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sabato 14 agosto 2021

I rifiuti sono una risorsa. Ma per chi?



Sono, per formazione culturale e politica, un ambientalista. Ultimamente però mi sono reso conto come molti argomenti ecologisti possano creare più danni di quanti ne risolvano. Negli anni, in tanti, ci siamo convintamente innamorati di certe posizioni, idee, impegni che secondo analisi o considerazioni - sulla carta convincenti - dovevano avere ricadute positive sull'ambiente, nei fatti, abbiamo visto e stiamo vedendo,  rischiano di essere controproducenti. Addirittura  causano più degrado e inquinamento di quanto se ne voleva e se ne vuole evitare. E' il caso, ad esempio,  del nostro modello di raccolta differenziata.  Nel corso del 2017  in molti comuni della provincia,  tra cui anche Vittoria,  partì la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani. Gli effetti del nuovo sistema furono subito evidenti. In pochissimi mesi solo Vittoria passò da 2 al 54% di rifiuto differenziato. Il successo del dato fu giustamente evidenziato agli "Stati generali della Green Economy", manifestazione nazionale che si tiene ogni anno a Rimini.  Ma va sottolineato come le condizioni igieniche della Città in poco tempo peggiorarono.  Dal 2017 ad oggi, lungo questo arco di tempo, i social ci hanno raccontato, con  foto e video, che la situazione ambientale è via via  degradata verso un'evidente emergenza sanitaria. Nelle periferie estreme e nelle compagne circostanti di Vittoria (ma anche di altri comuni) si accumulavano sacchetti di "monnezza" abbandonati da alcuni "cittadini senza coscienza" (definizione assolutoria utilizzata soprattutto da chi non ha saputo ben governare il sistema di raccolta). Spesso questi cumuli diventavano e diventano, la base delle fumarole che ammorbano da anni l'aria della nostra plaga. Insomma, il territorio è stato via via devastato da un'invasione di sacchetti multicolarati di rifiuti che lo hanno fatto precipitare in una crisi ambientale e igienica di cui non si riesce ad uscire. Quella che sulla carta sembrava una corretta e avanzata gestione dei rifiuti, per una serie di anomalie e disservizi  (e poi anche per l'inciviltà di alcuni cittadini), ha finito per  peggiorare le condizioni ambientali.

Dopo questa breve considerazione vorrei porre alla vostra attenzione alcune domande: 

  • Da quando c'è  questo modello di differenziata  quanto incassa il comune (qualsiasi comune) dai consorzi obbligatori a cui viene conferito il rifiuto differenziato?
  • Questo incasso ha permesso la riduzione della TARI? 
  • Se in tutti i comuni si differenzia: perché le discariche in provincia, e più complessivamente in Sicilia,  sono in via di esaurimento?  E perché si avviano  procedure per aprire nuove vasche? 
La risposta, secondo me, è una sola:                                                                                                           QUESTO MODELLO DI RACCOLTA DIFFERENZIATA PRODUCE DISTORSIONI, NON E' NE' CONVENIENTE  NE' SOSTENIBILE ECONOMICAMENTE, NON E' CAPACE DI CHIUDERE IL CICLO DEI RIFIUTI.  NON HA ASSOLUTAMENTE MESSO IN DISCUSSIONE IL RUOLO DELLE DISCARICHE E DI TUTTO LO SCHIFO CHE GIRA INTORNO ALLE STESSE.

SI PUO' DIRE CHE QUESTO MODELLO  VA MODIFICATO PROFONDAMENTE?

Serve obbligatoriamente un nuovo tipo di raccolta differenziata che faccia diventare il rifiuto realmente materia prima e che sappia bloccare ed eliminare l'emergenza ambientale/sanitaria in cui il territorio tutto è precipitato (Ragusa, Modica, Comiso ... non vivono una  situazione migliore della nostra). Bisogna cominciare a pensare - facendo tutte le valutazioni possibili - alla realizzazione di un impianto inter-territoriale di biodigestione. Una struttura in cui vengono trattati, attraverso un processo di compostaggio che avviene in mancanza di ossigeno, la massa di rifiuti organici domestici e gli scarti agricoli.  Da questo procedimento si produce biogas (metano) che può essere utilizzato per qualsiasi tipo di attività. Altra struttura da valutare e prendere in seria considerazione è un centro per la depolimerizzazione delle plastiche sia quelle domestiche che quelle derivanti dall'agricoltura. Da questo processo si ottiene disel e oli combustibili.   Sia per il primo che per il secondo procedimento vi sono studi e imprese di una certa valenza con professionalità in grado di gestire e realizzare le strutture in totale sicurezza. I soldi che i comuni otterrebbero dalla vendita o dalle royalties delle prodotti derivanti dalla trasformazione dei rifiuti potrebbero servire, ad esempio,  a ridurre finalmente  la TARI. Va considerato che questi impianti possono essere realizzati in uno o più  stabilimenti abbandonati presenti nel territorio. Gli stessi posso essere adeguati e riconvertiti per questo tipo di processi. Da questa proposta si deduce anche che per il vetro, la carta e il cartone si può  continuare a differenziare come si è fatto fin'ora, Invece la frazione umida, buona parte dell'indifferenziata, le plastiche e gli scarti agricoli andrebbero raccolti e poi conferiti a questi impianti e non farli finire nelle discariche (https://www.blogsicilia.it/siracusa/discarica-lentini-rifiuti-mafia-ampliamento-leonardi/580271/)

