Visualizzazioni totali

domenica 16 settembre 2018

NUOVE SERRE



Gino aveva saputo che il suo amico Sandro era stato colpito da infarto e se l’era vista pure brutta. Per una settimana era stato ricoverato in ospedale nel reparto di terapia intensiva. Non appena fu dimesso decise di andarlo a trovare. Nel tardo pomeriggio, dopo una lunga giornata trascorsa in spiaggia, tornò a casa, si fece la doccia, s’asciugò velocemente, indossò pantaloncini e maglietta, salì sulla sua vecchia auto e si diresse verso Punta Faro, la località dove Sandro soggiornava durante la bella stagione. Fece la vecchia strada litoranea, non poteva rinunciare alla visone di quel mare piatto dove il sole ormai stava per affondare. Alla sua sinistra invece defluiva un insieme surreale ma ordinato di case e di serre. Notò con un certo stupore che le serre erano tutte nuovissime. Non erano le classiche capannine basse e sgangherate che aveva sempre visto montare e rimontare per anni in quella zona. No! Erano impianti moderni, con le strutture in ferro, alti e ben ancorati al terreno e si estendevano a perdita d’occhio. La cosa incuriosì molto Gino. L’annata agraria, anche quest’anno, era andata malissimo e si era conclusa peggio. Il prezzo alla produzione dei prodotti ortofrutticoli era stato notevolmente inferiore ai costi di produzione. Centinaia di aziende agricole erano andate in malora e i produttori non avevano né le risorse per ripartire né la fiducia da parte delle banche. “Ma allora – si chiedeva Gino - da dove venivano tutti questi soldi per realizzare queste nuove strutture?”
Arrivato a Punta Faro vide che Sandro lo attendeva in strada, notò subito come fosse ancora molto provato in viso. Parcheggiò l’auto e si diresse correndo verso il suo amico. Si abbracciarono a lungo e Sandro ridendo gli disse:
- Gino, il colpo è stato “e n c i c l o p e d i c o” ma io qua sono. Chi m’ammazza?
Si diressero verso la villetta, si accomodarono in veranda, di fronte a loro avevano il mare sorvegliato da una luna che da poco aveva fatto capolino, tutt’intorno poche ma graziose villette e poi quell’enorme distesa di serre nuove nuove.
- Sandrù, ma tutte queste serre, ma cosa è successo? Chiese incuriosito Gino.
Sandro fece come se non avesse sentito la domanda, chiamò sua madre e la pregò di portare una caraffa di latte di mandorla fresco e una bella birra gelata. 
Gino, ci rimase un po’ male, pensò: “forse non ha sentito la mia domanda” e allora con un tono di voce più sostenuto ripeté:
- Sandro, ma tutte ‘ste serre ... sono tante, ma di chi sono?
Sandro, questa volta con un sorriso beffardo rispose immediatamente e a tono:
- Gino, l’infarto viene al cuore non alle orecchie. Ancora ci sento benissimo. Appena ti arriva la birra ti racconto.
La birra e il latte di mandorla non tardarono ad arrivare. Sandro, senza aspettare che Gino riproponesse la domando inizio a raccontare.
- Ginuzzo, quest’anno un mare di piccole aziende agricole sono fallite, i tanti produttori all’inizio delle scorse campagne non avevano neanche gli occhi per piangere; molti andarono da Totò Tribunale ...
- Totò Tribunale … quello che ... il commerciante di …  lo interruppe Gino.
- Si lui, Totò Tribunale, quello che … il commerciante di … lui ha fornito merce a credito a molti dei serricultori di questa zona, ma come garanzia a chiesto e ottenuto la stipula di un compromesso di acquisto del terreno. Se tutto fosse andato bene avrebbero chiuso il debito e fine della storia. Invece tutto è andato male, sempre più male, e ai produttori sono rimasti i debiti … … lui li ha portati davanti al notaio Ficuzza e li con una “manciata di pasta” ha acquistato tutte queste terre. Ora qui tutto è suo. I vecchi proprietari sono diventati i suoi braccianti e queste serre le sta realizzando anche grazie ai contributi comunitari. Gli economisti questa storia la chiamano “ricomposizione fondiaria” … a pronunciarla così sembra pure una bella frase. Nei fatti è una forma di racket-usura legalizzata e giustificata: tu compri da me ciò che ti serve per la tua campagna, se non puoi pagare io ti faccio credito, tu sei in dovere di riportare il prodotto a me e io ne decido il prezzo. Questo prezzo è sempre al disotto dei costi di produzione e ti porta dritto alla perdita di quella terra per cui tuo padre o tuo nonno hanno lottato. E’ una nuova forma di mafia che non ha bisogno di affiliati o di controllare militarmente il territorio con la violenza, quella è roba da romanzo. Il nuovo elemento decisivo è un metodo di costrizione soft, che paradossalmente trova pure una sua giustificazione economica. Addirittura viene percepiscono come una forma di solidarietà, di aiuto … per capirci, secondo alcuni, i vari Totò Tribunale  sono amici.

