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domenica 28 ottobre 2018

Ma c'è solo Vittoria? 2° parte. Sesso, droga e cemento.



Ricomincio da dove avevo lasciato. Nella distinta e osservante Ragusa il giro della prostituzione genera una sostanziosa massa di denaro. Oltre 100 milioni di euro l’anno (si veda il post precedente). A questa significativa quantità di soldi vanno aggiunti i proventi dello spaccio delle droghe. A Ragusa oramai pippare coca fa figo. Quasi il 5% della popolazione ragusana di età compresa tra i 18 e i 54 anni fa uso abituale di cocaina. 1700 persone circa che spendono giornalmente, in media, circa 50 euro per darsi la carica. L’allarme è stato lanciato dal SERT poche settimane fa. Oramai la cocaina è la droga più richiesta, il suo mercato è in forte ascesa e lo spaccio è concentrato nel centro storico di Ragusa superiore che è anche il quartiere a luci rosse.
E’ così che nella raffinata e professante Ragusa i nasi e le vagine vengono utilizzati come bancomat.
Ma da chi è gestito il business della droga e del sesso? Dove finisce questo enorme mucchio quattrini? Forse la risposta sta nella crescita urbanistica/edilizia del capoluogo ibleo?

Il Piano Regolatore Generale di Ragusa venne approvato nel 1974. Gli estensori dello stesso avevano previsto un aumento di popolazione da poco meno di 70 mila a 100 mila abitanti. Guardo i dati recenti pubblicati dall’Istat e rido. Al 31 dicembre del 2017 la popolazione di Ragusa non superava le 74 mila unità.
Si può pensare che quella previsione fu un fantasioso ed esagerato auspicio, utile a giustificare le esigenze di certe lobbies speculative e a identificare un’enorme quantità di aree edificabili?
Forse è così, ma andiamo avanti. I bene informati dicono che probabilmente non si esagerò solo nelle previsione ma pare che vi furono anche delle lacune nell’adozione dei Piani Particolareggiati del centro storico. Le male lingue dicono che per “dimenticanza” venne impedita ogni possibilità di intervento edilizio in grado di dare all’edificato esistente del centro storico una funzione più adeguata alle nuove necessità abitative. Quindi, da un lato veniva bloccata la possibilità di modificare gli edifici del centro storico, dall’altro veniva facilitata la possibilità di edificare nelle zone d’espansione. Tutto questo diede il la ad una massiccia migrazione degli abitanti residenti nei quartieri storici passati da 25 mila unità nel 1961 a meno di 5 mila nei giorni nostri.
E così di revisione in revisione del PRG, di esagerazione in esagerazione nelle previsioni e di dimenticanza in dimenticanza nei Piani Particolareggiati, il centro storico si è via via svuotato, la popolazione ragusana non è mai cresciuta e il cemento si è mangiato milioni di mq di territorio. Grazie a questa “pianificazione” Ragusa è diventata un’unica grande periferia decadente. Al centro la triste realtà del quartiere a luci rosse, con lo spaccio sempre più crescente; nell'hinterland, cemento a manetta e desolazione crescente.
Sesso droga e calcestruzzo sono stati un unico grande business gestito da una criminalità economicamente forte e spietata che, forse, grazie a tante compiacenze, ha trovato il modo di riciclare queste masse di denaro nel silenzio più totale? Ma queste compiacenze dove si annidano?
L’urbanistica è disciplina seria, ha bisogno di tecnici, di giuristi e di economisti capaci e autorevoli che hanno un costo. Questi senza piccioli non cantano, ma di soldi per farli cantare ce ne sono tanti. 
A pag 38 dell’ultima relazione della Commissione Nazionale Antimafia c’è scritto che molti affiliati alla massoneria sono: avvocati, commercialisti, medici e ingegneri. Presenti in numero rilevante anche soggetti impiegati nel settore bancario, farmaceutico e sanitario, nonché imprenditori dei più diversi settori, in primis quello edile … Uno spaccato professionale denotante soggetti di un livello di istruzione medio alto e, di tutta evidenza, in grado di stringere relazioni anche nel mondo della criminalità e in quello della società civile”.
Ragusa ha una forte tradizione massonica. Nel capoluogo operano tre logge due aderenti al Grande Oriente d’Italia (GOI) e una aderente alla Gran Loggia Regolare d’Italia (GLRI). I soliti bene informati accennano anche la presenza di logge coperte, frequentate da noti personaggi ragusani che non vogliono rivelare la loro appartenenza alla massoneria, sarà vero? Una cosa comunque pare certa: a Ragusa la massoneria con i suoi “riti esoterici” occupa da sempre un posto di rilievo nelle istituzioni e nella politica. Lo scrittore Alfio Caruso nel suo libro “I siciliani”, nel capitolo sull’omicidio Spampinato (fra pochi giorni ricorderemo, come sempre in pochissimi, l’anniversario dell’uccisione) ha scritto:
La Ragusa delle istituzioni, delle solidarietà d’affari, e di massoneria, dei rapporti inconfessabili tra sperti e malandrini si adopera per circoscrivere i danni”.
Ecco, i danni! Anche quelli urbanistici che sono avvenuti e avvengono sotto gli occhi di tutti e nel silenzio più totale? Ma dove c’è silenzio c’è MAFIA!!?