Se vogliamo provare a bloccare l'emergenza ambientale, che è l'humus dove prosperano le mafie (voglio ricordare l'operazione della DDA di Catania "plastic free"), abbiamo l'obbligo di valutare e pensare a forme nuove di gestione dei rifiuti. Il sistema attuale ha generato una serie di problemi che si sono via via incancreniti. Lo dico con tutto il rispetto possibile: quest'emergenza non può essere contrastata solo sui social con foto e filmati che segnalano  mega discariche abusive, dune di plastica o indicando le fumarole che giornalmente ammorbano l'aria del nostra terra  e appestano il suolo di diossine. Il lavoro di denuncia e di sensibilizzazione fatto da Riccardo Zingaro e dalle associazioni ambientaliste è encomiabile; vanno ringraziati  per la passione e il rischio che mettono in campo. Ma  accanto a questo servono proposte e misure che facciano diventare il rifiuto ciò che è realmente: una risorsa e non un problema. La gestione dei rifiuti è uno dei temi, insieme a quello dell'acqua, su cui  sindaci e classe politica regionale hanno cazzeggiato.  I risultati delle loro chiacchiere inconsistenti sono evidenti.  Qui c'è  l'obbligo di mettersi realmente a lavoro prima che le mafie si impadroniscano definitivamente dell'emergenza rifiuti. 




venerdì 6 agosto 2021

Estate 1985: Vittoria sfregiata dalle mafie. La città reagisce, ma rimane isolata.


Foto di Giuseppe Leone tratta da Google Immagini 

Sono a riposo forzato. E' dal 29 luglio che sono in quarantena cautelativa. Gli amici mi chiamano per non farmi sentire solo e tra le tante chiamate c'è stata quella di Gianfranco Motta. Gianfranco prima ancora di essere un storico dirigente sindacale e un compagno, un amico, una persona con cui spesso  discuto anche (soprattutto) animatamente, quasi al limite del litigio. Tra una parola e l'altra mi ha raccontato di aver trovato documenti della CNA risalenti al 1985, dove si parla dell'impegno contro la criminalità organizzata di questa terra  (gentilmente me ne ha inviato una copia che di seguito allego). Motta non è ragusano, è un catanese doc. Arrivò in provincia di Ragusa verso la fine degli anni 70 inviato dal PCI a dirigere prima il partito a Scicli e poi la CNA. Da subito capì che questa provincia non era per nulla "babba", anzi  comprese come l'apparente tranquillità iblea era solo una maschera che nascondeva, e continua a nasconde, interessi e intrecci imbarazzanti.  Dirigendo la CNA si rese conto come questi intrecci puntavano a penalizzare le tante economie sane, cioè la miriade di piccole attività agricole, artigianali e commerciali che erano, e sono, la struttura portante del sistema Ragusa. Nei primi anni '8o il racket imposto dalle mafie emergenti cominciava ad asfissiare le attività legali dell'area iblea e con esso era cresciuto il controllo e lo spaccio della droga. Secondo una relazione della Prefettura, il consumo di stupefacenti aveva raggiunto, in molti comuni della provincia, livelli allarmati.  Le nuove mafie, in poco tempo, tra la raccolta capillare del  pizzo e gli incassi dello spaccio di droga avevano raggiunto un livello economico di primo piano, C'era  l'esigenza  di riciclare questa enorme massa di denaro e l'unico modo era puntare al controllo, con le buone o con le cattive,  delle economie legali.  Il gruppo dirigente della CNA capì e si oppose con forza a questo "progetto criminale ed economico". L'incidenza maggiore delle attività mafiose si concentrò soprattutto a Vittoria, dove operava un'imprenditoria molto dinamica che venne obbligata, in modo violento e asfissiante, a subire il pizzo ma anche a digerire il denaro prodotto illegalmente dai clan. Ad opporsi a questo "progetto" fu la determinazione dei diversi dirigenti artigiani (su tutti Filippo Bonetta, la cui attività subì un attentato dinamitardo), i quali provarono a denunciare e sviluppare forme di contrasto verso una  criminalità nuova e aggressiva. L'estate del 1985 fu particolarmente "calda". Tutto iniziò  il 7 luglio. Al congresso provinciale della CNA, l'assemblea approvava  un documento dove si chiedeva l'intervento straordinario della Commissione Nazionale Antimafia in provincia di Ragusa. La richiesta di mettere sotto la lente di ingrandimento il territorio provinciale, e quello di Vittoria in particolare, fece scattare le intimidazioni. Dopo pochi giorni i mezzi, i cantieri, le sedi dei consorzi edili e del consorzio dei produttori di imballaggi per l'ortofrutta legati alla CNA (CAEV E CIV) furono interessati da attentanti. Insieme a questi atti vi fu una recrudescenza delle rapine ai tir che trasportavano ortofrutta (molti autotrasportatori erano associati alla FITA/CNA). L'organizzazione non rimase isolata, La Lega delle Cooperative, il sindacato, il Comune di Vittoria, il Consiglio Provinciale, la deputazione della provincia, e la Prefettura, attraverso il Comitato per l'ordine pubblico, si mobilitarono e si schierarono accanto agli operatori economici sostenendo la loro battaglia per un vero "progetto di qualificazione dello sviluppo".  Ciò che venne meno fu l'attenzione e l'intervento delle istituzioni superiori. Il Ministero dell'Interno sottovalutò le preoccupazioni che arrivavano dal Comitato per l'ordine e la sicurezza, dal Consiglio Provinciale e dal Comune di Vittoria. La stessa CNA, in un documento, aveva denunciato con forza come "le attività mafiose stanno allargando i loro obbiettivi e attaccano nuovi settori della vita economica e civile". Dopo quell'estate la forza criminale ed economica di quei gruppi mafiosi, senza un contrasto preciso e determinato, divenne così dirompente da deprimere, umiliare, persino uccidere, ogni forma di resistenza. A conferma di ciò pochi anni dopo il settimanale L'Espresso, nel maggio del 1989, pubblicava una mappa delle organizzazioni mafiose e poneva il clan Carbonaro Dominante fra le strutture criminali più organizzate del paese. Una "disattenzione" imperdonabile che farà  precipitare lentamente Vittoria nel fango.

