCREDITO

I giornali mettono in relazione l’uccisione di La Torre e l’arrivo di dalla Chiesa a Palermo come prefetto della città. Di dalla Chiesa si occupa anche il documento firmato da De Francesco. «Non è infine da sottovalutare anche l’opinione piuttosto diffusa in città che nella designazione» del generale dalla Chiesa a Prefetto di Palermo, notizia che aveva allarmato mafiosi e ambienti contigui alla mafia, «avesse avuto una parte determinante anche l’on. Pio La Torre». Commento con la solita matita: «Bah! Tesi poco credibile».

Che senso ha una simile postilla? Era noto, e pubblicizzato sulla stampa, che il 3 marzo Ugo Pecchioli, Pio La Torre e Rita Costa, la vedova del giudice Costa assassinato dalla mafia, erano andati da Spadolini per presentargli proposte sulla lotta alla mafia che avevano elaborato dopo che una delegazione di parlamentari comunisti s’era recata in Sicilia incontrando varie personalità e magistrati. Nel fondo Pecchioli custodito presso la Fondazione Gramsci di Roma, c’è un’ampia documentazione delle proposte avanzate. Pochi giorni dopo il Governo nomina dalla Chiesa prefetto di Palermo. Era evidente che c’era una relazione, o diretta o indiretta, con quell’incontro.

Che La Torre e dalla Chiesa si conoscessero sin da quando La Torre era dirigente sindacale a Bisacquino, che si stimassero e non nascondessero la loro amicizia, e si frequentassero era cosa nota e risaputa. Tra l’altro, il Sismi ha pedinato la Torre per tre decenni, pedinamento che terminò una settimana prima che fosse ucciso. Pura coincidenza? Oppure il pedinamento fu di proposito abbandonato per non essere testimoni di quello che, si sapeva, sarebbe accaduto?

Ancora un giudizio interessante nel documento di De Francesco secondo cui «l’omicidio sia stato perpetrato alla vigilia dell’arrivo a Palermo del nuovo Prefetto» e che l’azione criminale «sia stata fatta eseguire, da chi l’ha demandata, con voluta eclatanza intimidativa». Con la solita matita, un commento non facilmente decodificabile: «Conoscendo l’uomo come lo conosce la Mafia non è molto verosimile».

Due ultime annotazioni è utile segnalare. La prima riguarda un forte disprezzo verso i politici. All’idea di istituire una commissione parlamentare di vigilanza contro il crimine organizzato c’è la solita matita che precisa «lascerei i politici fuori!». La  commissione avrebbe dovuto vigilare quando «operazioni finanziarie o procedure d’appalti appaiono legate alla mafia»; il commento a matita non si fa attendere: «soprattutto per questi motivi escluderei i politici». Infine, quando si accenna alla possibile modifica dell’art. 416 del codice penale, inserendo il bis con il reato di associazione mafiosa, la postilla a matita è: «(Associazione per delinquere). Si, ma quale? (forse per la parte che riguarda la permanente colleganza tra gli associati?)». Evidentemente sfuggiva la portata dell’innovazione dirompente della legge.

SOLO E SEMPRE LA MAFIA

Il documento Contrada-De Francesco, (a giusta ragione si potrebbe definirlo così), ha un limite di fondo: suggerisce che gli autori del crimine siano solo mafiosi violenti assetati di sangue. In nessun conto sono tenute le denunce di Pio La Torre sul ruolo del banchiere Michele Sindona e dei suoi molteplici legami mafiosi e finanziari con politici in Sicilia e a livello nazionale, l’individuazione del pericolo di una struttura parallela della Nato, illegale, che all’epoca non aveva un nome e che poi avremmo imparato a chiamare Gladio, la sottolineatura della nuova strategia della mafia e del ruolo di Vito Ciancimino nella Dc diventato più potente dopo l’uccisione di Michele Reina. Solo coppole e niente altro sembra suggerire quello scritto del Sisde.

Nelle carte della Fondazione Gramsci c’è il documento finale del IX congresso regionale del Pci siciliano, l’ultimo a cui partecipò La Torre che nella sua relazione sostenne che «gli omicidi politici compiuti dal terrorismo mafioso in Sicilia nel ‘79 e nell’‘80 non possono essere esaminati come singoli episodi» perché, invece sono “sequenze allucinanti” collegate tra di loro: gli omicidi di Giuliano, Terranova, Mattarella, Basile, Reina, Costa.