La proverbiale correttezza ragusana è solo una maschera avvolgente e spessa, capace di nasconde ogni nefandezza e resiste ad ogni pressione. E’ una corteccia difficile da scalfire, impossibile da bucare. E’ la faccia pulita, “babba”, della peggiore omertà.


domenica 7 ottobre 2018

Ma c'è solo Vittoria? 1° parte



Immagine tratta da Google Immagini "luce d'inverno sull'altipiano ibleo"


Disconoscere che la criminalità organizzata abbia condizionato la vita economica e sociale di Vittoria è come negare l’esistenza dell’acqua. Le mafie, da oltre trent’anni, hanno ammorbato con ogni forma di violenza questo territorio, tant'è che Vittoria oramai è percepita come un luogo di appestati da tenere a debita distanza.

Ma tutto il male etico e morale ricade esclusivamente all’interno di questa città? L'economia mafiosa riside solo a Vittoria? La signorile Ragusa, la nobile Modica, i paciosi e ordinati paesini adagiati sui monti Iblei o la “floreale” Ispica, sono luoghi immuni dalle mafie, oppure riescono a nascondere con grande abilità le loro vergogne? In questo mio spazio telematico ho scritto tanto su Vittoria e sui suoi tanti malanni. Se adesso provo a voltare lo sguardo lo faccio perché voglio dimostrare con alcuni fatti come la mafia, con i suoi legami e le sue economie, non si è ramificata solo nell’ipparino ma è riuscita in modo diverso, meno rumoroso ma comunque pericoloso, ad inquinare altre realtà. Cioè, voglio provare a puntare i riflettori su questioni che tanti fanno finta di non vedere.
In questa "prima puntata" porrò l'attenzione sulla distinta Ragusa. In questa città da tempo la parola immigrazione fa un po' rima con prostituzione. Il centro storico superiore del capoluogo è diventato un concentramento di case chiuse così elevato da far impallidire il quartiere a luci rosse di Amsterdam. Cinesi, colombiane, cubane, nigeriane, rumene, pronte a soddisfare le voglie sessuali di tante brave e insospettabili persone. Alcune pare che abbino pure dei profili su internet dove elencano dettagliatamente le prestazioni esercitate nell’appartamentino in zona centro.
Le forze dell’ordine non stanno a guardare. Infatti, non vi è settimana che non veda un'operazione di polizia contro una casa di piacere. Quest’anno, solo nei primi giorni di luglio, la polizia ne ha scovate e chiuse sei, ma la voglia di “pilu” a Ragusa è troppo ardente.
Naturalmente dove c’è tanto sesso, c’è droga, tanta droga (il rock and roll è un optional). Infatti nel quartiere a luci rosse lo spaccio è florido. Anche questo è dimostrato dalle diverse operazioni fatte nel tempo dai carabinieri e della polizia. Quindi, i “masculiddi” ragusani, cresciuti a pane fatto col “criscente”, ricotta e cacio cavallo, per ottenere una migliore prestazione sessule sniffano cocaina? E si!! Ne pippano pure tanta. Il consumo di coca a Ragusa e provincia è cresciuto, e molto. 
Il Servizio tossicodipendenze (SERT) dell’Asp di Ragusa qualche giorno fa ha lanciato l’allarme: quasi tutti i nuovi casi che sono afferiti al Sert per problemi di abuso sono stati per cocaina ... una percentuale che rasenta il 70%”. 
La mafia in tutto questo ha o no un ruolo? Per capirlo bisogna avere contezza del denaro che generaro queste attività "imprenditoriali". Provo a fare due conti in modo semplice. Secondo un’ichiesta fatta qualche tempo fa da Repubblica, dal titolo “Ragusa a luci rosse”, un’addetta del sesso “produce” in media duemila euro al giorno che moltiplicate per treccentosessantacinque giorni fa 730 mila euro in un anno. Nel quartiere a luci rosse di Ragusa ci saranno almeno 150 operatrici e quindi in un anno, all’interno di quella zona, si sviluppa un volume pari a 109 milioni di euro. Non oso pensare il denaro che genera la cocaina utile a rallegrare le prestazioni sessuali dei maschi dell'altipiano.
Si può ancora pensare che dietro queste cifre non ci sia un’organizzazione criminale che gestisce sesso, spaccio e ... gli immobili del centro storico di Ragusa superiore?