Dopo quasi 40 anni - esattamente 36 dal 1985 - le mafie di questa terra, malgrado siano state smembrate dalle tante operazioni di polizia e dai "pentimenti" dei suoi esponenti maggiori, non hanno perso, per nulla, la loro forza aggregativa e propulsiva. Anzi, si sono evolute. Nel tempo si sono liberate dalle vecchie logiche e hanno modificato il loro modo di operare cambiando forma e struttura. Non intimidiscono più con la violenza ma si sono imposte con la loro forza economica, capace di isolare le poche resistenze rimaste e di produrre consenso sociale e politico. La storia recente ne è la conferma.   Parafrasando Lavoisier, qui  nulla si è distrutto, ma tutto si è trasformato ... grazie al denaro, ai picciuli, a pila.

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/01/29/tir-scortati-tra-catania-ragusa.html






lunedì 5 luglio 2021

Le due mafie

 


Condannati i Ventura, incarcerata la mafia di Vittoria. Ecco, si può sintetizzare in questo modo la notizia delle condanne inflitte a quello che è stato definito dalla stampa “clan Ventura”. Ora a Vittoria è tornata la “legalità”? Possiamo dormire sonni tranquilli con porte e finestre aperte? Scemo chi ci crede!

Gli oltre 100 anni di carcere dati a questo gruppo criminale dal Tribunale di Ragusa, sono il risultato scaturito nel settembre del 2017 dall’operazione della DDA di Catania detta “Survivors” (nominarla “Sopravvissuti” ne riduceva la forza mediatica?). Questo gruppo di “sopravvissuti” del clan Carbonaro Dominante si dedicava alle estorsioni, al recupero crediti (leggasi usura) e poi rinvestivano il denaro prodotto illegalmente in alcune attività economiche. Ma in quest’ultimo caso i Ventura facevano tutto da soli? Basta guardare le loro facce (da sopravvissuti) per capire che non erano in grado neanche di contarli quei soldi, figurasi riciclarli in attività economiche. Queste cose senza l’apporto di professionisti e senza gli agganci con uffici o centri decisionali non si possono fare. I Ventura appartengono alla mafia stracciona e marginale, quelle delle periferie, che si nutre di furto, spaccio, ricettazione, usura, pizzo; dove ci si afferma con l'unica capacità che si è in grado di riconoscere: la violenza, declinata in tutte le sue forme. E' gente schiacciata dalle difficoltà della vita, che non ha nulla da perdere (sopravvissuti appunto) e per questo pericolosa. Rappresentano la mafia coppola e lupara, quella che piace raccontare a una certa stampa e da fastidio al potere, quindi è contrastata con determinazione dalle forze dell’ordine, dalla magistrature e descritta con una certa epica dai media. Il grosso dei soldi dei loro affari però finisce nelle mani di un’altra mafia, quella che vive dentro la società ed è in combutta con ogni forma di potere e grazie a questo riesce a reinvestire queste somme in attività lecite. Di questa mafia non si parla e non si scrive, non si analizza e non si indaga (volutamente?) mai; però c’è, è molto attiva e opera con estrema tranquillità in mezzo a noi, altrimenti i soldi prodotti illegalmente dai Ventura non potevano essere investiti in attività economiche. Non voglio essere frainteso, non dico che queste condanne siano inutili in termini di contrasto alla criminalità organizzata. Voglio evidenziare come le stesse riguardino sempre e solo i “criminali della classe infima”. Quando le inchieste (giudiziarie e giornalistiche) e i processi riguarderanno i “criminali della classe media”, cioè quelli che molti autori hanno definito “borghesia mafiosa”, allora si potrà dire che la lotta alle mafie ha intrapreso la strada giusta. Le due mafie si auto-alimentano. Condannare sempre è solo la prima senza mai sfiorare la seconda è una forma di contrasto che non riuscirà mai a bloccare il sistema che genera economie criminali. 