Di colpo Sandro smise di parlare, guardò ironicamente Gino ma poi in modo risentito gli chiese:
- Scusa, ma sei venuto a farmi una visita o a parlare di queste cose?

Ci fu una attimo di silenzio, poi scoppiarono a ridere all’unisono e sempre in modo corale dissero: “ARRIRRIEMMU PPI NUN CIANCIRI!!”.

P.s personaggi e luoghi sono immaginari. La storia forse è verosimile.


sabato 8 settembre 2018

... OMISSIS ...





A Vittoria, da oltre 48 ore, il testo più letto è la relazione del Prefetto allegata al decreto di scioglimento del consiglio comunale (atto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale serie generale n. 206 del 5 settembre). A Vittoria, da oltre 48 ore, la parola più scritta e pronunciata è "omissis". Dietro questo termine che prova a tralasciare l’identità delle persone coinvolte, si nasconde, oltre ad una evidente quanto morbosa curiosità, una rabbia sorda. Ciò che per anni molti cittadini hanno percepito, supposto, ipotizzato, immaginato, ha trovato una sua concretezza nelle oltre trenta pagine della relazione riassuntiva del Prefetto. Leggendo quei fogli - sintesi di un documento più corposo redatto dalla Commissione ispettiva che per sei mesi ha analizzando una mole impressionante di atti - viene fuori un quadro disarmante e desolante dell’istituzione comunale. Nel documento emerge da più parti come le mafie del territorio e le loro economie non siano state, per l’istituzione politico-amministrativa-burocratica comunale, un problema da contrastare, ma uno strumento di potere di cui servirsi, con cui venire a patti, con cui dividersi i vantaggi dellillegalità. Sempre leggendo la relazione, pare che la stessa illegalità sia stata non solo tollerata ma anche legittimata e disciplinata fino ad ottenerne il controllo economico sulla stessa.

Vittoria nel tempo si è assuefatta a questa condizione, non si è ribellata a questo potere, anzi, le poche reazioni a questo status quo sono state subito contenute, rivoltate al proprio interno e fatte implodere in comportamenti e atteggiamenti che hanno impedito la deflagrazione contro la classe dominante. Penso "all'assessorato alla legalità", hai “percorsi di legalità”. Che ruolo hanno avuto? Cosa hanno determinato? A chi sono serviti? Queste iniziative "antimafia" non davano nessun fastidio, anzi, andavano benissimo, l'importante era salvare le apparenze per mantenere saldo e intatto il sistema di potere creato.