Nel documento del Sisde c’è scritto invece che questi omicidi «trovano origine e conclusione in ambienti e fatti di mafia», per cui non c’è spazio per un interrogativo che pure aveva posto La Torre per gli altri omicidi e che ora tornava ancora più stringente dopo la sua morte: siamo sicuri che solo e soltanto di mafia si tratti? E siamo sicuri che non ci sia una «matrice politica», quella già individuata da La Torre in un’intervista al “Mondo” del 26 ottobre 1979 già solo per i delitti di Reina, Giuliano e Terranova e che diventava più attuale proprio dopo gli omicidi che precedevano il suo?

Coppole certo, non si discute, ma qualcosa di più e di molto più grande doveva pur esserci per capire il senso dell’omicidio La Torre.

sabato 16 aprile 2022

LA DIA IGNORA LE ECONOMIE MAFIOSE?


Dopo un po' di tempo ritorno a scrivere su questo mio diario telematico. Ciò che mi ha spinto a mettere nero su bianco è l'ultima relazione della Direzione Investigativa Antimafia e in particolare il rapporto sulla criminalità organizzata in provincia di Ragusa (https://direzioneinvestigativaantimafia.interno.gov.it/wp-content/uploads/2022/03/Relazione_Sem_I_2021.pdf). 

Leggendo le tre pagine (117-119) che riguardano il territorio ibleo ho avuto la sensazione come se le mafie fossero presenti e organizzate soltanto ad Acate, Comiso, Vittoria - dove la "stidda è ben radicata"- e Scicli,  dove permane l'influenza del clan Mormina classificato come una propaggine del gruppo mafioso catanese dei Mazzei. Tutto il resto della provincia, leggendo sempre le tre pagine, pare poco contagiata o sostanzialmente immune alle logiche e agli interessi economici della criminalità organizzata. E' come se le mafie, che hanno attraversato le Alpi e gli oceani, infettando le economie di interi continenti, avessero avuto paura a scalare i costoni dell'Altipiano Ibleo. Negli altri centri c'è solo spaccio e consumo di droghe? Solo e soltanto nella quotidianità che si riproduce nella società ipparina e sciclitana si propagano gli affari e le tresche della criminilità? Oppure c'è qualcosa anche nelle altre realtà però non si riesce a far emergere? Onestamente devo dire che se è questo il livello di conoscenza che un'istituzione investigativa come la DIA ha del nostro territorio c'è da preoccuparsi. Tutto è ricondotto all'aspetto criminale più basso, quello cioè che fa riferimento agli atti delinquenziali canonici (furti, risse, spaccio, gestione della prostituzione). Tutti reati esercitati in modo organizzato, capaci di concentrare l'attenzione delle forze dell'ordine su questi territori, ma sono sempre atti che presentano una valenza criminale scadente. Nella relazione si parla ancora di "stidda" quando verosimilmente la stessa oramai è stata da tempo assorbita e i suoi (ex) esponenti, probabilmente, sono diventati il bracciantato di mafie più organizzate e strutturate che puntano ad egemonizzare, o egemonizzano già, le economie del territorio. Invece, per quanto riguarda il riciclaggio delle masse di denaro prodotte illegalmente non vi è nessuna traccia. E' come se questo reato non esistesse. Eppure nei quaderni dell'Ufficio d'Informazione Finanziaria  (UIF) redatti della Banca d'Italia, la nostra provincia da questo punto di vista risulta essere molto attiva.  Forse queste pubblicazioni non vengono considerate? Anche i dati sulle tossicodipendenze in provincia sono significativi e posso fornire spunti interessanti. In un convegno tenutosi a Vittoria poche settimane fa, organizzato dalla CGIL, Libera e dall'ASP di Ragusa è emerso un dato tanto preoccupante socialmente quanto inquietante economicamente. In  provincia di Ragusa, su una popolazione di 320 mila abitanti, 40 mila persone fanno uso di droghe; cioè il 13% della popolazione (https://www.ragusaoggi.it/droghe-e-dipendenze-il-caso-ragusa-su-320-mila-residenti-in-provincia-sono-2914-i-tossicodipendenti-monitorati-dal-sert/).  Ognuno di questi 40 mila spende in media €10,00 al giorno per "sballarsi". Facendo un semplice calcolo, in un mese le mafie iblee incassano (40.000 x €10,00 x 30)  €1.200.000,00. In un anno €144.000.000,00 (centoquarantaquattromilioni di euro). Questa massa di denaro, che si produce solo nella nostra provincia, dove finisce? O meglio: dove viene reinvestita? Rimane tutto in zona o in parte va fuori? Gli istituti finanziari, i professionisti e le imprese che operano in questa terra, hanno un ruolo nel digerire, o meglio, riciclare queste somme? Ad onore del vero la relazione della DIA proverebbe a dare una piccola risposta. Infatti, verso la fine, nell'ultimo capoverso del rapporto, si parla di infiltrazioni delle mafie nelle economie "pulite". Però si fa, come sempre, riferimento solo al Mercato ortofrutticolo di Vittoria. Ma il mercato è una struttura che da decenni è sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti. Soltanto una mafia balorda può essere interessata solo ed esclusivamente a questa struttura economica. Facendo una piccola ricerca sul sito https://www.reportaziende.it/ricerca-geografica-comuni-italiani, tirando fuori e poi sommando i fatturati relativi all'anno 2020 delle aziende più importanti che operano rispettivamente nei comuni di Acate, Comiso, Scicli e Vittoria (territori che secondo la DIA sono ad alta densità mafiosa), il risultato che si ottiene non supera i 510 milioni dii euro di volume d'affari. Viceversa, la somma relativa ai fatturati delle aziende più significative che operano nelle città "immuni" è di 1.875 milioni euro (quasi due miliardi di euro). Chi deve riciclare soldi sporchi, lo fa in un territorio economicamente poco brillante e soprattutto in una struttura che è sotto la ciclica attenzione delle forze di polizia? Oppure, non è più logico pensare che chi deve riciclare cerca di impiegare questi capitali in aree finanziariamente più dinamiche e, in primo luogo, poco controllate dagli inquirenti?