Dove non arriva il diritto penale e le inchieste giornalistiche a colpire i vari soggetti che compongono il mondo della “borghesia mafiosa” vittoriese, può arrivate la politica e l’impegno sociale.  La campagna elettorale in corso potrebbe diventare questo spazio. A Vittoria ci conosciamo tutti e sappiamo bene chi gira intorno a certi affari. E’ semplice: non bisogna cercare il sostegno elettorale di questi soggetti. Non si tratta mica di attivare la palingenesi universale, va soltanto applicato il senso di responsabilità e cioè impedire ogni forma di contatto con l’area delle contiguità, facendo capire alla stessa che non serve. Tutto questo vale in primo luogo per queicolletti bianchiche sono punto di riferimento degli strati popolari che costituiscono il gruppo più consistente di un sistema di rapporti che può essere definito “blocco elettorale anomalo”, cementato degli interessi e dalla condivisione di codici culturali. Ci vuole volontà, un po’ di coraggio e una certa determinazione. Viceversa, per favore, astenersi dal blaterare “legalità” perché di percorsi falsi, pelosi e melodrammatici, molti ne abbiamo piene ... le scatole.


lunedì 21 giugno 2021

GIUSTIZIA SOCIALE

 Foto tratta da Vittoria Notizie n.3 Maggio Giugno 2007

A Vittoria (e non solo) parlare di legalità - parola di cui tanti ne hanno fatto e ne fanno uso e abuso - è sempre più complicato. Spesso i tecnocrati della legalità, con fare accademico, la narrano con banali ovvietà del tipo: rispettare le regole, pagare le tasse, osservare le autorizzazioni; cioè farla diventare una formalità e, alla bisogna, un comodo riparo dietro il quale mettere al sicuro i tanti perbenisti in doppiopetto. Ma la legalità non è tutto questo. Alla base di questa parola, diventata ormai un fastidioso feticcio, vi è un concetto che è stato sempre e volutamente ignorato: la giustizia sociale.

C’è una storia che il dott. Alfio Lo Presti, un medico amico del magistrato Paolo Borsellino, ha raccontato a diversi giornalisti: “Una domenica andammo a piedi a fare una passeggiata alla ricerca di un filone di pane da portare a casa per il pranzo. Trovammo un carrettino nei pressi di piazza Ottavio Ziino. Borsellino chiese il pane e il venditore ambulante glielo diede e poi gli disse con fierezza: A lei, il pane io glielo regalo. Borsellino insistette per pagare, ma il venditore gli ricordò: Signor giudice, lei mi ha condannato per vendita di pane abusivo e ora viene da me a comprarlo!? Ma io glielo regalo con tutto il cuore. Il magistrato rimase immobile per qualche secondo, poi superato l’imbarazzo andò ad abbracciare il venditore abusivo di pane”. Quell’abbraccio non era sicuramente un chiedere scusa per la condanna applicata, ma è probabile che il dott. Borsellino avesse capito come quel lavoro, quasi certamente garantito dalla criminalità - giustamente da punire - permetteva a quella persona di scampare alla povertà. Quella condanna, se pur giusta, non era stata accompagnata da una risposta (l’esigenza di lavorare) che doveva arrivare da altre istituzioni, ma era diventata una inutile repressione.

Ecco, la legalità dovrebbe essere prima di ogni cosa garantire un lavoro vero e dignitoso, impedendo così alle mafie di essere, come lo sono in molti territori, l’unica agenzia per l’impiego. Le istituzioni, a partire dai comuni, non possono essere percepite come qualcosa di lontano o peggio come soggetti in grado soltanto di reprimere le tante arbitrarietà che caratterizzano i quartieri periferici e invece essere tolleranti con le illegalità della città bene. A Vittoria in questi anni si è formato un solco ampio e profondo tra questi due porzioni di città. Una spaccatura che ha reso le mafie più credibili dello Stato e quindi, rispetto al passato ancora più forti di condizionare e gestire ogni forma di consenso. Non servono a nulla le iniziative politiche di chi ostenta le sue belle idee di progresso, magari utilizzando slogan antimafia ad effetto, quando poi nella periferie cresce ogni forma di diseguaglianza (a partire dalla mancanza dei servizi essenziali); tutto questo sta generando una rabbia e un desiderio di ripicca che la criminalità sta capitalizzando.