Per far uscire Vittoria da questa assuefazione serve una “ribellione democratica” delle “classi popolari”, una reazione che sappia disarticolare certi rapporti che si sono cementati e cristallizzati nel tempo. Oggi questo potere è in evidente difficoltà, è nascosto e di tanto in tanto emerge per negare le evidenze. Guai però a pensare che non si stia riorganizzando. Lavora sottotraccia per riconquistare il palazzo. Eventuali riproposizioni aggiornate e corrette che camaleonticamente mirano a ripresentarsi come il nuovo, all’interno di giovani formazioni politiche, vanno smascherate. Non si può dare una mano di bianco ad un muro oramai irrimediabilmente compromesso. Quel muro va abbattuto. Se non ora, quando?

domenica 26 agosto 2018

ALCUNE NOTIZIE SU VITTORIA


L’estate era cominciata col botto: Vittoria commissariata per infiltrazione mafiosa. Il frastuono era atteso, infatti non ha destato molte sorprese, ma sempre botto è stato. Dopo il fragore sono seguite le polemiche di rito, le recitazioni delle doglianze e naturalmente le immancabili accuse. I papaveri del giustizialismo militante hanno scoperto, di colpo e in modo lacrimevole, il garantismo d’avanspettacolo. Dopo pochi giorni, sbollita la rabbia, tutto è tornato nella norma e i problemi di sempre sono li che attendono una eventuale soluzione. Come la mettiamo con i rifiuti per strada, la carenza d’acqua, la manutenzione stradale, l’inadeguatezza delle rete fognaria, l’assenza quasi totale di servizi pubblici? A porre queste domande sono i tanti cittadini con i piedi per terra e non gli irriducibili nemici della contentezza. Analizzando sommariamente alcuni dati si evince chiaramente come Vittoria offre un ritratto non proprio esaltante. Gli abitanti puntano a diminuire. Le nascite sono poco più dei decessi. Fare figli è diventato un peso difficile da sostenere e poi i figli si fanno se hai un lavoro che ti possa assicurare un reddito dignitoso, ma qui la disoccupazione supera il 35% e quella giovanile va abbondantemente oltre il 50%. Queste percentuali con ogni probabilità rispondono solo in parte alla realtà, poiché bisognerebbe considerare che tanti non si presentano nel mercato del lavoro, perché sanno che è una porta chiusa e si rifugiano nel lavoro nero (nuovo ammortizzatore sociale) o nelle pieghe delle attività illegali. Chi può permettere ai figli di frequentare l’università li manda al Nord. Il motivo? Non tanto il valore dell’università siciliane quanto la rassegnata convinzione che questa terra è destinata al sottosviluppo irreversibile. Ma Vittoria è davvero senza speranza? A guardare il centro storico non sembrerebbe. Ci sono due città: quella borghese, che resiste alla crisi, affolla il centro storico, ricco di locali glamour dove cenare, gustare un buon calice di vino, incontrare amici, fare selfie da condividere sui social. E poi c’è un’altra città che non sa niente del Liberty, che arranca economicamente, che vive nel degrado e per questi motivi considera la prima città estranea e nemica. A Vittoria manca il senso della comunità, del destino condiviso e pertanto le due città non comunicano. La scuola dovrebbe fare da ponte tra le nuove generazioni, ma evidentemente non ci riesce, anzi, neanche ci prova. La chiesa locale? E’ impegnata su tutto tranne su ciò che dovrebbe fare realmente. Ci riesce la mafia con le sue economie. In poco tempo ha saputo coniugare affarismo degli strati professionali con la cultura dell’illegalità sottoproletaria e plebea. Se non si scava dentro questa spaccatura, Vittoria sarà una città che si inventerà una strategia di sopravvivenza giorno per giorno. Non c’è da sorprendersi se le strutture sportive, gli arredi di una piazzetta vengono spolpati, se il degrado e l’incuria sono il paesaggio continuamente riproposto, se la movida notturna si consuma tra degrado e rifiuti. Questo è il quadro che si presenta di fronte ai commissari. Questo è quello che bisogna obbligatoriamente sanare. Le forse politiche è sociali se voglio riscoprire il loro ruolo hanno di fronte tanto lavoro da svolere per rilanciare la città dando sostegno e indicazioni ai commissari. Il problema rimane sempre uno (al di la dei proclami stucchevoli sulla legalità): sottrarsi in ogni modo alle sirene del clientelismo becero che ammorba questa terra.