Se alla DIA è attribuita la funzione di prefigurare, attraverso l'analisi, l'evoluzione dei fenomeni criminali in modo da orientare gli investigatori verso un efficace contrasto alle criminalità organizzate, leggendo le sue relazioni si percepisce tutt'altro. Questi rapporti sono oramai anacronistici. Non tengano conto delle evoluzioni che la criminalità organizzata ha avuto nel tempo e descrivono, con un copia e incolla ripetuto nel tempo, sempre e solo le solite realtà. E' come se le mafie fossero qualcosa di cristallizzato e di immobile, quando invece sono l'esatto opposto. Queste relazioni ci dicono che lo Stato è capace di avversare la criminalità spicciola, quella che disturba, che crea problemi di ordine pubblico. Viceversa, per le economie mafiose che stanno avvelenando e impoverendo la nostra terra o non si hanno i mezzi oppure (questo sarebbe grave) non si ha la voglia di contrastarle.


domenica 6 marzo 2022

VITTORIA, UNA CITTA' SOTTO ASSEDIO

Foto tratta da "Google Immagini"

Vittoria è una città assediata dalla criminalità. Nel giro di poche settimane decine di furti con scasso, tutti eseguiti con modalità molto simili: entrare, rubare cose di poco valore (commercialmente parlando) e poi deturpare gli ambienti. A subire questa prepotenza sono state soprattutto le rappresentanze del territorio: la CGIL, la CNA, diversi istituti scolastici, il comune, gli studi professionali, in particolare quelli di persone impegnate in politica (Avv. Piero Gurrieri e Avv. Salvo Sallemi, ...). La Città cerca di difendersi e di reagire a questi attacchi,  fastidiosi e continui, ma rimane isolata. Non è bello sentirsi dire dalle forze dell'ordine: "facciamo l'impossibile ma abbiamo una sola volante per un territorio che comprende Acate, Comiso e Vittoria". Un'area con oltre 100 mila abitanti con una sola volante?  Se fosse veramente così, lo Stato oltre a non avere rispetto per chi vive e lavora in questo territorio, non ha rispetto per i sacrifici dei suoi operatori.  Le istituzioni superiori preposte alla gestione del controllo sappiano che chi mette mette in atto un assedio si pone uno scopo preciso: emarginare chi lo subisce,  fino a disabituarlo a qualsiasi tipo di reazione. E' così che lo Stato viene percepito come qualcosa di inutile! 

La città non può e non deve cadere in questo giogo, ma le istituzioni devono intervenire seriamente perché Vittoria non è solo una città sotto assedio della criminalità, è anche dimenticata dalle stesse istituzioni. Che fine ha fatto il "Patto per Vittoria sicura" sottoscritto nell'ottobre del 2018 alla presenza del capo della Polizia di Stato Gabrieli? La criminalità, da sempre, si contrasta col diritto e con il controllo del territorio, non con gli annunci ad effetto e con le passerelle. In questi anni, lo spazio di chi non si vuole arrendere si è via via ridotto proprio per colpa di questi comportamenti, capaci solo di alimentare sfiducia. Sono tantissimi i cittadini che non accettano questo stato di cose, ma queste persone che mantengono ancora alta la dignità di questa città, per quanto tempo possono continuare a resistere? 