Mi vengono in mente le tante operazioni antidroga degli ultimi anni, nei titoli e negli articoli dei giornali capeggiava o prevaleva spesso una frase: “ristabilita la legalità”. Ma quando mai! Gli spacciatori vengono arrestati e le loro facce vengono pubblicate, mentre i boss che fanno affari con la droga e i professionisti che ne riciclano il denaro erano e rimangono intoccabili. In questo gioco fatto di chiaroscuri la Vittoria bene, che sniffa coca e fuma hashish e marijuana, è costretta a cercarsi un’altra zona dove rifornirsi di roba, rimettendo subito in modo altri disadattati che verranno ad essere manovrati da chi li domina e li continuerà a sfruttare ... convivendoci.


domenica 23 maggio 2021

Dominare la crisi, gestire i rifiuti, produrre droga. Ecco i nuovi affari delle mafie

Vittoria è una città che oramai subisce le aggressioni delle economie mafiose in silenzio e le istituzioni statali sono come incapaci a vederle, a capirle, e quindi non in grado di reagire con risposte e atti concreti. Questo mese ci sono stati due fatti che confermano questa mia tesi. Martedì 4 maggio i carabinieri hanno effettuato l’ennesimo sequestrato di migliaia di piantine di marijuana coltivate in un serra gestita da un cinquantenne. Domenica 16 maggio il quotidiano "La Sicilia" pubblicava un articolo dove i quindici imputati dal processo scaturito dall’operazione della DDA “plastic free” (tra cui l’ex pentito Claudio Carbonaro), accusati di associazione mafiosa e tornati tutti in libertà, ritiravano i teli della plastica dismessa dalle serre “senza minacce.

Alla base delle due notizie vi è un unico denominatore: le serre. La serricoltura ha cambiato radicalmente la vita sociale di questa terra, riscattando migliaia di braccianti che si sono elevati a piccoli proprietari terrieri, e gli stessi sono stati capaci di generare reddito e sviluppo non solo per se stessi ma anche per l’intero territorio. Oggi tutto questo è entrato in una crisi che dipende da varie cause, sia interne che esterne al comparto serricolo. Le mafie si sono via via impadronite di queste crisi, inserendosi dove lo stato ha rinunciato ad avere il suo ruolo. I mancati sostegni alle migliaia di microimprese serricole della fascia trasformata hanno spinto alcuni produttori ad accettare le proposte della criminalità organizzata e quindi a trasformare la propria azienda agricola in una attività che produce quintali di piante di marijuana. I dati pubblicati nell’ultima relazione annuale della Direzione centrale per i servizi antidroga dicono che in Italia, nel 2019, sono state sequestrate 223.541 piante di marijuana (pag 43 della relazione). Il 23,36% di queste piante, cioè quasi un quarto dei sequestri, è avvenuto in Sicilia. Il grosso della produzione e dei sequestri, è avvenuto in provincia di Ragusa, lungo la fascia trasformata. (pag. 175 della relazione).

Ma le serre, come qualsiasi attività, producono anche rifiuti. I teli di plastica che coprono le strutture produttive e i recipienti e gli imballaggi dei vari prodotti utilizzati per sostenere le coltivazioni, dovrebbero essere smaltiti secondo norme ben precise. I serricultori quando li acquistano pagano già lo smaltimento in fattura ai vari consorzi obbligatori: Polieco, Comieco, Corepla, etc (soggetti voluti dallo stato che ne dispone con proprio provvedimento la costituzione). Ma in tutti questi anni quale ruolo hanno avuto in questa terra questi consorzi? La risposta è arrivata qualche mese fa dall’operazione “plastic free”: NESSUN RUOLO! Secondo l’inchiesta della DDA, un ruolo invece lo hanno avuto i soggetti che praticavano “l'illecita concorrenza con la minaccia, le lesioni aggravate, la ricettazione, la detenzione ed il porto di armi da sparo, il danneggiamento seguito da incendio, il traffico illecito di rifiuti aggravato. Tutti i reati commessi con metodologia mafiosa, aggravante prevista dalle norme vigenti”.

L’incapacità delle istituzioni sia nel leggere che nel contrastare questi fenomeni ha messo le mafie nelle condizioni di controllare un comparto economico fondamentale per lo sviluppo e il progresso di questa terra. Un settore nato dalla volontà di riscatto economico e sociale si sta trasformando nel suo esatto contrario. Non è più tempo di rimanere a guardare. La classe politica e le organizzazioni sindacali e di categoria hanno il compito di intervenire per stimolare energicamente uno stato fin’ora troppo disattento. 