venerdì 3 agosto 2018

Alle parole di don Beniamino preferisco quelle di Don Giuseppe Diana

Don Peppino Diana

Ho letto e riletto la lettera di Padre Beniamino (condivisa anche da don Mario Cascone), prete che stimo e rispetto molto. Non mi ha convinto. Sicuramente faccio una valutazione errata, mi è sembrata una sorta di giustificazione. Penso - da cattolico sempre più perplesso - che questa città profondamente laboriosa, le cui istituzioni sono state commissariate, abbia bisogno di una scossa diversa. Forse sbaglio, ma da don Beniamino mi sarei aspettato una lettera simile a quella di don Giuseppe Diana (prete ucciso dalla camorra). Un documento - fatte le dovute differenze storiche e geografiche - di forte denuncia e articolato. 

Allego di seguito la lettera del prete campano in modo che i tanti che non la conoscono ne possano apprezzare la catechesi.

“Per amore del mio popolo non tacerò”

Siamo preoccupati
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.
La Camorra
La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.
I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
Precise responsabilità politiche
È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.
La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.
Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.
Impegno dei cristiani
Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.
Dio ci chiama ad essere profeti.
– Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);
– Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
– Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
– Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 – Isaia, 5).
Coscienti che “il nostro aiuto é nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che é la fonte della nostra Speranza.
NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO
Appello
Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”.
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa.
Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).
Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso, … dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.
Forania di Casal di Principe (Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo – Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata – San Cipriano d’Aversa; Santa Croce – Casapesenna; M.S.S. Assunta – Villa Literno; M.S.S. Assunta – Villa di Briano; Santuario di M.S.S. di Briano)

mercoledì 1 agosto 2018

Commissari insediati. E ORA?



La mafia era, ed è, altra cosa: un «sistema» che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel «vuoto» dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole, manca) ma «dentro» lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta.”
Leonardo Sciascia

La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.”
Paolo Borsellino

Alla notizia dell’insediamento dei commissari mi sono venute in mente queste due frasi (quella di Sciascia non la ricordavo a memoria e sono andato a cercarla). Sono la sintesi perfetta di ciò che abbiamo visto e di ciò che serve a questa città per uscire dallo schifo in cui si è cacciata.
Se vogliamo realmente riabilitarci e ricomporci abbiamo l’obbligo di capire e individuare cos’è la mafia in questa terra, cosa sono le sue economie criminali, qual'è il suo blocco sociale e le sue propaggini politiche. 
Mai come ora abbiamo la responsabilità di isolare, e non emulare o adulare, gli “insospettabili personaggi” che gestiscono e riciclano la mole di denaro prodotta con le attività illecite.  Mai come adesso abbiamo il dovere di smascherarli, per impedire che possano rifare del male a questa città e alle tante “persone oneste” che, per paura o per rassegnazione (tante anche per convenienza), si sono abituate a questo stato di cose. Tutto il resto: impostazioni difensive, accuse, garantismo di maniera, polemiche, ripicche, tifo, invidie, astio, livore ... sono questioni personali. Parlo di fattori poco influenti che rischiano di essere esaltati. SI alimenteranno così (volontariamente o involontariamente?) polveroni che potranno (dovranno?) impedire il contrasto a quel grumo di interessi e di potere che ha fortemente condizionato i processi sociali, economici e politici di questa città, fino a farla deragliare in un immenso letamaio. E’ quel coagulo che bisogna combattere, è li che va concentrata l’attenzione e il contrasto. Borrometi (insieme pochissimi altri) ha provato a mettere il naso in queste cose e per questo è diventato subito scomodo.
I nostri occhi hanno visto, le nostre orecchie hanno sentito, ma le nostre lingue hanno taciuto. E’ venuto il momento di sciogliere questo muscolo atrofizzato che teniamo in bocca. Questa comoda paralisi ha messo in letargo le menti e la dignità di questa città.
Continuare a stare zitti o peggio cadere nelle diatribe personali sarà il solito deodorante utile a nascondere il lezzo della servile complicità.