Nella distinta e osservante Ragusa questa massa di denaro si è generata e si genera silenziosamente ogni giorno, ogni mese, ogni anno, da almenno vent’anni. Dove è finita e dove finisce questa quantità di denaro? E' stata riciclata? Da chi e come? Se penso a quanto è cresciuta urbanisticamente Ragusa negli ultimi vent’anni si offende qualcuno? E le “chiuse” che circondavo la città come sono diventate terreno edificabile? Il denaro fatto con lo sfruttamente del sesso e lo spaccio della droga ha forse generato la concretezza e la materialità del cemento e dei mattoni? Sarebbe interessante provare a dare delle risposte a queste domande. O NO!?

Continua


domenica 16 settembre 2018

NUOVE SERRE



Gino aveva saputo che il suo amico Sandro era stato colpito da infarto e se l’era vista pure brutta. Per una settimana era stato ricoverato in ospedale nel reparto di terapia intensiva. Non appena fu dimesso decise di andarlo a trovare. Nel tardo pomeriggio, dopo una lunga giornata trascorsa in spiaggia, tornò a casa, si fece la doccia, s’asciugò velocemente, indossò pantaloncini e maglietta, salì sulla sua vecchia auto e si diresse verso Punta Faro, la località dove Sandro soggiornava durante la bella stagione. Fece la vecchia strada litoranea, non poteva rinunciare alla visone di quel mare piatto dove il sole ormai stava per affondare. Alla sua sinistra invece defluiva un insieme surreale ma ordinato di case e di serre. Notò con un certo stupore che le serre erano tutte nuovissime. Non erano le classiche capannine basse e sgangherate che aveva sempre visto montare e rimontare per anni in quella zona. No! Erano impianti moderni, con le strutture in ferro, alti e ben ancorati al terreno e si estendevano a perdita d’occhio. La cosa incuriosì molto Gino. L’annata agraria, anche quest’anno, era andata malissimo e si era conclusa peggio. Il prezzo alla produzione dei prodotti ortofrutticoli era stato notevolmente inferiore ai costi di produzione. Centinaia di aziende agricole erano andate in malora e i produttori non avevano né le risorse per ripartire né la fiducia da parte delle banche. “Ma allora – si chiedeva Gino - da dove venivano tutti questi soldi per realizzare queste nuove strutture?”
Arrivato a Punta Faro vide che Sandro lo attendeva in strada, notò subito come fosse ancora molto provato in viso. Parcheggiò l’auto e si diresse correndo verso il suo amico. Si abbracciarono a lungo e Sandro ridendo gli disse:
- Gino, il colpo è stato “e n c i c l o p e d i c o” ma io qua sono. Chi m’ammazza?
Si diressero verso la villetta, si accomodarono in veranda, di fronte a loro avevano il mare sorvegliato da una luna che da poco aveva fatto capolino, tutt’intorno poche ma graziose villette e poi quell’enorme distesa di serre nuove nuove.
- Sandrù, ma tutte queste serre, ma cosa è successo? Chiese incuriosito Gino.