Vittoria non può diventare una palude, un ventre molle, capace di ingoiare e metabolizzare tutto lo schifo che la sta sovrastando.


domenica 25 aprile 2021

25 APRILE: MEMORIA, RESISTENZA, LIBERAZIONE.

FOTO GENTILMENTE CONCESSA DA  MARCELLO BIANCA

E' da tempo che l'oblio comprime ogni forma di memoria, fino a renderla, nel migliore dei casi, un lontano ricordo in sospensione; nel peggiore: farla scomparire del tutto. Esso viene oramai consigliato come se fosse qualcosa di saggio, di oculato, di prezioso. In questa assurda condizione è stato fatto, volutamente, precipitare anche il 25 Aprile. Una data che dovrebbe evocare ed esaltare il momento più alto della storia recente del nostro Paese: la Resistenza alla disumanità e la Liberazione dalle peggiori barbarie. 

Andrea Gentile ha rovistato con cura nel piccolo giardino di casa nostra e ha messo in fila i fatti violenti accaduti in questa provincia tra il 1920-1921. Storie messe a macerare appositamente nell'oblio e determinate da persone a cui sono state dedicate, in alcuni comuni (Comiso, Ragusa, Ispica), vie e piazze.  Biagio Pace, Filippo Pennavaria, Dionisio Moltisanti, non potevano e non possono meritare questo riconoscimento. I loro nomi fanno sicuramente parte della storia di questa terra ma è una storia di cui non si può essere fieri. Quelle vie, quelle piazze, rappresentano il peggiore dei compromessi politici. Secondo un vecchio detto popolare: "perdonare è da re, dimenticare è da sciocchi". Qui, come in tante altre parti, si è perdonato con molta facilità e si è dimenticato con troppa velocità. La bestia ne ha approfittato e grazie alla complicità di alcuni sinistri ha coltivato negli anni, con cura scientifica, l'oblio. E' tempo di cambiare rotta. E' tempo di militanza della memoria.  W SEMPRE IL 25 APRILE.


Resistenze vittoriesi alla nascita del Fascismo

di Andrea Gentile

Il ruolo del movimento sociale negli Iblei nel 1920-1922

Alla fine della Prima Guerra Mondiale i contadini e gli operai che avevano combattuto al fronte, facevano ritorno a casa con la speranza di migliorare le proprie condizioni di vita. Anche i braccianti siciliani, che nei mesi in trincea avevano acquisito maggiore conoscenza dei diritti sociali e politici, chiedevano di essere ricompensati per il sacrificio in nome della Patria, come era stato loro ripetuto retoricamente per motivarli in battaglia. Il tema della redistribuzione della terra assumeva un ruolo centrale nel dibattito politico. Drammatiche erano le condizioni sociali alla fine del conflitto. I ceti popolari piangevano i morti in battaglia e i sopravvissuti dovevano far fronte alla povertà, all’inflazione e alla disoccupazione. In questo contesto internazionale i movimenti sociali rivendicavano con forza diritti e partecipazione. “Tutta l’Europa è pervasa da uno spirito rivoluzionario. Tra i lavoratori c’è un profondo senso non solo di malcontento ma di collera e di rivolta” Nella provincia di Siracusa, in particolare nel versante occidentale, i contadini avevano già esperienza di organizzazione e mutualismo, derivante dai Fasci contadini del 1893. Alla fine del conflitto mondiale, i braccianti contribuirono alla formazione e al rafforzamento di gruppi politici e leghe contadine. A Vittoria, il movimento socialista era politicamente attivo. Fondato nel 1899, grazie anche all’opera di Nannino Terranova, nell’aprile del 1920 si costituì il circolo socialista radicale “Carlo Marx” e nel maggio si tenne il primo congresso dei lavoratori a cui parteciparono rappresentanti di leghe contadine, cooperative, federazioni socialiste, politici e sindacalisti da tutto il circondario. L’organizzazione e la mobilitazione condusse, durante i mesi, alla contrattazione con i proprietari terrieri su posizioni di forza, con il riconoscimento del limite di otto ore giornaliere di lavoro e di aumenti salariali sia nell’area montana di Monterosso e Chiaramonte che a Vittoria. In questo clima di rivendicazioni e di partecipazione si giunse alle elezioni amministrative che si tennero nell’autunno del 1920. I gruppi socialisti conquistarono maggiore consenso in otto comuni su tredici del circondario modicano. A Modica, Pozzallo, Ispica, Scicli, Ragusa superiore, Acate, Comiso e Vittoria si insediarono amministrazioni socialiste.