sabato 28 luglio 2018

VITTORIA RIPARTE SE RIPARTE IL LAVORO LEGALE E PRODUTTIVO


Il Consiglio Comunale di Vittoria sciolto per mafia. Nessuna sorpresa, non prendiamoci in giro, la notizia era nell’aria da tempo. Ieri mattina alcuni amministratori sembravano già preparati all’evento: “oggi c’è il consiglio dei ministri forse accadrà qualcosa ...”. e infatti quel qualcosa è accaduto. Mai come ora essere “vitturisi”, scegliere di vivere in questa città, significa combattere per farla rinascere.
Secondo gli inquirenti qui si è consolidato un grumo di potere che ha condizionato i processi sociali, economici e politici di questa città. Un coagulo di interessi che ha assoggettando in primis il lavoro. Se c’è una battaglia da iniziare, e subito, è quella di dissolvere questo grumo liberando per prima il lavoro - qualsiasi forma di lavoro (quello dei piccoli imprenditori come quello dipendente) - da una costrizione diventata oramai asfissiante.
Si dice che il lavoro rende liberi. Qui, negli ultimi dieci anni, il lavoro ha creato miseria e schiavitù. Ho visto decine di produttori agricoli impoverirsi lavorando, mentre altri soggetti si arricchivano grazie al loro lavoro. Ho visto dove è finita quella ricchezza. L'odore del successo, della conquista, sta nel cemento, nei mattoni, nelle lottizzazioni, ma soprattutto nella capacità di utilizzare, di sfruttare, i tanti piccoli imprenditori artigiani su cui tagliare il prezzo delle loro manodopera e scaricare responsabilità e rischi. Quando guardo i tanti edifici nati in questi anni sento le voci di chi li ha costruiti senza guadagnarci nulla, anzi è stato travolto dalla crisi proprio come i serricoltori. Ho visto l’affermarsi di ogni forma di caporalato e di schiavitù. E’ stato così! Mentre il corpo economico sano della città veniva divorato dall’avidità e dalla crisi, l’economia criminale, la mafia, con i suoi soldi si impadroniva del territorio senza nessun contrasto. Entrava nel salotto buono della città, si imborghesiva, e grazie ai servigi di tanti tecnici e consulenti di vario genere riciclava il denaro fatto illegalmente. Per essere ancora più chiaro il ruolo espansivo della mafia e delle sue economie è stato possibile grazie ad una società (in)civile che ama sguazzare nell’illegalità. Gli assessorati e i percorsi alla legalità erano foglie di fico tristi e appassite.


Il commissariamento riuscirà a disgregare questo grumo? Non lo so! Lunica cosa che so è che troppi giovani fuggono da questa città in cerca di un lavoro dignitoso e - se è vero che il lavoro rende liberi - in cerca di libertà. Ridare dignità vera al lavoro, è’ questo l’elemento centrale. I giovani fuggono perché qui non c’è futuro, corrono via in cerca di riscatto. Se questa città non riscopre il valore del lavoro legale e produttivo, se non abbandona le vecchie logiche, se non riconverte ecologicamente il suo “modello di sviluppo”, se non punta ad una seria riqualificazione del territorio; Vittoria, la nostra città, resterà una luogo mafioso e senza futuro. Il commissariamento sarà una delle tante cicatrici su un volto già abbondantemente sfigurato. 
Conosciamo fatti e dinamiche, ora è venuto il tempo di contrastarli in modo chiaro e determinato, senza se e senza ma. Ora è il tempo di separare il grano dal loglio. Viceversa, saremo complici.

sabato 7 luglio 2018

COME I "PAPACCI"



 L'Aplisia volgarmente detta "u papacciu o minchia di mare"

La domenica mattina, soprattutto ora che è inizio estate, è bello alzarsi presto per andare a prendere il caffè in uno dei bar di fronte al mare di Scoglitti. Forse sarà un caso, ma di prima mattina, nei bar, si incontrano sempre le persone più schive ma vere, quelle che ti salutano per il piacere di salutarti e con cui è sempre gradevole fermarsi per scambiare qualche parola. Il quotidiano locale, acquistato pochi minuti prima dal titolare dell’esercizio, giace immacolato sul bancone e chi lo prende sfoglia i tomi con delicatezza, proprio ad evitare che si stropiccino le pagine.
Domenica scorsa subito dopo l’alba ho rinnovato il rito settimanale. Mentre a casa tutti dormivano mi sono alzato e in silenzio mi sono preparato per uscire in bici. Pedalando lungo la riviera apprezzavo la calma di quell’ora e la bellezza dei nostri arenili. Nelle vicinanze del porto il profumo della pasta sfoglia dei cornetti appena sfornati aveva saturato l’aria di quella zona. Entro al bar e ordino il mio caffè. Seduto in angolo c’è “Nino u piscaturi” (il nome è di fantasia, la professione no) che sfoglia il quotidiano con attenzione. Lui non mi ha ancora visto. Intanto il caffè mi viene servito, bevo l’acqua, verso un po di zucchero nella tazzina, prendo il cucchiaino e lo intingo nelle crema per mescolare lo zucchero. Il leggero tintinnio che crea quel gesto distrae Nino dalla lettura, si gira verso di me ed esclama:
- Ah tu sei!! ... Minchia di casino che tieni con quel cucchiaino … pensavo che stamattina manco ti facessi vedere.
Lo salutai,  mentre cominciavo a sorseggiare il caffè mi avvicinai a lui. Ero curioso di vedere cosa stava leggendo.
- Chi porta u giurnali Ninu’?
La sua risposta fu secca:
- E chi po’ purtare, MINCHIATE!
Allungai l’occhio per vedere meglio su quale pagina del quotidiano si era soffermata la sua attenzione. Vidi la foto di una nave militare, accanto ad essa un gommone mezzo sgonfio carico di persone.
- Immigrati! ... Ninù, è l’argomento del momento. Non si parla d’altro che di questi disperati che sperano di arrivare da noi.
-NO!! Non si parla mai dei tantissimi che non arriveranno mai. MAI!!
La durezza della sua risposta mi incuriosì:
-In che senso Ninù?
-Nel senso che la costa libica e lunga quasi 2000 km, la costa tunisina 1200 Km, e questi disperati non partono solo da un punto. Ogni giorno partono diversi gommoni, da più zone, e molti di questi non arrivano neanche a vederle le coste di Malta o della Sicilia.
- Cioè, mi stai dicendo che secondo te i morti in mare sono molti di più di quelli che ci raccontano i giornali e telegiornali?
-Ti sto dicendo che quando andiamo a pescare al largo, di pesce ne tiriamo su poco rispetto a prima. Però, tra le reti, rimane sempre incagliato un corpo o parti di un corpo umano. La cosa che fa più impressione è il rumore che fa quellacosa” nera e gonfia d’acqua quando sbatte sullo scafo. Hai presente il rumore che facevano “i papacci  ... le minchie di mare” quando da piccoli li predavamo e li facevamo saltare, con un gesto veloce delle mani, dall’acqua al bagnasciuga? Quel “bloff” ... che per certi versi ci faceva anche ridere? Ecco, quello è il rumore che fanno i morti annegati. Tiriamo su pezzi di uomini, di donne, di bambini … e mentre cerchiamo di liberarli dalla rete gli arti si scollano ... e poi quel bloff che è peggio di un pugno sullo stomaco. Dopo sai che facciamo? Ributtiamo ... piangendo e vomitando ... tutto in mare ... come se fosse spazzatura impigliata alle reti. Questo “schifo di tragedia” la compiamo noi ma anche i pescatori di Licata e ancora di più quelli di Mazara del Vallo … da quasi vent’anni.  VENT’ANNI!

Ascoltai quella storia rimanendo immobile e la cosa che mi fece più impressione era come Nino me la raccontava. Nelle sue parole c'era un rabbia sorda, ma soprattutto una freddezza impressionante. Era come se la sua coscienza fosse atrofizzata dall’abitudine di pescare corpi morti in mezzo al mare.

Pagai la mia consumazione, salutai il gestore del bar, abbracciai Nino il quale mi disse: “scenziato, se non muori ci vediamo la settimana prossima”. Salì sulla bicicletta e mi incamminai verso casa pensando al “bloff … dei papacci”.