Vittoria è anche sottoposta ad un accerchiamento mediatico distorto. A nessuno interessano le battaglie di chi prova, tra mille difficoltà, a farla uscire dall'oblio in cui è stata relegata. Non interessa neanche farle conoscere. Questo territorio, in modo semplicistico, viene narrato come il luogo del male assoluto. Si fruga fra i luoghi comuni peggiori, senza entrare nel merito, senza provare a capire quali dinamiche avvengono in questa zona. A chi giova tutto ciò? Sicuramente non a Vittoria. Certamente non alla moltitudine dei suoi cittadini che rivendicano una città migliore



 

domenica 23 gennaio 2022

Vaccinare l'economia dalle infezioni mafiose


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Da chi e come viene contrastata l'economia mafiosa in provincia di Ragusa? La domanda sembrerebbe banale, ma no lo è. Qualcuno potrebbe dire: Polizia,  Carabinieri e Guardia di Finanza (DIA) - coordinati da una magistratura attenta (DDA) - negli ultimi anni hanno effettuato diverse operazioni importati, caratterizzate da numerosi arresti. Ma i personaggi che via via sono stati incarcerati appartenevano, in grandissima parte, a quel livello criminale formato da gente capace solo di rubare, spacciare, minacciare, rapinare, sparare; cioè persone legate, spesso, agli strati sociali più bassi, poco scolarizzati, che per affermasi hanno provato, con ogni forma di violenza fisica, a sottomettere al proprio dominio un territorio. La domanda iniziale fa riferimento al contrasto del livello economico.  Provo a fare un esempio. Poche settimane fa la Guardia di Finanza trovava sulla spiaggia di Randello circa trenta chili di cocaina purissima. Se questa partita di droga rinvenuta fosse stata messa in commercio avrebbe fruttato qualcosa come undici milioni di euro. Sto parlando di denaro contante che poi doveva essere riciclato. Come e da chi sarebbero state gestite queste somme? Ecco, questa domanda non trova mai una risposta. Forse perché qui il livello non riguarda più personaggi rozzi, con soprannomi ridicoli, capaci solo di ogni tipo di "malazione".  Ma osservando i dati statitici dell'ultimo Quaderno dell'Ufficio di Informazione Finanziaria per l'Italia (UIF), redatto dalla Banca d'Italia,  qualche risposta si può trovare. In particolare se si osservano i dati in percentuale delle eventuali segnalazioni finanziarie anomale, pubblicati a pag 11 del Quaderno (i dati sono nazionali ma la provincia di Ragusa, secondo il cartogramma di pag 12, è sostanzialmente in linea con gli stessi),  si evince come nel 2020, su un totale di 592 segnalazioni (non sono tantissime),   banche e poste sono gli enti che hanno indicato il 67% delle ipotetiche operazioni anomale. Il 23% è stato segnalato degli intermediari finanziari. Circa il 10% dagli Istituti di Moneta Elettronica (IMEL). Il 9% degli Istituti di Pagamento (IP), Tra i professionisti i più attivi sono stati i notai con un 3% di segnalazioni, seguiti dallo 0,2% dei dottori commercialisti, esperti contabili e consulenti del lavoro e in fine dallo 0% degli avvocati. (https://uif.bancaditalia.it/pubblicazioni/quaderni/2021/quaderno-1-2021/index.html). Quindi, le poche segnalazioni arrivano in gran parte dal sistema bancario e postale, tutto il resto degli operatori sembra non curarsi molto della questione. Addirittura, su questo tema, il mondo delle professioni appare molto disattento.  Questa distrazione viene ben rappresentata  nel grafico della distribuzione per origine del sospetto di pagina 24 del Quaderno (si veda la figura sotto).


Ma all'interno della pubblicazione, esattamente a pag. 42, vi è un cartogramma molto interessante (si veda la figura sotto), che fornisce altre valutazioni. Il grafico fa riferimento al peso dell'operatività in contante sul totale delle operazioni finanziarie. Come si può evincere, in provincia vi è un'alta circolarità di moneta liquida e di conseguenza vi sono molte operazioni in contanti.  Secondo gli analisti dell'antiriciclaggio la facilità di utilizzo del contante e la non tracciabilità dello stesso possono essere azioni di riutilizzo di risorse di provenienza illecita.