I proprietari terrieri, i notabili e la borghesia, riuniti spesso in consorterie e clan, schierati tra le fila di partiti conservatori o liberali, detenevano il potere e controllavano le municipalità. In tutta la Sicilia la classe dominante guardava con preoccupazione alla crescente ondata rivoluzionaria, intenta a mantenere la propria posizione di potere. Nella parte occidentale dell’isola, per sedare le agitazioni contadine, poteva contare sull’azione intimidatrice e repressiva della mafia e della complicità delle forze dell’ordine. Nella parte orientale, in cui era scarsa la presenza di gruppi mafiosi, supportavano e incentivavano il nascente squadrismo fascista. “Là dove (nel siracusano) non esisteva la mafia come guardia bianca dei padroni, i fascisti sorsero per tempo a fermare l’avanzata delle masse” . Negli Iblei si sviluppava così un fascismo simile allo squadrismo padano, con uno spiccato carattere di violenza sociale e politica, quale reazione alle “giunte rosse” e al movimento socialista e contadino. La sera del 7 novembre, a Comiso, contadini e socialisti si ritrovarono in piazza per festeggiare la vittoria elettorale, quando irruppero i fascisti. Negli scontri accoltellarono e uccisero Matteo Iurato, presidente della Lega di miglioramento dei contadini. La Guardia Regia, con l’intento di sedare gli scontri, sparò sulla folla, uccidendo tre persone (tra le quali una bambina) e ferendo nove lavoratori. Fu il terzo omicidio di rappresentanti contadini nel 1920, dopo quello di Nicolò Alongi, accaduto a febbraio a Prizzi, e quello di Paolo Mirmina, a ottobre a Noto. A Vittoria, durante l’inverno, gli agrari organizzarono una risposta. La famiglia Jacono, al potere già dalla metà del secolo precedente, ricca di numerosi possedimenti coltivati a vigne da cui si produceva vino, armò il gruppo dei ‘caprai’, che prestavano loro servizio, e infiltrò suoi sostenitori nell’Associazione nazionale combattenti prima e nei Fasci di combattimento poi. Si costituì così il gruppo violento di attacco ai contadini e ai socialisti alla guida della città. Il movimento socialista, in tutto il Paese, fu attraversato da un dibattito che produsse la scissione e la fondazione del Partito Comunista d’Italia, il 21 gennaio 1921 a Livorno. In provincia di Siracusa la maggioranza dei circoli giovanili socialisti aderirono al neonato movimento e si formarono gruppi operativi a Vittoria, Modica e Rosolini. Lo scontro divenne ancor più radicale e numerose feroci violenze si consumarono in tutto il circondario modicano.

A partire da Vittoria dove, il 29 gennaio 1921, un gruppo armato composto da fascisti, ex-combattenti e caprai, assaltò il circolo socialista sparando sui lavoratori. Giuseppe Compagna, consigliere comunale socialista e contadino, rimase ucciso e dieci persone furono ferite. Le violenze proseguirono, sempre più feroci, e culminarono il 13 marzo: dopo una settimana di attacchi e scontri, furono devastate la Lega contadina, la sezione socialista e la sezione giovanile comunista. Una settimana dopo il sindaco socialista Salvatore Molé fu costretto a dimettersi e il consiglio comunale venne sciolto quattro mesi dopo le elezioni. Le azioni violente atte a sovvertire l’ordine democraticamente eletto furono supportate dai funzionari di governo. Secondo il prefetto Occelli, la causa della reazione squadrista risiedeva nei “disordini socialisti”, ovvero una serie di misure che in pochi mesi di governo avevano colpito fortemente il ceto borghese. Le aggressioni fasciste trovavano ispirazione e fondamento nella retorica di Mussolini, che il 3 aprile del 1921, al Teatro Comunale di Bologna sostenne l’esigenza di “ficcare le nostre idee nei cervelli refrattari, (…) piantarle a suon di randellate”. Altrettanto accadeva in ogni località, con la violenza diffusa ed elogiata perfino negli opuscoli: “quando il nemico insidioso sarà debellato, allora si che disarmeremo la mano e lo spirito”, riportava un foglio di propaganda redatto dai fascisti di Comiso. In questo clima di terrore, il 7 aprile il presidente del consiglio Giovanni Giolitti rassegnò le dimissioni e convocò le elezioni politiche per il mese di maggio. La sera del 9 aprile 1921, la piazza San Giovanni di Ragusa si riempì di uomini, donne e bambini, venuti ad ascoltare le parole del deputato socialista Vincenzo Vacirca. Il parlamentare, che a soli tredici anni aveva contribuito a fondare il circolo socialista di Vittoria, denunciò le violenze squadriste in tutta Italia, quando un gruppo di fascisti iniziò a disturbare il comizio. Pochi attimi dopo si scatenò una pioggia di proiettili verso la folla, che colpì mortalmente tre braccianti socialisti e ne ferì più di sessanta. Squadre di fascisti accorsi anche da Comiso e Vittoria giunsero in serata e contribuirono all’assedio della Camera del Lavoro e dei circoli socialisti. Il municipio venne assaltato e il sindaco di Ragusa dette le dimissioni.