Sandro fece come se non avesse sentito la domanda, chiamò sua madre e la pregò di portare una caraffa di latte di mandorla fresco e una bella birra gelata. 
Gino, ci rimase un po’ male, pensò: “forse non ha sentito la mia domanda” e allora con un tono di voce più sostenuto ripeté:
- Sandro, ma tutte ‘ste serre ... sono tante, ma di chi sono?
Sandro, questa volta con un sorriso beffardo rispose immediatamente e a tono:
- Gino, l’infarto viene al cuore non alle orecchie. Ancora ci sento benissimo. Appena ti arriva la birra ti racconto.
La birra e il latte di mandorla non tardarono ad arrivare. Sandro, senza aspettare che Gino riproponesse la domando inizio a raccontare.
- Ginuzzo, quest’anno un mare di piccole aziende agricole sono fallite, i tanti produttori all’inizio delle scorse campagne non avevano neanche gli occhi per piangere; molti andarono da Totò Tribunale ...
- Totò Tribunale … quello che ... il commerciante di …  lo interruppe Gino.
- Si lui, Totò Tribunale, quello che … il commerciante di … lui ha fornito merce a credito a molti dei serricultori di questa zona, ma come garanzia a chiesto e ottenuto la stipula di un compromesso di acquisto del terreno. Se tutto fosse andato bene avrebbero chiuso il debito e fine della storia. Invece tutto è andato male, sempre più male, e ai produttori sono rimasti i debiti … … lui li ha portati davanti al notaio Ficuzza e li con una “manciata di pasta” ha acquistato tutte queste terre. Ora qui tutto è suo. I vecchi proprietari sono diventati i suoi braccianti e queste serre le sta realizzando anche grazie ai contributi comunitari. Gli economisti questa storia la chiamano “ricomposizione fondiaria” … a pronunciarla così sembra pure una bella frase. Nei fatti è una forma di racket-usura legalizzata e giustificata: tu compri da me ciò che ti serve per la tua campagna, se non puoi pagare io ti faccio credito, tu sei in dovere di riportare il prodotto a me e io ne decido il prezzo. Questo prezzo è sempre al disotto dei costi di produzione e ti porta dritto alla perdita di quella terra per cui tuo padre o tuo nonno hanno lottato. E’ una nuova forma di mafia che non ha bisogno di affiliati o di controllare militarmente il territorio con la violenza, quella è roba da romanzo. Il nuovo elemento decisivo è un metodo di costrizione soft, che paradossalmente trova pure una sua giustificazione economica. Addirittura viene percepiscono come una forma di solidarietà, di aiuto … per capirci, secondo alcuni, i vari Totò Tribunale  sono amici.

Di colpo Sandro smise di parlare, guardò ironicamente Gino ma poi in modo risentito gli chiese:
- Scusa, ma sei venuto a farmi una visita o a parlare di queste cose?

Ci fu una attimo di silenzio, poi scoppiarono a ridere all’unisono e sempre in modo corale dissero: “ARRIRRIEMMU PPI NUN CIANCIRI!!”.

P.s personaggi e luoghi sono immaginari. La storia forse è verosimile.


sabato 8 settembre 2018

... OMISSIS ...





A Vittoria, da oltre 48 ore, il testo più letto è la relazione del Prefetto allegata al decreto di scioglimento del consiglio comunale (atto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale serie generale n. 206 del 5 settembre). A Vittoria, da oltre 48 ore, la parola più scritta e pronunciata è "omissis". Dietro questo termine che prova a tralasciare l’identità delle persone coinvolte, si nasconde, oltre ad una evidente quanto morbosa curiosità, una rabbia sorda. Ciò che per anni molti cittadini hanno percepito, supposto, ipotizzato, immaginato, ha trovato una sua concretezza nelle oltre trenta pagine della relazione riassuntiva del Prefetto. Leggendo quei fogli - sintesi di un documento più corposo redatto dalla Commissione ispettiva che per sei mesi ha analizzando una mole impressionante di atti - viene fuori un quadro disarmante e desolante dell’istituzione comunale. Nel documento emerge da più parti come le mafie del territorio e le loro economie non siano state, per l’istituzione politico-amministrativa-burocratica comunale, un problema da contrastare, ma uno strumento di potere di cui servirsi, con cui venire a patti, con cui dividersi i vantaggi dellillegalità. Sempre leggendo la relazione, pare che la stessa illegalità sia stata non solo tollerata ma anche legittimata e disciplinata fino ad ottenerne il controllo economico sulla stessa.

Vittoria nel tempo si è assuefatta a questa condizione, non si è ribellata a questo potere, anzi, le poche reazioni a questo status quo sono state subito contenute, rivoltate al proprio interno e fatte implodere in comportamenti e atteggiamenti che hanno impedito la deflagrazione contro la classe dominante. Penso "all'assessorato alla legalità", hai “percorsi di legalità”. Che ruolo hanno avuto? Cosa hanno determinato? A chi sono serviti? Queste iniziative "antimafia" non davano nessun fastidio, anzi, andavano benissimo, l'importante era salvare le apparenze per mantenere saldo e intatto il sistema di potere creato.

Per far uscire Vittoria da questa assuefazione serve una “ribellione democratica” delle “classi popolari”, una reazione che sappia disarticolare certi rapporti che si sono cementati e cristallizzati nel tempo. Oggi questo potere è in evidente difficoltà, è nascosto e di tanto in tanto emerge per negare le evidenze. Guai però a pensare che non si stia riorganizzando. Lavora sottotraccia per riconquistare il palazzo. Eventuali riproposizioni aggiornate e corrette che camaleonticamente mirano a ripresentarsi come il nuovo, all’interno di giovani formazioni politiche, vanno smascherate. Non si può dare una mano di bianco ad un muro oramai irrimediabilmente compromesso. Quel muro va abbattuto. Se non ora, quando?

domenica 26 agosto 2018

ALCUNE NOTIZIE SU VITTORIA


L’estate era cominciata col botto: Vittoria commissariata per infiltrazione mafiosa. Il frastuono era atteso, infatti non ha destato molte sorprese, ma sempre botto è stato. Dopo il fragore sono seguite le polemiche di rito, le recitazioni delle doglianze e naturalmente le immancabili accuse. I papaveri del giustizialismo militante hanno scoperto, di colpo e in modo lacrimevole, il garantismo d’avanspettacolo. Dopo pochi giorni, sbollita la rabbia, tutto è tornato nella norma e i problemi di sempre sono li che attendono una eventuale soluzione. Come la mettiamo con i rifiuti per strada, la carenza d’acqua, la manutenzione stradale, l’inadeguatezza delle rete fognaria, l’assenza quasi totale di servizi pubblici? A porre queste domande sono i tanti cittadini con i piedi per terra e non gli irriducibili nemici della contentezza. Analizzando sommariamente alcuni dati si evince chiaramente come Vittoria offre un ritratto non proprio esaltante. Gli abitanti puntano a diminuire. Le nascite sono poco più dei decessi. Fare figli è diventato un peso difficile da sostenere e poi i figli si fanno se hai un lavoro che ti possa assicurare un reddito dignitoso, ma qui la disoccupazione supera il 35% e quella giovanile va abbondantemente oltre il 50%. Queste percentuali con ogni probabilità rispondono solo in parte alla realtà, poiché bisognerebbe considerare che tanti non si presentano nel mercato del lavoro, perché sanno che è una porta chiusa e si rifugiano nel lavoro nero (nuovo ammortizzatore sociale) o nelle pieghe delle attività illegali. Chi può permettere ai figli di frequentare l’università li manda al Nord. Il motivo? Non tanto il valore dell’università siciliane quanto la rassegnata convinzione che questa terra è destinata al sottosviluppo irreversibile. Ma Vittoria è davvero senza speranza? A guardare il centro storico non sembrerebbe. Ci sono due città: quella borghese, che resiste alla crisi, affolla il centro storico, ricco di locali glamour dove cenare, gustare un buon calice di vino, incontrare amici, fare selfie da condividere sui social. E poi c’è un’altra città che non sa niente del Liberty, che arranca economicamente, che vive nel degrado e per questi motivi considera la prima città estranea e nemica. A Vittoria manca il senso della comunità, del destino condiviso e pertanto le due città non comunicano. La scuola dovrebbe fare da ponte tra le nuove generazioni, ma evidentemente non ci riesce, anzi, neanche ci prova. La chiesa locale? E’ impegnata su tutto tranne su ciò che dovrebbe fare realmente. Ci riesce la mafia con le sue economie. In poco tempo ha saputo coniugare affarismo degli strati professionali con la cultura dell’illegalità sottoproletaria e plebea. Se non si scava dentro questa spaccatura, Vittoria sarà una città che si inventerà una strategia di sopravvivenza giorno per giorno. Non c’è da sorprendersi se le strutture sportive, gli arredi di una piazzetta vengono spolpati, se il degrado e l’incuria sono il paesaggio continuamente riproposto, se la movida notturna si consuma tra degrado e rifiuti. Questo è il quadro che si presenta di fronte ai commissari. Questo è quello che bisogna obbligatoriamente sanare. Le forse politiche è sociali se voglio riscoprire il loro ruolo hanno di fronte tanto lavoro da svolere per rilanciare la città dando sostegno e indicazioni ai commissari. Il problema rimane sempre uno (al di la dei proclami stucchevoli sulla legalità): sottrarsi in ogni modo alle sirene del clientelismo becero che ammorba questa terra.



venerdì 3 agosto 2018

Alle parole di don Beniamino preferisco quelle di Don Giuseppe Diana

Don Peppino Diana

Ho letto e riletto la lettera di Padre Beniamino (condivisa anche da don Mario Cascone), prete che stimo e rispetto molto. Non mi ha convinto. Sicuramente faccio una valutazione errata, mi è sembrata una sorta di giustificazione. Penso - da cattolico sempre più perplesso - che questa città profondamente laboriosa, le cui istituzioni sono state commissariate, abbia bisogno di una scossa diversa. Forse sbaglio, ma da don Beniamino mi sarei aspettato una lettera simile a quella di don Giuseppe Diana (prete ucciso dalla camorra). Un documento - fatte le dovute differenze storiche e geografiche - di forte denuncia e articolato. 

Allego di seguito la lettera del prete campano in modo che i tanti che non la conoscono ne possano apprezzare la catechesi.

“Per amore del mio popolo non tacerò”

Siamo preoccupati
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.
La Camorra
La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.
I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
Precise responsabilità politiche
È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.
La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.
Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.
Impegno dei cristiani
Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.
Dio ci chiama ad essere profeti.
– Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);
– Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
– Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
– Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 – Isaia, 5).
Coscienti che “il nostro aiuto é nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che é la fonte della nostra Speranza.
NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO
Appello
Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”.
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa.
Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).
Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso, … dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.
Forania di Casal di Principe (Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo – Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata – San Cipriano d’Aversa; Santa Croce – Casapesenna; M.S.S. Assunta – Villa Literno; M.S.S. Assunta – Villa di Briano; Santuario di M.S.S. di Briano)