Gli analisti dello UIF vanno oltre. A pag 44 del Quaderno vengono classificate le attività economiche potenzialmente soggette a  forme di infiltrazioni anomale (si veda la figura sotto allegata). 

Il 60% delle attività ricade nel settore del commercio, in particolare commercio al dettaglio (33,9%) e ristorazione (15%), settori dove si compiono operazioni di piccoli importi, ma va anche detto che sono i settori maggiormente colpiti dalla crisi generata dal COVID e quindi dalle ripetute chiusure dettate dal lockdown. Molte di queste attività per ripartire hanno bisogno di una liquidità che difficilmente gli istituti di credito potranno concedere.  E' forse in questo modo che i soldi delle mafie potranno avere un ruolo nel "rilancio economico" di questi settori? E' così che  l'illecito può diventare lecito? La disponibilità economica delle mafie e la capacità dei suoi  complici può diventare un ottimo pretesto per confondere le acque attorno a vecchi e nuovi traffici? Infine: nella nostra provincia dove sono maggiormente concentrate queste attività?  

Lo stato parallelo, o meglio la finanza parallela, non sta sicuramente a guardare. La crisi crea molte occasioni  e i complici sono sempre pronti e attenti, a titolo oneroso, nel dare le giuste indicazioni.  Per questo tipo di contagio serve un vaccino nuovo che immunizzi seriamente l'economia del territorio da queste possibili  infezioni. Un siero diverso rispetto alla triaca che da anni viene somministrata.
  

domenica 2 gennaio 2022

SAN BASILIO



Foto Franco Assenza (strage 2 gennaio 1999)

Dal 1999 a Vittoria il 2 gennaio è la data che smorza in modo drastico le luci delle festività natalizie. La data non certifica soltanto l'oltraggio peggiore che la nostra comunità abbia subito, rappresenta soprattutto, uno spartiacque. Nella logica delle mafie il cambiamento deve essere marcato dal piombo e battezzato col sangue. Fu così nel settembre del 1983 quando finì l'era del boss Cirasa e del contrabbando delle sigarette e iniziò l'era dei Gallo con il racket e la droga.  Avvenne la stessa cosa nel 1987, quando il clan stiddaro dei Carbonaro Dominante sterminò la famiglia Gallo e si impose sul territorio. Con la strage del 2 gennaio 1999 finisce il dominino della  stidda e inizia quello della mafia liquida, un network che ha come scopo l'accumulazione del potere economico e poi di quello politico. Per completare questo salto di qualità oltre a consolidare i rapporti di convivenza  con imprese e professionisti compiacenti va messa, in modo definitivo, in riga quella "zavorra" di malavitosi straccioni, rozzi e aggressivi che si atteggiano a boss, le cui azioni violente attirano l'attenzione degli organi inquirenti mettendo a rischio i nuovi affari. Poco importa se a perdere la vita saranno due innocenti, per i nuovi "gruppi economici" gli interessi hanno precedenza assoluta. 
La DIA in una delle sue ultime relazioni ha fatto una descrizione precisa delle mafie liquide: "professionisti e imprenditori deviati, cioè l’area grigia dell’economia criminale, che consente di entrare in contatto con un’altra area grigia, altrettanto pericolosa, dove operano gli apparati infedeli della pubblica amministrazione. L’anello di congiunzione è la corruzione" - ­ va avanti la Dia -  "le mafie si presentano nella veste più moderna e imprenditrice, ammantandosi di apparente legalità. Del resto commesse pubbliche e finanziamenti nazionali e comunitari, insieme a settori da sempre privilegiati dalle consorterie mafiose, si pensi ai rifiuti, all’edilizia e al ben noto ciclo del cemento, sono occasione irrinunciabile".
La ndrangheta è la mafia liquida per eccellenza, la sua vocazione affaristico imprenditoriale la pone saldamente come leader nei grandi traffici di droga e nel tempo, sempre secondo la DIA, ha rafforzano i rapporti tra alcune famiglie storiche della mafia siciliana soprattutto del Sud Est siciliano. Il pensiero corre subito ad un altro delitto avvenuto a Vittoria il 14 dicembre del 2014, su cui è subito calato un rumoroso silenzio, quello di Michele Brandimarte, un boss calabrese legato alla 'ndrina dei Piromalli Molè.  Cosa era venuto a fare questa persona a Vittoria? Una risposta arriva sempre dalla relazione della DIA del secondo semestre 2014: "il traffico di stupefacenti avrebbe determinato contatti tra i clan di Vittoria e il gruppo 'ndraghetista dei Piromalli Molè. 

Foto Franco Assenza (omicidio Brandimarte 14 dicembre 2014)

La gestione del traffico delle droghe porta enormi masse di denaro che vanno reinvestite (riciclate) in imprese legali e per fare tutto ciò serve serenità e professionalità specifiche. Nella terra del capitalismo molecolare entrato in crisi, le economie criminali, che con scaltrezza, hanno mutato la loro strategia nella modalità di acquisire potere economico e consenso sociale, sono diventate, con la loro rete di complicità professionali e imprenditoriali, una risposta  concreta a questa crisi. E' fin troppo evidente, dopo il 2 gennaio del 1999 gli interessi e il modo di operare delle mafie è cambiato profondamente, ecco perché il giorno di San Basilio non è e non può essere solo una data da commemorare in modo mesto e sempre meno partecipato. Ventitre anni fa è iniziata una nuova era per la mafie di questa zona di cui ancora oggi non si vuole intravedere né forma e né dimensione. Pochissimi, nel silenzio generale, ne intuiscono  interessi e affari, ma nessuno ne vuole tracciare il contrasto.

mercoledì 29 dicembre 2021

Generare lavoro sano e produttivo? A Vittoria si può.

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Vittoria sta facendo i conti con una grave crisi economica, sociale, politica e culturale; eppure  una parte delle economie sane di questa terra e le sue tante intelligenze non si stanno dando per vinte, provano ad attivare percorsi per un nuovo sviluppo in grado di dare la possibilità a diverse persone, soprattutto giovani, di vivere e realizzarsi professionalmente e lavorativamente in questa città.  E' chiaro che ancora tantissimi preferiscono puntare il dito nel vuoto pronunciando le solite frasi:  "c'è la crisi",  "non ci sono soldi",  "la politica non fa nulla". Tutti alibi che riescono a mantenere vivo il male grande di questo territorio: l'immobilismo! Ma un gruppo di "ragazzi", con una visone diversa, ha provato ad uscire da questa condizione. Ha metterli in moto è stato il Covid e quindi il fatto che molte persone non potendo uscire avevano e hanno di bisogno di un servizio a domicilio per la spesa, per i farmaci, per l'abbigliamento. Bisognava trovare il modo di mettere insieme l'interesse di imprese bloccate economicamente dai lockdown e le esigenze delle tante persone. Da questa nuova condizione è nata una rete di piccole attività, una sorta di cooperativa di comunità, uno strumento che ha messo insieme imprese diverse con ruoli diversi, tutto concentrato in un'applicazione: "VittoriaAdomicilio". All'inizio non pensavano di avviare questa start up nella nostra città: "non verrebbe capita", "Vittoria è solo risse e spaccio", "meglio iniziare l'attività a Ragusa". La perseveranza di uno  dei soci ha vinto sulla poca fiducia che aleggiava sul gruppo. E infatti, guarda un po', l'impresa ha avuto successo proprio a Vittoria.  In poco tempo circa 30 attività cittadine, legate a vari settori merceologici, hanno aderito al progetto. Una piccola comunità ha sentito l'esigenza di mettersi in connessione,  ha avuto la consapevolezza che la città avrebbe capito la sua proposta,  ha messo insieme le diverse competenze e le legittime esigenze e poi le ha fatte coincidere con quelle del territorio. Ora quest'esperienza comincia a guardare oltre i confini comunali.  Il progetto di un gruppo, ancorato a delle nuove necessità, ha generato un piccolo ma significativo cambiamento strutturale in grado di realizzare e non subire il proprio futuro.  E' questo che la classe dirigente locale  dovrebbe incoraggiare, valorizzare, sostenere;  invece la vediamo tristemente affaccendata in altre storie, o peggio disconnessa totalmente dalla realtà che vive il territorio (la vicenda del consiglio comunale ne è l'emblematica dimostrazione). L'anno che verrà ci da già delle indicazioni chiare: bisogna credere in questa terra da cui è molto facile scappare ma è  molto più difficile restare e lavorare. Qui si possono ancora sviluppare idee che generano lavoro e nello stesso tempo in grado di  migliorare la qualità della vita; perché soltanto quando si smette di delegare e si acquista competenza ad agire, quando lo sviluppo equo e la crescita sostenibile si affermano, la democrazia (quella vera e non quella annunciata) raggiunge la sua pienezza.