In breve periodo le amministrazioni socialiste del circondario di Modica vennero sciolte, in un moltiplicarsi di violenze e pressioni che condussero alle elezioni politiche. Sempre più numerosi divennero gli aderenti ai Fasci di combattimento, guidati nell’area da Filippo Pennavaria a Ragusa e Biagio Pace a Comiso. Le elezioni politiche si tennero in un clima di pressioni, con i votanti costretti a esprimere preferenze a scheda aperta di fronte ai carabinieri. Nella città di Modica, in cui le devastazioni di circoli e di abitazioni private proseguirono più di un mese, il 29 maggio 1921, un corteo di lavoratori diretto in paese fu attaccato dalle squadre fasciste nella contrada di Passo Gatta, che spararono sulla folla in marcia, uccidendo 6 manifestanti. Sconfitti sul piano elettorale, fiaccati dopo aver subito un così violento attacco in tutta l’area, controllati e schedati dalle forze dell’ordine, i movimenti sociali e contadini dovettero ritirarsi su posizioni private, per evitare ulteriori ritorsioni. I comuni erano amministrati e controllati da solerti funzionari, come Michele Serra a Vittoria, il quale ricevette elogi dal Prefetto Occelli perché agevolò la nascita e l’affermazione elettorale del partito fascista ed ebbe il “merito politico incomparabile di saper condurre il corpo elettorale alla riscossa dal partito comunista che dominava il comune”. Si realizzò quindi, tra l’estate del 1921 e il 1922, nei paesi dell’area iblea, un “allineamento istituzionale che metteva in collegamento diretto e in comunione di intenti il centro con la periferia del paese. I grossi proprietari terrieri che avevano finanziato le gesta delle squadraccie per demolire il movimento dei lavoratori e di tutte le opposizioni, chiedevano, adesso, di essere ammessi ufficialmente al Fascismo”. A Vittoria si registrò il tentativo del movimento di non assoggettarsi definitivamente al fascismo ormai dilagante. Nei mesi erano stati ricostituiti i circoli socialisti e comunisti e la Camera del Lavoro. Il 1 maggio 1922 si organizzò una manifestazione di lavoratori e si tenne il comizio dell’avvocato socialista Salvatore Molé, che indusse la folla, composta da comunisti e socialisti, a riorganizzarsi e cooperare. Immediatamente arrivò la risposta fascista: le squadracce intervennero e devastarono la sede del PCI e della Camera del Lavoro. Picchiarono chiunque si oppose e uccisero il 19enne Orazio Sortino, un manovale comunista. La resistenza alla violenza nazionalista era ormai (temporaneamente) sconfitta anche a Vittoria. Gli agrari, in testa la famiglia Jacono, e i fascisti di Pennavaria esultavano e suggellavano una collaborazione che sarebbe durata un Ventennio. Benito Mussolini, appena giunto alla guida del governo, con decreto dell’11 gennaio 1923, revocò tutte le concessioni temporanee di terre, fatte ai contadini in seguito al movimento di occupazione dei feudi, favorendo la ricostituzione della vecchia proprietà latifondistica.

Testi consultati:

  • Memorandum confidenziale inviato da Lloyd George; premier britannicoa Clémenceau, primo ministro francese.
  • Rita Plidda, 1997, citata in Storia del movimento Antimafiasiciliano, di G. Scolaro, 1997.
  • Fabrizio La Licata, L'area iblea nel ventennio fascista, 2012.

domenica 18 aprile 2021

Vittoria ha l'obbligo di uscire dall'abitudine e dalla rassegnazione.


Questa foto ci dice che a Vittoria c'è una sparuta minoranza rumorosa che non ama il bello, le cose ordinate, è contro le regole del vivere civile ed è intollerante verso ogni forma di pianificazione.  Questa minoranza ha tratto e trae la sua forza dal mutismo omertoso della maggioranza silenziosa di questa città.  Queste azioni, tanto stupide quanto violente, trovano il loro sostegno in questo vergognoso silenzio. Senza questo mutismo non avrebbero nessuna sussistenza. La frase che giustifica questa omertà è stata subito coniata: "adesso con le videocamere vedremo chi ha commesso tutto ciò". Saranno solo le videocamere ha lavare e giustificare le nostre mute e ipocrite coscienze? Nessuno, nel momento in cui l'imbecille o gli imbecilli si "divertivano" ad imbrattare un'ordina e dignitosa facciata, ha sentito qualcosa o visto qualcuno? Lo Stato (cioè tutti noi) sta finanziando con il superbonus la riqualificazione dei prospetti degli edifici: ad un miglioramento urbano dovrà seguire, per forza, una rapida vandalizzazione dello stesso? Invece di uscire dal degrado continueremo a sostenere, con il silenzio omertoso, questa condizione?
Questa città non ha bisogno di più forze dell'ordine (il commissariato di polizia è ancora acquartierato nell'immobile posto sotto sequestro perché di proprietà di soggetti accusati di concorso esterno in associazione mafiosa?). NO! Questa città ha bisogno di storici dell'arte che non si mettano al servizio del potente di turno ma raccontino, insegnino, alle persone l'importanza della bellezza.  "Si fornirebbe un'arma contro la rassegnazione, la paura e l'omertà  ...  E' per questo che bisogna educare le persone alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore".